Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: giugno, 2018

Breve saggio sugli oggetti inapparenti

 

 

È colma la nostra giornata d’oggetti e, alla lettera, non vediamo molti di essi, anche mentre li stiamo usando. Li usiamo, appunto, senza prestare loro attenzione, se non nel caso si rompano o manchino.
La bottiglia di vetro: al di là dell’enorme produzione industriale di questo contenitore, si dovrebbe talvolta riflettere sulla sua umile bellezza che, oltre a contenere l’acqua o il vino (o altra bevanda) si mostra, modesta e fedele, spesso sotto slanciata forma e capace di rifrangere la luce secondo gamme variabili, per cui sono la bottiglia e il bicchiere a convogliare la luce (elettrica o naturale) dell’ambiente, stabilendo strette relazioni tra vetro, liquido contenuto, luminosità circostante.
In verità non so se la chiave sia altrettanto inapparente, visto ch’essa serve per aprire o chiudere una porta o un cassetto costringendo il suo possessore ad accertarsi di averla con sé; essa è immagine privilegiata dell’aprire per accedere o del chiudere dopo essere usciti – in questo breve saggio desidero scrivere di oggetti che, proprio nell’atto di scriverne, sottraggo al loro status di cose fabbricate per un fine pratico, enfatizzandone la valenza simbolica e intellettuale: e allora associo qui la chiave alla soglia, ché solo quella chiave dà accesso oltre quella soglia se la porta è chiusa – come la scrittura che, in avvio, deve trovare la modulazione giusta per entrare nella pagina e attraversarla.
L’interruttore elettrico: in molte case ha funzione anche ornamentale, è stato scelto con cura quale parte dell’arredamento, spesso lo si pigia senza prestargli particolare attenzione – eppure partecipa anch’esso della funzione della chiave, permette l’entrata in una stanza ch’era buia o sancisce l’uscita da quella medesima stanza facendo appello proprio al buio. Spesso anonimi, addirittura brutti gl’interruttori nei luoghi pubblici, più attenti all’aspetto formale quelli delle abitazioni private, molto meno notati rispetto ad altri complementi delle pareti (quadri, poster, bacheche, eccetera), essi rimandano tuttavia la mia memoria agli interruttori della casa dei nonni: non riesco a non pensare con tenerezza e nostalgia al filo elettrico piatto e bianco ben visibile lungo la parete e il soffitto o a quegli interuttori con la placchetta di ceramica o di plastica fissati con quattro viti accanto alla porta, oppure a quegli altri dalla forma di piccole scatole ben in rilievo sul muro, spesso bianchi e umili; o, ancora, ripenso agl’interruttori di forma cilindrica per accendere e spegnere le lampade sul tavolino da notte: tutto questo rivelava, nell’antica casa, l’aggiungersi dell’impianto elettrico là dove l’illuminazione per decenni e per secoli era stata affidata a lampade a combustibile.
E le lampadine a incandescenza avvitate al portalampade in forma di cilindro bianco, in ceramica, spesso nudo nella bottega del falegname o del calzolaio, oppure schermato da un disco smaltato o da stoffa ricamata.
Il regno degli oggetti inapparenti richiede attenzione, giustamente pretende che la sfera intellettuale di ognuno abbandoni la superficiale attrazione per il vistoso e il macroscopico o la propria, cronica disattenzione: questo breve saggio sugli oggetti inapparenti vuol essere, a sua volta, uno spazio di silenzio e di riflessione, un atto di cura per quello che, pur inapparente, costruisce la quotidianità individuale e collettiva.
E che la torre di Montaigne sia riferimento costante: luogo di silenzio e di concentrazione, essa non ha significato affatto clausura e separazione dal mondo, bensì dialogo ininterrotto, traverso il pensiero, con il mondo: essayer, saggiare e tentare, esplorare, prestare cura e attenzione (ad-tendere).
Le fotografie di Wols: posate, bottiglie, pasti consumati a metà, l’inapparenza che viene a stagliarsi nell’epos d’oggetti chiari e distinti davanti allo sguardo della mente.
Le fotografie di Josef Sudek: interni dove la vita privata, normalmente celata agli occhi altrui, splende, invece, proprio nell’uso e, anche, nella contemplazione degli oggetti inapparenti – è l’accorgersi di essi e il soffermarsi a guardarli che li sottrae al loro banale, prosaico ruolo d’oggetti d’uso.

