Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: maggio, 2018

Il testamento di Bernhard

 

Sepp Dreissinger, dalla serie “im Kaffehaus”: Thomas Bernhard, Café Bräunerhof 1988.

 

Con disposizione testamentaria Thomas Bernhard vieta la ristampa dei suoi libri e la rappresentazione delle sue opere teatrali in Austria dopo la propria morte; dovranno passare quasi dieci anni (febbraio 1989 – luglio 1998) perché tale disposizione venga, in qualche modo, mitigata.

 

 

“L’ultimo colpo da maestro”
“l’ultima messa in scena della propria morte”
commentano i giornali.
A leggere il testamento è chiaro che
Bernhard vieta edizioni del suo lascito, riedizioni e rappresentazioni
“entro i confini dello Stato austriaco”.

È lo Stato, ancora, il nemico se
la genìa immonda di burocrati
nazisti e neonazisti
l’ottusa ignorante cieca schiera
di politicanti e funzionari
di apprendisti stregoni del massacro

che odiano la libertà delle persone
la bellezza eretica del genio
l’eversiva presenza dell’arte

se il vampiresco potere in esso incarnato
il suo mortale controllo
la sua occhiuta presenza

distruggono e violentano.

No: non mette in scena alcuna provocazione
Bernhard
con il suo testamento –
ma
fedele alla sua indomita scrittura
getta ancora
il proprio disprezzo e odio
in faccia a chi avrebbe tentato di santificare il suo nome
rendere inoffensiva
la scatenante potenza del pensiero.

 

 

La trapezista

 

Fermo immagine da “Il cielo sopra Berlino”.

 

Se sale sul trapezio
s’illude di staccarsi
dalle miserie quotidiane:
sa d’illudersi
e con sé porta fino al vertice
altissimo del tendone o del teatro
la flessuosa armonia di gambe e braccia,
lo scatto che inarca la schiena,
l’elastica torsione del bacino,
nella testa quella poesia di Lorca dedicata al torero:
s’arriva molto in alto con una poesia
in testa
e le prese da trapezio a trapezio,
audaci e matematiche,
risplendono.

In troppe piazze di periferia ha visto
W IL DUCE verniciato sul muro
o sulla panchina di cemento:
torna a comparire, violenta,
la croce uncinata o la celtica
sul palo della luce, sul marmo
dov’è il nome della strada.

Ogni sera sale al trapezio
lungo l’ondeggiante scala di corda
e spera di discendere dentro cuori
induriti, dentro occhi
che hanno smesso di guardare.

 

 

Dittico d’omaggio

 

 

IL VOLO DELL’ANGELO (per Amelia Rosselli)

Non mi bastava la luce nera del Merisi, dovevo
contendere alla notte il silenzio foderato
di melancolia, ascoltare voci parlarmi
da belliche distanze – e non è detto che la guerra
non duri anche dopo.

Non volevo specchi per guardarmi,
né balocchi per consolarmi,
il male di Woyzeck era il mio
e un coltello lordo di sangue non lo lava
l’acqua e nemmeno l’estro scrittorio:
se laceri il velo del mondo
sconti quel sangue che fiotta
e non hai scampo.

L’insegna al neon d’una trattoria è sole di mezzanotte
se Roma sta,
sospesa tra inverno tardo
e l’ultima canzone di Tenco.
Non mi bastava il rosso-corallo di Rothko
campito sulle banderuole segnavento
del sonno, dovevo
slanciarmi in un volo
e il retrobottega fabbricare un grido solo.

 

 

LA SARTA (per Assunta Finiguerra)

Questo mestiere l’alimento e lo pago
col fuoco. Veloce, veloce, ve
loce
l’ago a infilare e sfilare l’ago
una camicia d’avvelenante amore
dentro e fuori dentro e
fuori
mentre scende la luna di porpora
nella gola del paese
e superbo mio servaggio alla ribellione:
una biro dall’orlo smangiucchiato
reclusoria mestierante la stanza di sarta
dove bevo vino con il sale
foglio di quaderno sgualciucchiato
questo vaneggiare d’amore lo dico e lo pago
con mestiere che si porta via gli occhi
non dalle viscere l’arte mia
ma
dal cervello del disamore:
una camicia per il padre
una per l’amante
bevo l’inchiostro del caffé
tendo il refe a conquistarmi il sole.

