“Il tempo del consistere”: Gianfranco Fabbri dà voce a una generazione

di Antonio Devicienti

 

 

Tempo del consistere, cioè tempo del fermarsi a riflettere e tempo che, accumulandosi, ci ha portato a una determinata consistenza di quello che siamo o che crediamo di essere; tempo del consistere, cioè tempo dello stare insieme con i nostri libri, i nostri dischi, i nostri ricordi e con noi stessi che apparteniamo a una comunità; tempo del consistere, cioè tempo nel quale portare a consistenza di scrittura scartafacci accumulati nei cassetti, pensieri sedimentati nella mente, impressioni e sensazioni che, non ancora verbalizzate, premono per diventare parole.
Tempo (il Novecento, secolo malgrado tutto glorioso di rinnovamenti e sconvolgimenti giganteschi), tempo (quello del sé privato e intimo), tempo dei libri, tempo delle scritture, tempo di sogni dimenticati e ritrovati, tempo di foglietti già scritti o ancora da scrivere.
Tempo del consistere, tempo che non mi può lasciare indifferente, dal momento che ritrovo nomi, anni, accadimenti che hanno formato e plasmato e condizionato anche il me che sono e che credo di essere, il me-lettore che attraversa questo libro di Gianfranco Fabbri.
Novecento, tempo obbrobrioso di olocausti e fascismi e stragi e tempo di radicale nuovo inizio.
Italianità d’interni domestici, di tradizioni familiari, di luoghi cari e cullati dalla nostalgia, nella nostalgia.
Provoca questo libro di Gianfranco, perché chi appartiene alla sua stessa generazione non saprà leggerlo né con distacco, né con freddezza critica.
Chi lo leggerà in futuro forse intuirà che cosa ci ha fatti infuriare, portati a essere quello che poi siamo diventati, o si farà un’idea dei nostri personalissimi scaffali colmi di libri e dischi.
Gentile Lettrice, gentile Lettore, Ella potrà trovare altrove informazioni ben più esaustive sul libro di Gianfranco Fabbri (ci sono un paio di articoli, stupendi, su Poetarum Silva, uno, asciutto e chiaro, su Perìgeion e ancora un altro, coltissimo, sul blog personale di Gianluca D’Andrea); qui su Via Lepsius dovrà accontentarsi di pochi paragrafi scritti di getto e a carattere sentimentale e impressionistico: è una matita mentale quella che sottolinea passaggi del testo e vi scrive note a margine, sbreghi nella carta che, nell’asettico digitare alla tastiera del computer, perdono la loro consistenza di grafite usata per impadronirsi di un libro. Ma che quel libro transiti in questo spazio e vi porti i suoi umori, odori, suoni, luoghi, persone.
Interessante è che un editore, pur poeta e scrittore “in proprio”, senta a un certo punto (e contro il suo carattere riservato e certo non esibizionista) di pubblicare delle pagine rimaste per anni private – forse accade che, in un certo tempo della propria vita, si ha desiderio di spiegare a sé stessi e agli altri da dove si proviene, oppure solo la scrittura sa restituire un’unità sempre sfuggente all’io, dargli un consistere che spiega la storia di molti di noi, una storia interiore nella quale la cultura ha un ruolo fondamentale, diametralmente opposto e nemico di ogni finalità pratica, mercantilistica, utilitaristica.

 

Il tempo del consistere, L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2017