Il Tratto che nomina, la Dimora del Tempo sospeso, Francesco Marotta, una traduzione collettiva (II)

 

Sulla Dimora del Tempo sospeso è disponibile il secondo volume della traduzione del Tratto che nomina di Yves Bergeret; sinceramente non so se una tale opera (intendo il capolavoro di Yves, ma anche la traduzione in italiano che ha avuto in Francesco Marotta il suo formidabile motore e colui che, con caparbietà e passione inarginabile, ha tradotto la parte di gran lunga più ampia) troverà un interesse non limitato a pochi lettori – lo dico non con inopportuno moralismo né con amarezza, ma, credo, con lucido realismo: un’opera così ampia, articolata, complessa, che partecipa del poema, della ricerca antropologica, delle arti figurative, del diario, che è davvero capace di dischiuderci un universo di straordinaria raffinatezza e sapienza (quello del villaggio di Koyo, delle sue donne, dei suoi poseurs de signes, dei suoi bambini, dei suoi anziani, dei geni e dei demoni che popolano la falesia, degli animali e delle rocce e delle piante che ne costituiscono parte integrante, della sua oralità e della sua ricchezza di pensiero astratto e narrativo e figurativo) un’opera così ampia, dicevo, si situa come fieramente altra rispetto alla superficialità e alla disattenzione imperanti; un’opera di tal fatta ci pone innanzi a un universo, appunto, altro rispetto a quello poveramente eurocentrico e razzista e soffocante che stiamo meticolosamente edificando: Il tratto che nomina pretende che ripensiamo i parametri in base ai quali ragioniamo e concepiamo la nostra identità, ci obbliga a vedere una parte delle nostre radici (che sono anche africane e animiste) e che in questo periodo tentiamo di negare, Le trait qui nomme  ci dice, tra l’altro, che i migranti che condanniamo all’annegamento o che respingiamo verso porti più generosi portano dentro di sé un universo psicologico, culturale, religioso, relazionale, artistico di valore inestimabile, mentre tendiamo a vedere in loro soltanto una massa indistinta (di fattezze e natura animali) che tenterebbe di dare l’assalto al nostro preteso, amato benessere. E mi si lasci invece dire che vedo una miseria montante nel mio Paese e in Europa, perché non c’è benessere se si nega il valore assoluto della vita umana e la necessità fisiologica della cultura.

Yves mi ripete instancabile la sua fiducia nella parola, mi scrive ogni giorno che dobbiamo andare avanti, scrivere, denunciare, non cedere; penso che Francesco Marotta, la Dimora del Tempo sospeso e il manipolo di traduttori che Francesco ha raccolto attorno a sé, ostinati, lo vadano facendo.