Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: dicembre, 2017

Per festeggiare “Zibaldoni e altre meraviglie”

 

Sergio Larraín, Valparaíso, 1963.

 

 

Da Via Lepsius desidero rivolgere un pensiero affettuoso e grato a Zibaldoni e altre meraviglie che festeggia i quindici anni d’esistenzaZibaldoni, sotto la guida di Enrico De Vivo, è uno spazio che, senza esibizionismi né reboanti proclami, accoglie quelle voci che solo desiderano farsi ascoltare e dialogare. Zibaldoni resta fuori, con naturalezza e per propria stessa essenza, dal modo più diffuso di proporre la letteratura contemporanea in Italia, tanto spesso superficiale e rumorosa, ma incapace di incisività e di riflessione duratura e approfondita. E mi piace sottolineare che proprio le “altre meraviglie”, dopo l’esplicito richiamo leopardiano del nome, costituiscono una promessa continuamente mantenuta: io per primo desidero ancora e ancora meravigliarmi quando leggo un testo (qualunque sia la sua natura) e percepire quel testo come una regione inconosciuta che al mio sguardo si dischiude;  Zibaldoni, già invitante e stimolante nel suo essere spazio composito, capace di superare i generi, partecipante sia dell’artigianalità dei materiali proposti che della colta raffinatezza di quei medesimi materiali, stratificazione di pagine create da persone che sono vagabondi, flâneurs, pícaros, Wanderer della mente, dell’arte e della critica, Zibaldoni s’offre atlante mai definitivo d’itinerari del pensiero e della fantasia; sono sempre “il Gobbo divino” (Leopardi), “l’Arso vivo” (Giordano Bruno), il “Giambattista furioso” (Giambattista Vico), i narratori delle pianure, lo scandaglio di Montaigne, le passeggiate di Walser, tra i molti, a sorvegliare con benevolenza e a ispirare l’andirivieni delle voci che danno vita a Zibaldoni.

Giunga dunque a Enrico e a tutti i cari amici di Zibaldoni e altre meraviglie il grazie più affettuoso e l’augurio più caloroso possibile.

 

 

10 testi: 1

 

Josef Sudek: natura morta.

 

 

Tacere dentro duro, necessario silenzio:
saccheggiare tutti i bicchieri dell’assenza
tutti i colori della neve
tutto l’alcool della solitudine:
l’enigma, irrisolto, illumina
e pulsa cuore del pensare –
tersissimo il cielo.
Perché tutta questa gente aspira al titolo di “poeta”?
E i mercatanti che sbeffeggiano gli apprendisti stregoni dell’arte.
E i banchieri che decidono le sorti del mondo.
Colta raffinatezza degli onanisti
della letteratura mentre nottetempo
inchiodano la carcassa della volpe
alla porta del paese.

 

 

Yves Bergeret, Francesco Marotta, Carène / Carena, l’Europa, le migrazioni, l’antifascismo

 

 

 

Da Via Lepsius seguo con partecipazione e passione gl’impegnativi giorni “siciliani” di Yves Bergeret; come ormai accade da qualche anno Yves e io siamo in contatto quotidiano (e anche più volte durante il giorno) – si tratta di un’amicizia e di uno scambio che mi guidano e m’incoraggiano, illuminandomi e indicandomi un itinerario di ricerca politica, intellettuale e artistica.

Tra poche ore andrà in scena a Catania, regia di Anna Di Mauro, l’allestimento teatrale del poema Carène / Carena nella traduzione di Francesco Marotta; ecco: è proprio alla Dimora del Tempo sospeso che devo la conoscenza dell’opera di Yves, la cui lettura mi ha poi portato ai primi contatti con Bergeret e a tutto quello che ne è successivamente scaturito; sono debitore insolvente di questo (e di tantissimo altro) nei confronti di Francesco e della Dimora e ora, da Via Lepsius, voglio scrivere poche frasi di riflessione su quello che quest’allestimento teatrale rappresenta.

So che più d’uno (intellettuali e artisti siciliani raffinati e colti) ha rimproverato a Yves di occuparsi di “cose” e “fatti” ch’egli, straniero (sic!), non avrebbe il diritto di affrontare – ebbene, da Salentino e da persona che molto bene conosce la realtà e le realtà dell’Italia meridionale, dico, invece, che proprio lo sguardo altro, di chi viene da lontano e da un’altra cultura, da un’altra storia personale e collettiva, proprio lo sguardo giunto da altre terre è in grado di spiegare chi, noi Meridionali e poi noi Italiani, siamo e siamo diventati; Yves conosce e ama con divorante passione sia l’Italia che la Sicilia, egli ha compiuto un lunghissimo itinerario che l’ha portato a riconoscere in molti atteggiamenti e in molte scelte tematiche della cultura europea dei nostri anni un malcelato (e talvolta inconsapevole) razzismo, un perpetuare una mentalità colonialista (camuffata magari da caritatevole accondiscendenza), spesso un fascismo sempre più presente e arrogante.

Che Carène, dopo lunghe e controverse vicende editoriali, arrivi finalmente tra le mani di lettori consapevoli sotto forma di libro a stampa e sulle scene grazie al coraggio di poche, testarde persone, è da un lato un successo, dall’altro la conferma che la scrittura è e dev’essere un atto politico, cioè un appartenere alla vita della comunità per rendere traverso la scrittura più inventiva, rivoluzionaria e complessa immaginabile (quella della poesia) la mente di ognuno e di tutti cosciente di una storia – la storia dei nostri anni, in questo caso.

