Giovenale, Sjöberg, il cotone

di Antonio Devicienti. Via Lepsius

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Mi proverò ad attraversare la scrittura dei testi contenuti nel manufatto poetico di Marco Giovenale Il Cotone (Zacinto Edizioni, Milano 2021) tramite un libro, di recentissima pubblicazione in Italia, cui sono giunto grazie alla segnalazione di Giovenale stesso su slowforward e cioè La fiorente materia del tutto. Sulla natura della poesia di Gustav Sjöberg (Neri Pozza Editore, Vicenza 2022, traduzione di Monica Ferrando, ma l’opera è apparsa in Germania già nel 2020 col titolo zu der blühenden allmaterie über die natur der poesie). Numerose sono le affinità (realizzate anche in ripetute collaborazioni) tra Giovenale e Sjöberg, coincidenti la concezione della scrittura e del suo rapporto sia con il reale che con la società e la politica, efficaci gli strumenti ermeneutici che il libro di Sjöberg offre per un’interpretazione non impressionistica di questo (e anche dei precedenti) libri di Marco Giovenale; desidero inoltre provarmi ad applicare subito (rispetto alla sua pubblicazione italiana che mi auguro non passerà né inosservata né sarà infeconda) e “sul campo” le suggestioni che scaturiscono dalla Fiorente materia del tutto – premetto che soltanto alcune delle (molte) argomentazioni e delle (numerose) prospettive dell’opera saranno qui chiamate in causa. 

La bioflocculazione che è il sottotitolo del lavoro di Marco Giovenale rinvia immediatamente a una delle modalità principali della scrittura giovenaliana, ossia al suo agire come processo sempre aperto, mai concluso, programmaticamente sospeso o incompleto perché in perpetuo fieri è il reale, anche nella serialità, anche nella ripetitività, anche nel disporsi in pattern delle azioni (e dei pensieri e dei sentimenti e delle percezioni) condizionate dall’esistere e dal lavorare entro un oggi ormai completamente modellato dal capitalismo avanzato, dai suoi orizzonti valoriali, dai suoi processi relazionali e di subordinazione.

Il bios, la “nuda vita” direbbe Giorgio Agamben, viene sottoposto a un processo inteso a far coagulare le particelle presenti in esso e ancora disaggregate affinché esse si depositino facilmente in una sorta di processo di depurazione e chiarificazione – tale processo, che normalmente viene applicato alle acque, viene qui eseguito sul linguaggio quale sistema complesso attraverso cui il bios prende la parola, ma che, contemporaneamente, sul bios agisce condizionandolo in maniera determinante in quanto il linguaggio è strumento anche di dominio e di controllo, d’imposizione di valori e di bisogni.

 

Il cotone è il parassita della lana
lo dovevate vedere dopo molti secoli
il cotone fa attrito, si disintegra
disorganizza è una pianta
di intensa bellezza
è generalmente bianca, è bianca,
fa venire voglia di intervenire
sottoscrivere un nuovo contratto
(p. 7)

Scrive Sjöberg: «La poesia è una componente centrale della “pappa omogeneizzata” della già dominante cultura di destra, così che ogni tentativo di riabilitare il concetto rischia nolens volens di rimettere la poesia – l’arte – sul piedistallo della maiuscola.

La poesia dovrà quindi, come primo passo, assumere carattere distruttivo infrangendo quel fondamento che funge al tempo stesso da suo presupposto. […]

Quel che importa è che sia precisamente una distruzione che renda possibile nel contempo una radicale riconfigurazione dei rapporti tra poesia e natura e che si sposti verso qualcosa che potremmo chiamare una scrittura di filologia naturale […] al di là della poesia in senso classico […].

Ciò significa […] non solo che ogni singola poesia e ogni singolo testo possiede la sua propria, immanente misura, ma anche che questa misura è a sua volta soggetta a un eterno mutamento. Ogni forma è non soltanto altra da tutte le altre forme, ma anche altra da se stessa.

