Rondini e poeti

di Antonio Devicienti

 

 

La gentilezza e la delicatezza della poesia di Alessandro Quattrone tornano a visitare Via Lepsius un paio di anni dopo La gentilezza dell’acero: è La rondine presente (Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2020) a profilarsi con i modi cordiali e meditativi che già conosciamo:

Ma davvero da qualche parte c’è
chi aspetta le nostre parole
come un giardino aspetta api e farfalle,
anzi come un filo d’erba aspetta
senza sapere nemmeno che cosa? (p. 84)

La gente entra ed esce, va e viene,
discute, scherza, ride, si accapiglia
puntigliosa, fa programmi
e prende nuovi appuntamenti
dentro il bar dove a un tavolo appartato
qualcuno cerca la coincidenza
fra l’evento e la parola. (p. 86)

Il soffione sperduto fra le piante
non sa quanto è ricercato
crede di stare per morire
ma intanto sopravvive
finché un giorno qualcuno curioso
sposta le erbacce, lo scopre,
lo coglie entusiasta e con il fiato
ne disperde il silenzio nell’aria. (p. 90)

Sono il senso e la direzione della poesia a costituire il Leitmotiv di queste tre liriche, ma anche la rondine del titolo e le rondini delle quattro parti che costituiscono il libro (Rondini sospese, Rondini impreviste, Rondini intraviste, Rondini riapparse) sono figura della poesia e dell’esistenza, presenze, appunto.
Quattrone continua infatti a scrivere poesia concependola come un sempre rinnovato atto di attenzione per le persone incontrate, per i propri cari e amici, per i luoghi consueti della città in cui abita e lavora, per quelle presenze minime che nella maggioranza dei casi passano inosservate: “il soffione sperduto fra le piante” è figura e presenza della poesia che scaturisce e si manifesta proprio in quest’universo minimale (non minimalista!) che vive fra “l’evento e la parola” e che trova in un “filo d’erba” un altro emblema fortemente significante.
In realtà mi sembra che il tema profondo del libro sia il tempo, un tempo della percezione e del pensiero, dell’attenzione, appunto, e di una consapevolezza che gli Antichi avrebbero chiamato saggezza e che consiste nel sapere che la pienezza del vivere e del sentire deriva dalla cura per piccole cose, per brevi momenti che contengono in sé mondi (ricordate il guscio di noce di Amleto?), ma anche dal sapere quanto labile sia il vivere stesso, quanto illusorio il senso della durata.
È per questo che la rondine ritornante a ogni ciclo primaverile dell’anno è presenza che annuncia e testimonia un nuovo inizio e, pure, un tempo trascorso, che riempiendo il cielo di voli e di strida ricama la bellezza degli istanti, la loro impalpabilità e mutevolezza, una malinconica felicità, ché è felicità il puro sapersi vivere e sentire, ma la malinconia subentra alla riflessione circa la transitorietà di quel medesimo vivere – la morte è presente nel libro (il mormorio costante di un addio a pagina 43, per esempio, è metafora sia della morte che della separazione), pur senza proiettarvi alcuna ombra luttuosa o disperata, ma appartenente, anch’essa, alla saggezza cui accennavo e al grande tema del tempo.

Alla malinconia bisogna chiedere
di splendere ogni tanto
come una cornice dorata
quando un raggio di sole la colpisce
distogliendo la nostra attenzione
dalla notte dipinta sulla tela. (p. 13)

“Splendere” appartiene all’universo di questo libro perché le cose che consideriamo ordinarie (scrivo “cose”, ma s’intendano anche animali come i gatti, la volpe, il geco e pure i riflessi sull’acqua, le statue in un parco) posseggono una loro inconfondibile luce che viene colta e riverberata proprio dalla poesia.

 

 

Come freme il prato che riappare
quando la neve si scioglie e restano
soltanto macchie di biancore qua e là,
simili a fogli di carta non scritti. (p. 20)

E la “leggerezza” (che per Alessandro Quattrone è esattamente l’antitesi della superficialità e di un certo modo d’intendere la spensieratezza) accompagna e corrobora il sentire del poeta:

Proseguire così, con leggerezza,
senza richieste, senza aspettative,
proseguire avendo sempre qualcosa
da dire o da tacere, una nuvola
o una rosa da carpire, e un desiderio
da dimenticare come un biglietto scaduto
fra tante vecchie carte in un cassetto. (p. 25)

Ecco allora dei precisi interrogativi:

