Su “Villa Pamphili” di Marco Giovenale (ovvero “sul movimento plurale dei frammenti”)

di Antonio Devicienti

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Leggo su Antinomie il testo di Marco Giovenale Villa Pamphili – inserito nella rubrica estiva La carte postale, esso può essere letto in (almeno) due modi (talvolta persino contrapposti): o in forma di un (ironico) messaggio ovvero cartolina “dalle vacanze estive” (benché luoghi di Roma compaiano non infrequentemente nella scrittura di Giovenale e benché Roma sia la città in cui egli vive), oppure come una riflessione sulla percezione; ma, in più, il testo sul quale qui medito si propone come un’assai interessante interpretazione del topos letterario del luogo da rappresentare e/o descrivere, mi sembra anzi segnare una cesura netta tra la più diffusa, praticata e tranquillizzante modalità descrittivo-evocativo-sentimentale e la modalità, tipicamente e programmaticamente giovenaliana, del prendere radicalmente le distanze in maniera critica e storiograficamente consapevole da attardati, stanchi stilemi avallati tra l’altro dall’editoria main stream.

Villa Pamphili potrebbe essere un “luogo del cuore”, paesaggio e immagine del ricordo e della storia personale, occasione confessionale e/o memoriale – essa si materializza invece come “immagine al quadrato” o «movimento plurale dei frammenti» (cfr. slowforwardqui): l’artificialità e l’artificiosità già insite nell’immagine di partenza (e questo vale per qualunque luogo si prenda a oggetto della scrittura) diventano tema del testo, causa e sviluppo dell’argomentazione, formulazione non solo dell’immagine derivante dall’immagine prima, ma anche riflessione sulle modalità e le motivazioni di tale formulazione.

Dietro quest’aspetto che potrebbe essere definito “tecnico” c’è una precisa azione di carattere cognitivo-conoscitivo ed etico: scrivevo del testo di Giovenale quale (ironico) “messaggio o cartolina dalle vacanze” e già mentre trasceglievo quest’espressione pensavo all’etimologia del sostantivo “vacanza”, ovvero “mancanza, assenza, vuoto, l’essere sgombro, senza occupazione” (e il riferimento è, nell’accezione più comune,  all’attività lavorativa o scolastica) – orbene, viene invece alla luce, inaspettata e tragica, la “vacanza” (l’assentarsi, il «disaccentuarsi») «della percezione del pericolo»; il «tratto 2 punto 0 della vicenda della scimmia» (cronologicamente oltremodo breve rispetto all’arco ben più ampio dell’evoluzione umana) schiaccia e riduce (impoverisce, direi) la percezione sensoriale (visiva in primis) sulla sola bidimensionalità conseguenza della «moltiplicazione incalcolata delle icone».

In un’estate segnata da devastanti alluvioni e incendi innescati e dall’uomo e dalla crisi climatica, caratterizzata come accade ormai da lungo tempo da movimenti migratori diffusi su tutto il pianeta e accompagnati di frequente da morti e da violenze, Marco Giovenale propone un testo che, privo come al solito di enfasi e di sentimentalismo o di retorica (magari ambientalista, com’è ultimamente in uso), pone chi legge innanzi all’estrema tragicità della «rigatura sul disco della specie» che è poi il «momento preciso imprecisabile» in cui uno sguardo che potremmo definire inebetito o anestetizzato «inizia a poter osservare l’osservazione, lungamente, senza allarme» – si noti che anche in questo caso siamo di fronte a un’attività “al quadrato” (quella di “osservare l’osservazione” e, addirittura, “lungamente”), ma il discrimine radicale e decisivo consiste proprio nella distanza (incolmabile) tra un testo come Villa Pamphili (direi di spietata, chirurgica consapevolezza e assunzione di coscienza) e l’osservato (ch’è l’oggetto-tema del testo)  immerso nel «plurale che non assedia» e che, appunto, «non avverte più sempre l’assedio» – l’immagine (le immagini) sono enormemente depotenziate, del tutto private di spessore e di significato, si affollano, indistinte, soltanto «pixel», «ovale», «lancetta», «micro-rombo»: Villa Pamphili è una rigorosa riflessione (non priva di angoscia e di allarme) intorno alla postura intellettuale ed etica dell’umanità contemporanea e al suo rapporto con l’immagine.

