Del caffè di Châtillon en Diois e di altri luoghi

 

 

Questo poema, cominciato a Die nella Drôme, è dedicato a Yves, Elma e Giulia. I luoghi sono Die, Châtillon en Diois, Saillans, Crest, l’Abbaye di Valcroissant, i fiumi Drôme e Bez che vi appaiono più o meno trasfigurati, così come caffè e case pur realmente esistenti. Le persone sono quelle incontrate, nella realtà o in sogno, durante i pochi, splendidi giorni di Pasqua a Die; il “filosofo-mathématicien” è Marcel Légaut.
Questo poema vuol essere un nuovo omaggio alla Francia e un ringraziamento per l’ospitalità squisita offertaci dal Poeta della Lingua-Spazio e dalle persone ch’egli ci ha fatto incontrare.

Proprio mentre terminavo di scrivere questo poema Yves Bergeret pubblicava sul suo blog un bellissimo testo che ha al centro i due fratelli carpentieri e una delle case (quella della trave portante) della quale anch’io scrivo nel mio poema:  Le Bois de vie.

E il 18 aprile Yves pubblica il mio lavoro, da lui tradotto, in francese: e della sua generosità lo ringrazio ancora: Carnet de la Langue-Espace.

 

Il barista ex-clown ex-trapezista
saprebbe raccontare centinaia di storie
se l’avventore, entrato per un caffè,
glielo chiedesse.

Chi guarda i muri foderati di sbiadito legno,
i tavoli degli Anni Cinquanta,
le fotografie in cornice da un circo
ormai dismesso
potrebbe intuire che quell’uomo sta, in realtà,
sulla soglia del poema.

S’intravede alle sue spalle,
tra la teca delle brioches e l’orologio a muro,
il tempo pendolare della scrittura.

C’è un torrente che irrompe
impetuoso da una gola rocciosa
come fa talvolta la scrittura
dopo lunghi tempi di secca e d’attesa
e il tempo si riapre in tempi
e i tempi fitti s’intrecciano,
vannerie della parola.

Sedersi con il matematico-filosofo di Valcroissant
sul margine del pascolo
e vedervi giungere una famiglia
di saltimbanchi e comici dell’arte,
dividere con loro un pane cotto
nel forno dell’Abbazia
e poi distendono stuoie di lana per terra,
attorno al fuoco si rannicchiano a dormire.

La luce al crepuscolo illumina ancora
le pietre grigie dell’Abbazia, il rosone,
i gradini, il viso del filosofo-mathématicien
i cui occhi
molto hanno letto e molto vegliato
in preghiere vaste secoli, in pensieri
privi d’inimicizia.

È allora che l’ex-clown e trapezista,
guardiano del poema,
come dinoccolato danzando
sui displuvi del tetto afferra la luna
ai lati tirandola a sé
vi si ficca dentro ridendo
vi fa dentro mille capriole
vi s’appende a testa in giù.

Perché c’è una trave portante,
ben fatta, splendida di ben lavorato legno,
una trave da sposare a muri
antichissimi, c’è un gran tetto
da riparare e riassestare:

due fratelli carpentieri capaci
di sollevare l’immane trave
fino al vertice solare del paese
(“a scuola ci annoiavamo”, dice l’uno)
(“l’antica casa strapiena di cose era scatola di sorprese”, dice l’altro)
invitano il guardiano del poema
a passeggiarci sopra
a farci ancora salti e capriole boccacce e galanti inchini

– e c’è un richiamarsi di pietra con pietra
cavata ognuna dalla montagna,
di pietra con legno, c’è la vita
(sacra) di fontane nel centro dei villaggi
per la sete di bestie e di uomini,
per la pulizia di vesti e utensili,
per il dissetarsi della mente
che guarda l’acqua sgorgare e scorrere
da cannelli antichi, dentro vasche
di lavorata pietra, lungo canaline
che l’acqua restituiscono alla
terra.

Tu lo sai: ogni fessura nella vasca
dell’alta fontana, ogni intermessura
nell’acciottolato, ogni vetro
d’antica finestra ricorda l’arrivo
di camionette militari
i maquisards asserragliati sulla montagna
(non è storia passata: è fiato nell’oggi),
i rastrellamenti
e le fucilazioni.

E la scrittura che ascolta la nobile
signora squisita ospite raccontare della Résistance,
si scalda al sole del primo pomeriggio,
si lascia condurre da lei,
l’altra guardiana del poema,
per sola virtù di parola umana e narrante
lungo le strade di Francia
dentro case di pietra antichissime
e così tu impari: mai sottomesse,
mai serve le genti di queste valli
e di queste montagne, sapienti
di generazione in generazione,
fedeli agli insegnamenti della montagna.

Il Poeta della Parola-Spazio
che ha i sentieri d’alta montagna
e le pareti verticali come
pagine dove scrivere il respiro
dell’aperto e del vasto
racconta luoghi e persone –
la sua casa segnata di passi
e solchi di generazioni e generazioni
in cima a una scala lunga
e stretta s’accampa dentro mura
millenarie si sospende
su di un arco
e il vicolo sottostante ha luce
di attraversamenti.

Ancora travi (quelle portanti,
quelle traverse, le centinaia di listarelle
inchiodate a formare il soffitto della stanza)
per una casa lavorata
palmo a palmo da mani sapienti
(commuove sempre la sapienza
delle mani): ancora un moto
pendolare da qui di nuovo a Valcroissant.

