Dalla falesia a Napoli

di Antonio Devicienti

 

Yves Bergeret, dopo aver letto il mio intervento sul cantore maliano Soumaïla Goco Tamboura, m’invia il seguente messaggio: “Ecco l’ascia di Soumaïla Goco; e i grandi tracciati geometrici sono stati realizzati da lui, anche se dicono che il refettorio sia stato affrescato da Vasari” – Yves si riferisce alla Sacrestia di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli (egli si trova, in questi giorni, nella città partenopea); rispondo: “Caro Yves, sei proprio tu che mi hai fatto capire che numerosi elementi della cultura europea sono da ricondurre a una comune radice mediterranea e africana che si è dimenticata o cancellata; l’ascia, certo: in questo caso si tratta della raffigurazione della Giustizia secondo i canoni del diritto romano, lo sai: la Giustizia regge i “fasci littori”, simbolo dell’autorità statale; purtroppo Mussolini e il fascismo hanno fatto proprio, con un vero e proprio furto, tale simbolo, trasformandolo nell’immagine stessa della dittatura – ma la geometria delle linee nere e gialle fanno pensare alla geometria del pensiero animista quando quest’ultimo tenta di rappresentare la forma e lo spazio dei geni, penso.
Napoli nasconde molti universi nel proprio ventre, Napoli è soglia di un mondo altro rispetto al razionalismo italiano-settentrionale e a quello europeo di marca protestante”.
In risposta Yves mi propone di pubblicare un breve articolo circa tale questione e le nostre comuni riflessioni utilizzando questo scambio epistolare.
Da Via Lepsius, spazio, come ho dichiarato fin dalla sua apertura, molto attento al Mediterraneo, Napoli e la Napoli che in questi giorni il caro Yves scopre con meraviglia ed entusiasmo non può mancare; se si discende dal Settentrione bisogna raggiungere Roma e superarla per avere, ancora adesso, un vero accesso a un Sud dove non dominano per nulla l’irrazionalità e la superstizione, ma che è ancora capace di proporre un modo, appunto, altro di rapportarsi con il mondo, modo che scopre continuamente analogie e simboli nella realtà e nel pensiero – e nel rapporto indissolubile tra pensiero e realtà; lo “straniero” incapace di vedere del quale parlavo nel mio lavoro dedicato a Soumaïla Goco è sempre colui che, disprezzando come frutto di culture inferiori l’universo simbolico e analogico, recide le proprie radici, aliena sé da sé stesso, nega o ignora la continuità plurimillenaria delle culture le quali sono anche spazi e immagini, miti e canti – e Napoli mi sembra ancora oggi capace d’introdurre e di condurre a universi iridescenti e metamorfici, come se il Principe di Neville tornasse, sempre e ripetutamente, a discendere dalle Fiandre verso il Mezzogiorno per incontrare la misteriosa figlia del guantaio Don Mariano Civile…