“Tutto deve accadere dentro di me”

di Antonio Devicienti

 

Nicolas de Staël: “Marseille”, 1954.

 

Resistere e opporsi alla volgarità montante, alla violenza verbale e all’intolleranza che facilmente si mutano in violenza fisica significa anche dedicarsi a piccoli, eleganti libriccini che sembrano giungere come messaggi in bottiglia, meglio ancora come amicali doni: è il caso delle 41 pagine racchiuse in un’elegante copertina cartonata che Lucetta Frisa ha tradotto e curato per le Edizioni di Via del Vento di Pistoia – è il caso della pluridecennale passione nutrita da Lucetta per Nicolas de Staël e che segna una nuova tappa con queste pagine di un diario del viaggio in Marocco compiuto dall’artista tra il 1936 e il 1937 e che Lucetta ha intrecciato con estratti da lettere che Nicolas ha inviato negli stessi mesi del viaggio marocchino ai genitori (Tutto deve accadere dentro di me); la poetessa genovese non si è però “limitata” alla traduzione dal francese, ma ha scritto quattro intensissime pagine (Una fiamma che cresce) a conclusione del volumetto, così che l’intera opera (ulteriormente impreziosita da dodici tavole a colori di opere del pittore) diventa per la mente del lettore un’attualissima, appassionata e appassionante riflessione sulla creazione artistica e sull’estremo rigore, sull’ineludibile disciplina pretesi da qualunque arte ci si senta vocati a praticare (pittura, musica, poesia, non importa).
Le pagine di de Staël e quelle di Lucetta, infatti, vanno lette in stretta connessione tra di loro, il senso d’attesa e di slancio creatore già contenuti nel titolo e di trepidazione e speranza (“Tutto deve accadere dentro di me”, appunto) che deriva da una lettera di Nicolas al padre, insieme con il titolo dello scritto di Lucetta che alla maniera di Char e di Bachelard si richiama al senso, allo spirito e al simbolo della fiamma, formano un dittico tramite il quale il giovane artista ancora alla ricerca di sé e della propria arte e la poetessa e scrittrice affermata s’incontrano, chi legge e traduce de Staël ne riconosce con generosa e felice umiltà la propria filiazione, pagine scritte diversi decenni addietro si confermano illuminanti e necessarie. Confrontandosi infatti con le due culture che danno vita all’identità marocchina (la berbera e l’araba, ma senza dimenticare la presenza ebraica) e senza alcuna traccia di esotismo né di occidentale senso di superiorità, de Staël cerca con consapevolezza estrema il sé stesso uomo e pittore, il viaggio e il contatto con le persone e con i luoghi appartengono alla ferrea disciplina del cercare e dell’apprendere ch’egli impone a sé stesso senza indulgenza e senza scorciatoie; noi lettori attraversiamo una scrittura elegante e luminosa, attenta alle forme e ai colori, ovvio, ma anche alle voci e alle musiche, impietoso scandaglio della propria esistenza interiore, mentre Lucetta sottolinea la scelta esistenziale e artistica radicale di Nicolas de Staël, tutto teso alla realizzazione di un’opera nutrita dalle “sue potenti utopie, i suoi intransigenti giudizi, il suo sconfinato desiderio che l’arte sia una fiamma assoluta che brucia sempre e comunque, senza compromessi e mediocrità, dovesse questo costarci la vita ” (pagg. 37 e 38). Ed è la verità: traversando il Marocco l’artista traversa la propria storia (anche quella ancora a venire) e la propria anima, nelle lettere ai genitori mette a nudo la sua interiorità sentendo fortemente la responsabilità nei loro confronti così come nei propri, l’ultima lettera, quella che racconta di una tappa a Napoli e a Pompei, conferma questa peculiarità di de Staël, giovane artista d’origine russa, trapiantato in Francia, il quale ha cercato in Marocco una serie di “reagenti” che, a contatto con la sua anima, ne portassero alla luce il vero destino – e Lucetta molto bene intuisce che nell’affidarsi al proprio destino-vocazione Nicolas compie quella scelta radicale che poi lo condurrà al suicidio proprio per desiderio spasmodico di “cielo” e di “luce” che i suoi giorni non riusciranno a soddisfare in pieno. La poetessa italiana, citando affermazioni che de Staël ha espresso negli anni Cinquanta, rintraccia la linea di continuità con il diario e le lettere degli anni Trenta e, mi vien fatto di pensare, ben altro itinerario artistico ed esistenziale hanno seguito altri artisti occidentali i quali, pure, hanno attraversato o addirittura hanno scelto il Marocco come patria elettiva e penso, ovviamente, a Matisse, a Canetti, a Paul Bowles e a Juan Goytisolo, tra i non pochi – il Marocco di de Staël, così come sarà per la “sua” Provenza e l’altrettanto “sua” Sicilia, appartiene all’orbita di una fiamma tramite la quale “s’impara a vedere i colori” (pag. 15), una fiamma che significa “prima di tutto il lavoro” (pag. 8) perché “è indispensabile conoscere le leggi dei colori” (ibidem), ma con la consapevolezza che “il fuoco, la fede nella natura, ci appaiono nel tempo di un lampo, nei rari momenti di grazia e non secondo la nostra volontà” (pag. 36).
Partecipare a questo dialogo appassionato tra Lucetta e il suo Nicolas è accedere a un momento di grazia, benché “l’atto finale sarà quella metafora trasformata in gesto reale: il volo in cui il suo corpo si solleva, si innalza, e infine vede, ma subito dopo ineluttabilmente si schianta” (pag. 40). Ma è qui che chiudo il cerchio di quest’articolo: in tempi volgari e privati di slanci ideali come quelli che stiamo vivendo un dono amicale giunto sul finire di agosto riaccende la fede nell’arte e la volontà di tornare a intessere una consapevole utopia, ché l’arte è, anche, un atto politico.