La conseguenza non è un livellamento dei differenti piani linguistici, ma, per così dire, una svalutazione, la sua liberazione da ogni prospettiva centrale. Questo certo non significa che manchino punti di contatto o convergenze tra concetto e realtà, bensì che questi campi di forze non siano mai statici, mai validi in eterno.

[…] noi oggi ci troviamo – non da ultimo la poesia, concepita come forma d’arte singola che sembra aver esaurito tutto il suo potenziale produttivo e critico – dinnanzi alla possibilità di pensare una forma di scrittura che non sia in relazione né a un giudizio di gusto esteriore né a un temperamento individuale interiore.

Si tratta, in breve, di una scrittura la cui autoriflessione non si sviluppa più da un sostrato privo di forma (il linguaggio) o da una istanza normativa (il giudizio di gusto o la tradizione), ma da una trasformazione infinitamente differenziata che raccoglie e riunisce tutto ciò che è: siano piante, poesie o macchine edili.

La separazione della poesia da ogni criterio selettivo significa forse anche […] lo spalancarsi di una scrittura dalle molte lingue in grado di non organizzarsi più secondo differenze – di fatto accettandole – tra il proprio e l’estraneo, il legittimo e l’illegittimo, il bello e il brutto. La forma sempre trasformata e in trasformazione sembra [..] del tutto incompatibile con una grammatica fissata, ma richiede al suo posto una lingua forgiata in maniera differenziata, dalla struttura intimamente dinamica. Aperta a un potenziale infinito di piani linguistici, tanto di tipo stilistico che morfosintattico, letteralmente e materialmente accessibili.

Questa scrittura plurilinguistica sarebbe un esempio di filologia naturale non per il fatto che fa una particolare attenzione alla natura, ma semplicemente perché apparterrebbe alla natura della natura. […] Anche se significa la fine dlela poesia concepita come singola forma d’arte o come genere letterario, questo compimento segna, nello stesso movimento, l’inizio della sua sopravvivenza quale scrittura priva di misura e di soggetto e al di là della concettualità di una cultura di destra che ne aveva regolato fino a ora l’esistenza» (op. cit., pp. 33-38 passim).

 

