Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: Maggio, 2018

Breve saggio sul camminare

 

Giuseppe Ugonia, la Chiesa della Commenda a Faenza (litografia, 1940).

 

(L’idea di questo scritto deriva da uno splendido e vibrante intervento di Jonny Costantino pubblicato sul Primo amore: L’Austria di Bernhard specchio dell’Italia di oggi).

 

: ma, più che un saggio, scriverò un elogio del camminare, anzi un doppio elogio di un doppio modo di camminare: l’andare a piedi (ma, anche, integrando il camminare, quando necessario, con un tragitto in autobus o in treno, in automobile o in bicicletta) e lo scrivere (sempre rigorosamente a mano).
Tutte e quattro le estremità del corpo accompagnano la mente nel suo andare traverso i paesaggi del mondo e del pensiero – ma paesaggio (Landschaft) suggerisce l’idea di uno sfondo al camminare e allo scrivere, all’andare e al dispiegare la sintassi della lingua; sia invece da subito chiaro che il camminare e lo scrivere s’immergono nel paesaggio (naturale o urbano, non importa) per riconoscerne il respiro e a esso accordare il proprio. Camminare e scrivere non vogliono impossessarsi di nulla (possesso è violenza e tracotanza), desiderano invece attraversare e farsi permeare da quello che vedono e sentono.
Gratuità del camminare, gratuità dello scrivere: qui si riflette, infatti, sul camminare che non ha altro scopo se non sé stesso e il piacere che ne deriva, insieme con un senso insostituibile di libertà e di curiosità nei confronti di tutto ciò che è “fuori” del soffocante io. Allo stesso modo lo scrivere immerge la mente in paesaggi del pensiero (i quali spesso rimandano ai paesaggi dentro i quali abita o che attraversa il corpo) e in tal caso la capacità architettonica e immaginativa della mente, che si manifesta tramite la lingua (e che dalla lingua è anche determinata, o almeno condizionata) si dispiega in atto di creazione.
Camminare implica attenzione e scoperta, insieme con un atto eretico e libertario: il sottrarsi al condizionamento produttivistico e consumistico – ché camminare è riconquistarsi la libertà all’interno di un sistema opprimente e oppressivo – perché camminare al solo fine di camminare si chiama fuori dalla logica ferrea del produrre e del consumare: il tempo del camminare è sottratto al tempo della produzione e del consumo, è rallentamento e dilatazione dell’attenzione, nulla ha esso a che fare con la capitalizzazione monetaria o con il consumo di prodotti, ma, al contrario, camminare è, scientemente e programmaticamente, tempo posto fuori e contro la logica economicistica (- e camminare senza telefono cellulare né computer).
È bene però distinguere il camminare quale libera scelta e il camminare quale moda (penso al Camino de Santiago o alla Via Francigena, per esempio, che hanno cominciato a coinvolgere molte persone – non tutte! – in quanto fenomeni di tendenza, quindi anch’essi generati e condizionati da meccanismi produttivistici): penso invece al camminare di Robert Walser o di Thomas Bernhard, al camminare comunitario di Antonio Moresco o al viaggio a piedi sino a Bordeaux di Friedrich Hölderlin (traversa la Francia rivoluzionaria nel cuore dell’inverno il poeta, sceglie di viaggiare a piedi, ha bisogno di quell’arduo, difficile itinerario…)
