lungamente / e fermo tenere l’assedio (su “La dimora insonne” di Daniela Pericone)

di Antonio Devicienti

 

 

Andrew Wyeth: Olsons, 1968.

 

Si legga il testo seguente:

Devota è l’attesa
colme di grazia crudele
le frasi – una veglia d’alberi
i minuti, li vedi agitarsi
in fitti colloqui a sfinire il cielo.
Durata di un istante
che ti precipita, basta
un niente e nessun motivo.
Un verso è precisa
menzogna, indossa vessilli
che non salvano, si nega
alle stanze, ai richiami – sfarfallio
di porte che s’aprono
e chiudono – brevità del varco
se delude la luce, tradita.
Pure trascina per vie
che non vedi, cartiglio
d’aria, tramestio da niente
e nessun motivo.
Siate lesti a slegare il sipario
ditemi blu, dimenticatemi (La dimora insonne, Moretti & Vitali, Bergamo 2020, p. 13).

Ogni vocabolo è stato scelto con estrema accuratezza, la costruzione sintattica è rigorosa, l’intero componimento si caratterizza per una notevole densità concettuale e si profila come (userò questo sintagma) un paesaggio verbale: il libro di Daniela Pericone si rivolge infatti all’intelletto ed è in grado di commuovere l’intelletto costruendosi in forma di dimora del linguaggio poetico, insonne perché sempre vigile nel suo essere pensiero poetante.
Infatti nel testo qui proposto alla lettura c’è subito un’attesa devota, ossia fedele e indefessa, portata a espressione da frasi piene di grazia (di qualcosa di gradito e quindi bello, leggiadro, mi vien fatto di pensare alla sprezzatura secondo Cristina Campo) ma che non può se non essere crudele perché difficile da raggiungere e anche da manifestare, o perché il suo stesso darsi a vedere evidenzia, per contrasto, bruttezze e volgarità; la veglia d’alberi sopravviene bellissima metafora d’una nobile pazienza e d’un tempo (minuti) agitantesi in fitti colloqui (arte e attitudine del parlare e del conversare, del comunicare e dell’ascoltare) capaci di sfinire il cielo, luogo contemporaneamente distante e inarcato sul vivere, limite cui levare spesso lo sguardo, presenza che si può s-finire di parole, ché le parole, il loro addensarsi, il loro colloquiare fitto sono tema di questo libro; ma il parlare (quello, ovviamente, che vuole dire e dirsi in poesia) può conoscere anche il precipizio felice o funesto nel giro d’un istante, trovare o perdere l’equilibrio delicatissimo, fragilissimo, quel discrimine spesso sfuggente che dirime poesia da chiacchiericcio. Infatti, scrive Daniela, un verso (la direzione del discorso) è precisa menzogna, cioè geometrica e aritmetica fictio (inventio, figuratio), mise en scène affidata tutta al ritmo e all’eloquio, abile arte della mens creatrice. E il verso, come scoccato dall’arco del poetare, non può essere richiamato indietro, revocato, ma, adorno di suoi propri vessilli che non gli garantiranno salvezza, ché il verso è per sua stessa natura (ed etimologia) inteso ad allontanarsi dalla propria origine verso chi lo ascolterà o leggerà: esso è (magnifica, sontuosa definizione!) “sfarfallio / di porte che s’aprono / e chiudono“, possiede, però, pure una natura di varco, ma breve se la luce che lo illumina non è sufficiente – la luce è l’energia della parola poetica e del suo articolarsi in verso, del pensiero che genera il verso, della sapienza che deve mettere in campo ogni miglior fabbro: tradimento ne deriva se tale compito fallisce, se non si è all’altezza. “Pure” (il significato è concessivo) il verso “trascina” per vie inapparenti o inaspettate e, ripetendo l’endiadi “niente e nessun motivo“, Daniela ribadisce la libertà totale dell’atto poetico capace di trovare in sé stesso motivazione e vita, ma, non lo si trascuri, entro una precisa misura (“siate lesti a slegare il sipario”), così che il blu (il colore della lontananza e della bellezza, della nostalgia e dello struggimento, il colore di Novalis, di Mallarmé, di Yves Klein, di Derek Jarman, di Jean-Michel Maulpoix) sigilla quasi l’ultimo verso insieme con quel “ditemi”, ma non senza che ci sia il vero ultimo sigillo, ovvero l’invito all’oblio. E sì, ché la poesia è un costante moto oscillatorio fra ricordo (è Mnemosine la generatrice delle Muse) e dimenticanza, bisogna in qualche modo dimenticare i versi appena letti per intraprendere la lettura (o l’ascolto) dei successivi e in questo rinnovato dimenticare la mente accoglie in sé quel blu di cui scrive la poetessa, quel rincorrersi di echi e di spazi che caratterizzano la dimora insonne.
Potrebbe essere infatti applicata un’analisi altrettanto capillare a ogni testo dell’opera e si constaterebbe sempre la certosina attitudine musiva sottesa a questo modo di comporre: ogni parola è tessera con una sua collocazione necessaria e precisa, ma lo sguardo d’insieme non vede discontinuità o frammentarietà, bensì il dispiegarsi testo dopo testo di un discorso che trova la sua bellezza e un motivo non secondario per essere goduto e apprezzato proprio nell’abbandonarsi da parte della mente di chi legge a questo venir condotta traverso la dimora della poesia; l’insonnia è lo stato di grazia del poetare e dell’ascoltare, pensieri, quello della poetessa e quello dei suoi lettori, instancabili.
L’estrema raffinatezza ed eleganza del dire che significano sommo rispetto e amore per la lingua italiana sono, anche, il modo in cui s’esprime il pudore nei confronti delle ferite del vivere che vengono accennate, non eluse o rimosse, ma dette con la tessitura d’intonazione e ritmo che rende così peculiare questo libro:

Rinunci a dire
del tempo, smalto
sottile ai giorni e pochi
inganni – l’inverno
è indecidibile, non è furia
né incanto ai cortili.
Forse avrai scampo la sera
nei gesti del riserbo –
se un desiderio assale
o un timore, adàgiati
al mutare, i corpi vegliano
in candori o crepe, inermi
alla caduta – tesi in cristallo
i ricordi. Sfavilla assenza,
al suo splendore
si disorienta il buio (p. 19).

Infatti la scrittura di Daniela si confronta con il negativo e il minaccioso:

Sorvegliare il buio
è non temerlo, dentro gusci
che non tengono
l’occhio scuro non smette
di bruciare – non ha gloria
l’ora invasa dei perduti.
Reclina una parola se sperare
convoca deboli sorrisi,
ingenuità. Ripara solo dire
figlio, che trovi un bene
in sé nella pienezza
– contiamo bicchieri
lasciati a metà, sguardi
prosciugati. Se avessimo
cieli da solcare non esiterei,
chiedi alle ombre, sempre
qualcuno le invoca (p. 20).

Non so se si possa definire una sorta di ars poetica, ma nell’inanellarsi degli infiniti nel testo seguente decifro una precisa postura del poetare e un’aperta scelta di stile e di etica, mi sembra di cogliervi un’affinità con certa musica da camera, sommessa e meditativa, nella forma breve che caratterizza tutti i componimenti del libro vedo la bellezza non del frammento, ma della brevitas compiuta e densa di mondi e qui in particolare:

Non oltre indugiare
al commiato, radunare
pochi resti, rasura di carte,
sembianti – ritrarsi alle rive.
Un albero una stanza
la saldezza dei monti
che ammansisce lo sguardo
alla neve, ancora trascrivere
il buio, i suoi trasalimenti.
Disporre dell’orma
che non trattiene e fuga
l’agguato dell’ombra,
negare l’istinto
di orfeo (p. 33).

