Bousquet nella camera blu della poesia

di Antonio Devicienti

 

dubuffet_bousquet

 

Viene pubblicato da Pier Giorgio Pazzini Stampatore Editore (bellissima dicitura quest’ultima, sospesa tra un tempo passato e l’orgogliosa rivendicazione di un mestiere che non si vuole totalmente succube delle tecniche digitali e comunque aggiornato e attento ai progressi delle tecniche tipografiche) un nuovo libro che Adriano Marchetti dedica a Joë Bousquet: Poèmes épars. Poesie sparse (Villa Verucchio, 2021) – “nuovo” nel senso che Marchetti ha già pubblicato con diversi editori numerosi libri di traduzioni da Bousquet, ivi compresa la corrispondenza; nella presente «raccolta sono stati riuniti i componimenti disseminati in varie riviste e nella monumentale corrispondenza amorosa del poeta, o rimasti assolutamente inediti, o pubblicati postumi nei suoi scritti» (p. 7 dell’INTRODUZIONE / Un allucinato di genio). I testi poetici (63) coprono un arco temporale compreso tra il 1924 e il 1950 «con lunghi intervalli di sospensione» (ibidem).

Nella sua appassionata e rigorosa introduzione Adriano Marchetti dà conto di una scrittura in poesia che, nell’incontro-scontro tra lo spirito apollineo (la necessità della forma e dell’ordine) e quello dionisiaco (l’empito vitale), è inestricabilmente interconnessa con l’esperienza esistenziale del poeta (Bousquet viene raggiunto il 27 maggio 1918 sul campo di battaglia di Vailly da un proiettile tedesco che gli spezza la spina dorsale e vive paralizzato alle membra inferiori nella sua camera blu, dalle imposte sempre accostate e dalle pareti ricoperte da opere surrealiste, nell’ala estrema del palazzo paterno di Carcassonne al 53 della Rue de Verdun fino alla morte), con gli incontri e gli scambi epistolari che nutrono le sue giornate (Jean Paulhan, Max Ernst, Simone Weil e molti altri), con l’attività politica (durante la Resistenza la sua casa diventa rifugio per perseguitati ed Ebrei e cenacolo culturale).

Joë Bousquet è, dunque, persona e artista estremamente affascinante e interessante, ma non voglio ottusamente cadere nella trappola del biografismo (sempre a buon mercato e sempre superficiale), sì, al contrario, riconoscere un ennesimo motivo per cui la poesia e la cultura italiane devono continuare a guardare alla Francia (occorre citare i nomi di Char, di Du Bouchet, di Jaccottet, di Albiach, di Maulpoix, di Quintane? e potrei andare ancora avanti…) e riconoscere l’instancabile dedizione di Adriano Marchetti allo studio e alla diffusione della poesia di Bousquet (e non solo) in Italia; Bousquet dedica la propria esistenza alla ricerca poetica che, in lui, coincide con le ragioni stesse del vivere – e del non morire (e, anche, del non-aver-potuto-morire); c’è un bellissimo passaggio nell’introduzione (è a pagina 14) che così recita: «Per Bousquet, erede naturale della tradizione eretica dei Catari, l’essere stato strappato alla vita senza essere consegnato alla morte costituiva solo il punto di partenza di un cammino da sempre presentito, il modo di corrispondere al silenzioso appello di un destino universale. Ha posto tutti i suoi sforzi per mettere in piena luce i meandri della propria coscienza di uomo ferito. La sua attenzione è stata il suo strumento di ricerca, un atto deliberato, il consenso alla necessità di coltivare l’oscurità ed entrare in comunione con l’entità tenebrosa che soggiace all’io superficiale».

La camera di Bousquet non è affatto luogo di autoreclusione e di isolamento, ma, contemporaneamente, luogo di meditazione e di scrittura e luogo di incontri (tanti e fecondi, fraterni), luogo nel quale si addensa la notte e una luce nera che preme per farsi parola, luogo-tempo che accoglie quelle droghe che alleviano il soffrire e contribuiscono a generare un canto e una danza d’inaspettata vitalità – nei testi qui tradotti sembra dispiegarsi un atlante degli itinerari interiori, intellettuali e amorosi di Bousquet, dal momento che proprio l’erotismo è, per il poeta, tratto essenziale del vivere ed è un erotismo non banale e non ovvio, ma che, superando l’istintività animale, approda a quanto Marchetti così spiega: «L’ardente fusione amorosa allude alla ricomposizione dell’unità originaria dell’androgino prima della creazione» (p. 22).

