La passeggiata di Kafka

di Antonio Devicienti

 

 

Questo poemetto è dedicato al carissimo Yves Bergeret in partenza per Praga.

 

L’orologiaio di Staré Město ha
un occhio di vetro e una bottega dove,
nell’attesa di clienti, costruisce
automi meccanici. E pensa che
la vista molto più acuta gli s’inabissi
traverso l’occhio mancante
fino a raggiungere i sotterranei
immaginari di Praga.

Il suo amico più caro, compagno
di banco fin dalle elementari,
disegna a inchiostro di china le centinaia
di sequenze per i cartoni animati della tivù di Stato:
passa a trovarlo ogni pomeriggio
scendendo dal tram che gli apparecchia
il dopolavoro.

“Credo non sia rimasto a Praga
nessun Kafka dopo la deportazione
e la fine della guerra” dice
l’orologiaio al Poeta che gliel’ha chiesto
e getta un’occhiata all’amico –
giocavano con una Kafka nel cortile
della scuola, ma nessuno dei due
lo dice: forse
certi ricordi vanno protetti col pudore
del silenzio, con l’apparente dimenticanza
della ferita ancora aperta, che sanguina.

Ma non si è mai stranieri a Praga
se l’occhio della mente cerca, cerca
ed è capace di vedere:

l’orologiaio e il disegnatore decidono che
l’ospite merita una risposta:

l’amico dei disegni animati
attraversa rapido la propria mente
si ricorda del fotografo senza un braccio.

L’orologiaio vede l’amico estrarre
matite e fogli dalla borsa di cuoio,
gli sgombera il bancone, accende
la lampada a incandescenza:

“Anni fa incominciai a disegnare
un cartone per mio diletto: ecco,
così, in bianch’e nero: Mála Strana,
il Týn, il Castello, ecco il luna park
in periferia, il tram, i bimbi nel
cortile
della scuola –
vede, sfondi per le passeggiate di un
fotografo che ha un solo braccio,
perché il disegno animato racconta delle sue
giornate a fotografare Praga”.

Ha una manica penzoloni
infilata nella tasca dell’impermeabile,
il treppiede porta in cima una camera
Kodak, enorme. L’ometto
dalla barba trascurata si muove
veloce e l’ospite segue
i movimenti rapidi della mano che
disegna, ridendo dice “conosco
quest’uomo, lei disegna una storia
vera” –

vero è, a Praga, l’arrivo dell’
agrimensore che chiede accesso al Castello,

vero è un bambino anziano che
disegna film animati per la tivù di Stato,

vero è un poeta che abita il mondo
segregato sull’isola di Kampa,

vere le ombre nascoste nei muri
a carpire conversazioni e spiare sguardi,

vero il sottotetto della Sinagoga Vecchionuova
dove Rabbi Löw nascose i Golem:

e l’orologiaio costruisce congegni
perfetti per i suoi automi
e l’amico disegna omini
geniali per strisce animate dove il mondo
ha alberi pensanti e pietre volanti

Wunderkammer da percorrere
in lungo e in largo è Praga:
città labirintica di scantinati
e gallerie

androni scale
sottotetti

dal basso verso l’alto
dall’alto verso il basso

la notte nel giorno.

“Lei ha capito, signore” dice
l’uomo bambino dei disegni animati:
“sapesse quanta realtà entra
nel mondo fantastico
dei disegni animati…”

ed ecco il geniale fotografo monco
diventare un ometto in soprabito
e bombetta scuri, disegno dopo
disegno, strada dopo
strada, Praga dopo
Praga.

