In morte di un sindacalista

di Antonio Devicienti

 

 

(per Soumaila Sacko)

 

Perché si uccidono i sindacalisti, i giornalisti, i preti (alcuni preti)? La risposta è ovvia: perché in terre di mafia essi sono scomodi, danno fastidio, rompono il muro dell’omertà, portano alla luce delitti, interessi illegali, progetti criminali.
Questa volta è stato ucciso un giovane sindacalista, come si suol dire “di colore” e, tranne le proteste dei migranti ch’egli assisteva, quel ch’è seguito è il silenzio.
Qui a Via Lepsius questo silenzio fa un rumore immane e conferma la situazione di un Paese (l’Italia, ma con essa l’intera Europa) imbarbarito e ormai esplicitamente razzista.
So che per tantissimi dei miei connazionali questa morte non ha significato, conferma, anzi, la pretesa verità secondo cui i migranti o, con termine divenuto ormai interscambiabile nel pericoloso pressappochismo linguistico in atto, i clandestini sono tutti coinvolti in affari loschi e malavitosi, che ce ne sono troppi e che pretendono di vivere a sbafo alle spalle degli Italiani.
Peccato che il giovane sindacalista e le due persone che erano con lui possedessero permessi di soggiorno legali, peccato che l’uccisione abbia, con molta probabilità, motivazioni anche mafiose (ma non solo).
Il silenzio del mio Paese intorno a questa morte mi scandalizza e mi spinge a reagire.
Esiste un odio sordo, molto diffuso e ormai non più celato nei confronti dei lavoratori africani presenti in Italia, i quali sono, spesso, tenuti in condizioni di vera e propria schiavitù: ma essi non hanno il diritto di lamentarsi, tanto meno di protestare, visto che noi Italiani, fin troppo generosi, li teniamo qui a godersi la vita e ancora non li rimandiamo a calci nel culo nel loro paese di merda. Ecco: questa violenza verbale che ormai sempre di più diventa violenza fisica si rivolge contro persone che raccolgono in condizioni antiumane i pomodori per le nostre squisite passate, le frutta per le nostre confortevoli tavole estive, le uve per i nostri raffinati vini. Queste persone (ma sono animali, pare) hanno il torto di non essere invisibili, di osare, qualche volta, pretendere dei diritti.
Invece è morto (assassinato) un sindacalista, è stato ucciso un ragazzo che cercava di aiutare i suoi compagni a drizzare un paio di lamiere per un ricovero di fortuna, è morto per mano mafiosa e per odio razziale un essere umano che aveva trovato il coraggio di non abbassare la testa. E, si noti, attivisti e sindacalisti vengono ammazzati spesso nel mondo (persone che difendevano i diritti di popoli indigeni o delle donne o l’integrità di territori o rivendicavano il diritto a un lavoro pagato con equità) per interessi legati a un’economia schiavista e criminale, dunque fascista e violenta. Soumaila Sacko muore in terre di mafia dove l’odio contro gli immigrati africani viene alimentato per distogliere l’attenzione dalla situazione reale (quelle terre sono esclusivo feudo mafioso e, in ogni caso, quei lavoratori servono per il lavoro nei campi, vengono arruolati dai “caporali” esattamente come fino a pochi anni addietro accadeva ai braccianti calabresi e pugliesi, campani e siciliani) e in un momento in cui la politica (anche alleata di dittatori e massacratori, speculatori e assassini) soffia sul fuoco, cavalcando un malessere diffuso e alimentando un’atroce guerra tra poveri della quale una parte di quei poveri (gli Italiani di un Sud sempre più disperato, rancoroso e povero anche da un punto di vista culturale, psicologico, umano) non si rende conto.
È morto un sindacalista, un altro figlio d’Italia macellato da una violenza che prelude ad altre violenze, che spinge ulteriormente il mio Paese in una notte tristissima e maleodorante di disonestà intellettuale e politica.