“Monte delle Rose” di Paolo Ottaviani

di Antonio Devicienti

 

 

(Norcia, aprile 2019)

Quando il cielo s’illumina di bianco
e di celeste la luce d’aprile
soavemente danza lungo il fianco
del Monte delle Rose in un puerile

gioco cui il verde più tenero al branco
festoso dei colori offre il gentile,
intimo pianto di un humus mai stanco
di germogliare pur da un campanile

atterrato. La neve la tempesta
oscura della terra mitigare
non poté ma nel cuore rosa resta

tra le tue cime quel lieto albeggiare,
come un fidato indizio di una festa
che ogni orizzonte ci invita a varcare.

 

Il cuore geografico d’Italia (Norcia e l’Umbria), una civiltà antica di lavoro e di cultura, un orizzonte cui guardare e da varcare, una terra sconvolta nelle sue viscere, eppure colma di humus che, nel ciclo delle stagioni, rinnova il sacro rito della vita; commovente la fioritura a Norcia e a Castelluccio, in dialogo il cielo (e i suoi colori) con la terra stessa e, anche, con l’opera nobile dell’uomo, pur “atterrata” – e si ha la sensazione che sia quell’umile “pur” l’epicentro della commozione e della speranza, cui partecipa l’intimo pianto dell’humus (il pianto è cordoglio e ricordo, speranza e indomito coraggio – nei versi di Paolo esso è “gentile”, cioè nobile se pensiamo all’accezione data all’aggettivo dai nostri Maestri dello Stilnovo e quieto, ed è “intimo”, com’è costume delle genti dell’Appennino, persone generose e discrete, sobrie e laboriose), un humus (e non dimentichiamo la suggestiva supposizione etimologica di Varrone che homo derivi proprio da humus) “mai stanco / di germogliare” pur dalle rovine: e non fu proprio l’opera instancabile di Benedetto da Norcia e dei suoi a trasmetterci la grande civiltà antica ch’era in rovina e a rischio di cancellazione? ora, lege et labora può e deve rimanere un motto anche per i laici, ché pregare significa tra l’altro dire in poesia e rammentare (e, qui, tramite la forma anch’essa nobilissima e antica del sonetto italiano) il valore totalizzante della vita e dello stare in comunità, la lettura, cioè l’indefesso studium, deve nutrire la mente e lavorare significa, pur conservando la connotazione di fatica e di sofferenza, costruire per sé e per gli altri. Ora, anno Domini MMXIX, si tratta di ricostruire dopo la devastazione del terremoto, dopo il lungo inverno che non ha rimarginato le ferite, nell’insipienza della politica.
Forse davvero Aprile è “il mese più crudele”, ma nel senso, qui, che il rosa del bellissimo toponimo (Monte delle Rose), il rosa delle tonalità della luce nel suo albeggiare, il rosa che innerva le fioriture di questi luoghi costringe la mente al parto, pur doloroso e quindi crudo/crudele, di una non immotivata speranza, di un non immotivato nuovo inizio; e, per noi Italiani, l’aprile continua ad essere, di anno in anno, mese di libertà e di liberazione, ben dentro la crudeltà inaccettabile di chi ne nega la necessità e il valore.
Grazie, Paolo carissimo, per il dono di questo sonetto e voglio ritornare, prima di congedarmi, su quell’orizzonte dell’ultimo verso: non posso non pensare all’infinito Leopardi, il cui Colle non è geograficamente molto distante da questo Luogo dei Monti Sibillini e mi piace moltissimo il profilarsi di una “festa”, di una laica, solenne celebrazione che l’allitterazione di quel “fidato indizio” anticipa e prepara.