Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: Maggio, 2019

Verso qui

 

Christiane Löhr: “ohne Titel”, 2007.

 

Il silenzio, qui, sta nelle intermessure tra i libri: moltissimi sono i libri, molto molto pochi quelli che mi parlano. Proprio tra le fessurazioni tra questi ultimi più profondo è il silenzio, grande spazio e luminosissimo. Le scritture di questi (ben pochi) libri partecipano del significante silenzio, lo dicono.
Il silenzio è serietà.
Il silenzio non è dilettantismo.
Il silenzio è l’umiltà dei grandi libri.

 

 

 

Da qui

 

Christiane Löhr: “ohne Titel”, 2007.

 

Non c’è un’insipida zuppa qui da mandar giù con quattro cucchiaiate e forbirsi poi soddisfatti la bocca se è piaciuta.
Non ci sono quattro ricami a punto e croce a ornare la mensola con i ritratti di famiglia.
Ho usato per il fuoco del camino l’agenda con gli indirizzi (quelli che contano li ricordo a memoria).
Il telefono suona raramente, ma quando lo fa è sempre un amico che chiama.

 

 

 

 

“Monte delle Rose” di Paolo Ottaviani

 

 

(Norcia, aprile 2019)

Quando il cielo s’illumina di bianco
e di celeste la luce d’aprile
soavemente danza lungo il fianco
del Monte delle Rose in un puerile

gioco cui il verde più tenero al branco
festoso dei colori offre il gentile,
intimo pianto di un humus mai stanco
di germogliare pur da un campanile

atterrato. La neve la tempesta
oscura della terra mitigare
non poté ma nel cuore rosa resta

tra le tue cime quel lieto albeggiare,
come un fidato indizio di una festa
che ogni orizzonte ci invita a varcare.

 

Il cuore geografico d’Italia (Norcia e l’Umbria), una civiltà antica di lavoro e di cultura, un orizzonte cui guardare e da varcare, una terra sconvolta nelle sue viscere, eppure colma di humus che, nel ciclo delle stagioni, rinnova il sacro rito della vita; commovente la fioritura a Norcia e a Castelluccio, in dialogo il cielo (e i suoi colori) con la terra stessa e, anche, con l’opera nobile dell’uomo, pur “atterrata” – e si ha la sensazione che sia quell’umile “pur” l’epicentro della commozione e della speranza, cui partecipa l’intimo pianto dell’humus (il pianto è cordoglio e ricordo, speranza e indomito coraggio – nei versi di Paolo esso è “gentile”, cioè nobile se pensiamo all’accezione data all’aggettivo dai nostri Maestri dello Stilnovo e quieto, ed è “intimo”, com’è costume delle genti dell’Appennino, persone generose e discrete, sobrie e laboriose), un humus (e non dimentichiamo la suggestiva supposizione etimologica di Varrone che homo derivi proprio da humus) “mai stanco / di germogliare” pur dalle rovine: e non fu proprio l’opera instancabile di Benedetto da Norcia e dei suoi a trasmetterci la grande civiltà antica ch’era in rovina e a rischio di cancellazione? ora, lege et labora può e deve rimanere un motto anche per i laici, ché pregare significa tra l’altro dire in poesia e rammentare (e, qui, tramite la forma anch’essa nobilissima e antica del sonetto italiano) il valore totalizzante della vita e dello stare in comunità, la lettura, cioè l’indefesso studium, deve nutrire la mente e lavorare significa, pur conservando la connotazione di fatica e di sofferenza, costruire per sé e per gli altri. Ora, anno Domini MMXIX, si tratta di ricostruire dopo la devastazione del terremoto, dopo il lungo inverno che non ha rimarginato le ferite, nell’insipienza della politica.
Forse davvero Aprile è “il mese più crudele”, ma nel senso, qui, che il rosa del bellissimo toponimo (Monte delle Rose), il rosa delle tonalità della luce nel suo albeggiare, il rosa che innerva le fioriture di questi luoghi costringe la mente al parto, pur doloroso e quindi crudo/crudele, di una non immotivata speranza, di un non immotivato nuovo inizio; e, per noi Italiani, l’aprile continua ad essere, di anno in anno, mese di libertà e di liberazione, ben dentro la crudeltà inaccettabile di chi ne nega la necessità e il valore.
Grazie, Paolo carissimo, per il dono di questo sonetto e voglio ritornare, prima di congedarmi, su quell’orizzonte dell’ultimo verso: non posso non pensare all’infinito Leopardi, il cui Colle non è geograficamente molto distante da questo Luogo dei Monti Sibillini e mi piace moltissimo il profilarsi di una “festa”, di una laica, solenne celebrazione che l’allitterazione di quel “fidato indizio” anticipa e prepara.

