Direzioni, spazi, sequenze

di Antonio Devicienti

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Non distinguerei nel libro in poesia più recente di Salvatore Contessini, La direzione del silenzio (La Vita felice, Milano 2021), la Nota dell’autore che apre l’intera raccolta dai testi propriamente in versi che seguono perché già la Nota per intonazione della voce che si fa udire traverso la scrittura e per contenuti è una sorta di poème en prose perfettamente intonato a tutti i restanti componimenti: «Scopro la perdita della parola, il suo esaurirsi nell’inaccessibile, l’impervio suo utilizzo che dissolve la vena creativa e porta al silenzio totale, afono di significato, algido di suggestione.

          Ho sofferto così la perdita del canto, lo smarrimento poetico che non trova più il senso, l’arido deserto che conserva solo l’asciutto isolamento.

          Mi occorre una parola nuova, talmente posseduta da risvegliare gli sguardi smarriti lungo percorsi di torrenti asciutti che credevano di confluire in mare. Occorre risparmiare parole inutili per dare valore a quelle necessarie. 

          […] Non è stata più, la poesia, la necessità di dare un ordine a un insieme di eventi apparentemente immotivati, ma è divenuta ricerca di rarefazione di suoni che, da accordi, sono mutati in singole ieratiche note, per una diversa composizione versificatoria. Si è reso necessario il tempo del meditare, della rivelazione della stanza inesplorata, priva d’identità, dove era custodito quanto nell’animo era accaduto.

          […] La prima ansia della sofferta aridità mi ha lentamente abbandonato, insegnandomi ad aspettare l’arrivo del momento giusto, senza urgenza di approdare per forza alla parola. […] Il superbo silenzio monacale nel quale ero scivolato si è mosso e ha lasciato intravedere una vena sconosciuta alla quale mi sono andato adattando.

          […] Un tenue barlume distinguo e con esso la scoperta che per essere poeta non è necessario scrivere versi, basta lasciarsi andare alla sorpresa dei lemmi, accarezzarne l’incanto, ritrovarne l’enigmatica semplicità» (pp. 5-7 passim).

E così, dopo una serie di raccolte poetiche, è arrivato il silenzio che ogni poeta accoglie e avverte con angoscia, ma nel caso presente tale silenzio è stato una sorta di traversata del deserto, preparazione a una nuova tappa che s’è rivelata apertura dello scrivere in versi a spazi capaci di contenere anch’essi poesia – e non scrivo casualmente di “spazi” ché i testi di Contessini che ora andrò ad attraversare mi sembrano tracciare spazi del pensare, del sentire e del vedere attraverso la scrittura: è il titolo stesso del libro a fornire l’indicazione di un movimento e di un asse lungo cui tale movimento avviene e leggendone i testi si ha la sensazione chiara di star seguendo traiettorie, d’intuire vettori che rendono questa scrittura mossa e respirante, appunto, spazi.

E già il portare a verbalizzazione il vuoto, il silenzio, il tacere della scrittura è muovere passi attraverso il deserto per poter riuscire in nuovi spazi di senso e di espressione:

ARIDO VUOTO

Ho perso il vento amico
che bisbigliava versi
ora che riparato all’aria
sono una stella spenta
in un silenzio siderale.
La sabbia immobile di dune
attende la tormenta
profili di passaggi
svolti nel silenzio.
(p. 13)



SFOLLAMENTI

Tu nel tuo bianco, alta nel cielo, 
sorvegli anche di giorno
l’inconsueto vuoto di presenze
che mostra la bellezza aliena
nella città assente.  
Io nel percorso quotidiano
osservo rigoglioso
quanto mi appare come deserto.
(p. 19)

E non ha remore Contessini ad affermare: «Sono io stesso / la materia del mio libro» (MONILE, p. 22), ma nel senso che l’esperienza fortemente soggettiva del silenzio viene scandagliata quale coincidenza indistricabile di esistenza e di scrittura, di pensiero e di vita pratica, quotidiana. Immagini derivate dalla natura, dai cicli stagionali, dall’osservazione del cielo sia diurno che notturno fanno della Direzione del silenzio un atlante di spazi, appunto, sia interiori che urbani o naturali o cosmici:

