L’atto della creazione è una voragine carsica: su “Breviario delle Aberrazioni” di Michele Paladino

di Antonio Devicienti

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Ho l’impressione (che, però, è quasi una certezza) che si stia formando una linea di scrittura che, originando dai libri di Andrea Leone e anche incoraggiata dall’attività editoriale di quest’ultimo, è caratterizzata da un coraggioso (e, posso dire anche, temerario?) porre l’espressione poetica (sintatticamente complessa, lessicalmente articolata, concettualmente antiegotica e antisentimentale) quale asse portante di testi i quali, dipanandosi poi nei loro articolati dis-corsi, ambiscono a edificare arcate e controarcate di un ponte consapevolmente costruito sul nulla che assedia le nostre vite.

Ho tra le mani Breviario delle aberrazioni (Fallone Editore, Taranto 2021), opera prima di Michele Paladino e già in esergo le citazioni da Lautréamont, Benn, Landolfi e Benjamin offrono una sorta di viatico verso un percorso che affronterà la sofferenza esistenziale, il senso di catastrofe, una distruttrice contrapposizione tra leggi naturali e tecnologia umana.

Subito nel primo testo si materializza una vocazione visionaria e profetica di grande tensione espressiva, magari anche di matrice veterotestamentaria, certamente affondata nella distopia di un ragionare in versi intorno alla nostra contemporaneità: 

Gli uomini ormeggiano su una piattaforma di calce e sabbia,
nei loro occhi scintilla la segatura:
è l’inverno del sangue.
Immolano i maiali,
non prima di averli cacciati con le trombe,
ne recidono le corde vocali.
Bisogna fare in fretta; nuovo grano deve nascere, 
nuove spine avranno da gridare.
(p. 15)

È lecito supporlo: 
siamo esseri deposti per l’annientamento,
imbuti di eclissi ineffabili;
calamitati a slanci fatui,
figure partorite da un’orgia oscura.
(p. 19)

La mano che scrive è sicura, determinata ad affidarsi a una sintassi precisa; la mente che pensa è nutrita di letture da Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger, dai poètes maudits, dagli Espressionisti tedeschi, mi sembra anche da Dino Campana, porta fin sulla soglia del terzo decennio del secolo presente una lezione che ha attraversato (e scosso) tutto il Novecento.

Se da un lato emerge un simbolismo per me non sempre convincente, dall’altro alcune soluzioni ritmico-concettuali persuadono e aprono sentieri attraenti:

La luce è solo lo spettro di un tempo cavo.
Un siero tedioso, 
inoculato da una siringa dorata,
lieto incantesimo del torso reclino di una donna,
tacita estranea nel regno dell’oppio.
(p. 21)

Chiarisco: il primo verso mi sembra conchiuso e ben riuscito, coeso e concettualmente efficace; trovo non ben legato quel che segue e poco persuasiva quella “siringa dorata” (sia per la scelta del sostantivo che per l’aggettivazione), mentre posso comprendere le suggestioni di marca baudelairiana che chiudono il testo. 

Approdando a pagina 22 non riesco a liberarmi dalla tentazione di ricondurre l’aquila sveva del quarto verso al superbo Hohenstaufen di Andrea Leone, appunto, non senza premettere che l’intero testo è ben costruito e pregevole nei suoi effetti coloristici:

La luna incenerisce l’intonaco,
segue la traccia oscura di un incendio freddo.
Si fa strada sul tuo seno, spirito maligno,
la lingua sepolcrale di un’aquila sveva;
così una regale marea ossidata, 
fra i cieli incoronati, di meteore.

Certo, un poeta ai propri esordi non sfugge (e probabilmente non vuole sfuggire) alla domanda fatale:

Cosa cerca il poeta?
La mistica degli angeli,
la cavea dove riversare i propri risentimenti.
E la parola?
Farsi ieratica,
porporata gorgiera,
di una cosmografia depravata.
(p. 23)  

Già a pagina 20 c’è una semina mistica e proprio la terminologia derivante dalla sfera del sacro e della religione suggerisce il profilo peculiare di Breviario delle aberrazioni, svolto sul discrimine tra sacralizzazione e profanazione, tra alto e basso, tra cielo e abisso (si legga, a titolo di esempio, il distico a pagina 41: Ci spaventa vivere negli incastri di corrispondenze, / luce antartica e acherontea, / salvezza ed esilio e il componimento di pagina 54: La profanazione è la chiave dei nostri fremiti, / tritati in unzione negli spasimi / di un fuoco desertico, / incisi ad una pietra ossidiana, / legati alla lussuosa cuspide dello scorpione).

Non so se Michele Paladino ha letto Stefan George, certamente ha assimilato Baudelaire:

Per un certo tempo,
santamente sepolta nei sudari,
restava in orazione nuda;
felini i chicchi del rosario tra i seni,
umettava la mano sulla torbida nerezza del pube.
E sentiva solcare il desiderio, aureolata, 
la lastra abissale della luce,
in divenire.
(p. 25)

Ma quest’erotismo che vuol essere eversivo e che, come nel caso presente, mostra un autore che sta cercando la sua strada (ch’egli troverà e percorrerà con buoni risultati, ne sono certo) non è del tutto nuovo e potrebbe essere debitore anche del Carmelo Bene dissacratore e provocatore, inteso a ripensare un ineludibile cattolicesimo (e con esso tutto il suo relativo portato culturale) che, ci dimostra Paladino, è ancora capace d’informare una scrittura certamente inquieta e ab-errante, cioè volutamente discostantesi da linee tracciate a priori.

