“Ancora – premere ancora”: su “Elegia” di Mariasole Ariot

di Antonio Devicienti

 

ohne titel 2007

 

          Un titolo così semplice e coraggioso come Elegia (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona 2022) di Mariasole Ariot prelude a un poema la cui figura retorica ricorrente (la paronomasia e, talvolta, quella sua veste particolare che è la figura etimologica) ne caratterizza e la struttura formale e il portato concettuale.

          Spiego senza indugio che cosa intendo dire: per un libro in poesia un titolo quale Elegia è di una semplicità e di una chiarezza ineccepibili (leggeremo pagine dedicate a eventi e/o a persone per diverse ragioni ormai lontani o assenti o persi, in linea con una tradizione antichissima – sarà poi da verificare se una tale tradizione sia stata assunta per continuarla e corroborarla o per contestarla ovvero aggoirnarla); la struttura del libro di Mariasole Ariot, caratterizzata dalla disposizione su ogni pagina di due sequenze lineari divise tra di loro da un ampio spazio bianco (una sorta peculiare di “strofe” di cui andrò a scrivere a breve), tende alla complessiva forma poematica all’interno della quale un vocabolo/concetto ne rampolla sovente un secondo scaturente per paronomasia (la sonorità è altro elemento fondante di questa Elegia) o per derivazione/affinità etimologica.

          Si studi immediatamente la prima pagina del poema (è la pagina 12 dell’edizione Anterem): 

 

 

Ancora – premere ancora – i bulbi delle cose – andare a fondo – nella notte chiara la chiara della vista – che non vedo – quando appare – e non ripara – la corda, questo piccolo morire






Dire la notte – quando non dormire – è un’arteria vuota – come vuota l’arteria della testa – che dice il confine – e sprofonda – sprofonda ciò che mi ha fondato






          Distribuite su un totale di 20 pagine quelle che ho sbrigativamente chiamato “strofe” appaiono in realtà quali righi di testo (più esatta mi appare tale definizione) scanditi al loro interno da trattini i quali individuano unità ritmico-semantiche (le chiamerò segmenti) che potrebbero far pensare a versi tipograficamente disposti in maniera differente rispetto alla tradizione, ma che, innanzitutto, sono indicazioni di lettura (e di scrittura) che pongono questo libro nell’alveo di quella ricerca e sperimentazione di direzioni che si situano al di fuori (e anche contro) il mainstream poetico in voga; con Elegia siamo cioè ben dentro l’attuazione del necessario e necessitato cambio di paradigma (per dirla, per esempio, con Marco Giovenale) che esige che si vada oltre la tradizione lirica mutando completamente tutti i punti di riferimento – ecco perché l’elegia viene ora a essere un macrotesto composto da 40 microtesti  i quali sono capaci, nello stesso tempo, di avere ognuno valenza autonoma e d’illuminare il tutto del libro, di porsi appunto come sequenze (o pattern). Se infatti è “ancora” il termine con cui s’inizia il primo testo, sistematicamente ogni primo testo delle pagine pari principia con il medesimo avverbio, anzi i sintagmi «Ancora – premere ancora -» si ripetono identici alle pagine 14 e 16, divengono «Ancora – lasciare ancora che -» a pagina 18, «Ancora – forare il grido -» a pagina 20, per tornare a essere «Ancora – premere ancora -» a pagina 22, per diventare «Ancora – preme e acceca il figlio -» (p. 26), «Ancora – disperare la minaccia -» (p. 28), «Ancora – non vuoto -» (p. 30); già soltanto questa disamina comprova la meticolosità della strutturazione espressiva e concettuale del libro che, contenendo la materia incandescente e magmatica del dolore per una perdita o per una separazione, dovendo attraversare gli inferi dell’io, si dispone invece, in sede ritmica  e verbale, secondo sequenze rigorose le quali non sottraggono affatto al linguaggio la sua forza emotiva, emozionante, talvolta dislocante, talaltra disorientante, anzi, la concentrano e amplificano; ecco che «i bulbi delle cose» è un settenario (!) d’impressionante pregnanza capace di dire contemporaneamente un premere doloroso e necessario, rischioso e forse anche pietoso, un sondare il reale e il dolore, oppure la fragilità e l’intimità delle cose (e si pensa subito anche ai bulbi oculari – la vista, il vedere è infatti uno dei motivi conduttori di tutto il libro); non si trascuri poi il fatto che l’incipit “ancora” sussume immediatamente una connessione senza soluzione di continuità con un macrotesto precedente che si può supporre sulla base di quanto si va ora a leggere.

