La stanzanima della poesia: su “Krankenhaus” (e non solo) di Luigi Carotenuto

di Antonio Devicienti

catania

 

Un libro in poesia composto da 29 testi brevi e brevissimi in virtù di una lingua poetica rasciugata a oltranza al fine di riuscire a dire (o almeno ad alludere nell’immensità stordente dell’assenza e del dolore) – intendo Krankenhaus (Gattomerlino, Roma 2020) di Luigi Carotenuto il quale accetta una sfida come minimo doppia: affrontare il tema della malattia e della morte di una persona cara (tema nient’affatto nuovo, ma, anzi, ricorrente nella poesia degli ultimi decenni) e confrontarsi con l’insufficienza del linguaggio di fronte alla malattia e alla morte. 

Questo significa che al dato biografico si sovrappone la messa in opera di un’indagine sul se e sull’eventuale come lo scrivere in poesia possa addentrarsi senza patetismi, sentimentalismi, banalità nell’oscura, impervia regione che il titolo stesso dell’opera denomina “Krankenhaus” e che ai miei occhi non si limita a essere soltanto un prelievo dal tedesco (“ospedale”: alla lettera “casa, ovvero ospizio dei e per i malati”), ma esplicita il nome così franto e doloroso già in quella sequenza di k-r e poi n-k e quindi della forte aspirazione di h per terminare con una s di aspro suono; all’interno del libro lo stesso esergo da Residenze invernali di Antonella Anedda ulteriormente ci introduce in quella che ho chiamato regione di un’esperienza esistenziale e di una scrittura che confina direttamente con l’ammutolire e con il silenzio.

Benissimo scrive Leonardo Barbera nella Presentazione a pagina 7 (testo a sua volta perfettamente integrato nel libro e di notevole scrittura): «Come si dice “ospedale” in tedesco? Questa era la domanda del quiz, in un pub vicino all’ospedale in cui era ricoverato mio padre. L’effetto della parola che si cercava era di frizione tra il dolore che provavo e il gioco, e fu quasi sorprendente, come la risposta: Krankenhaus. Il suono portava all’osso spezzato di mio padre. 

Questi testi raccontano un evento, sono una cronaca di come si costruisce un’assenza, quando l’oggetto di quest’assenza non è ancora sparito, ma si immagina la sparizione. Così l’immaginazione inizia la sua battaglia con gli oggetti reali: vincendo e perdendo senza sosta. Direi che è una cronaca fantastica, in presa diretta, degli spostamenti continui della psiche per arrendersi al vuoto o riempirlo con ciò che rimane: la memoria».

E, ribadisco da parte mia, questi testi nella loro brevità e nella loro asciuttezza della dizione s’inoltrano nell’indicibile e nel silenzio, ma anche si espongono al silenzio e all’indicibile, hanno il coraggio di mostrare che non sempre il linguaggio basta a dire e, se volessimo inserire la scrittura di Luigi Carotenuto nella fervida e feconda temperie di poesia scritta e pubblicata negli ultimi decenni da autori di origine siciliana, ebbene constatiamo il venire a esistenza di un’interessantissima tendenza che non è né neobarocca, né sperimentale, non visionaria né concettuale, ma, appunto, reticente fino al silenzio, ma presente e potente proprio nella sua reticenza che è rifiuto di ogni abbandono sentimentalistico e soggettivo – il soggetto, pur presente, lo è il minimo indispensabile, trovando nella scrittura il ponte tra sé e il dolore, tra sé e l’assenza.

1

S’incrina la fede, figuriamoci un osso.
L’abitudine si spezza, la sigaretta
non proietta spirali di fumo. 
Lo strappo urta, stride la monotonia, 
resetta costrutti mentali epocali.
(p. 9)  

Si noti il ricorrere delle coppie di fonemi formate da un’occlusiva e dalla vibrante, o da occlusive geminate, oppure delle fricative sia semplici che geminate o, ancora, di altre coppie costituite da una fricativa e da un’occlusiva: così viene espresso, anche dal punto di vista puramente fonetico, il dolore, così è strutturato il testo incipitario, costruito, inoltre, con periodi brevi e lapidari e con una netta predominanza di vocaboli dall’accentazione piana.

