Su “Querencia” di Lorenzo Mari

di Antonio Devicienti

 

 

Ecco: leggo e attraverso in questi giorni un libro (finalmente!) del tutto estraneo alla noiosa (volgare) (adolescenziale) senilità che ancora assedia la poesia in lingua italiana: senza falsi sperimentalismi ormai fuori tempo massimo, senza lambiccamenti mentali e verbali che girano a vuoto, con la saldezza concettuale e linguistica che contraddistingue chi ha qualcosa da dire Querencia (Salerno, Oèdipus Edizioni, 2019) di Lorenzo Mari è in grado di proporre un itinerario intelligente, complesso, consapevole traverso le questioni del pensare la poesia e dello scrivere in poesia: sia chiaro che per senilità intendo una sclerotizzazione e una ripetitività acritica e stanca di luoghi comuni, vezzi stilistici e tematici che, spesso, affliggono anche moltissimi poeti “giovani” per età anagrafica, ma incapaci di lungo e impietoso studio e ignoranti di quanto intorno a loro continua a succedere in termini di ricerca e di scoperta, poveracci che si accontentano di (supposti) risultati raggiunti, tutti (ovvio!) splendidi e luminosi.
Mi perdoni Lorenzo, il cui libro non merita certo questa lunga e noiosa (senile? – forse sì, devo riconoscerlo) giaculatoria a sua presentazione, ma sono stufo delle ipocrisie e delle paccottiglie rovesciate ovunque a piene mani e spacciate per “libri di poesia” e accolgo con gioia un’opera di valore, capace di porsi come polo dialettico per una riflessione (non di facciata) sullo stato della poesia italiana adesso. Querencia è libro con cui dover fare (in maniera salutare) i conti.


Il titolo del libro di Lorenzo Mari riconduce all’arte antichissima del combattimento con i tori, nel lessico della corrida spagnola querencia è il luogo dell’arena in cui il toro si sente più forte o torna spesso (è il suo luogo “preferito”) – ma non si cada nell’errore di pensare alla corrida come a una metafora della poesia (e non ne è metafora neanche l’altro riferimento spesso ritornante in quest’opera di Mari, il tennis e Wimbledon): si sarebbe trattato, se così fosse, di una scelta ovvia e banale.
Facendosi già guidare dalla citazione in exergo tratta da De la littérature considérée comme une tauromaquie di Michel Leiris, ma, sopratutto, leggendo i testi di Querencia, il lettore approda prestissimo alla convinzione che sia il libro stesso ad accadere come un momento di tauromaquía in atto, che l’autore del libro sia nel medesimo tempo torero e toro in un’arena che è la pagina e la lingua e che la lotta rituale affondi nell’abisso del tempo: il libro di Lorenzo Mari è, infatti, una sorta di dittico (Querencia s’intitola la prima parte, Chauvet la seconda) che, attraversando la mente, l’attenzione, la cultura di chi legge compie un atto sia scrittorio che filosofico capace di fare tabula rasa dei modi più tradizionali di scrivere, ma anche di collegare tra di loro le conoscenze letterarie, le esperienze esistenziali e i fatti culturali e cultuali che affondano fino al farsi delle raffigurazioni presenti nella grotta Chauvet.
Querencia ferisce perché non è opera che voglia essere consolatoria o cercare la “bellezza” come banalmente si dice e acriticamente, noiosamente si ripete, bensì perché non lascia respiro né indulge a illusorie vie di fuga: se penso alle magistrali realizzazioni dedicate alla tauromachia da Miquel Barceló, ebbene ritrovo in Querencia una simile serissima matericità, un’assunzione dell’intero rito della corrida in termini tragici e corali: non è un caso che Holan, certi lessemi tipicamente leopardiani, Ingmar Bergman siano persuasiva eco nel libro di Lorenzo Mari, anzi, Maestri di riferimento (insieme, direi, con l’anonimo o con l’anonima artista della grotta Chauvet) e che il ritmo dell’intero libro diventi una partitura capace di rendere necessaria la lettura senza interruzioni, in una sorta di ipnosi sonora che non impedisce la presenza della mente alla razionalità e alla riflessione (parafrasando il pessoano “sentimento dell’immaginazione” mi vien fatto di pensare a un “sentimento dell’intelletto”). La disposizione tipografica dei testi, le spaziature più o meno larghe all’interno dei versi, i corsivi, gli allineamenti sulla pagina contribuiscono a loro volta a ritmare la lettura, a suggerire una spazialità sonora e visiva che appartiene, a ben pensarci, alla corrida stessa – o alla partita di tennis giocata ai massimi livelli: ché rito, giuoco, cerimonia, tempi e luoghi loro deputati pertengono, con totale serietà, alla tauromachia e alla scrittura, alle arti figurative e a quegli sport che sanno trasfigurarsi a loro volta in arte e sempre, nel libro di Mari, l’arte racchiude in sé il tragico agonismo del vivere, il rischioso apprendistato del divenire adulti (sia a livello individuale che collettivo e i due versanti s’implicano a vicenda, mai si escludono).
Querencia è un inseguimento: Mari insegue una scrittura liberatasi da patologiche ecolalie (si veda proprio il Leitmotiv dell’eco senza la lalìa), forse come il protagonista dello Stadio di Wimbledon di Daniele del Giudice insegue quei Maestri anche celati che il coraggio di chi vuole guardare la tenebra e la minaccia cerca e invoca (mi viene alla mente, riflettendo sul tema conduttore della lallazione, Andrea Zanzotto e la sua ispirazione lacaniana e non solo nello sviluppare l’elegia in petèl e tutta La Beltà, ma non si può prescindere da Lorca e dalla presenza ineludibile della morte se alle cinque della sera è espressione pure affiorante nel libro di Mari, né da Fortini citato indirettamente tramite una sua celebre affermazione, ma anche tramite l’esplicita presenza di Brecht e di suoi versi), insegue paesaggi linguistici di forte suggestione sonora e concettuale, insegue perché querencia deriva da querer, desiderare, così che questo libro è anche un libro intorno al desiderio che pertiene alla scrittura di cercare l’oltre della propria capacità espressiva e, quindi, quelle zone d’ombra e di tenebra che sfuggono al dire e che mortalmente lo sfidano.