          Veniamo così al quarto segmento, «andare a fondo», volutamente ambiguo perché può voler significare sia “approfondire, cercare di capire e di vedere meglio” che “andare in rovina” – altra caratteristica del libro sono proprio queste antinomie interne a un medesimo sintagma o, addirittura, vocabolo e che esprimono l’ambivalenza, la contraddittorietà, ma anche i necessari rovesciamenti, le ineludibili antitesi che innervano l’esistere.

          Il quinto segmento offre il primo esempio di paronomasia, addirittura totale in questo caso, tra «chiara» (aggettivo attributo di «notte») e «chiara» (sostantivo) che fa pensare alla “chiara d’uovo” (suggerendo l’idea di origine, di nascita), ma che concretamente rimanda qui al biancore della sclera dell’occhio: la situazione si gioca infatti sul vedere (e sul non vedere nel suo apparire) «la corda» (immagine del dolore, del male e della morte) – ma anche l’espressione «non ripara» si propone nella propria ambivalenza potendo essa significare sia “non protegge” che “non ricostituisce ciò che si è rotto”.

          Non sfugga che spesso è necessario tornare a leggere più volte la stessa sequenza di segmenti variando le pause e le loro durate, facendo attenzione ai legami logici e sintattici che, talvolta, non sono univoci o stabiliti una volta per tutte; i trattini sono indicazioni di lettura, ma mai definitivi e netti, sì, invece, segni di uno spartito da interpretare, da scoprire nuovo dopo una o più letture e anche in questo risiede la modernità di un’elegia dagli elementi così mobili e oscillanti – tali trattini potrebbero anche far pensare a una versura che abbia rinunciato alla tradizionale stampa in verticale, ma sia la lettura ad alta voce che la visualizzazione del testo a stampa inducono a prendere in considerazione una visione sia acustica che concettuale del testo quale sequenza di righi ritmati e fortemente individuati nella loro segmentazione interna, solchi di scrittura dentro il vasto campo bianco della pagina-silenzio; e per esempio: «andare a fondo – nella notte chiara la chiara della vista» può essere letta (e interpretata) sia come un’unica unità sintattica, sia come un periodo bimembre la cui prima parte è una proposizione col verbo all’infinito e la seconda parte è un’espressione nominale.

          La seconda sequenza sempre di pagina 12 tematizza esplicitamente la notte e il dovere di “dirla”, mentre l’insonnia è come un’arteria vuota di sangue e «l’arteria della testa» è «il confine» (evidentemente tra vita e morte) dove «sprofonda ciò che mi ha fondato» – è dentro la lingua che Mariasole Ariot trova i modi per dire l’elegia (si potrebbe supporre, riconducendo questa scrittura a un eventuale dato biografico, che il libro possegga quale proprio riferimento la morte di un genitore o la fine di un qualcosa e/o di un periodo temporale fondante per l’io, ma tengo a sottolineare che, come per ogni scrittura valida, significante, consapevole, il suo valore e la sua forza persuasiva risiedono nel linguaggio, nel modo in cui quest’ultimo viene assunto, ri-forgiato, ri-semantizzato, ri-strutturato e che, inoltre, nel procedere della lettura si fa esperienza di un’elegia che dall’io si apre all’intera specie umana, che ne misura e riconsidera e la sua evoluzione e i fallimenti, le angosce sia private che collettive). 