Che cosa desideriamo davvero?
Il futuro? Il passato? Il duraturo?
Forse soltanto il bacio del reale
alle nostre labbra immaginarie. (p. 31)

Infatti

È il soffio innocente della vita
a sfiorarci giorno dopo giorno:
ne sentiamo il sussurro dolcissimo.
Ma potrebbe pure tramortirci
potrebbe annichilirci
quando passa l’autobus sulla strada
e ci sfiora, noi sul marciapiede,
noi intenti a pensare
a qualcosa che ci sfugge,
e non alla strada, non al traffico,
dimenticando che il pensiero è un soffio
– come la vita, come la morte –
che sentiamo sulla pelle
all’urlo feroce del clacson. (p. 35)

La raggiunta saggezza di cui scrivevo poco prima sembra riproporre i tratti più nobili dello stoicismo antico, riconsiderare (nobilitandolo ulteriormente, non banalizzandolo né volgarmente fraintendendolo) il carpe diem oraziano (vera quintessenza della percezione del tempo) in quanto capace di dare valore a ogni istante del vivere a patto che il vivere significhi consapevolezza e cura, attenzione e gratitudine nei confronti del mondo:

Fluire, fluire piano piano
come un rivolo dopo la pioggia,
aspettando che si riveli
la felicità nascosta
in un campo esuberante di papaveri. (p. 54)

Che in un attimo sia nato l’universo
è del tutto evidente in quei casi
in cui un attimo contiene
l’universo intero prima della luce. (p. 64)

La poesia segue impronte sulla neve, tracce di un passaggio e di una presenza, invitanti segnali verso una direzione e verso un’esplorazione:

Di chi sono le impronte sulla neve?
Non importa, seguiamole.
È una direzione,
e da qualche parte bisogna pur andare.
Di chi sono queste impronte?
Non si sa, ma conducono
da qualche parte
con i loro contorni netti e misteriosi
pieni di una luce impura,
e qui comunque non si può restare. (p. 74)

La poesia è andare, è partire da un luogo in cui “comunque non si può restare”, una sorta di esilio (ma non maligno né doloroso, benché la poesia di Alessandro Quattrone contempli anche il tema della solitudine e dell’abbandono insieme con quello della cercata amicizia e della complicità tra esseri umani) dal luogo iniziale verso il luogo d’approdo: e questo processo si ripeterà a ogni nuovo componimento, così che a maggior ragione la rondine, uccello migratore e mai fermo, ne può essere emblema e immagine, soprattutto pensando alle innumerevoli vite che, sulla terra, esistono contemporaneamente, dedite ciascuna a una loro attività, a loro pensieri:

Chissà dove, fra le pareti quiete
qualcuno sta leggendo di altri mondi
con tremiti, con brividi, con gemiti
che non fa diventare pensieri
lasciando che si brucino a poco a poco
nella calma infuocata della casa. (p. 80)

 

 

Certo

Ci eravamo abituati al non morire,
alla durevolezza delle cose
nel loro ripetersi ogni giorno,
alle fotografie nelle cornici,
al palazzo di fronte col suo grigio,
ci eravamo abituati alle parole
evanescenti eppure sempre storiche,
e all’erba selvatica là in fondo,
ai gatti intorpiditi nel crepuscolo,
al sottofondo della televisione
mentre i ricordi rianimavano
il tempo che languiva,
ci eravamo abituati
ed era quasi un vizio,
una presunzione di immutabilità,
un desiderio di restare avvolti
dal sommesso splendore
di quello che rimane sempre uguale,
quando tutto – di colpo – si è dissolto
e poi piano piano è riapparso,
ed era inafferrabile
come l’immagine nello specchio
davanti a cui passiamo sbadatamente. (p. 112)

Per questo, forse, l’ultimo testo del libro recita così:

Chissà se apparirà ancora
con lo stesso linguaggio remoto
di chi proviene da un altro regno,
chissà se avrà sembianza
di nuvola o di stella
o di rondine che ritorna
il volto perduto,
il nome che potrebbe illuminare
i sassi sparsi sul sentiero. (p.114)

Quel nome è, probabilmente, poesia se poesia è, anche, questo tendersi del pensiero e del sentire fra le differenti regioni del tempo, quest’inarcarsi dell’immaginazione, fattasi scrittura, da testo a testo, da libro a libro.

NOTA: questo saggio dialoga con le opere di Carlo Mattioli.