Adriano Marchetti ha tradotto cercando spesso di restituire in italiano le rime e le assonanze, la musicalità, i ritmi presenti nell’originale (operazione tutt’altro che facile e che sarebbe potuta scadere nel ridicolo o nel forzato: ma così non è); egli ha colto in pieno tutte le possibilità offerte da ogni edizione che rechi il testo a fronte: il lettore che non conosca la lingua di partenza è in grado di farsi un’idea molto precisa dei testi originali, chi conosce anche la lingua materna del poeta può apprezzarne direttamente il valore e le sonorità e, nel medesimo tempo, saggiare il prezioso lavoro del traduttore e, per dirla con una frase-concetto a me sempre presente di Antonio Prete, “stare fra le lingue”, “soggiornare all’ombra dell’altra lingua” – ed è anche significativo e suggestivo riflettere sul fatto che proprio il tema dell’ombra è essenziale nell’intera opera di Bousquet perché il poeta cerca di far emergere tramite la lingua della poesia le regioni nascoste ed enigmatiche dell’essere e si potrebbe affermare che anche il poeta-Bousquet traduce dall’ombra in direzione della luce del dire e del poetare, da quello che è nascosto e spesso inavvertito verso un pronunciare in direzione del mondo. Tradotto dal silenzio è, per esempio, il titolo delle prose di Bousquet che Adriano Marchetti ha tradotto e curato prima per l’Editore Marietti e poi Mimesis e si tratta di testi che solo per una necessità classificatoria vengono definiti “prose”, ma che “traducono” appunto qualcosa che è in continuo moto e metamorfosi, qualcosa anche di dolorante e abissalmente desiderante come Bousquet splendidamente dice in un distico: «Mon cœur met le monde à ma place / Je deviens la nuit qui le voit // Il cuore pone al mio posto il mondo / Io divento la notte che lo scorge» (pp. 128 e 129, À Isel, da Poèmes épars, cit.) – questi versi dedicati a Isel (destinataria di molte altre pagine del poeta) furono scritti sul retro di una tela di Magritte intitolata Schéhérazade e che Bousquet aveva destinato alla ragazza nel 1948; il ritratto che Jean Dubuffet fece del poeta durante una visita in Rue Verdun nel 1947 (Bousquet au lit) coglie perfettamente quel vivere prigioniero in un’immobilità invece mobilissima e ardente di desideri, di relazioni amicali e artistiche, di energia fantasticante: «Le lac est grand comme la chambre / L’oiseau vole beaucoup plus bas que la torture // Il lago è grande come la camera / L’uccello vola molto più basso della tortura» (pp. 44 e 45, L’âge de l’âme / L’età dell’anima da Poèmes épars, cit.).

 

joe bousquet au lit

 

«MAIS C'EST PITIÉ QUE...»

Mais c'est pitié que, si joli,
le jeu d'aimer ne se prolonge...

Déjà! classer des souvenirs!
Je mettrai ma peine en soupirs
Pour elle et moi... deux exemplaires

Et nous en parlerons tout bas
Du bout des dents... L'amour, ma chère,
Dort dans les vers qu'on ne dit pas



“MA È PECCATO CHE...”

Ma è un peccato che, così bello,
il gioco d'amare non si prolunghi...

Già! Catalogare ricordi!
Metterò la mia pena in sospiri
per me e lei... due esemplari

E ne parleremo a bassa voce
A denti stretti... L'amore, mia cara
dorme nei versi che uno tace
(pp. 126 e 127)





«CREUSE À LA CHAIR...»

Creuse à la chair ta paume, sèvre
les yeux d'un corps que tu seras.
Le regard sous terre a des lèvres
tous les baisers ne tombent pas...

Sans le vouloir un roi l'a vue
Il n'est pas maître de ses yeux
Qu'il fait mauvais marcher si loin...



“SCAVA NELLA CARNE...”

Scava nella carne il tuo palmo, strappa
gli occhi da un corpo che sarai.
Lo sguardo sottoterra ha labbra
tutti i baci non cadono mai...

Senza volere un re l'ha vista
Padrone non è degli occhi suoi
Che brutto camminare così lontano...
(pp. 146 e 147)





«TES YEUX SONT LES BALANCES...»

tes yeux sont les balances
De la nuit et du jour
Et ton corps est ce jour.

Tu nais de cette nuit
Fléau de la journée
Qui se défait sur toi.

Es-tu l'ange d'un roi
Fléau de tes années
Close étoile de sang
Sur la nuit qui s'étoile.



“I TUOI OCCHI SONO LE BILANCE...”

I tuoi occhi sono le bilance
della notte e del giorno
e il tuo corpo è questo giorno.

Nasci da questa notte
flagello della giornata
che si disfa su di te.

Sei tu l'angelo di un re
flagello delle tue annate
chiusa stella di sangue
sulla notte che si copre di stelle.
(pp. 168 e 169)