Scrittura e mondo: leggendo un libro di Massimo Morasso

di Antonio Devicienti

 

 

Sono tre i motivi per i quali scrivo qui del libro L’amore, il silenzio e la bellezza nella poesia di ogni tempo e paese (AnimaMundi Edizioni, Otranto 2020): per la stima che nutro nei confronti della scrittura di Massimo Morasso, per il pregio del libro in questione e per il piacere che mi procura il fatto che proprio una Casa Editrice salentina, animata da entusiasmo e forza progettuale, ne abbia consentito la pubblicazione.
Dico subito che – al di là del titolo che potrebbe trarre forse in inganno facendo pensare a un (noioso) manuale o a un (altrettanto noioso) catalogo-antologia – queste pagine sono, invece, un’ulteriore, convincente tappa della scrittura di Massimo Morasso: si continua infatti qui una ricerca che perfettamente comprendo e condivido, orientata com’essa è a trovare ritmi di scrittura che non si rinchiudono in “generi” precostituiti, ma, nutriti delle migliori voci poetiche e filosofiche del passato e della contemporaneità, sanno armonizzarsi fino a dare vita a queste pagine le quali, partendo ognuna da pochi versi di autori molto amati e molto studiati, si articolano, modellandosi sull’esempio della kleine Form, in passaggi meditanti, passaggi lirici, passaggi sentenziosi.
Questo non è un libro “da leggere” dalla prima pagina all’ultima, ma da leggere e da consultare, da esplorare cercando e trovando quelle pagine che più parlano a chi sta leggendo, approfondendone alcune, sospendendo l’attenzione per altre – e magari quelle pagine saranno altre ancora in differenti, altri momenti del vivere: ché L’amore, il silenzio e la bellezza va ben oltre la letteratura intesa come bello scrivere per congiungere in un medesimo atto la scrittura sulla poesia e a partire dalla poesia e l’esistere che si apre ad accogliere la poesia stessa lasciandosene fecondare; non sempre si tratta di momenti pacificati o sereni, anzi, sembra suggerirci Morasso, una delle caratteristiche maggiormente colme di senso della poesia è proprio il suo saper mettere in discussione le sicurezze che l’individuo culla, distruggere pregiudizi e aprire inattesi paesaggi al pensiero.
Come gli aforisti e i moralisti della migliore scuola francese, come il senechismo della grande scuola spagnola del Seicento, come i grandi scrittori di frammenti di scuola tedesca, come gli esegeti della Bibbia Massimo Morasso medita su amore, silenzio e bellezza senza mai perdere di vista la concreta situazione esistenziale umana, evitando ogni atteggiamento estetizzante, confrontandosi con la bruciante urgenza di quelle questioni che sempre confermano quanto sia serio il vivere, quanto complesso e al tempo stesso meraviglioso sia il rapporto col mondo: «Non basta saper cogliere la bellezza della vita; occorre anche saperla vedere come un miracolo, subire la morte, sì, come uno scacco, un non senso antipatico, un’aporia insormontabile, e tuttavia amare il morire, che è anch’esso un miracolo nel (corso del) quale permane la bellezza della vita, inestinguibile» (p. 100).

Ecco, per esempio, due dense pagine che muovono da un poeta temo di fatto sconosciuto in Italia, malgrado il suo grande valore, Hartmann von Aue (vissuto tra il XII e il XIII secolo):

………………………Corpo, parlerò volentieri,
………………………anche se avrei voluto tacere più a lungo.
………………………Corpo, ti prego in nome di Dio
………………………di cessare il tuo scherno
………………………e di richiedere
………………………immediatamente alla tua bocca
………………………di rimanere in silenzio
………………………e di lasciare parlare
………………………chi ne ha veramente motivo.

