Pensieri di Francesco Borromini mentre progetta il Tempio di Sant’Ivo alla Sapienza

di Antonio Devicienti

 

 

I. ROMA, NOTTE

> Notte, rovescio del giorno:
pieno, rovescio del vuoto:
buio, rovescio della luce:

ineludibili poli <

Intabarrato (come un ladro)
guardingo (le guardie pontificie
potrebbero sorprenderlo: come spiegare, allora?)
va ad aprire la porta del cortile
della Sapienza:
è l’architetto del cantiere,
la chiave gli fu affidata
ed egli ne custodisce il privilegio –
sarà favorevole e fecondo il silenzio
dell’ore notturne a Sant’Eustachio.

Per imprevedibile impellente bisogno
deve orinare
ma non offende nessuno
ché non accade per dileggio o trascuratezza.
Lo fa in un canto della strada,
poi rientra nel cortile.

Luce della notte,
canto d’ubriaco che torna a casa.
Silenzio rigato dal fruscio del vento
a scorrere lungo i muri.

> In affanno il pensiero
a paragone di quello che vorrebbe
creare –
troverà forza nella sua debolezza? <

E lo pensa scalzo il pensiero,
come scalzo è il pellegrino
che, discendendo dalle Prealpi lombarde,
viene verso il Mezzogiorno
ad alimentare sete dell’andare.

 

II. ROMA, MATTINATA

I fogli, grandi, allagati di sole,
gl’inchiostri, della giusta densità:
la stella è il simbolo,
luce diurna ad allargarsi sul foglio
dal finestrone su squadre e compassi:
la stella a ripetersi
dalla pianta stessa
lungo
l’ascesa dell’aedificium
fino alla lanterna –
poi il fiammare nel cielo di Roma.

> aedificare : aedem facere :
mi occorre una visione, un salire, un vorticare
di vuoti
mi occorre un andirivieni di vuoti e di pieni
un contrappunto tra il fuori e il dentro
mi occorre un cantare dell’occhio
e che veda l’orecchio il vibrare delle ellissi
fino al cerchio perfetto, in alto, immobile
a ruotare <

 

III. ROMA, LUGLIO

Il refrigerio d’un bagno nel Tevere,
galleggiare sul dorso e
guardare il cielo canicolare
di Roma.

TIMOR DOMINI INITIUM SAPIENTIAE :

> sono scalzo sasso che galleggia nell’acqua
pensiero che s’impiglia tra le canne a riva:

caldissimo il pomeriggio e il sogno
sortomi nel sonno che poco fa mi vinse,
la camera in penombra, rumori dalla strada:

discendeva la luna lungo le impalcature
della lanterna
(è scalza)

ed era Architetta che preparava il cammino
alla luce
al corteo di stelle
alla vertigine del pensiero

(scalzi anche gli scalpellini, i decoratori,
i vetrai, i carpentieri, i falegnami
lungo le impalcature
da dove le loro mani sapienti
costruiscono pensanti e musicali) <

Immerge il capo nell’acqua
(scompaiono i suoni) –
occorre silenzio per generare musica,
buio per generare luce.

 

IV. ROMA, POMERIGGIO

Allegri i giuochi dei bimbi al Portico d’Ottavia:
saltellano su di una gamba,
su due, si girano d’un colpo sulle due gambe,
poi una, una, due a ritroso rispetto all’andanza iniziale:
una casella, due caselle, due di nuovo,
una, una, due:

> corrispondenze, simiglianze, parallelismi,
moto ascendente, discendente: <

nella bottega del libraio acquista
un Trattato sul Faro d’Alessandria:
le tavole (incisioni colorate a mano)
illustrano proporzioni e simbologie:
un cartoccio di carciofi cotti in olio bollente
(quei frutti straordinari giunti
dalle Indie occidentali)
acquistato nella bottega del rosticciere:
e una fiaschetta (piccola, parca) di bianco dei Castelli:

> necessario il desinare per sostentare il corpo,
e parco,
affinché puro il pensiero <

 

 

V. ROMA, OTTOBRE

> M’inginocchio davanti alla biblioteca
del mondo
e tremano le dita nel guidare le penne
a tracciare i progetti per il tempio.

Dentro me stesso pronuncio parole
blasfeme forse
ma nessun Papa, nessun Principe della Chiesa
comprerà mai tanta bellezza:

col loro potere, col loro danaro
esso aprono cantieri,
mi pongono a capo della fàbrica,
mi ordinano di eseguire:

mi credono servo
ma obbedisco soltanto a queste
ascese vertiginose del pensiero

a questo tracciare
nello stretto spazio, verticale
le andanze gioiose della mente <

 

VI. ROMA, FEBBRAIO

Il silenzio,
il raccoglimento claustrale,
la meditazione,
l’assidua lettura.

E anche il vociare del mercato,
il teatrale contrattare dei clienti e di mercanti in Campo de’ Fiori.

Coltiva una fervida fede,
lo studio n’è parte accesa e infocata.
È curioso di uomini e di luoghi, di profumi e di oggetti:

il miele dei Monti Sibillini,
la tessuta vivente carta da Fabriano,
il compasso a spalancare la vertigine.

Non per possederli:
sì per lasciarsene attraversare
numeri e geometrie dell’odorato e dell’udito,
della vista e del tatto, del gusto.

(studiare atto d’amore)
(è affamato di libri).

 

VII: ROMA, POMERIGGIO

Soltanto i sempliciotti leggeranno quei simboli
– la stella, l’ape, il cherubino –
– stella della conoscenza, Barberini, ordini del paradiso –

e invece:

e invece stella del pensiero cosmico nell’uomo,
miele del conoscere,
ali del pensare in ascesa
per gradus progressionum mentis

s’accontenta ed è fiero dell’omaggio il mecenate (ha pagato)
ma il Faro d’Alessandria
che coronerà l’ascesa della fàbrica,
l’accensione dei suoi fuochi,
il globo ultimo e la croce
parleranno il desiderio
a conoscere
che
splende
volo
della mente incontro alla Mente.

Occorre essere scalzi
come il Matteo del Merisi
i piedi sporchi di terra:

e spogliarsi d’ogni tracotanza.

> qui mi taccio <

 

VIII. ROMA, PENTECOSTE

Discendere e ascendere
moto incessante di fiammeggiante
disio.

In nomine scientiae.

De intellecto ad intellectum.

Il pane sul desco, fette
e versarvi dell’olio, spargervi un po’ di sale:
oggi solo acqua nella caraffa

aperto sulla mensa il libro

il libro accanto al pane
monde le dita che accostano la fetta
alla bocca
poi voltano la pagina che, nuova, s’accosta
alla mente.

***

Le immagini sono fotografie di Francesca Pompei e rimangono di proprietà dell’autrice (serie “Francesco Borromini“)