Soumaïla Goco Tamboura contempla la falesia

di Antonio Devicienti

 

 

Egli canta la falesia, il villaggio e l’acqua nascosta: in tal modo essi esistono.

Io, straniero, la mia ragione d’Occidentale rinchiusa nella scatola cranica, vedo solo rovente pietrame e la miseria del villaggio.

Egli canta l’universo di sopra e di sotto, degli spiriti e degli eroi, asce sapienti ad aprire i cammini in verticale, il cuore battente della montagna, la gola spalancata per l’acqua a inabissarsi nella sete degli uomini.

Io, straniero, le dico superstizioni, non so vederne la vitale necessità. Non so vedere.

Egli canta l’ospitalità della terra, la voce del vento, la presenza degli spiriti in creature animali sapienti. Egli non ha mai visto il mare, il suo universo s’intesse di canti, segni e gesti, di cieli, sogni e premonizioni.

Io, straniero, guardo arbusti disseccati, muri d’argilla. Ma non vedo.

 

(per Yves Bergeret, instancabile viaggiatore, poeta amico di poeti, che mi insegna a vedere)

 

Per approfondimenti consultare la Dimora del Tempo sospeso e Carnet de la Langue-Espace.