Assai problematico risulta, invece, il rapporto tra scrittura e produzione: scrivere, dicevo, è un tipo di camminare traverso paesaggi del pensiero e scrivere conduce, spesso, alla produzione di un libro, dunque a un prodotto per il mercato sottoposto alle regole dell’economia – è qui che si attua la divaricazione tra la gratuità del camminare e l’eventuale funzione mercantile della scrittura. È ovvio che una soluzione radicale possa essere una scrittura del tutto privata o, se pur resa pubblica, senza alcuno scopo di lucro; in tale direzione si apre la riflessione sulla circolazione di una scrittura del genere e sulle strategie attuabili (sempre che tutto questo sia possibile: io stesso, mettendo gratuitamente a disposizione dei lettori questo breve saggio in realtà favorisco e alimento i profitti della piattaforma wordpress e degli indotti a essa collegati) per sottrarre la scrittura al mercato.
Scrivere, camminare: avanzare passo dopo passo, ma anche tornare sui propri passi, pedetemptim andare, ma anche tornare indietro per cancellare e per modificare, per guardare di nuovo trovando magari qualcosa ch’è cambiato, o percorrendo un altro sentiero, attraversando un’altra piazza, imboccando un vicolo prima non visto.
Camminare e un taccuino tra le mani, alleati sostanziali la memoria, l’appunto, il disegno, la fotografia. Camminare è anche arricchire la memoria personale, tenerla desta, ricordare per raccontare; chi cammina è assuefatto al cambiamento, al variare degli orizzonti, dei punti di vista, recupera l’ancestrale nomadismo dell’essere umano. E la macchina fotografica usata come il taccuino: pochi scatti, concedendo tempo e lentezza all’atto di fotografare. E la mente come un magnetofono, per registrare suoni e dialoghi.
Che cosa, ancora, per concludere? Forse Arno Schmidt che cammina nella Brughiera di Luneburgo e il binocolo al collo, uno sguardo acuminatissimo dentro la lingua tedesca, quella necessità di dire l’offesa in una lingua violata e violentata.
Forse Dino Campana che cammina per l’Appennino tosco-emiliano con falcate nervosissime e affamate, esattamente come la sua scrittura.
Forse Antonio Machado e la sua Castiglia interiore, Juan Goytisolo e il labirinto urbano dell’antica Marrakech nella quale riconoscere le radici della propria cultura.
Forse Matsuo Basho lungo le strade del Giappone, Gastone Novelli lungo quelle di Grecia.
Forse Joseph Cornell in giro per New York a cercare materiali per le sue scatole come lo racconta Charles Simic.
Forse Yves Bergeret per il quale camminare e scrivere significa arrampicarsi in alta montagna (moto ascensionale del pensiero) o sulla falesia di Koyo insieme con quei posatori di segni che posseggono la sapienza dell’origine della civiltà umana.
Forse Fernando Pessoa il vagabondo di Lisbona e Walter Benjamin Wanderer prima berlinese, poi parigino.
E ancora: Sebald camminatore nel paesaggio inglese e corso, la scrittura mobilissima figliata da una mente mobilissima.

