Continuità e cesura

di Antonio Devicienti

 

il colore del melograno_paradzanov

 

     Che il numero 100 di Anterem (Da un’altra lingua) sia anche l’ultimo della rivista pubblicata ininterrottamente dal 1976 rappresenta, all’interno dell’attività intensa delle Edizioni Anterem, una cesura (per certi versi sicuramente dolorosa), ma anche un momento di passaggio e, quindi, di continuità perché l’intero patrimonio di documenti, incontri, riflessioni, iniziative che avevano nella rivista il loro perno non si disperde, ma assume la forma di nuove pubblicazioni che, se possibile, rafforzano e ancor meglio inverano quella che non è mai stata un’etichetta di facciata, ma l’essenza stessa della Rivista e della sua Redazione: poesia e scritture di ricerca come recita parte del ben noto sottotitolo della rivista stessa.

     Il ponderoso volume (363 curatissime pagine) reca come di consueto in copertina il tema dell’intero numero (Da un’altra lingua) e una citazione da Derrida: Sì, non ho che una lingua, / e non è la mia – all’interno sono raccolti (con testo a fronte) i componimenti dei poeti non italofoni pubblicati nel corso del tempo, così che il volume si configura ricolmo di versioni italiane da altre lingue, ma in maniera suggestiva e, si direbbe in francese, juste – aggettivo che rende conto di una postura intellettuale ed etica non solo corretta, ma anche rigorosa e appropriataAnterem numero 100 parla la lingua sovranazionale della poesia e anche la lingua che la condanna biblica vorrebbe babelica (cioè confusa, incomprensibile e tracotante), ma che, nell’apparente paradosso di ciò che è umano e nomade, è invece la meravigliosa babele linguistica della città dell’uomo, quella lingua marezzatissima che non è la mia (la mia o quella che credo tale è solo un piccolissimo frammento della totalità) e che, proprio perché non mia, meglio mi dice e mi accoglie, perfettamente mi abita specialmente quando non le appartengo per nascita o successivo apprendimento, ma che irresistibile mi richiama ed è l’oceano della mia mancanza che, però, sento colmo di brusii e talvolta anche vedo tracciato di segni diversi da quelli che sento prossimi.

     In tal senso mi sembra che anche il mito delle mortifere Sirene possa qui rovesciarsi nel positivo vitale di voci ancora sconosciute che mi chiamano verso l’oltre, che mi sussurrano i loro suoni e che, traverso la sapienza amorosa dei singoli traduttori, mi raggiungono per invitarmi verso nuovi orizzonti, come annegandomi in un di più di vita, di poesia.