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Mi sembra di riconoscere nel testo di Marco Giovenale le riflessioni di Sjöberg, anzi, la loro messa in atto sotto forma di testo (naturalmente sono ormai molti anni che Giovenale ribadisce, indipendentemente da ogni suo rapporto con l’autore svedese, queste medesime posizioni con veemenza, talvolta con forte vis polemica, talaltra con corrosiva ironia) e mi spiego: potremmo scorgere nel cotone (aereo, bianco, intensamente bello) la Poesia (proprio quella con l’iniziale maiuscola, quella enfatizzata e sacralizzata dalla cultura di destra, cioè borghese, antropocentrica, occidentale e capitalista secondo le indicazioni di Furio Jesi cui Sjöberg esplicitamente s’ispira e Sjöberg stesso, che ha scritto la versione originale del suo libro in tedesco, abolisce le maiuscole fin dal titolo e dal sottotitolo…); la lana potrebbe essere interpretata con quella che Sjöberg chiama “fiorente materia del tutto”, la natura brunianamente capace di generare in sé e per sé forme sempre mutevoli e vitali di cui il cotone è, non a caso, il parassita, il secolare disintegratore e disorganizzatore; la poesia (anzi la Poesia), omogenea al sistema di potere e di dominio, provoca in chi scrive la voglia di intervenire, di scrivere cioè attuando un radicale cambio di paradigma, per usare un’espressione molto cara a Giovenale e che è quanto Sjöberg argomenta nel lungo passaggio che ho riportato; “sottoscrivere un nuovo contratto” significherà infatti scrivere secondo paradigmi ben differenti da quelli largamente maggioritari, ma, al contempo, l’espressione è ironica ed ecco che, a tal proposito, si potrebbe scorrere il quinto capitolo del libro di Sjöberg (comiche analogie) nel quale si afferma: «Configurazioni di concetti si insediano, altre configurazioni di concetti si movimentano, nuove forme di organizzazione appaiono. […] Tutto prende inizio in questo ricollegarsi di comico, dovizia di inventiva e molteplicità di configurazioni di concetti in perenne trasformazione. […] proprio questa trasformazione e spostamento incessanti, la sua possibilità di invenzione e la sua natura molteplice, è comica» (p. 79) – sia chiaro che l’ironia cui ho accennato è soltanto uno degli aspetti della scrittura comica (per come la delinea Sjöberg) di Giovenale: leggendo Il cotone e ripensando a Delle osservazioni, al Paziente crede di essere, alla Gente non sa cosa si perde e via enumerando, si focalizza perfettamente una scrittura comica per varietà di stili e di registri, per quel suo far entrare nei libri ogni aspetto del reale senza gerarchie né giudizi di valore (che sarebbero, sempre, quelli borghesi, antropocentrici ed “occidentali”, quindi anche escludenti e colonialisti: «Non importa […] alla scrittura […] negare o dissolvere differenze. Si tratta piuttosto di distruggere l’uso strumentale di queste differenze», Sjöberg p. 78); la bioflocculazione in atto è, cioè, anche un atto politico, ma non riferito alla polis che perpetua gerarchie conservatrici e reazionarie (anche quando si proclama progressista e/o rivoluzionaria, “di sinistra” – ancora Jesi!), sì invece a una concezione del vivente e della vita associata che, vagliando, aggregando e disaggregando unità di linguaggio ne disinnesca i portati di violenza e di sopruso, ne addita le potenzialità di liberazione e di affrancamento, ne monta in sequenza modi di dire o luoghi comuni enunciati spesso in maniera incompleta perché bruscamente troncati, gioca con i registri linguistici, ironizza nei confronti di quelli lirici o “alti”, dando la parola a persone agenti mai identificate in termini completi ne mette in luce abitudini, tic, schemi comportamentali e mentali di un vivere, tornando alle argomentazioni di Sjöberg, alienati perché lontanissimi dalla gioiosa irrefrenabile vitalità del vivente (la allmaterie – la materia-tutto – che è blühend – fiorente, cioè rampollante dalla propria stessa vitalità).

Proviamoci allora a leggere altri testi, per esempio:

 

il documentario sulle origini del cosmo è
sta per iniziare
la testa del leone
il domatore
i giocolieri
i funamboli -
affrettiamoci
(p. 8)



decifra i miei bisogni
è     un rumore o di elettricità fuori la finestra
o     è un rumore di passaggio o dell'acqua d-
a     un luogo alto a basso
è     la brevità quella che costruisc-
e     meglio
o     che si gusta meglio guasta
una ciliegia tira l'altra e due lavano il
decifra i nostri bisogni, sii il
ronzio esterno, centrifuga, tritaverdure, 
scalda, sosta nella piazzola aerata per lunghissmi anni
(p. 11)



e riflettiamo: una lettura a voce alta, fedele alla versura e alle spaziature, aiuta a conferire ulteriore pregnanza a questi testi che, è evidente, non si strutturano “in versi” secondo tradizione, ma, addirittura troncando taluni elementi e andando a capo non secondo le leggi della divisione in sillabe italiana, oppure disattendendo l’abitudine che farebbe collimare unità metriche e unità di senso, creano spazi linguistici e semantici inediti, intonazioni della voce inattese («[…] in questo mondo comico agisce una tedenza espansiva che “deforma ogni cosa, portandola verso un metamorfismo che tende allo smisurato, al non misurabile”» scrive Sjöberg citando Gianni Celati, pp. 83 e 84).