 

 

Breve saggio su Parigi

 

 

Eppure, nello spostarsi altrove dei centri culturali mondiali, forse addirittura nel loro smaterializzarsi per transitare in altre forme, Parigi rimane, almeno per me, non solo la “Capitale del XIX Secolo” secondo la felice definizione di Walter Benjamin, ma anche del tempo che mi è stato dato in sorte di vivere: questi decenni a cavallo tra XX e XXI Secolo.
La mia formazione civile, politica e culturale ha avuto luogo a partire dagli anni Settanta del XX Secolo e in una regione appartata nel già appartato Meridione d’Italia: la Terra d’Otranto.
So bene, allora, che il mio provincialismo mi condiziona nel continuare a eleggere Parigi a mia stella polare e preferendola di gran lunga a Londra e a New York: ma l’identità di una persona e di una scrittura si formano e cambiano secondo direttrici che improntano di sé quell’identità e quella scrittura fin dall’inizio e che rimangono ineludibili, pur mutando, talvolta inabissandosi, talaltra riemergendo.
Non dimenticherò mai la prima volta in cui percorsi per intero Rue des Écoles, passando davanti all’ingresso del Collège de France per affacciarmi poi in Place de la Sorbonne: il corpo accompagna la mente, a Parigi si possono percorre per ore boulevards e rues senz’avvertire stanchezza, in una sorta di trance durante la quale le gambe si muovono, gli occhi guardano avidi e la mente ricorda.
La mente ha accumulato per anni ricordi che consistono in nomi, in testi, in luoghi legati a quei testi e a quei nomi: il primo viaggio a Parigi è, allora, punto d’arrivo di un prolungato desiderio.
Chi vive in provincia cercando (talvolta con disperazione) legami vivi con i luoghi dove la ricerca artistica accade nei suoi risultati più audaci e avanzati, possiede questo movimento pendolare, ché la provincia, in gioventù vituperata e finanche odiata, chiarisce sé stessa, negli anni della maturità personale e intellettuale, quale vivace e inaspettato paradosso, fecondo: l’appartata solitudine, la distanza fisica dai centri culturali più attivi, l’immersione in un tempo che appare immobile e, pure, in lentissimo movimento, tutto questo consente un’esperienza non appiattita su di un unico, ossessionante presente, né sospesa dentro un’incessante sonnolenza.
È l’andirivieni tra la propria minuscola pàtria/màtria, finalmente accettata e compresa, e la capitale d’elezione, quel luogo capace di essere casa per la propria casa: ecco, così, sovvenire il verso di Paul Celan “dein Haus in Paris zur Opferstatt deiner Hände (la tua casa a Parigi luogo del sacrificio delle tue mani)” (dalla raccolta del 1952 Mohn und Gedächtnis – Papavero e memoria), ché, seppure in modo non altrettanto tragicamente radicale, anche noi, a partire dal momento in cui riconosciamo la scrittura come un destino, ci esiliamo e veniamo esiliati dalla nostra Bucovina interiore e, accogliendola in un dialogo costante con essa, andiamo ad abitare nella lingua straniera, ma senza ignorare che anche la lingua materna si fa ogni attimo straniera dal momento che in ogni attimo guadagniamo consapevolezza delle sue sprezzature e sinuosità e sbalordenti ricchezze: essa diventa lingua straniera nel momento in cui iniziamo a guardarla dalla distanza, ed essa si fa, in tal modo, ancora più espressiva e irrinunciabile – e Parigi offre, a un parlante italiano, la privilegiata vicinanza-distanza che sola può derivare da due lingue figliate dallo stesso ceppo.
Parigi accoglie secondo una sua vocazione originaria: città oscura e fetente, arroccata nelle due isole in mezzo alla Senna, come magistralmente la descrive Abraham Ben Yehoshua nel romanzo Viaggio alla fine del millennio, Parigi è e resta crocevia, attraente rovello, la medesima città del poeta-fuorilegge Villon e del poeta-flâneur Baudelaire, impronta di sé buona parte della cultura europea, per cui la conseguenza è che Parigi sconta tutte le contraddizioni di un’Europa ch’è stata colonialista e libertaria, rivoluzionaria e imperialista: dal centro fino all’estrema banlieue e viceversa è dato incontrarvi persone che portano dentro di sé le identità più diverse e anche contrastanti, la sofferenza di lunghi e irreversibili esili e la volontà di ritrovare sé stessi dentro una comunità così vasta e ribollente. Parigi è, ancora oggi, metropoli di dimensioni planetarie dentro la quale si consumano contraddizioni, conflitti, sofferenze e disagi che, dentro il nostro presente, anticipano un futuro intorno al quale riflettere.
Peter Handke elegge Parigi a sua residenza, come se la cultura di lingua tedesca possedesse, nei propri legami parigini, una linea di continuità da Heinrich Heine, attraverso Rilke, fino ai nostri anni; Leonardo Sciascia passeggia alle Tuileries, l’inseparabile Benson tra le dita, immaginando la Parigi del Secolo dei Lumi; nella sala di lettura della Bibliothèque Nationale Walter Benjamin prende appunti per il suo Passagenwerk; le strade preferite da Cortázar riverberano l’immaginazione inesauribile dello scrittore; Roland Barthes continua ad attraversare la strada per recarsi al Collège de France fino a quel maledetto giorno…