Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: dicembre, 2020

Il bambino e il carrubo (su “Fate Morgane” di Marilena Renda)

 

 

Il cretto di Burri.

 

Se le Fate Morgane (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2020) di Marilena Renda sono, da un lato, quei luoghi della Sicilia nei quali il fenomeno ottico è osservabile (ed è stato osservato, anche con meraviglia) da secoli, dall’altro esse sono la scrittura poetica che non si compiace di belle visioni e di estetizzanti ricami verbali, ma che, con un voluto rovesciamento del sintagma “fata morgana”, va ben oltre i giochi ottici, gli sfasamenti percettivi, l’illusorietà delle apparenze  – questo libro va dunque letto per antitesi rispetto al titolo generale: non un catalogo di miraggi, ma uno scandaglio della memoria personale e comune.
Leggiamo allora il primo testo proprio dalla sezione omonima Fate Morgane:

Se li guardi da vicino, i templi mostrano un animo nobile.
Sono i convitati di un banchetto divino,
e se temono il futuro non lo danno a vedere.
Due volte ho viaggiato per incontrarli
e due volte sono rimasta sulla soglia, la prima con te,
poi con una guida che disprezzava il mio terrore degli dei.
Tu giocavi al demiurgo, frequentavi solo gli spettacoli creati da te.
Avevi case, terre e una madre nobile, lo stemma sulla facciata
della casa di famiglia e molti comodini ancien régime.
Un giorno eravamo ad Aragona per fregare una coppia di artisti,
gli hai detto che se sborsavano un milione
un catalogo li avrebbe consacrati.
Ho confessato che non avevi tutti quei titoli.
Non erano ancora morti quei bambini,
seppelliti dall’onda di fango dei vulcani bassi
che prima d’allora avevano molte volte minacciato i turisti,
anche se mai Legambiente era andata a fondo della questione.
In macchina mi avevi insultato per ore,
invocando la lesa maestà e l’ulivo di tuo padre,
quello che non si sposta, il letto di Ulisse,
segno di un legame che non si spezza, la famiglia, la terra.
Dieci anni dopo hai ancora tutti i tuoi beni,
mentre io non ho visto i vulcani e non li vedrò più,
li hanno chiusi per sempre, sono lontani come la luna (p. 17). Leggi il seguito di questo post »

Abitare la sillaba Tà

 

 

Gianfranco Ferroni: Ciotola nera, 1991.

 

 

significa andare ad abitare la poesia della spoliazione e del silenzio prima ancora ch’essa si dia a vedere, prefigurarsela nel -glio presente fin dal titolo, poesia (non raccolta, dunque, men che meno silloge) poesia-poema che si dischiude per spiragli (tagli anch’essi per lo spirare di fiato e di parola, ma pure di luce e di buio, dipende) e che si dà a vedere come la neve che possiede la lingua del silenzio e del bianco.
All’origine dei tolki c’è questa poesia pensata come spazio («luogo austero. Forse una casa, forse una ex-fabbrica… una futura scuola o lo scantinato d’un teatro. Forse un vecchio monastero. È un luogo limitato da assi, chiuso da lenzuola…» p. 11) – ed è semplice e bellissimo pensare la poesia come spazio, bellissimo riuscire a vederla, a vederlo: inoltrandosi nella visione-ascolto (ché questo spazio è abitato da parole, poche, pausate, spesso reticenti, spesso rasciugate, ma parole) ci si inoltra in uno spazio in qualche modo familiare perché čekhoviano e beckettiano, ascetico ma non per questo privo o dimentico di passioni e di dolori, di desideri e di memoria.
Abitare la sillaba Tà significa venire ad abitare un luogo bianco (ogni cosa può accadervi, ogni voce esservi accolta, ogni movimento disegnarvisi) vibratile di rimandi, allusioni, echi: «Ognuno metà santo, ognuno metà imperdonabile. […] Ma ora a guardar bene, qui c’è solo neve… c’è solo tanta neve» (pp. 12 e 13) – Cristina Campo, Paul Celan, l’Andrej Rublëv di Tarkovskij, il suono che si tramuta in silenzio, che cerca il silenzio o l’ascesi della semplicità come nella musica di Anton Webern, come in quella di Arvo Pärt. Leggi il seguito di questo post »