Il Leitmotiv del cotone si ripropone con la variatio dal bianco al nero e con le reiterazioni concettuali le quali, anch’esse, se da un lato sembrano denunciare la debolezza del linguaggio stesso o la banalità di talune argomentazioni, dall’altro accentuano l’effetto comico, quindi sovversivo:

 

il cotone può anche essere
di colore nero, perché viene tinto
di colore nero, colore del lutto, è
il cotone segna-dolore,
segnatura definita.

questo non cambia la sua natura aggressiva,
soprattutto verso la lana

che gli dà torto in inverno
e in ogni caso è l'inverno
ha ragione
(p.12)

La lana, probabilmente (ribadisco) legata alla naturalità della materia vitale, subisce l’aggressività del cotone, anche quando quest’ultimo si maschera delle connotazioni (nobili) del dolore e del lutto (occorre pensare alla Poesia come ipocrita istanza mai disgiunta dalla violenza e dal sopruso?), ma, ovviamente

le loro riflessioni 
sono molto profonde
le mie superficiali
(p. 16)


e

le persone superficiali

non continuano la frase
a volte sì però di poco
(p. 17)

Superficialità e profondità di concetti (e, per logico corollario, di sentimenti e di valore umano) sono i due epicentri della vis comica qui dispiegata; leggo sempre in Sjöberg: «Invece di giocare il gioco della cultura di destra innalzando ingenuamente i valori della poesia, ciò che conta è affermare senza riserve la conoscenza della sua contingenza: è perché la poesia non è un’invariante biologica, che è assolutamente possibile che essa si conservi e superi in una società a venire non più borghese, che si sia lasciata alle spalle la forma denaro, la società dello spettacolo e il capitale antropomorfizzato» (p. 61) – chiarisco: l’autore svedese fa riferimento, appunto, alle note tesi sulla cultura di destra, sul mito e sulla macchina mitologica di Furio Jesi e interpreto i due brevissimi testi di Giovenale, come spesso accade all’apparenza semplici e pianamente enunciativi, proprio come un’ennesima presa di posizione contro la scrittura assertiva e contro quel genere di libri che Marco Giovenale bolla quale editoria main stream (leggasi mercantile, reazionaria, consolatoria, etc.) – sempre che la voce che dice “mie” coincida con l’autore… perché siamo comunque nel solco di quelle scritture di ricerca che tentano di superare ogni soggettività e ogni psicologismo narcisista ed egocentrato.

 

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Il testo viene, infatti, de-sacralizzato, privato della sua aura, come per esempio avviene a pagina 19 del Cotone, dove, riprendendo il concetto di funzione espresso nel testo della pagina precedente e riferito al cibo («sto molto meglio non esageriamo / tagliamo il, diciamo sto, / un meglio un po’ è la funzione del cibo») tale funzione viene trasferita nell’ambito grafico e tipografico, per cui Giovenale scrive un testo di 14 righi (lo stesso numero dei versi del sonetto: è un caso?) perfettamente allineati sia a sinistra che a destra):

 

l'unica   funzione  è quella interpuntiva
ma ne esiste anche una pienam. grafica
che si può  osservare qui in questa poe
sia,  di  uniformità  di  terminazioni,  co
me delle terminazioni nervose o doloro
se – come vengono troncate all'altezza
imposta dall'inizio del discorso,   come
se il contenuto del discorso  considera
to nella sua interezza non  contasse  in 
tero né frammentato, in realtà  troncar
lo spoglia di senso regioni che  se non
ci fosse questa decapitazione si monte
rebbero la testa pensando di fare loro
da soggetti, del tutto  arbitrariamente



Leggiamo nella Fiorente materia del tutto (tenendo ben in mente il testo giovenaliano): «Vale perciò la pena di articolare una prospettiva al tempo stesso più cosmica e più locale – dissolvere la poesia, da una parte, nel movimento comico-comunistico della natura e, dall’altra, distruggere il suo costitutivo legame col potere e con il dominio.

