Calco di canto o impronta di voce: su     “La vita impressa”     di Ranieri Teti

di Antonio Devicienti

cop. R

 

         La pregnante ambivalenza del titolo del libro più recente di Ranieri Teti La vita impressa (Book Editore, Ro Ferrarese 2022) introduce subito all’almeno duplice natura di questo libro: vi si seguiranno le tracce impresse dall’esistere e si seguiranno le connessioni tra scrittura (quello che l’arte tipografica imprime sulla pagina) ed esistenza. L’elegantissima filigrana della scrittura, infatti, così aerea eppure concreta, così rarefatta e allusiva deriva, in realtà, da materiali incandescenti e magmatici (sentimenti, pensieri, esperienze vissute, sogni, mancanze, errori, luoghi frequentati, voci care…) che un annoso lavorio di filtraggio, di presa di distanza, di rasciugamento di ogni sbavatura sentimentale e psicologizzante ha trasformato in testi dalla forma (anche tipografica) rigorosa e chiusa, geometrica e ascetica.

         C’è proprio un ascetismo della scrittura che, esercitato attraverso gli anni con un rigore che appartiene a una precisa etica dell’esistere e del fare, restituisce ai fatti della vita e anche alle loro scorie una dignità e una laica sacralità non comuni in questo tempo banausico e così prodigo di volgarità. 

         Ed è questo strenuo ascetismo a eliminare ogni deriva solipsistica ed egotistica intessendo una tramatura di testi che costituiscono il percorso preannunciato nell’esergo tratto da Pascal Quignard: Crediamo di liberarci dai luoghi che lasciamo dietro di noi. Ma il tempo non è lo spazio ed è il passato a essere davanti a noi. Ogni giorno un po’ di piú andiamo incontro a quello che fuggiamo. (p. 8)

         Il poeta Forrest Gander ricorda di aver visto a La Paz gli anziani Aymara che riferendosi al passato gesticolano sporgendo le mani in avanti, accennano invece al futuro gesticolando in direzione delle proprie spalle perché l’essere umano è in grado di vedere il proprio passato, mentre il futuro gli è nascosto, gli sta alle spalle. Ecco allora che scorgo le pagine di Ranieri Teti quali inveramento di questo coincidere tra la visione di uno scrittore (raffinatissimo) di cultura europea e la percezione del tempo di matrice amerinda, ché l’intiero libro attraversa tempi del pensare e del percepire che sono, in conclusione, il tempo stesso del vivere e dello scrivere, difficilissima inafferrabile ardua materia, dunque e che è (così scrive Ranieri nella breve nota che immediata segue l’esergo) Presenza incisa in un testo teso tra astrazioni e figurazioni, tra scrivere ed essere scritti, tra interiorità ed esterni in sovrimpressione. Fino a un’ebbrezza di placamenti che ne conclude non solo l’itinerario linguistico, ma anche l’ipotetico tragitto (p. 9), rammentando in chiusura l’affermazione di Marina Cvetaeva secondo la quale “Ogni poeta è in sostanza un emigrato”.

         «La cosa          si vive, progressivamente entrando nell’ordito di un ritorno» (p. 13) sono, per l’appunto, le prime parole della Vita impressa ed è affermazione affine all’idea di ritorno di matrice hölderliniana (si veda, per esempio, Andenken) perché la tessitura, l’orditura del vivere e dello scrivere ripercorre l’itinerario indietro (o in avanti?) verso l’origine, perché una delle domande fondanti riguarda sempre l’origine – l’interrogazione sull’origine e sulla fine è la chiave di volta di una poetica per tanti versi vicina e cara a Ranieri Teti, quella di Flavio Ermini.

         Sono le parole, «nella cui pienezza è radicata l’erranza, tra vastità e confini nella sostanza di questo viaggio, nel loro confondersi la finitezza e l’apertura» (p. 17), a essere immediatamente chiamate in causa, a mostrare i contorni paradossali, ossimorici, antinomici (e proprio per questo altamente e profondamente significanti) della questione, «tra non ricordare e non dimenticare» (p. 21), «ondazione della marea» (p. 23), « dove tutto è solo nei frammenti, solo nell’andare» (p. 29).

         E ci si abbandoni in maniera completa al piacere del ritmo e della lingua, delle scelte lessicali e delle calibrature sintattiche – ma mi assale prepotente la tentazione di scrivere: “mi fermo qui perché, come raramente avviene, questo libro s’impone nella sua assoluta completezza, esso DEVE essere letto per intero, ogni scrittura su di esso lo violenta, lo sfigura e ne dà un’idea ingiustamente parziale”; in altri casi il commento, l’attraversamento di un libro ne riflette e ne onora la bellezza, nel caso presente il rischio è, invece, di amputarne proprio la bellezza, anche perché la sua stessa struttura è quella di un poema continuo, articolato in parti, è vero, ma che vanno lette (e assaporate) senza interventi di voci esterne, in un ascolto concentrato ed esclusivo, esattamente come se stessimo ascoltando il Lied von der Erde di Gustav Mahler che risucchia l’ascoltatore nella vertigine ebbra del vivere e del morire, del percepire e del dissolversi attraverso i cromatismi dei suoni e delle parole.