 

togliere la lalìa…..all’eco: per sentirla
farla ancora sentire…..e farlo davvero
non nella stanza ricavata…..dentro ai video
non nella casa ricavata dentro ai video
né in mezzo all’arena: farla…..ancora sentire
farlo davvero…..esiste una pietà anche al toro
anche al torero…..nascosta, anche nel sentirla
e farla ancora sentire oppure…..fermo immagine:
due pietà…..il numero non importa, non il titolo
la classe importa, però…..con il suo audio, sempre leso:
per ascoltare, infine…..come si muove, in sé e per
quel che sarebbe potuto…..correttamente essere

…………………………………………………………………..credimi

 

Querencia
I
Predica a lungo. Predica niente. Predica vuoto. Non predica toro. Pubblico silente, se soltanto ah se soltanto ci fosse di nuovo un moto, ma: pubblico silente. E non sente il tremore, non si accorge che è stato tutto preso – né del luogo che si poteva abitare – mentre impugna la banderilla, o bandierina, e predica ancora, suonate le campane; dice: nuovo spazio libero. Nuovo spazio, malgrado tutto, e sapessi quali riserve, contro lo spazio del resto. Dice: oh fosse sempre così. Ma: predica niente. Non predica toro. Predica un soggetto altrui, precedentemente schivato. Predica a lungo. Predica segno. Senza segno, predica lirica – poi confessa: peccato. Poteva essere un’altra forma, se soltanto ah se soltanto fosse stato un altro stile, un altro significato, ad esempio: lingua di toro, servita nel piatto al vegetariano – un salmì restato candente. Soggetto altrui, oppure niente: è così che non ha parlato. Il soggetto schivato nel frattempo è stato colpito, ma non si dice vittima, cui risponderebbe vittima il coro. Nessuno, nemmeno lui, o lei, dalla sua posizione, vede lo spazio restante come spazio cambiato: non è libero, e poi non è nuovo. È tutto, dalla prima all’ultima lettera impredicato.