Quel che importa, detto più precisamente, è affermare la perdita di legittimità della poesia, la sua assenza di valore, invece di consentire alla sua valorizzazione. Solo in questo modo sarà forse possibile per la poesia: mutare le sue condizioni poetologiche e politiche per prestare aiuto in misura ancora maggiore a una differenziazione: a una differenziazione della poesia che però si oppone al tentativo di incorporarsela senza residui – cioè al tentativo di farsi sinonimo di una diversificazione linguistica universale invece di essere una delle sue espressioni.

Solo se la poesia rinuncia alla sua autonomia e alla tradizione di genere specifico essa può davvero dissolversi nella natura e divenire uno degli innumerevoli linguaggi contingenti della natura (quodlibet in quolibet)» (pp. 105 e 106).

Ecco: le argomentazioni di Sjöberg aiutano qui a dimostrare come il testo giovenaliano riveli e possegga una forte carica di manifesto/oggettotesto programmatico, un necessario materialismo sia filosofico che procedurale, una consapevolezza poetologica già da molti anni perfettamente inserita nel dibattito teorico internazionale.

E il frequente ritornare da parte di Sjöberg sulla concezione della natura quale un tutto gioiosamente vivo e fiorente di vita sembra trovare riscontro anche in questo caso nel libro di Marco Giovenale: «la grande varietà di erbe non solo / ci disorienta, ma anche ci dà gioia / […] / e il nespolo dopo la opportuna fioritura / dà frutti che proprio noi vediamo / estremamente opportuni […] / […] / […] ma il colore arancio / dà la gioia ripetitiva ma non stancante / nelle mille traversie della vita / estremamente opportuna» (p. 24) – di estremo interesse è il miscuglio (comico, ça va sans dire) tra lo scarno accenno all’erba, al nespolo, alla sua fioritura e ai frutti e l’iterazione dell’aggettivo “opportuno”, cui è legato il luogo comune delle “traversie della vita” – come spesso avviene la vita delle persone (che si svolge per lo più negli spazi urbani) viene rappresentata nelle sue connotazioni di alienazione, abitudine, solitudine e l’espressione linguistica denuncia un livello di pensiero ridotto ai minimi termini – scaturisce anche da qui la valenza politica e protestataria di questa scrittura che appartiene al «tempo dell’integrale colonizzazone della materia organica da parte del capitale» (La fiorente materia, op. cit., p. 96).

Non inganni, si diceva poc’anzi, la disposizione tipografica dei testi, ché nella scrittura di Giovenale viene meno ogni distinzione tradizionale tra “generi letterari” e molti di essi presenti nel Cotone, anche per l’impianto dell’affabulazione, posseggono evidenti affinità con quelli contenuti in libri precedenti (Il paziente crede di essere o La gente non sa cosa si perde, suggerivo); ebbene a pagina 25 è dato leggere un testo del quale riporto solo alcune parti, eccole: «la nonna infermiera e la nipote uscita da scuola sono sedute / sulla cornice cementata dell’aiuola e parlano con un affacciato ai / balconi del palazzo, a un piano basso. / […] / la postina sbaglia sempre e approfitto di questa pagina / per farle presente che non deve mettere nella mia buca / delle lettere le lettere della signora ortolan. / la signora ortolan abita nell’altra scala, la scala c. / noi abitiamo nella scala b. / o come si dice (non so se propriamente) / “alla” scala b, “alla” scala c. […] / […] / questa sarà dunque ricordata come / la poesia della postina, probabilmente, o della scala»; si noti (caratteristica dell’intero libro) l’assenza totale (sistematica la definirei) delle iniziali maiuscole e come per l’ennesima volta nella scrittura di Marco Giovenale la prima persona venga usata in maniera ironica, così come viene ironizzata l’attesa che un testo poetico venga “ricordato” o addirittura “letto” («questo promemoria vale per la postina e per molti altri / possibili interlocutori, anche per un eventuale / cambiamento che da una postina portasse a un’ulteriore / o postrema o perfino a un postino», si legge successivamente e non sfugga quel “postrema”, vocabolo del registro alto che contiene in sé anche un’assonanza con postina/postino) – «Essenziale è qui […] che la mescolanza stessa sia profondamente comica. […] Tra l’altro, ne consegue che il tratto distintivo della letteratura comica è un allentamento festoso delle disposizioni topografiche, temporali e identitarie nelle quali essa si viene a trovare» (La fiorente materia, cit., p. 85).