 

 

Via Lepsius si oppone a qualunque deriva fascista, razzista e antieuropeista

Cari amici,

ho appena firmato per la campagna: Io sto con Mattarella

La questione mi sta a cuore e mi piacerebbe che ci fosse anche il vostro sostegno. Ogni nome che si aggiunge alla lista rafforza la campagna e ci avvicina al cambiamento che vorremmo vedere.

Firmate anche voi e aiutatemi a diffondere la petizione:

https://www.fare.progressi.org/petitions/io-sto-con-mattarella-1

Dopo la firma girate questo messaggio ai vostri contatti, bastano cinque minuti. Ci aiutereste a raggiungere migliaia di persone in poco tempo.

Mille grazie.

Antonio

Breve saggio sul saggio

 

 

Avrei potuto titolare “breve saggio sulla felicità di scrivere saggi”, ma il titolo apparentemente tautologico e quasi claustrofobico mi serve per costruire un testo che, invece, suggerisca quanto necessario sia comporre un saggio che non abbia una tesi già precostituita da sostenere, ma che, appunto, saggi varie direzioni, riuscendo a diventare felice proprio nel momento (o nei momenti) in cui la scrittura è atto di scoperta, incanalandosi verso orizzonti poco prima inaspettati e insospettati.
C’è disperato bisogno d’una mobilità e d’una libertà del pensiero, d’una migrazione continua del pensiero da un territorio all’altro e, migrando, il saggio si sottrae al dominio del pensiero unico, attiva dentro di sé gli anticorpi naturali contro l’accademismo, il conformismo, il dogmatismo.
Si possono scrivere saggi solo camminando e viaggiando, solo mutando continuamente orizzonte, cercando connessioni anche lontane, mai fidandosi delle proprie certezze le quali, spesso, sono invece dei pre-giudizi che, saggiati, debbono poi perdere valore per condurre la mente a quella libertà (talvolta anche spregiudicatezza) di visione necessitata da un camminare saggistico non fine a sé stesso, ma conoscitivo.
Necessitata libertà: ecco, in quest’apparente ossimoro riconosco la nobiltà e l’efficacia del pensiero umano che esige una libertà non già precostituita e data, da conquistare e riaffermare, quindi, e, in ogni caso, necessitata dalla stessa natura dell’atto del saggiare il quale ultimo sarebbe, altrimenti, fatto puramente formale e nato già morto.
Il saggio quale lo vado esercitando su queste pagine è scrittura che parte dal desiderio di sviluppare un tema e che, quindi, va distendendosi sul foglio parola dopo parola, anche godendo del piacere di articolare le proposizioni, di scegliere i vocaboli, di architettare la sintassi secondo pesi e contrappesi, per variazioni e rimandi.
Quando do avvio a un “breve saggio” non so mai dove andrò a concludere, ma mi affido a un camminare sui sentieri della scrittura, ho fede nella forza associativa, analogica, inventiva delle parole, seguo concatenazioni tra luoghi, testi, ricordi, musiche…
La felicità del comporre un saggio risiede sia nella sua riuscita sia, semplicemente, nella gioia ch’esso può dare al suo estensore e al suo lettore anche per quello svincolarsi da generi specifici e nella sua migranza, piegandosi a molteplici metamorfosi. Il saggio nega, per sua stessa natura, ogni forma di monoteismo e di autoritarismo, è consustanzialmente eretico, discolo, incline alla sensualità e al paganesimo, al dubbio (ma non sterile né nichilista), all’ironia.
Il saggio come qui l’intendo è l’atto d’amore di Don Giovanni per il mondo (non conquista – lasciamo il catalogo a Leporello, il servo che banalizza e non comprende – ma amore e curiosità), il suo musicale corteggiare il mondo prima che la morte, l’ineludibile, chiuda il sipario, spenga le luci.