SCANDAGLI

L’ascolto del silenzio schioda
le assi di un confine circoscritto
apre frontiere di ritorni a terre di adozione
dai lunghi giorni che sfioccano nell’anno.
La luna turca annuncia stelle imminenti
il vento caldo di montagna:
nuvole di luce circoscritta priva di bianco
e la betulla tremolante avvicendata dall’ibisco. 
Corro alle ceneri di Aldo, sparse nel mondo
nel bosco del notturno ascolto 
al luogo in cui segnale di nottola lucerna 
marca lo stesso sito in cui la roccia fa richiamo.
(p. 26)

Si è «Nomadi per scelta / in schegge della vita / tra gli arcipelaghi / di centri urbani / e le metropoli di Stato» (COMPAGNI, p. 32), ma la scrittura (o il ritorno a essa) significa «il volo libero / disertore della gravità, / che veglia l’orizzonte del reale» (IN ALTO, p. 38).

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Così i MINIMALIA della seconda parte (non per caso la prima parte del libro s’intitola RIPRESA) si dispongono, nelle loro prime quattro pagine, in gruppi di tre componimenti per pagina di tre versi ciascuno in una disposizione spazio-tipografica in base alla quale il primo e il terzo componimento sono allineati a sinistra, il secondo è invece rientrato notevolmente rispetto al margine sinistro della pagina stessa – la conseguenza è che anche l’occhio che legge percepisce un movimento quasi che i brevissimi testi (minimi per dimensione, dunque, ma direi per nulla piccoli in ragione dei temi affrontati) costituiscano un arcipelago nel bianco (nel silenzio) della pagina, oppure un ondeggiare nelle direzioni della scrittura e della lettura, una rottura della tradizionale sequenzialità dei testi.    

                  VOLTA 

                  Cono di cielo
                  la remigante piuma 
                  sospinge l’aria 
(p. 42)

e illuminante risulta allora l’affermazione «trattengo flusso d’eternità terrestre» (DETRITO p. 44) perché la dialettica insita in questo libro sembra consistere proprio nel tentativo di trattenere (al fine di dargli voce) quello che continuamente fluisce tracciando direzioni. 

E come sempre nei libri in poesia di Salvatore Contessini ecco una geometria immanente alla natura, bella e vitale proprio perché capace di appalesarsi all’occhio che guarda e alla mente che contempla, i quali si riconoscono in e riconoscono anche in sé quelle sequenze e successioni aritmetiche e geometriche:

SEQUENZA

Rosa di Fibonacci
irrigidita in legno
da giorni attendi
sintomi attrattivi.
(p. 49)

Con la sezione FRAMMENTARIA sono prima testi costituiti da dittici a disporsi in quattro per pagina e poi di nuovo in tre di tre versi, sempre in quella forma peculiare ad arcipelago che, nella spazialità all’interno della pagina e contemporaneamente su di essa, danno conto dell’emersione della scrittura dal silenzio – Lo spazio crudo del silenzio / promuove spazio sconosciuto scrive Contessini proprio in limine a FRAMMENTARIA, mentre tre versi di Antonio Fiori inaugurano MINIMALIA: Onore al bianco del foglio / al silenzio che lo colma / al suo orlo che taglia… Le parole che si aggregano in versi, figliate dal silenzio e/o da una protratta aridità creativa, non possono che dare vita a frammenti i quali però, lungi dall’essere incompleti o insufficienti, assumono senso e direzione proprio nel loro essere frammenti, nel loro essere creature di una sofferenza creativa o di un’ascetica attesa. 

   MUTAZIONI 

                   È sull’orlo della notte
                   quando il rumore tace
                   che le parole cambiano verso.
(p. 74)


VAGAZIONE

Privo di linea d’orizzonte
il nero bisbiglia alle ombre.
Gli spazi si fanno insospettati.
(p. 78)

 

Le immagini che corredano l’articolo: Mario Merz, la Successione di Fibonacci sulla ciminiera della Lindenbrauerei di Unna; Mario Merz, la spirale con la Successione di Fibonacci nella Stazione Vanvitelli della Metropolitana di Napoli.