Ritengo allora del tutto perspicui i testi seguenti:

 

epigrafe 2:
"adesso", a partire da poco più di cento anni luce di distanza, il
pianeta non esiste per nessuno
(p. 28)



non si vede perché il cotone
con tutti i suoi fiocchi
debba offuscare la visione del film
ma chi oserà mai contrastare la visione del regista?
ci si abitua
(p. 29)

dal momento che vi scorgo la polemica (sardonica e sarcastica: “ci si abitua”) nei confronti di quelle scritture che non hanno coscienza di dover «scrivere nella, e a partire dalla, conoscenza della provenienza transindividuale ed extrasoggettiva di ciò che viene scritto» (Sjöberg, op. cit., p. 47) (“la visione del regista” potrebbe sottintendere quelle scritture ancora vittime del pregiudizio dell’autorialità e dell’autoreferenzialità: «compiono degli atti / si trovano in quelli» epigrafe 1, p. 28, mentre la prospettiva cosmica ridà la giusta collocazione al “pianeta”, di fatto inesistente o, comunque – anche in questo caso trovando una sponda in Sjöberg – appartenente al tutto, né più né meno importante entro la non-gerarchia dell’allmaterie).

Esente da qualunque forma di patetismo, la scrittura di Marco Giovenale tematizza la vita come una sorta di ospedalizzazione permanente (si pensi a Shelter quale libro paradigmatico in tal senso) e non elude la presenza della morte:

 

vorre* descrivere minutamente questa cosa qui davanti, ma non
lo fa* per via della

morte, non per via della 

noia

*
(p. 30)

Dal punto di vista linguistico in questo testo si giunge all’annullamento delle desinenze verbali, sostituite e rappresentate dagli asterischi, proseguendo così la cancellazione sia dell’io autoriale che di quell’articolazione tipica delle lingue indoeuropee che vede nel verbo (e quindi nell’azione di dominare, d’impossessarsi, di produrre) il suo fulcro; anche in questo caso è possibile trovare interessanti riscontri nel libro di Sjöberg il quale riflette sulla distinzione operata da Oswald Egger «tra fare come operare, agire (tun) e fare come fabbricare (machen). […] Un modo di leggere la centrale differenziazione della poetica di Egger è di concepirla come un tentativo radicale di scoprire un modo di creare che non sia più sottomesso alla logica del lavoro e dell’effettualità» (p. 120); la riduzione da parte di Giovenale al grado zero delle azioni e del linguaggio stesso persegue proprio questa volontà di sottrarre la scrittura alle logiche del mercato e del dominio del capitale, di restituire il bios (o di farlo approdare) a una condizione finalmente liberata.

 

comme_si_en_marche

 

«L’idea di un pensiero al di là dell’autorialità […] trova il suo modello esemplare nel montaggio. Qui ciò che è scritto non vien più compreso come qualcosa che sia pensato da un essere pensante, una cogitatio che possa essere rimandata a un cogito, bensì come una materializzazione di un pensiero che sussiste prima e dopo la persona che lo ha vergato.

Decisivo è qui il fatto che il montaggio non sia solo la somma di tali separate materializzazioni, ma anche, nel contempo, la produzione di qualcosa di nuovo che né esiste indipendentemente dalle singole parti del montaggio, né con esse coincide.

[…] La forma del pensiero si rispecchia in quella del montaggio.

Al tempo stesso, in un movimento parallelo, il montaggio si trasferisce nel pensiero e diviene l’immagine del suo principio fondamentale» (pp. 47 e 48, passim).