 

 

 

Per Aldo Braibanti

 

 

Non c’è nessuna ricorrenza particolare, quest’oggi, legata alla biografia di Aldo Braibanti – proprio per questo da qui, da Via Lepsius, desidero diventi ogni giorno un’occasione per ricordare (e rileggere) Aldo Braibanti e tutti quegli intellettuali che, confrontandosi senza sosta con la realtà politica, storica, sociale e culturale del proprio tempo, hanno avviato delle riflessioni articolate e libere e capaci di opporsi ai pregiudizi, ai fascismi, ai razzismi, all’intolleranza, alle involuzioni nei comportamenti e nel pensiero che spingono un Paese dentro un tempo oscurantista e violento.

Aldo Braibanti non vive più, ma rimangono i suoi libri e rimane il ricordo dei suoi atti, delle sue lotte, delle relazioni che ha stretto – che la sua Torre di Castell’Arquato, proprio perché antitesi alla torre d’avorio in cui si rinchiudono tanti altri intellettuali, resti simbolo d’incontro e di apertura, che la sua casa romana di Via del Portico d’Ottavia dalla quale fu sfrattato assieme alle migliaia di suoi libri s’allarghi ancora oggi ad abbracciare simbolicamente l’opera e i libri di chi, oggi, continua a battersi per un’Italia e un’Europa casa comune.

E al nuovo “ministro della famiglia” chiedo, con rispetto, se sa chi sia stato Aldo Braibanti.

 

 

Il Tratto che nomina, la Dimora del Tempo sospeso, Francesco Marotta, una traduzione collettiva

 

 

L’esperienza entusiasmante della traduzione collettiva del Trait qui nomme / Il tratto che nomina di Yves Bergeret trova nella pubblicazione del primo volume sulla Dimora del Tempo sospeso un primo approdo; ricordo che l’iniziativa è merito di Francesco Marotta, autore, tra l’altro, di una parte notevole della traduzione e supervisore della versione finale. Anche questo lavoro collettivo vuol essere un’opposizione chiara e forte alla deriva razzista e violenta in corso in Italia e in Europa.

 

 

In morte di un sindacalista

 

 

(per Soumaila Sacko)

 