 

III
Riparte. Ma la parola che esce non ristà. Predice, partendone, il vuoto. Non predica toro. Poi nell’addormentarsi prende sonno, davvero sonno, e una volta arrivato quinci di là conta le fasi senza sogni, le fasi con i sogni, remixa, va avanti, il battito è quello dell’erba, cantavamo tutti però lui cantava il salmo, però adesso: non predica toro, sta tutto, quindi, a quello che fa, alza il battito, prende il cuore, che a noi asportarono la lingua – con stile, anche, e con forma, con significato – e poi parte alla riscossa contro la vita (se poi resta qualcosa che non sia in teoria, nella vita), a testa bassa, a corna puntate, non predica toro, sta per morire, dimenticato il suo spazio che era spazio, se non di vita, almeno di piccola, minutissima scritta, ed è così che scatta: in un momento che d’altra parte è di festa, qui è tutta antica, antichissima, anche mancando il resto, la volontà che è di finire la partita, che se si fosse levato il vento o un gran diluvio a spazzare il sole rotondo, sì da esser rotondo, alle cinque della sera, per tutti, sugli spalti, sarebbe stata palla fuori, o palla uscita, però lui, o lei, rimaneva – lo era – fermo, fermissima nella sfida: con i garretti, con le anche, con tutti gli stinchi – immobile, immutabile
dentro la corrida.

 

poco più a sud: entrando…..nella mattanza si era
entrati tutti senza…..tonno, ma anche: tonnina,

ventresca, bottarga…..cuore, ficazza, lattume,
buzzonaglia tutti senza nome anche nel dire:

si può tornare indietro nella battaglia…..prendere
il raïs prima del salto…..richiamarlo vivo

dopo anni settanta…..vedere rifarsi l’esca
abbruttita e a nero, porre che:…..lattume, se è sperma

basta come sorgente…..basta come una danza –
senza rito…..basta anche una foto – per la mistica

 

………………………………………………..finalmente:

dici che nasce…..una lingua potente, ovvero
potente poiché debole…..potente poiché nulla
poiché ai tempi, al passo…..senza passo restando
chi lalla è di sconcerto…..e dici che chi lalla
non sposta niente…..invece interi muri intere
caverne si sono viste…..e lunghissime opere
di bisonti (senza le corna…..poi con le corna)
semplicemente lallando…..di un lallare diverso
e allora dici: lalla, lalla…..che poi si parla

……………………………………………….:finalmente

 

a che ora è la messa a che ora è la corrida: alle cinque della sera e allora a che ora è la partita di tennis a che ora si mangia a Wimbledon dove si dorme a Wimbledon e il coito può risolvere qualcosa a Wimbledon ad esempio una piccola, minutissima vittoria dopo almeno due set persi a zero, però anche il canone può risolvere qualcosa se distende le proprie forze nello spazio di Wimbledon e salmodiando, lallallà, lalallallallà, si può risolvere certamente qualcosa anche a Wimbledon se si evita, infine, di lallare: lo si sapeva già prima della partita, però dicono che c’è ancora tempo, secondo il fuso orario e le circostanze particolari – a Roma, a Siviglia, a Barcellona non si può, a Quito sì
e a Wimbledon

 

Chauvet

IV
si alza di notte….e vaga e vorrebbe riscrivere
qualche poesia….della grande tradizione
italiana….per il catechismo dei fanciulli

invece riscrive holan….e guardando la neve
che cade bianca….e nera passa dalla stanza
alla cucina alla sagrestia….alla chiesa

all’arena:….illumina tutto, con le porte
ben serrate….e riscrive bergman, poiché fuori
ancora impazza….la neve: dentro langue il rito

pur potendo ricominciare:….al catechismo
penserà domani….ora ha il suo piccolo libro
di osceni….aperto nelle mani: sa che ora si può

tradire un certo verso….se questa è notte, neve
e questi solo gesti:….se questa è torería
anche un passo doppio….o triplo: si può cantare