Tortuosa la strada,
ma l’eremo sa essere nel cuore
della comunità, della storia.

Le stalle addossate all’Abbazia,
il pagliaio e la legnaia.
Il filosofo-e-matematico viene a vivere qui,
la famiglia e pochi amici con lui:
il lavoro (che sporca le mani
e lascia puzza nei vestiti)
alimenta la mente, infuoca
la riflessione.

Ché si tratta di trovare vie nuove al pensiero,
palmo a palmo coltivarlo,
spalancarlo nel silenzio che
di notte fino all’alba sale alle
creste abbuiate delle montagne,
che dall’alba lungo l’arco
della mattinata discende sulla valle
aperta, poi nel pomeriggio s’addolcisce
toccando prati che furono intrisi
del sangue dei maquisards.

Occorre una libreria
e un atto libertario, il luogo
cui i libri arrivano per essere
offerti a mani golose di lettori
che li aprano, li sfoglino…

Il paese ha balconi e finestre
spalancati alla luce, un fiume
entusiasta d’esistere
e ancora una fontana dove
il passo della sete è
quello della lettura.

Occorre un caffè popolare
dove la gente parla di politica
e di mestieri, di raccolti e di lotterie.
L’ex-clown trapezista non viaggia
da decenni, passa uno straccio
umido sul bancone e certo ricorda
il furgone Citroën giallo col quale arrivava
la posta:

vi scrivo da luoghi dove
i potatori si trasmettono un mestiere
antico di millenni
e tagliare per diradare significa
dare forza alla vita.

Dipingerò le imposte di tenue verde,
pianterò un olivo nel grande vaso sul balcone,
olierò i cardini della porta,
riempirò la caraffa d’acqua
e comincerò a scrivere sul tavolo in cucina.

Il formaggio ha il sapore sapiente
dei canestri di giunco, il pane
la fragranza dell’intelligenza.

Una casa (tu lo sai) non è
nei numeri del catasto, ma nel libro
contabile del carbonaio e nel profumo
degli armadi che l’ebanista costruì
inchiavardandoli nelle nicchie del muro:
piano dopo piano, fino al colmo
del tetto, finestra dopo finestra, fino alla cimasa
a tripla ondulazione, un camino
in ogni stanza, i ballatoi
sospesi e i gradini di sonoro legno
a ritmicamente salire
lungo gli anni, i lustri, i decenni…

… o a scendere
fino agli archivolti delle stalle e
delle cantine, città inabissata di
canali, corridoi, frantoi ipogei, muri
mezzani, fornaci.

Una lanterna magica proietterebbe
ora esilissime siluette di clowns
trapezisti o di matematici sorboniani
e pianisti non su oscurate pareti
ma sul palmo della mano che
scrive e scrivendo restituirebbe
la mano quelle voci, quelle smorfie
del volto alla pagina
crocevia di transiti:

minimi cimiteri familiari
in aperta campagna segni ben
visibili dai secoli delle guerre di religione;

slanciate tettoie a proteggere forni
da dove comincia la distillazione
della lavanda;

la guardiana del poema, ancora
ragazza, mentre impara a scrivere
su di un quaderno copiando da un sillbario
e per questo il mondo, appena
nato, vi s’addensa tutto
e tu ringrazi: ogni nuovo poema
è atto di gratitudine per il mondo
appena nato.

Per andirivieni spasmodico proprio
il mondo
nuovo a ogni creazione, antico
a ogni sguardo,
viti ben potate all’intorno
e ogni volta la lingua si fa spazio –
lo spazio si rifà lingua:
al mercato accanto alla Cattedrale
la venditrice di spezie
il fabbricatore di saponi
l’intrecciatore di giunchi.

La luna di iersera s’è frantumata
nelle lampade esposte in una vetrina
e nella vannerie di sporte esposte nella piazza:
gli amici archeologi reduci dalla
campagna di scavi in Kurdistan
raccontano la derivazione del pensiero
dal desiderio di spazio e di volo,
dalla neve che, aspra eppure
complice, aiuta a varcare la frontiera.

L’avventore, che seduto a un tavolo
sorseggia il suo caffè,
guarda di sottecchi il barman ex-clown
e l’uomo pallido, assorto
nella melancolia del giornale, suo
cugino: è sempre questione di frontiera,
pensa, qui la frontiera corre
tra l’ostinato viaggiare del circo
e la fissità della strada dipartimentale
che taglia in due il paese –
tra l’amministrare un semideserto caffè
di provincia e il desiderio d’andarsene
in un qualche non-dove.

Ma tu, tu hai bisogno di passeurs affidabili
ora che la frontiera torna a correre
tra risorgente fascismo e parola:
hai con te, nella sacca di stoffa,
Char e Giacometti, Reverdy e Picasso,
Thierry Metz e Jerome Rothenberg,
doni tutti del Poeta amico carissimo,
tua figlia ha raccolto per te

ciottoli bianchi dal letto
dei fiumi selvaggi della regione,
riconvochi ancora il guardiano del poema

che nulla sa di letteratura
ma della vita e dell’amore sa,
della brusca lacerazione della morte,
dei troppi congedi

ed egli, asciugando un bicchiere
ultimo rimasto da una partita
di molti anni fa, lo appoggia capovolto sul ripiano
proprio tra la teca delle brioches
e l’orologio a muro.