È dato riconoscere stilemi ermetici e postermetici (per esempio Ti diluviano le cicatrici a pagina 26) e, soprattutto, la lezione benniana di Morgue (l’estuario infinito delle vene d’argento / cesellate nella dolce garza epidermica a pagina 33, il cranio, sondato da una forbice glaciale, / nasconde la stilla osmotica dei morti a pagina 55 e, più in generale, i riferimenti alla decomposizione post mortem).

Il libro possiede anche snodi ai quali le aberrazioni costituiscono sia presenze che mettono in questione i concetti abituali (direi acriticamente abitudinari) del bello e del bene (scorgo in questo la lezione di Cioran), sia affioramenti di un erotismo forsennato capace di riverberarsi anche in attrazione erotica nei confronti del linguaggio (devo pensare forse a Henri Michaux? ma è presente pure, certamente, Rimbaud): 

Defectio

Le mosche si posano intorno alla pozza meno digerita
interrogano pazzamente il fetore delle feci fresche.
Scivolano intrecciandosi, nel colore verde oliva della bile.
Turarsi il naso al color sangue, mortale, compresso
[sull’asfalto, è segno di distinzione: 
orrenda visione dello sfriggere di un rosario in mezzo
[alle deiezioni.
(p. 32)

Gli occhi immani e mescalinici,
ribaltati senza termini,
immagini idriche di noi
annegati nel letto,
bendati a un furore unanime;
attaccati ai ganci puntellati di una giostra,
scopare come i congiurati di uno scisma,
spalancarsi precipitanti alla morte termica.
(p. 43)

Meno convincenti trovo testi di questo tenore:

L’ardente fornace del tuo seno
celava una goccia di tremore celestiale.
La notte era pura: invisibile la marea.
Quando un profumo alto, carico, salia dal cimitero,
e l’anima era piegata dai filari tragici dei pini.
(p. 44)

– perché l’aggettivazione e la mescolanza di erotismo e morte (in tutto il libro, tra l’altro, la morte è ossessivamente presente, in particolare nel suo aspetto di decomposizione) rivelano una certa immaturità e irrisolutezza espressive: Paladino contrae un forte debito con i suoi autori di riferimento (il che è naturale), ma sono certo che arriverà a trovare la “sua” voce, quella voce cioè che, non rinnegando i maestri, ne assimila la lezione approdando a testi coesi e originali (l’unico, vero modo per saldare il proprio debito con quegli autori che si ama fino allo spasimo). 

E già un testo come il seguente, pur con un aggettivo (“glauca”) non ben risolto nel registro lessicale generale, si rivela molto interessante:

Gli impuri camminano sonnambuli,
giova loro la luce glauca della festuca;
persuasi dell’arsione della sabbia,
invocano mamma pipistrello,
ma la loro è solo una ragione teorica: 
cercano di innestare il mondo
di simboli che rianimano
il feto ambulante di una vedova.
(p. 46)

Si tratta di una condanna senza mezzi termini dell’ipocrisia di chi separa la vita dalla scrittura ricorrendo a simboli vuoti e oscenamente infecondi; gli “impuri” sono coloro che indossano la maschera di poeti (“una ragione teorica”) ma per approdare soltanto a una desolante sterilità.  

E non si trascurino passaggi di dolorosa visionarietà quale il seguente nel quale chiara si percepisce la capacità di Paladino di costruire testi perfettamente calibrati, architettati in incastri di proposizioni sia verbali che nominali connesse per asindeto (i primi due versi sono, tra l’altro,  due doppi settenari):

Il deserto è vicino, l’esilio è una visione
di città dilatate, dalle valli sventrate,
la luce moresca, senza cura,
senza appello,
vive la mia terra arata di scialli neri.
(p. 51)

Una sorta di autoritratto, quasi riassuntivo di tutti i Leitmotive del libro, chiude la penultima sezione (il libro si articola in 4 parti: Dal delirama – pp. 19-27, Per i morti – pp. 31-36, Gli impuri – pp. 41-58, L’oro dei retabli – pp. 63-72):

Ciascuno ha il suo segreto.
Prima di spegnere la luce giaceva sterile
nel caldo animale della sua stanza.
Vedeva il sangue scendere labirintico,
dal setto
al foglio bianco,
le epistassi sciogliersi negli incavi delle astrazioni;
spirali innervate,
caratteri di radici nodose.
Qui è la foce,
un deliquio di bifore aperte sul vuoto.
(p. 58)

Infine Grünewald, Baldung, Bosch, Bronzino, Tintoretto, Rosso Fiorentino, Caravaggio, Canova chiudono, nomi sodali, il libro; si tratta di testi brevi (la misura, mi sembra, giusta per Michele Paladino, poeta-orefice di componimenti di baluginamenti opalini):

Bosch

Stendi gli unguenti, imbestia la visione
nella luna stagna:
l’inconscio è un bulboso magma
colato in un calice d’oro.
(p. 65)

Ed ecco l’ultimo testo, con tre versi finali che stanno tra l’invocazione e la speranza, la disperazione e la certezza:

Tra poco l’alba avrà sete.
Si aggrapperà assetata
sulle rovine dei cenotafi.
Non ha da terminare,
mai
mai.
(p. 72)