3

Ricordo il bianco dei locali,
l’odore infetto dei disinfettanti,
la madonnina e al suo fianco una rosa.
Ricordo il disgusto, il frutto offerto
che non ho raccolto.
(p. 11)

Leonardo Barbera scriveva di “memoria” ed eccone la conferma, insieme con quell’invenzione notevole dal punto di vista sia concettuale che linguistico dell’ «odore infetto dei disinfettanti», ché la malattia e la morte s’insinuano con la loro infezione fino nel centro di quello che dalla malattia e dalla morte dovrebbe salvare una vita.

5

L’ospedale è elastico,
a prova d’immaginazione,
supporta insanie,
applica suture, 
satura i colori, il tempo.
(p. 13)

Ecco: è soprattutto in questo testo che scorgo il “Krankenhaus” quale regione dell’esistenza, della percezione e del pensiero capace, grazie alla sua peculiarità di espandersi e di contrarsi, di essere la realtà stessa (si potrebbe per alcuni versi pensare alla “clinica-shelter” di Marco Giovenale, alla “pietroburghese residenza invernale” di Antonella Anedda, appunto, ma anche alla “serie ospedaliera” di Amelia Rosselli, a tutti quei luoghi della scrittura, cioè, in cui l’ospedale non è più il luogo della cura e della guarigione, ma coincide esatto col vivere ineluttabilmente destinato alla morte e quindi alla scomparsa).    

8

La malattia ti ha reso gentile,
fai il galantuomo con le infermiere,
vorresti mettere la firma,
il foglio non si trova.
(p. 16)

L’allusione, la sospensione del detto, l’affidare il verso al silenzio che lo completi e ne moltiplichi la significanza sono cifre stilistiche determinanti in questo libro e il dialogo-monologo del figlio accoglie risonanze ulteriori che vanno colte e ascoltate – e scrivo “dialogo” perché è presente il “tu” paterno, ma anche “monologo” perché il discorso possiede un’unica direzione (dal figlio verso il padre), così che la “conversazione” (l’andare e il ritornare, il cambiare verso della parola) avviene in sede memoriale, il padre “risponde” tramite quello che ha fatto e che è stato, ma tutto questo risiede, ora, nella memoria di chi scrive.

10

Le ambizioni sono stazioni terremotate.
(p. 18)

Ed è qui che la sequenza dei testi è arrivata al punto di sua massima contrazione fino a diventare un solo verso, costituendosi in tal modo e come un massimo di rasciugamento e come un minimo di affioramento, se si volesse prendere in considerazione anche l’eventualità che questa scrittura si proponga come una sequenza di “affioramenti”, appunto, dal biancore della pagina-silenzio.

14

C’erano volte in cui scappavo per niente,
al solo scopo di farmi cercare,
perdermi per ritrovarti.
Non è così che mi hai insegnato l’amore?
(p. 22)

In questo punto del mio attraversamento di Krankenhaus desidero fare una precisazione: avevo già commentato qui alcuni dei testi che Luigi mi aveva inviato e che ha poi ripreso, ulteriormente intervenendovi per pubblicarli in Krankenhaus; essi mi erano apparsi poesie d’amore e tali continuano ad apparirmi, ma inquadrati ora in maniera più esplicita entro un rapporto d’amore con il padre, talvolta difficile, sempre determinante e capace di ripercuotersi fin nel presente, carico anche d’immagini di tragica, definitiva verità:

16

Ho messo scarpe adatte
a reggere l’urto dell’assenza.
(p. 24)

20

La notte è davanti
e alle spalle
sempre
in agguato.
Non puoi grattarla via,
a ottant’anni dovresti saperlo.
(p. 28)

22

Ti agiti contro il tuo corpo, gli infermieri
sono dei boia infami. La bocca spalancata
a ingurgitare il niente.
(p. 30)