“Perché, gentile signore” dice
l’orologiaio “corridoi lunghi secoli
conducono da una Praga
all’altra”

: prende dal retrobottega
un automa, lo siede sull’alto sgabello,
gli accosta al foglio bianco la mano
che regge la penna,
gli gira la chiave dietro la schiena
e la statua mobile comincia a disegnare:

è Kafka lo scrittore in groppa
all’enorme insetto Gregor,
le volte vertiginose della Cattedrale di san Vito,
le stelle buie nella camera della scrittura:

accensioni delle emulsioni al platino
sulle pellicole nella camera oscura:

guardare Praga dall’alto, lo scrittore insonne
in groppa all’insetto dalle ali di parole,
la rapida sosta e le zampe avvinghiate
a una delle torri della Signora del Týn,
lo slancio per ripartire, la vertigine nel
guardare la Vltava e poi il Braccio del Diavolo:

ora anche il Poeta ha preso dalla sua borsa
pennelli e tubetti di colore, scrive
e dipinge
e l’orologiaio e il disegnatore, ammirati,
guardano:

est-ce que vous me permettez de vous suivre,
monsieur Kafka?

Un cenno d’assenso e Kafkagregor
attraversa il Ponte di Carlo, sale verso
il Castello

il Poeta (ha una gamba che zoppica,
ma rapido e vivace è il pensiero,,
possiede forza creatrice capace di comprimere
il tempo – spalancare poemi)
scrive le parole dell’andare, quelle
del creare:

guardare Praga magica, viscere d’Europa,
è indicare le tappe dell’andare:

questa fu la casa di Holan, quest’altra
quella di Hrabal, questo è il caffè Viola,

(ancora il notturno Amleto ha figura e voce di Radovan Lukavský)

qui arsero sul rogo Jan Hus
e qui rastrellarono gli Ebrei per i campi
di sterminio:

ricordi Jan Palach e una primavera
che non fiorì mai più?

Oggi m’invitano un orologiaio vecchissimo
e il suo amico che disegna film d’animazione
per la tivù di Stato
a traversare il tempo
e il Poeta mio amico è con loro
mentre i turisti brucano il Ponte di Carlo
e la Viuzza d’Oro.

Ma giocavano con una Kafka nel cortile
della scuola,
l’orologiaio aprì bottega nella Città Vecchia
e pianse singhiozzando quando Hitler sfilò
nelle strade luttuose di Praga –
soffocata la città sopravvisse,
coraggiosa e vitale, fino al ’68 e oltre,
fino ai carriarmati e oltre.

“Ho visto Kafka prendere il tram notturno
ed entrare in un film a disegni animati”
dice l’anzianissimo bambino disegnatore
mentre l’orologiaio apre lo sportellino
nella schiena dell’automa e sostituisce
un disco di metallo: ecco, ora
la statua semovente disegna
Kafka che disegna sottili omini
d’inchiostro.

I tram di Kafka percorrono
in lungo e in largo
le esaltazioni desertificanti dell’ultraliberalismo
i neri tunnel del fascismo
l’orbita cieca dello stalinismo

(Propast stále padá dolů jícnem vzhůru
L’abisso non smette di precipitare mentre il fondo sale)

la storia è una colonia penale senza uscita,
sembra, mais nous ne nous laissons pas faire, mi
ripete spesso il Poeta
geniale camminatore e scalatore –

si cammina dentro la scrittura, sempre,
e nella scrittura l’orologiaio gentile offre
una tazza di caffè,
le matite del disegnatore rientrano nella borsa
di cuoio:

giocavano con una Kafka nel cortile
della scuola, le statue
di Karlův Most ticchettavano
il tempo,
il Poeta viaggiatore saliva su di un tram
da dove Praga è una sequenza mozartiana
di binari che, innestandosi l’uno all’altro,
diventano Dresda, diventano Vienna,
fino alla foce dell’Elba, fino alla foce
del Danubio.

 

NOTA: l’orologiaio e il disegnatore sono figure inventate; il verso in ceco è tratto da Mozartiana di V. Holan, la traduzione in italiano è di Sergio Corduas; le definizioni “Praga magica” e “viscere d’Europa” sono, naturalmente, di A. M. Ripellino; le foto in bianco e nero sono di Josef Sudek, “il fotografo monco” del testo; la foto a colori è un fermo immagine dal film “Hugo Cabret” di Martin Scorsese.