Breve saggio sui “cavallini” di Zoran Mušič

di Antonio Devicienti

 

 

L’artista che ha fatto esperienza del campo di sterminio non si ferma a quell’esperienza, per quanto essa possa parere definitiva e insuperabile. Ultima.
Mušič giunge a Venezia dopo la guerra, la luce lagunare lo avvolge, lo convince a un esistere capace di trovare nostalgie e malinconie che lo riconducono verso una Dalmazia interiore – perché è vero che la patria / matria di un essere umano è un territorio interiore stratificato d’immagini, mitologie, nostalgie.
L’invenzione della propria terra è un viaggio della mente che dura decenni, è migrare del pensiero: la propria terra è un a priori che, però, rimane sterile e immobile se non viene abbandonato per essere trasformato nella terra in fieri della propria interiorità.
Dalmazia interiore, immaginifica, di delicatissimi colori e di forme dolci, accoglienti.
I cavallini si muovono insieme, perenne il loro andare, manti e sfondi e terreno in modulati gialli, beige, azzurri, ocra, delicati marroni, bianchi (Mušič modula e varia anche i bianchi che, al contrario del diffuso pregiudizio, esistono in differenti gradazioni e riflessi, perché è l’occhio a vedere, non il colore a esistere già definito e definitivo).
E, coerenti con la Dalmazia interiore, ci sono una Venezia e una Laguna interiori e un Mediterraneo interiore: il maravigliante crogiuolo mediterraneo genera le donne dalmate, sempre ancora i cavallini in marcia, sotopòrteghi veneziani (su di essi tornerò a riflettere a breve) e il dilatato spazio della Laguna e di Marghera.
Camus e il sole di Orano; Ritsos e il campo di prigionia di Makronissos; Mahmud Darwish e l’esilio nella propria stessa patria; permane l’impressione che questi artisti-fratelli abbiano lasciato echi nelle immagini di Mušič, il quale disegna e dipinge, all’inizio della propria ricerca esistenziale e artistica, quei volti e quei corpi offesi e deformati dalla morte violenta nel campo di sterminio: poi il Mediterraneo, esso stesso violentato e tragico, giunge a manifestarsi con la sua forza vitale, trapassa in immagini delicate ma non immemori del dolore, talvolta fiabesche ma non dimentiche della storia – la storia viene anzi attraversata e restituita in questa forma peculiare di Dalmazia, Venezia e Mediterraneo interiori. E non ho difficoltà a riconoscere nelle pagine di Predrag Matvejević numerosi tratti comuni con l’opera di Zoran Mušič: la civiltà stratificatissima dei popoli mediterranei si rispecchia in segni alfabetici che diventano parole e in tratti grafici che diventano immagini risplendendo di un’attesa di pace e di riconciliazione.
I cavallini sempre in marcia e sempre in transito, dicevo: ma anche le figure umane che s’intravedono nei sotopòrteghi, le visioni delle facciate veneziane (e anche quelle del Canale della Giudecca o della Laguna a Marghera) non sono mai immobili, animate bensì da un movimento continuo, ch’è poi quello dell’acqua e dell’esistere, della luce lagunare e del volo degli uccelli marini – aggiungerei che Mušič restituisce alla città quello che il turismo di massa le sottrae: l’attenzione per la vita quotidiana in una Venezia non ridotta a cadavere putrescente di sé stessa né a gigantesco supermercato per turisti.


Le figure che s’intravedono nei sotopòrteghi sono in attesa o in cammino, riecheggiando il moto dei cavallini, ma in un contesto urbano (seppure particolarissimo qual è quello veneziano). E mi piace pensare che il sotopòrtego con il suo accesso profilato da due pilastrini portanti la trave orizzontale in grigia pietra d’Istria o in legno sia soglia e accesso, immagine dell’opera d’arte stessa che vive nell’illusione d’essere soglia (anche Schwelle di celaniana memoria) a stadi ulteriori del pensiero.
Ritrovo in alcuni versi di Domenico Brancale ragioni capaci di confermare la significanza dei cavallini di Mušič:

Ma come rispondere al presente?
Scendendo in sé. Questo è stato indispensabile.

Dinanzi alla porta dalle venature marcate
finalmente sono usciti dalla corteccia che li vuole dentro.
Nessuna vergogna copre il loro volto.
I corpi hanno saldato l’enorme debito col dolore.

(da Per diverse ragioni, Passigli, Bagno a Ripoli, 2017, pag. 57):

si tratta proprio di rispondere al presente che c’interroga ponendoci spietatamente innanzi a noi stessi – “scendere dentro di sé” lo fece l’artista sloveno ritrovando quella Dalmazia interiore di cui parlavo poc’anzi e la “porta dalle venature marcate” richiama alla mente la Cattedrale del 1984: ancora una facciata, una soglia, un confine tra qui e là, tra fuori e dentro che non contraddice né nega le piane orlate di colline e di montagne sulle quali trottano i cavallini, perché il Mediterraneo interiore dell’artista sloveno è materiato di edifici dove Occidente e Oriente s’incontrano armonizzandosi, di specchi d’acqua, di animali dal variegato manto o piumaggio i quali trascorrono traverso spazi visionari.

Non so se esista un’analogia tra i cavalli di Franz Marc e questi di Mušič, tra i profili del paesaggio ad Antibes o ad Agrigento di de Staël e questi veneziani, tra l’Oriente di Matisse e l’Oriente veneziano-dalmata di Mušič; so per certo, invece, che questi accostamenti cercati dall’occhio e dalla mente (ma penso anche ai manoscritti ottomani e ai paesaggi di Piero di Cosimo) (ai corredi per le nozze delle antiche donne mediterranee e alle modulazioni del canto d’amore greco) deflagrano dal punto preciso in cui i cavallini appaiono nella loro verità: essi non suscitano piacere estetico (sterile e transitorio), sì invece evocano la forza persuasiva dell’opera quando quest’ultima riesce a essere necessaria per motivazioni storiche e culturali:
trapassano davanti allo sguardo i cavallini, procedono dal campo di sterminio verso un tempo non ancora pacificato né riconciliato, impastati di segno e di colore domandano e non consolano, sono in marcia, transumanza per regioni che sanno l’orrore, che aspettano atti umani, la cura del pensiero nei confronti della terra.