Non si trascuri infatti l’espressione «nell’identità già estetica del sapiens» che, ferocemente sarcastica, de-nobilita e de-struttura qualunque illusoria, autocompiaciuta impalcatura eretta dal sapiens per celebrare sé stesso (anche il termine “inastata” con la sua probabile implicazione sessuale di stampo maschilista potenzia l’effetto di questo passaggio del testo), per cui il sintagma del registro colloquiale «uno così pensa» (tra l’altro si tratta della terza persona espressa tramite il pronome indefinito, stilema caro a Giovenale) che circolarmente apre e chiude l’intero testo ne lascia in realtà aperti i due margini: l’intonazione dell’attacco, la stessa assenza dell’iniziale maiuscola sembrano suggerire che il presente testo affiori come da un discorso già avviato in precedenza, mentre il suo ritornare in chiusura apre uno spazio bianco – a sua volta testo che potremmo definire “muto”, ma che si può supporre carico di riflessioni, per esempio intorno alla correttezza di quello che “uno così pensa”, oppure intorno alla possibilità reale che un’assunzione di consapevolezza sia a questo punto capace di mutare il corso delle cose, che si tratti delle crisi climatica e migratoria, oppure delle facoltà cognitive del “sapiens 2.0”.

Dall’altro lato (e mi provo qui di seguito a suggerire una seconda possibile interpretazione del testo) Villa Pamphili tematizza il mutamento (certo inevitabile) dei parametri percettivi all’interno di una realtà fortemente condizionata dai mezzi informatici, pone la questione della differenza (o distanza) tra l’immagine direttamente percepita in loco (percorrendo di persona Villa Pamphili, per intenderci) e l’immagine (o le molte immagini) della Villa visualizzabili su di uno schermo; si tratta del distanziamento fisico tra corpo e immagine, del dissolversi di qualunque altra esperienza sensoriale eccettuata la vista: se percorro con il mio corpo Villa Pamphili non solo ne vedo i diversi scorci, ma ne avverto gli odori, i suoni, posso ricorrere al tatto – l’immagine sullo schermo sembra, invece, profilarsi soltanto nella sua bidimensionalità, appartiene esclusivamente all’ambito del vedere.

È questo il motivo per cui sostengo che anche nel caso presente la scrittura giovenaliana raggiunge un realismo che tocca, appunto, la res costituita, nella nostra contemporaneità, anche (e, ormai, spesso in prevalenza) da immagini (innumerevoli) emananti dagli schermi, il che vuol dire un formicolare incessante di pixel e una serie di “canali” attraverso i quali i dati scorrono, giungono a destinazione, si costituiscono in immagini («il camino», «l’orizzonte», «un tragitto scelto» scrive Giovenale) e toccano la “vicenda della scimmia” che ha appena iniziato “il tratto 2.0”.

In questione è, in tal modo, il trasformarsi delle modalità percettive dell’immagine e del portato valoriale dell’immagine stessa, dei nessi tra il corpo senziente e l’immagine mediata/offerta dallo schermo (del computer, dello smartphone e via enumerando); la scrittura si accampa, a sua volta, sulla pagina-schermo inducendo alla riflessione su di un nodo fondante del nostro stare-nel-mondo, intendo dire l’oscillare tra l’esperienza diretta dell’immagine (io che sto dentro Villa Pamphili e ne vedo le chiome degli alberi, la ghiaia dei viali, i margini delle aiuole…) e l’esperienza mediata dallo schermo (io che guardo foto della Villa: «osservare l’osservazione, lungamente, senza allarme» esprime alla perfezione quell’attività che torno a definire “al quadrato”, cioè l’osservare l’atto stesso di osservare, scrivere dell’atto stesso di scrivere, pensarsi mentre si pensa, eccetera).

Il “movimento plurale dei frammenti” è, anche, presa di coscienza dei modi della percezione, della loro metamorfosi in conseguenza dell’invenzione di internet, dell’ulteriore allontanamento della specie umana da una qualche forma di naturalità, del dislocarsi della percezione dal livello esperienziale diretto a quello mediato (“immagine dell’immagine prima” scrivevo all’inizio, “immagine al quadrato”).