 

 

Il “web” poetico è un Paradiso

 

 

Improvvisamente c’è chi comincia a premere il pulsante “mi piace” a ogni articolo che pubblichi (non importa che l’articolo parli dei calzini da stirare o della storia dell’agricoltura nell’antica Mesopotamia – il “mi piace” compare spesso esattamente TRE SECONDI dopo la pubblicazione), magari quel qualcuno scrive anche qualche commento (sempre) lusinghiero, magari ci aggiunge faccine e cuoricini. È il Segno: a breve ti chiederà il tuo indirizzo di casa per mandarti il suo ultimo libro (o la tua email per il pdf).
Se acconsenti il libro arriva e, in automatico, dovresti sentire il dovere di scrivere l’articolo superdesiderato che tessa le lodi del Capolavoro; ora, può succedere che tu non scriva nulla (potrebbe essere accaduto anche che tu abbia apprezzato il libro e che, per motivi diversi, tu non possa o non desideri scriverne) o che tu non ne scriva proprio perché il Capolavoro non ti ha convinto; stanne certo: niente più “mi piace”, niente più commenti: come se non ci si fosse mai incontrati nel paradiso dell’etere webico. Esattamente lo stesso succede se tu, con gentilezza, declini la proposta d’invio dell’Opera. Dimenticavo: la richiesta di farti avere il Superlibro può arrivarti anche tramite un “commento” a un qualsiasi tuo articolo, fosse anche un “post” sugli sconti Esselunga!
Altre volte accade che tu pubblichi l’articolo sull’Opera insigne: il commento di risposta è, ovvio, entusiasta e sottolinea quanto tu, in maniera unica e irripetibile, abbia compreso lo spirito dell’Opera, quanto tu sia stato capace di penetrare come nessun altro e in maniera addirittura sciamanica nei testi (sono palpabili le lacrime di commozione dell’estensore del commento) – la perplessità ti nasce quando leggi esattamente le stesse parole di commento in calce ad articoli (talvolta mediocri o che riportano soltanto il nome dell’autore, dell’editore e un paio di testi) pubblicati su altri siti.
Quando poi smetti o diradi moltissimo i tuoi interventi sui tantissimi Capolavori fluttuanti nell’universo poetico italiano ti si materializza davanti agli occhi il deserto in cui ti stai cacciando: quasi nessun “mi piace” (neanche quelli compulsivi e automatici), casella di posta elettronica vuota.
Altro fenomeno webico interessante: buon numero di “accessi” se pubblichi un articolo sul Capolavoro di turno (il sospetto è che il solo Recensito vi acceda 400 volte al giorno e che il resto siano accessi di 2 secondi da parte di moglie, figlio, amico d’infanzia), assenza assoluta di “accessi” se pubblichi su argomenti di carattere politico: è risaputo che solo il Capolavoro importa e che quello che succede attorno è manfrina senza importanza. E poi, ‘sta cazzata e questo insistere sul fatto che Via Lepsius è antifascista… Ma dai, facciamola finita: un tempo c’era almeno quel bel faro con il mare azzurro nella testata del “blog”, mentre adesso ci sono quei comunisti in bianco e nero con lo striscione…
E, per finirla qui, ritorno al “deserto in cui mi sono cacciato”: è, in realtà, un deserto abitato da pochissimi amici, pochissime persone per le quali nutro stima e affetto, un deserto, quindi, irrigato da acqua freschissima e vitale. Di questo non smetterò mai di essere loro grato abbastanza. Per loro continuerò a studiare e a scrivere con l’entusiasmo di sempre, con loro continuerà un dialogo ininterrotto. Il resto è dilettantismo narcisista.