         Ma, d’altro canto, voglio rendere omaggio alla Vita impressa e posso farlo soltanto scrivendone ancora per qualche tratto.

         La rarefazione dell’espressione che non è estenuato, decadente compiacimento, bensì, viceversa, indice di profonda ferita e di sguardo appuntato nell’abisso dell’esistere ricorda Rilke: «in quel grido taciuto che continua a compiersi nelle vocali nelle corde dell’insonnia, moltiplicando tutte le parti in pagina per nostalgia e destino, in una lontananza dal chiaro, nel punto che amplifica differenze» (p. 33); nominare, scavare con la penna, andare, seguire itinerari, ecco affacciarsi alla mente la poesia di Seamus Heaney o di Antonio Machado: «e cosí scavando pagine, vibrando trascorrono le storie, le strade o le rotaie, dove tutto si deposita o parte per tempo, per dove bastano i nomi a fare la vita» (p. 35); poi echi di René Char e di Albert Camus: «Frontiere simili a uno spazio vuoto, nel rito degli assedi, tra paesaggio e cortine, tra le visitazioni della storia e l’indifferenza della terra, con un orizzonte sempre diviso vivono le frontiere, metà arresto metà congiunzione, allegoria e soglia, strisce dai colori dissaldati e lame d’erba, nella densità dell’aria, in zone di tracce cancellate, dove il vero si ritira nel suo punto segreto, dove ignora un confine il passo con la sua ombra impressa» (p. 43) – è chiaro, mi sto abbandonando a un giuoco di echi che potrebbe continuare all’infinito e che, nello stesso tempo, vuole rendere omaggio al magnifico timbro della scrittura di Ranieri e al vastissimo patrimonio di studi e di letture che sottende questo suo libro, giuoco piacevole anche perché si scoprono consonanze e convergenze, ma, soprattutto, perché i legami tenacissimi con altri autori affiorano in una scrittura del tutto personale, peculiare per impostazione e sua realizzazione – o, almeno, si tratta di suggestioni che si fanno strada in me lettore, il che è, credo, sempre indice di valore ed efficacia di un libro.

         È infatti splendida l’espressione «calco di canto o impronta di voce» (p. 45) perché dice benissimo quanto la scrittura sia eco e riflesso del pensare e del sentire, dell’esistere: «è l’inciso sul retro di un foglio, è quello che resta» (ibidem).

         È sempre l’inarreso (termine ricorrente nel libro e non solo in funzione di titolo di una sua parte e proprio questo ne dichiara l’importanza) a riaffiorare, nucleo irriducibile e resistente, inarreso che può essere la vita stessa, la scrittura, il pensiero rivolto al mondo.

         E torno a insistere sul ritmo insito in questo libro-poema, sulle virtù rare di uno stile che conferma l’etica sottesa al lavoro di Ranieri (attenzione, cura, concentrazione, meditante silenzio, ascolto, pazienza) – esemplarmente nel breve passaggio «con una mano sola battere, punto superficie lettera, morta linea tabula, rasa» (p. 53) la funzione (oserei dire le virtù) della virgola viene portata al massimo delle sue possibilità, non disgiunta dai casi in cui essa è assente (qualcosa di simile dicasi dell’intero libro, materiato, appunto, delle parole impresse che andiamo leggendo, ma anche dei silenzi, delle pause e delle allusioni altrettanto determinanti: «o le parole che traducono il silenzio, mute come un alfabeto rovesciato, foce di lingua» p. 55) – c’è differenza tra la sequenza “punto superficie lettera” da leggersi in un’unica, lunga emissione di fiato e il sintagma classico “tabula rasa”, ma spezzato in maniera inusitata (e quindi ancor più pregnante) dalla virgola; già a pagina 59 il medesimo sintagma non è affatto franto dalla virgola.

         La scrittura è un ritornare, anche un attraversare il bianco della neve e dell’inverno (Paul Celan? Ida Travi?), è «l’idea di un cammino invernale» (p. 61), è «un passo di libro con i versi dimenticati dove sono stati scritti, cosí alla fine di un libro un istmo, a un passo dalla fine l’apertura, nel gioco del rovescio» (p. 63) – la suggestione da Antonio Tabucchi riafferma la struttura anche rizomatica della Vita impressa e bellissima è l’idea del libro quale istmo tracciato e tagliato nel punto più stretto del continente, quale inattesa apertura proprio quando sembrava si fosse giunti alla fine del cammino.

         «Onde d’inchiostro          alla fine tutto è ritornato inchiostro e pellicola, nuovo inverno, rifugio del nero nell’assedio del bianco, nel gelo dei significati con un senso caldissimo» (p. 65).

         Il breve testo in chiusura scritto da Laura Caccia è, a sua volta, non solo fraterna testimonianza di consonanze e complicità, ma poesia che rampolla da poesia.