Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: novembre, 2020

(Segnalibri) L’Ulisse, rivista di poesia, arti e scritture n. 23

 

 

Mi fa molto piacere segnalare un mio intervento sul Sogno di Giuseppe di Stefano Raimondi che si può leggere scaricando il pdf al link dedicato: L’Ulisse

 

 

 

 

(Segnalibri) Un intervento di Piera Ghisu sul “Primo amore”

 

 

Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema: appunti per una Dionysos renaissance

 

 

 

 

 

 

(Segnalibri) Uno sguardo portoghese: sui Diari di Miguel Torga

 

 

 

Mi fa molto piacere segnalare questo mio intervento sulla grande personalità di Miguel Torga e originato dal libro curato da Massimo Rizzante La vita inedita / Diario Antologia 1933-1993 (Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2020), rinnovando il mio grazie a Enrico De Vivo per la sua ospitale generosità: Uno sguardo portoghese: sui Diari di Miguel Torga

Segnalo anche i miei più recenti articoli sempre su Zibaldoni e altre meraviglie:

In lode dell’inutilità della letteratura e della grammatica

Il tram di Sofri

calcionauti di Lutz Seiler

Prestare parola al desiderio. Su Tutto è sempre ora di Antonio Prete

 

 

 

 

 

Un offertorio laico: su “La complicità del plurale” di Marco Bellini

 

 


 

Questo libro è un’accorata meditazione in versi, un atto di memoria, un offertorio laico, un ufficio dei defunti (mai funereo o sentimentale), un esempio di come la scrittura in versi possa emendarsi di ogni traccia di letterarietà e di estetismo dimostrandosi necessaria e attraversando lucidamente la perdita e il dolore.
Come tengo a ribadire spesso, un libro riuscito è per me tale se sa imporsi per qualità di stile e di linguaggio e per spessore di pensiero: La complicità del plurale (LietoColle, Faloppio 2020) appartiene al novero dei libri riusciti.
Il rischio che Marco Bellini ha voluto correre scrivendo quest’opera in versi è stato quello di partire da un dolore privato (la malattia e la morte del padre) e di approdare a una scrittura sentimentalistica o incapace di differenziarsi dalla gran messe di libri in versi dedicati al medesimo tema (in fondo la perdita è uno dei temi principali della poesia occidentale fin dal suo sorgere) – e invece una scrittura sorvegliatissima (ma non artificiale o intellettualistica), un’architettura nello stesso tempo sobria e armoniosa dei singoli testi e dell’insieme del libro, un’intonazione pacata e pudicamente commossa, un lessico ricco e preciso, ma mai astruso o inopportuno, un lirismo intimo senza sbavature né cadute, una fedeltà alle cose e ai luoghi sostengono il libro, ne determinano il valore e la sua verità, la sua possibilità d’uscire dalla sfera privata per farsi parola condivisa.
Si legga a titolo d’esempio il testo seguente e si consideri l’apparente quotidianità del dato di partenza, ma per constatare la capacità che questa scrittura possiede di addivenire a un’esemplarità sia stilistica che concettuale:

Spostando dall’angolo
un mobile mai rimosso
sollevando d’aria residui lievi
impigliata in una piuma
per caso una mosca vuota:
involucro d’ali e corpo senza peso.
Viscere perse, riverberi fiacchi
luce che passa e scompone.

La casualità di un angolo e l’ingombro
di un mobile: nessuna tomba o lapide
solo una silenziosa noncuranza
della morte per la vita (pag. 25). Leggi il seguito di questo post »

Nel cuore (infero) della parola: su “Inferno bianco” di Gianluca Chierici

 

 

Le 12 poesie intitolate Inferno bianco di Gianluca Chierici (Fallone Editore, Taranto 2020 con la prefazione di Vincenzo Frungillo) costituiscono un teso poema che attraversa la parola poetica stessa, l’inferno (regione ctonia, quindi, magmatica e insidiosa, ma anche estremamente attraente) bianco perché giunto a tali livelli d’incandescenza da apparire bianco.
Ma è una sapientissima ῥητορική, un’arte del dire consapevole e coltivata, non artificiosa, non immotivata a innervare, nutrire, splendidamente sostenere il poema (tale mi appare questo libro esile solo nel suo aspetto tipografico).
Il ποιεῖν, il fare poetico capace di creare uno spazio e un tempo che siano irrinunciabile discesa negli inferi del vivere e del pensare, si accampa, colmo di enigmi e di rivelazioni, di rischio e di coraggio, sulla pagina e s’affida tutto alla tensione verbale, al ritmo prosodico, alla possibilità che ha la parola poetica di dire lacerazioni ed esperienze di pensiero.
L’impianto retorico (che, ripeto, qui intendo come struttura sorvegliatissima del dire, come atto che affida il pensiero all’energia della parola) si propone quale possibile forma di poesia in questi anni nei quali la poesia fa i conti con una realtà del tutto sfuggente, insidiosa, spesso violenta, oppure banale, mercantile, deludente.
Sono convinto che la scelta del registro espressivo sia, in Chierici, scelta, traverso la scrittura, di una postura esistenziale che va ad affiancarsi a un’opera oltremodo interessante e feconda come quella di Andrea Leone – e scrivo questo sia perché mi sembra di riconoscere più di un’affinità tra questo esile libro di Chierici e i libri più recenti di Leone, sia perché Inferno bianco viene pubblicato nella collana Il Leone Alato dell’Editore tarantino diretta proprio da Andrea Leone. Leggi il seguito di questo post »