Yves Bergeret, nello scrivere un’Odissea contemporanea che per nulla indulge a mode o a vezzi letterari, Francesco Marotta, nel tradurre con passione totale dal francese all’italiano quel poema, indicano una direzione (l’osmosi tra le lingue e le geografie), continuano un’alta tradizione (il legame inscindibile tra cultura francese e cultura italiana), sostengono e difendono il futuro, l’unico possibile (l’incontro paritario tra la cultura europea e quelle di persone che provengono da altri continenti).

Sono giorni intensi e faticosi, esaltanti e indimenticabili questi “siciliani” di Yves (il quale è tornato per l’ennesima volta, come da molti anni fa, nell’Isola); sono anche giorni in cui il fascismo, come qualcuno sostiene, “rialza la testa”: ebbene, in verità è dal 25 aprile 1945 che il mio Paese non sa fare i conti, come dovrebbe, con il suo passato fascista e con la costante presenza fascista (e anche mafiosa) nel suo corpo comunitario – un amico e un intellettuale e poeta che viene dalla Francia, a sua volta antifascista convinto, si sobbarca l’onere di scrivere e di portare in scena nel cuore di una Sicilia contraddittoriamente progressista e democratica, ma anche feudale e mafiosa, un poema che, nella parola nata dalla sofferenza e dalla morte di migliaia e migliaia di esseri umani che attraversano il Mediterraneo, ritrova la propria ragion d’essere e la propria giustificazione etica e politica.

E tu, mia scrittura, ecco che ora puoi cercare e trascegliere (per studiare e  imparare) quello che l’Europa, da millenni, ha saputo costruire in termini di dialogo, confronto, attenzione verso chi “viene da altrove”.

 

 

“Il tempo del consistere”: Gianfranco Fabbri dà voce a una generazione

 

 

Tempo del consistere, cioè tempo del fermarsi a riflettere e tempo che, accumulandosi, ci ha portato a una determinata consistenza di quello che siamo o che crediamo di essere; tempo del consistere, cioè tempo dello stare insieme con i nostri libri, i nostri dischi, i nostri ricordi e con noi stessi che apparteniamo a una comunità; tempo del consistere, cioè tempo nel quale portare a consistenza di scrittura scartafacci accumulati nei cassetti, pensieri sedimentati nella mente, impressioni e sensazioni che, non ancora verbalizzate, premono per diventare parole.
Tempo (il Novecento, secolo malgrado tutto glorioso di rinnovamenti e sconvolgimenti giganteschi), tempo (quello del sé privato e intimo), tempo dei libri, tempo delle scritture, tempo di sogni dimenticati e ritrovati, tempo di foglietti già scritti o ancora da scrivere.
Tempo del consistere, tempo che non mi può lasciare indifferente, dal momento che ritrovo nomi, anni, accadimenti che hanno formato e plasmato e condizionato anche il me che sono e che credo di essere, il me-lettore che attraversa questo libro di Gianfranco Fabbri.
Novecento, tempo obbrobrioso di olocausti e fascismi e stragi e tempo di radicale nuovo inizio.
Italianità d’interni domestici, di tradizioni familiari, di luoghi cari e cullati dalla nostalgia, nella nostalgia.
Provoca questo libro di Gianfranco, perché chi appartiene alla sua stessa generazione non saprà leggerlo né con distacco, né con freddezza critica.
Chi lo leggerà in futuro forse intuirà che cosa ci ha fatti infuriare, portati a essere quello che poi siamo diventati, o si farà un’idea dei nostri personalissimi scaffali colmi di libri e dischi.
Gentile Lettrice, gentile Lettore, Ella potrà trovare altrove informazioni ben più esaustive sul libro di Gianfranco Fabbri (ci sono un paio di articoli, stupendi, su Poetarum Silva, uno, asciutto e chiaro, su Perìgeion e ancora un altro, coltissimo, sul blog personale di Gianluca D’Andrea); qui su Via Lepsius dovrà accontentarsi di pochi paragrafi scritti di getto e a carattere sentimentale e impressionistico: è una matita mentale quella che sottolinea passaggi del testo e vi scrive note a margine, sbreghi nella carta che, nell’asettico digitare alla tastiera del computer, perdono la loro consistenza di grafite usata per impadronirsi di un libro. Ma che quel libro transiti in questo spazio e vi porti i suoi umori, odori, suoni, luoghi, persone.
Interessante è che un editore, pur poeta e scrittore “in proprio”, senta a un certo punto (e contro il suo carattere riservato e certo non esibizionista) di pubblicare delle pagine rimaste per anni private – forse accade che, in un certo tempo della propria vita, si ha desiderio di spiegare a sé stessi e agli altri da dove si proviene, oppure solo la scrittura sa restituire un’unità sempre sfuggente all’io, dargli un consistere che spiega la storia di molti di noi, una storia interiore nella quale la cultura ha un ruolo fondamentale, diametralmente opposto e nemico di ogni finalità pratica, mercantilistica, utilitaristica.

 

Il tempo del consistere, L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2017

 

 

(Segnalibri) Nanni Cagnone: Ingenuitas