Messaggi dalla Terra d’Otranto

di Antonio Devicienti

 

 

gli alberi di toma quegli olivi e lecci ed eucalipti salati di luce tra le cui fronde il poeta scriveva.
nei muri a secco si gettavano a capofitto le lucertole della visione.
giungono fino a noi dall’esilio i quaderni straziati di canto e non sappiamo meritarli. di essi indegni noi li leggiamo.

toma cantore torrido della libertà.

oggi tra le mani il libro gualcito dal troppo uso i canti di leopardi che ha liberato l’italia più di garibaldi forse una matita forse nulla meglio l’odore del sudore sotto la camicia agostana fin qui le campane della chiesa matrice poi il passaggio dei jet n.a.t.o. in esercitazione perenne accesi versi alla moglie torridi e teneri il mare torrido d’epoche colossali le ore scandite dagli odori della giornata che ruota mentre cangia la luce.

e i sogni della sera.

toma si sceglie l’eremitaggio si costruisce da solo una capanna sorseggia acqua di povertà da una
smaltata tazza disegna gli alberi della radura i cani dell’amicizia si cuce panni da contadino.

discende nelle viscere della meditazione la pioggia rossastra del diniego – rifiutata la città e rifiutato il denaro rifiutati gli onori, accolta la solitudine e il piatto di maccheroni del silente.

portare il cibo alla bocca con tre dita della mano che nel congiungersi avvicinano fame e povertà strazio e sopravvivenza.

i pinastri della radura germogliano giorni implacabili di ricordi assieme a passaggi altissimi di nubi dalla campagna assetata di luna
perché è mezzogiorno altissimo toma manda da Maglie messaggi e si ricorda