          Si legga infatti quanto segue: 

 

 

Non rendersi conto – dei primi passi la calura interna – questi animali come volti – questi volti di animale – le scimmie nelle gabbie – muovono – ombre – che mi tracciano la schiena (p. 13) 

 

 

          e a pagina 21:

 

 

La paura è una sacca – in cui giacciono i percorsi – le corse di una – mutazione specifica – della specie – la scimmia che diventa – uomo – e poi all’indietro – l’uomo che prende la pietra – accende un fuoco – che non si accende

 

 

          Non sono in effetti rare le occorrenze sia concettuali che lessicali tra sequenze anche distanti, per esempio proprio del sostantivo “bulbi” che ritroviamo a pagina 28:

 

 

Per un solo giorno – basta – una notte come veglia – per svegliare e dire – le bambole che guardano – insistenti nella camera – dei ricordi e guardano – insistenti con i bulbi che escono e guardano – dalle tane della fronte la mia fronte

 

 

          oppure concomitanti:     ricordare le matite (p. 30)     Ricordare le mattine (p. 31)     a conferma di una tessitura poematica che possiede nel fonema la sua scaturgine e la sua capacità di espandersi, intrecciarsi, anche dislocarsi da un luogo all’altro dell’elegia visto che si coglie sempre una grande mobilità sonora che è inestricabilmente anche concettuale ed emotiva. 

 

ohne titel 2007 tusche auf butten

 

          La scrittura non è rassicurante rifugio, ma accesso all’abisso:

 

 

Il terrore – di dire – e di non dire – la verità che a volte – arriva – in una notte – mentre riposano i mille – personaggi che hai creato – e tu diventi – la loro stanza vuota (p. 17)

 

 

Non aprire – dentro – gli occhi quando accadono – pupille forate – per avere un buco – al posto del costato – un buco – al posto dello stomaco – un buco – al posto del ventre – ma tutto – questo buco è pieno (p. 20)

 

 

          La scrittura è elegia nel momento in cui si misura con l’accaduto constatando la propria insufficienza ermeneutica, ma, pure, il proprio essere necessaria: 

 

 

E non è forse – ogni segno come un sogno una vaga – interpretazione – essere ciò che l’altro – altrove – dice l’essere che sei – e non è – forse ciò che pensi l’accaduto – solo interpretare un accadere – come dimostrare il vero – quando si cela – quanto io gelo (p. 26)

 

 

          Non mancano inoltre giochi di parole anche sospesi tra lievissima ironia e vago surrealismo:

 

 

All’interno delle zone di rifiuto – fiutare ciò che fiuta – non avere più – sensi – mescolare il buono e la corteccia – un’emicrania al volto – grappoli – di uva nella testa (p. 27)

 

 

          dove l’espressione medica allusa “emicrania a grappolo” si concretizza nell’immagine di “grappoli di uva nella testa”, ma è indubbiamente il dolore Leitmotiv di un libro completamente alieno da patetismi e da sentimentalismi:

 

 

Imparare il dolore significa – non imparare nulla – non imparare ciò che vedi – quando cedi – e dicono attenersi alla realtà – dicono il pensiero non è un fatto – ma quali sono i fatti – se non provano il pensiero (p. 24) 

 


          Non a caso l’intero libro si apre con le parole È così il buio: è così la luce  (stampate su pagina totalmente bianca in alto a destra) e si chiude con E voi che direte: voi che ridete (stampato su pagina totalmente bianca in basso a destra), ché quest’elegia si configura come un attraversamento del buio e della luce (senza alcun risvolto metafisico, sia chiaro), tessitura di parole in cerca d’interlocutori, esperienza di una solitudine e di una perdita che proprio attraverso sé stesse vengono restituite in forma verbale, in un rampollare di parole l’una dall’altra proprio perché Mariasole Ariot agisce sul corpo sonoro della lingua, sull’intimità del suo sistema sillabico che genera senso e apre prospettive in mutamento continuo.

         Sottolineo in chiusura le 5 magistrali pagine della Riflessione critica di Giorgio Bonacini.

         (Le immagini sono due opere di Christiane Löhr).