In questione è, infatti, lo stesso fare poesia, la sua necessità, la bellezza e l’ineluttabilità del dimorare nel suono, nel verso, nella parola – e splendida parola è proprio dimorare, ossia indugiare in un luogo, scegliere di fermarsi in quel luogo, un hic manebimus bene senza ovviamente velleità di conquista o di possesso, ma col desiderio di (h)abitare, con l’idea di un habere che, anch’esso indagato nelle sue radici etimologiche, ci conduce verso i concetti di sostenere e di portare a seconda delle ipotesi, non verso quindi un impossessarsi e possedere, ma verso uno stare per donare:

Lambisce gli ori
la lingua salvata, i neri tasti
dell’alba coincidono in musica
e astri – è lì che dimora certezza
di sciogliere in suono
qualunque dolore.
In quel che è distante, perduto
cercare un giaciglio alle notti
è perfezione del buio (p. 55).

 

Andrew Wyeth: Her Room, 1963.

 

Ma una dimora insonne non concede punti d’arrivo, sì un inesausto cercare:

Invoco
la prevalenza degli alberi
fortezza che escluda
la soglia – la penombra
è un crepitare di fronde,
radice sotto la pietra
che geme arsura, il desiderio
della pioggia non può
che diventare smanioso (p. 61).

La dimora insonne
consegue il suo silenzio
riposano le carte
mansuete – i suoi labirinti
sono roghi di penombra,
preludio d’ultimo
abbaglio, tenebrore (p. 71).

Labirinto, penombra, abbaglio, tenebrore sono parole-magneti che aggregano senso: le connotazioni di carattere spaziale e ottico nominano, in realtà e in ultimo, la poesia (il vero, pressoché unico tema del libro) ché la dimora insonne non può non essere labirintica, l’accensione del verso, accadendo nella penombra (nella dialettica tra luce e buio), raggiunge la propria abbagliante acme per inabissarsi in qualcosa che è ancor più che buio – e riconosciamo un processo del fare poetico affine a quello messo in scena già nel primo testo che ho proposto alla lettura.
La sinestesia sembra innervare in maniera davvero interessante il testo che segue, ma ci si soffermi poi sul rovesciamento finale della visione, sulla tenebra che non giunge dall’esterno investendo gli occhi (lo sguardo), ma che irradia proprio dallo sguardo, perché, malgrado la sua straordinaria energia, la poesia urta contro la resistente opacità del reale:

Il suono è una linea
curva, scudiscia il buio
ma invincibile
il bersaglio – è calma
che infuria, gli occhi
tracimano tenebra (p. 78).

Necessaria è, allora, un’etica della poesia che mi sembra di riconoscere in quest’altro componimento:

Il vagare assorto
e la sosta ai margini
del giorno, il riserbo incline
all’esitare, la solitudine
che è assillo e desiderio,
la ferita impervia, l’invettiva
muta sul confine – mite fervore
che accomuna, unisce suono
a suono, ripete l’amicizia
dei risvegli, forse a escludere
il male, modesta ricompensa
amaritudine (p. 81).

E, in chiusura del libro, ecco gli ultimi versi – li riconosco fraterni, mi sarebbe piaciuto essere capace di scriverli io, indicano una direzione, una serietà rara, li accolgo in questo spazio di Via Lepsius viatico, memento, motto, fiduciosa e grata scelta, solco profondo nella mente:

Fragile oriente
perdurare nel segno
– ad altri il traguardo e la prassi
a noi la disutile comparsa.
Fatica del consistere, se nulla
concedi e rinunci a ogni
indulgenza – accogli furie
che non trapelano, fuochi
da destinare a pochi
forse a nessuno. Senza remore
trarsi in disparte, lungamente
e fermo tenere l’assedio (p. 84).

Segnalo l’articolato, finissimo, partecipato scritto conclusivo del volume a firma di Alessandro Quattrone.