In gran parte della poesia moderna e contemporanea il silenzio rappresenta i diritti dell’ideale. Chi parla, pare che ambisca a dire meno. Tuttavia, di parole sul silenzio, sono piene le pagine, e le bocche: la rivalutazione del silenzio va di pari passo con l’emorragia della parola; con quella “chiacchiera” la vuotezza della quale la parola poetica s’arroga forse fin troppo spesso, per carenza di genio, il diritto di combattere. Ma i pensieri dei poeti in media non valgono quanto si ritiene. Giocano sulle ambiguità e sulla cromatica degli affetti più che sulla moralità del concetto. In generale, oggi c’è un sovrappeso culturale e un’affettazione pseudo-filosofica che spingono non pochi scrittori di versi a imitare la profondità di un Heidegger, di un Wittgenstein, o di un monaco zen. Che tormento per il lettore accorto, quelle migliaia di poeti furbi, superficiali o maldestri i quali, se dicono qualcosa sul silenzio (e non solo) scimmiottano sempre e sono convinti, tutti seri, di dire la verità! Le parole diventano così delle messaggere del flatus vocis, e delle messaggere, per giunta, un po’ grottesche nel loro essere sostanzialmente auto-contradditorie.
Al di sopra delle poesie da quattro soldi esiste il mondo della poesia autentica. Tale mondo non è così vasto come comunemente si ritenga, ma ha una storia lunghissima. Risale a tempi immemorabili. In certi momenti della società occidentale, le parole dei poeti corrispondevano più di quanto non stia accadendo ora a delle idee scavate dall’esperienza. E questo, nonostante esse fossero “ingabbiate” in strutture metrico formali assai meno libere di quelle in auge in quest’epoca verbosa della pseudo-libertà e dell’inconsistenza. Quello che dice in Klage (Lamento) il giovane Hartmann von Aue alla fine del XII secolo mi sembra un esempio molto appropriato di questa corrispondenza essenziale. A parlare, qui, non è il poeta, ma il cuore del poeta che dialoga/tenzona con il suo corpo. Dando voce con grazia e levità d’accenti a un dialogo/tenzone che ha la stessa dinamica, per non dire proprio la stessa natura, del discorso in atto fra silenzio e parola: tra il sé del poeta e il suo Altro da sé, “in nome di Dio” (pp. 51 e 52).

Come si nota il testo di Morasso si muove tra riflessione critica, affondo polemico e commento il quale ultimo diviene compartecipazione all’opera creativa che ha ispirato la pagina: abbiamo tra le mani un libro che ci dischiude gli itinerari di studio e di meditazione dell’autore per quanto riguarda la poesia, che traccia i sentieri di una costante meditazione, di un’attenta riflessione anche sull’oggi alla luce di testi magistrali: la sospensione della distanza temporale (non senza, però, la necessaria consapevolezza storica) è lo stato di grazia della poesia, quello in cui la parola poetica crea lo spazio dell’incontro con testi e autori del passato e, pure, del presente. La poesia non come ornamento del vivere, o vezzo, o piacevole pausa, ma quale lievito, energia del pensiero, postura etica.

 

 

………………………Stanco di tutto ciò che viene dalle parole,
……… ………………………parole non linguaggio,
………………………mi recai sull’isola innevata.
………………………Non ha parole la natura selvaggia.
………………………Le sue pagine non scritte si estendono in
…….. ………………………ogni direzione.
………………………M’imbatto nelle orme di un cerbiatto.
………………………Linguaggio non parole.
………………………………Tomas Tranströmer

Dietro ai misteriosi paesaggi di Tranströmer, c’è la scena originaria in cui la lingua muta della natura viene tradotta nella lingua umana. L’impressione, seguendo il viaggio fra spirito e materia cui il poeta c’induce, è che da qualche parte “a metà strada” fra i due, si dia una lingua ideale, un metalinguaggio che viene prima delle parole. Ciò che l’osservatore – l’ascoltatore – può finalmente dire, può dirlo soltanto nello spazio di risonanza di quel linguaggio. Il silenzio, qui, appare insieme come il risultato e la condizione di apertura del grandangolo che orienta la visione (p. 39).

Sarebbero molti i passi, molte le pagine da offrire all’attenzione di chi legge, ma affido alla buona volontà e all’interesse dei lettori voler cercare il volume; concludo con un’ultima osservazione che tocca anche uno dei cuori della scrittura morassiana, vale a dire l’autobiografismo che lo scrittore genovese affronta e problematizza in maniera consapevole e originale: se da un lato molto spesso (e accade anche nelle pagine di questo libro) si manifesta un “io” scrivente, esso, come altrove afferma lo stesso autore, è l’altro da sé per dire basta all’autobiografismo e alle sue molteplici derive: se inevitabile, sembra suggerirci Morasso, è partire dall’io e dalle sue esperienze, evitabile è rimanere invischiati nei narcisismi ed egotismi di quel medesimo io, mentre il passo da compiere è porre la giusta distanza tra il sé e l’altro da sé, guardarlo muoversi con impietoso, chiaro, razionale sguardo, descriverne i suoi rapporti col mondo per riuscire a vedere quello che, altrimenti non si saprebbe vedere se si rimanesse prigionieri della gabbia egocentrica ed egolatrica.

Articolata, molto ricca e partecipata è la postfazione di Daniela Bisagno. Le immagini presenti nell’articolo sono riproduzioni di dipinti di Gianfranco Ferroni.