Légendes des eaux souterraines

di Antonio Devicienti

 

 

Per Yves Bergeret (per acque sotterranee che instancabili scorrono, chiara poesia, chiaro pensiero)

Talvolta quello che consideriamo il “nostro” passato ci sorprende, pare raggiungerci alle spalle per farci scoprire che quel “nostro” passato è stato anche il passato di altri, di tutte le persone con le quali siamo entrati in contatto, con le quali abbiamo percorso un tratto di tempo (giorni, mesi, anni…)
Quello che siamo oggi lo siamo anche a causa del “nostro” passato che spesso dimentichiamo ch’è meno “nostro” di quel che credevamo.
Parole, passi, silenzi, luoghi, tagli di luce o d’ombra, suoni, voci, biglietti d’autobus, appunti presi in fretta su di una scatola di fiammiferi, fotografie dimenticate per anni in un cassetto…
Oppure racconti di persone che incontriamo nel “nostro” oggi (ancora quest’assurda pretesa di possesso, ancora quest’assurdo aggettivo possessivo – “mio”, “nostro” – quando appare ormai chiaro che siamo spossessati del passato come del presente, nel senso che dobbiamo diventare capaci di vederli anche con uno sguardo non nostro, ma con più sguardi).
Non sto parlando di un passato che pare ritornare come fosse abitato da spettri, ma di un oggi che acquista una luminosità e una chiarezza maggiori perché il “nostro” sguardo sul passato viene costretto a modificarsi, a diventare anche sguardo d’altri.