Ed ecco la bruciante conseguenza:

24

Mi piacerebbe accatastare fusti
di ricordi e farne un rogo
alto come una guglia
aggrappata alla vertigine,
allo stremo del coraggio umano.
(p 32)

27

Hai fatto del mio rancore
una complessa rete di vicoli,
una città-dedalo
senza linee verticali.
(p. 35)

van gogh

 

Krankenhaus compare anche nella versione francese a cura di Irène Dubœuf: Krankenhaus. Suivi de Carnet hollandais et autres inédits (Éditions du Cygne, Paris 2021) – riporto 4 testi corrispondenti ai testi in italiano 1, 5, 10, 16 facendo notare la limpidezza della resa in francese, probabilmente una dolcezza in alcune sequenze di suoni dovuta alla natura stessa della lingua d’arrivo:

La foi se délite, alors imaginez un os.
L’habitude se rompt, la cigarette
ne projette pas de volutes de fumée.
Le déchirement heurte, hurle de monotonie,
réactive les constructions mentales d’une époque.
(p. 8)

L’hôpital est élastique,,
à l’épreuve de l’imagination,
il supporte la démence,
applique des sutures,
sature les couleurs, le temps.
(p. 10)

Les ambitions sont des gares détruites par les séismes.
(p. 12)

J’ai mis des chaussures appropriées
pour supporter le choc de l’absence.
(p. 15)

 

Il “taccuino olandese”, invece, tende a superare la versificazione, ovvero, rimanendo nella consueta stringatezza del singolo testo, sembra dilatare il verso fino alla coincidenza con brevi e brevissime prose ritmate e scandite:

Où sont les corbeaux que Vincent peignit, peut-être dans ce ciel strié de brume imparfait comme un pouce taché d’encre?
La lumière grise s’éteignait sur mon visage comme la braise reflétée dans la cheminée.
Les clowns n’étaient pas familiers, ici la plaisanterie fait peur, je suis un étranger, tout me le rappelle.
(p. 24)

Ici la lumière, à l’évidence, n’est pas méditerranéenne; blafarde comme celle des néons, assortie à la torpeur des limbes.
Je rêvais d’une autre prison, je voulais retourner en Italie.
(p. 28)

Le lecteur de CD ne crisse pas comme l’électrophone, les risques s’atténuent dans cette chambrâme insonorisée
(p. 30)

e chambrâme, viene spiegato in nota, è un “mot valise” inventato dall’autore e che rende in francese l’originale italiano stanzanima – cifra, a mio parere, di tutta la scrittura di Luigi Carotenuto, così raccolta fino a cercarsi spazi minimi e così attenta alle iridescenze della psiche e del pensiero: non è un caso, allora, il titolo degli inediti contenuti nel medesimo volume? 

Conserver à l’abri de la lumière et des sources de chaleur

Reste le ronron de l’habitude, je suis un habitué de l’absence.
J’ai rencontré mes amis d’enfance ce soir au jardin public. 
Je me trompais, ils se ressemblaient beaucoup, de la même race fière. 
Des chats errants.
(p. 38)

Que puis-je te dire?
Tu es poète
que puis-je te répondre?
Le silence se tait mieux que toi.
(p. 39)

Ma vie tremble. Est-ce pour cela que je n’arrive pas à tenir mon stylo, absorbé que je suis par l’écriture de ma biographie? 
J’habite au pied de l’Etna.
Un détail considérable.
(p. 41)

Je pourrais oublier Catane
si elle n’était pas sur la carte d’identité de ma mère.
(p. 42)

E si rifletta, in conclusione, sui dati biografici («Abito ai piedi dell’Etna. / Un dettaglio non trascurabile» e «Potrei dimenticare Catania / se quel nome non stesse sulla carta d’identità di mia madre» – la versione in italiano è mia) che dicono di un’identità non solo geografica, ma culturale, familiare e personale e di una linea di discendenza da luoghi che segnano la mente e la scrittura.