Perché si uccidono i sindacalisti, i giornalisti, i preti (alcuni preti)? La risposta è ovvia: perché in terre di mafia essi sono scomodi, danno fastidio, rompono il muro dell’omertà, portano alla luce delitti, interessi illegali, progetti criminali.
Questa volta è stato ucciso un giovane sindacalista, come si suol dire “di colore” e, tranne le proteste dei migranti ch’egli assisteva, quel ch’è seguito è il silenzio.
Qui a Via Lepsius questo silenzio fa un rumore immane e conferma la situazione di un Paese (l’Italia, ma con essa l’intera Europa) imbarbarito e ormai esplicitamente razzista.
So che per tantissimi dei miei connazionali questa morte non ha significato, conferma, anzi, la pretesa verità secondo cui i migranti o, con termine divenuto ormai interscambiabile nel pericoloso pressappochismo linguistico in atto, i clandestini sono tutti coinvolti in affari loschi e malavitosi, che ce ne sono troppi e che pretendono di vivere a sbafo alle spalle degli Italiani.
Peccato che il giovane sindacalista e le due persone che erano con lui possedessero permessi di soggiorno legali, peccato che l’uccisione abbia, con molta probabilità, motivazioni anche mafiose (ma non solo).
Il silenzio del mio Paese intorno a questa morte mi scandalizza e mi spinge a reagire.
Esiste un odio sordo, molto diffuso e ormai non più celato nei confronti dei lavoratori africani presenti in Italia, i quali sono, spesso, tenuti in condizioni di vera e propria schiavitù: ma essi non hanno il diritto di lamentarsi, tanto meno di protestare, visto che noi Italiani, fin troppo generosi, li teniamo qui a godersi la vita e ancora non li rimandiamo a calci nel culo nel loro paese di merda. Ecco: questa violenza verbale che ormai sempre di più diventa violenza fisica si rivolge contro persone che raccolgono in condizioni antiumane i pomodori per le nostre squisite passate, le frutta per le nostre confortevoli tavole estive, le uve per i nostri raffinati vini. Queste persone (ma sono animali, pare) hanno il torto di non essere invisibili, di osare, qualche volta, pretendere dei diritti.
Invece è morto (assassinato) un sindacalista, è stato ucciso un ragazzo che cercava di aiutare i suoi compagni a drizzare un paio di lamiere per un ricovero di fortuna, è morto per mano mafiosa e per odio razziale un essere umano che aveva trovato il coraggio di non abbassare la testa. E, si noti, attivisti e sindacalisti vengono ammazzati spesso nel mondo (persone che difendevano i diritti di popoli indigeni o delle donne o l’integrità di territori o rivendicavano il diritto a un lavoro pagato con equità) per interessi legati a un’economia schiavista e criminale, dunque fascista e violenta. Soumaila Sacko muore in terre di mafia dove l’odio contro gli immigrati africani viene alimentato per distogliere l’attenzione dalla situazione reale (quelle terre sono esclusivo feudo mafioso e, in ogni caso, quei lavoratori servono per il lavoro nei campi, vengono arruolati dai “caporali” esattamente come fino a pochi anni addietro accadeva ai braccianti calabresi e pugliesi, campani e siciliani) e in un momento in cui la politica (anche alleata di dittatori e massacratori, speculatori e assassini) soffia sul fuoco, cavalcando un malessere diffuso e alimentando un’atroce guerra tra poveri della quale una parte di quei poveri (gli Italiani di un Sud sempre più disperato, rancoroso e povero anche da un punto di vista culturale, psicologico, umano) non si rende conto.
È morto un sindacalista, un altro figlio d’Italia macellato da una violenza che prelude ad altre violenze, che spinge ulteriormente il mio Paese in una notte tristissima e maleodorante di disonestà intellettuale e politica.

 

 

Thomas Bernhard intorno allo sport

 

Dem Sport ist zu allen Zeiten von allen Regierungen aus gutem Grund immer die größte Bedeutung beigemessen worden, er unterhält und benebelt und verdummt die Massen, und vor allem Diktaturen wissen, warum sie immer und in jedem Fall für den Sport sind. Wer für den Sport ist, hat die Massen auf seiner Seite, wer für die Kultur ist, hat sie gegen sich […], deshalb sind alle Regierungen für den Sport und gegen die Kultur. Wie jede Diktatur ist auch die nationalsozialistische über den Massensport mächtig und beinahe weltbeherrschend geworden. In allen Staaten sind zu allen Zeiten die Massen durch den Sport gegängelt worden, so klein und unbedeutend kann kein Staat sein, dass er nicht alles für den Sport opfert.

Allo sport è stata attribuita in ogni epoca da ogni governo la più grande importanza e per un buon motivo: lo sport intrattiene e obnubila e rimbecillisce le masse, e in primo luogo le dittature conoscono bene la ragione per la quale esse sono sempre e in ogni caso favorevoli allo sport. Chi è per lo sport ha le masse dalla sua parte, chi è per la cultura ha le masse contro (…), per questo tutti i governi sono per lo sport e contro la cultura. Come ogni dittatura, anche la dittatura nazionalsocialista è diventata potente e quasi padrona del mondo grazie allo sport di massa. In ogni epoca e in tutti gli Stati le masse sono state accalappiate mediante lo sport, e nessuno Stato può essere così piccolo e insignificante da non sacrificare tutto allo sport (dal primo dei cinque volumi autobiografici: L’origine – un accenno).

 

Mi permetto di dedicare con la più grande umiltà queste parole di Thomas Bernhard al neoministro dell’Istruzione, laureato in ginnastica (con lode?).