Il palloncino rosso di Massimiliano Damaggio

di Antonio Devicienti. Via Lepsius

LE-BALLON-ROUGE

Fermo immagine dal film “Le ballon rouge” (1956)

       

         Probabilmente anche la felicità, la gioia, il piacere, così come l’infelicità, il dolore, la paura nascono da uno strazio, vale a dire da un processo di smembramento, lacerazione che conducono dal precedente a uno stato nuovo del vivere; nel libro in poesia di Massimiliano Damaggio Io scrivo nella tua lingua (Editrice Zona, Genova 2022 con traduzione a fronte in greco di Giorgia Gina Karvunaki e con una nota critica di Mia Lecomte) lo strazio di un’infanzia determinato dal rapporto con la madre e dalla personalità di quest’ultima innerva i testi in versi – ma non si pensi che si sia innanzi a un ennesimo libro che tematizza il rapporto madre-figlio perché l’arduo azzardo di Damaggio consiste proprio nell’affrontae un tema ripetutamente battuto (anche troppo, a mio avviso) e di convincere (e avvincere) chi legge in virtù di una scrittura controllatissima, cui non viene concessa la benché minima sbavatura sentimentalistica o psicologizzante e che, al contempo, apre spazi di calore umano e intellettuale, che è capace, dicendo pochissimo, di spalancare mondi, in particolare quello di un’infanzia che, anche stante il sottotitolo del libro, è stata una sfavola, una favola deprivata delle sue connotazioni sognanti e felici per diventare una storia di dolore, di precoci apprensioni. 

        Non è un libro triste, né un catalogo di malinconie, ma scrittura lucida che, fatta piazza pulita di ogni deriva confessionale, sa, in quanto linguaggio umano, di essere figliata dal male e dal dolore e che raccoglie tutto il coraggio necessario per dire, per dire-ricordare, per dire-capire:

polaroid

mi guardi dalla fotografia
ma io non so scrivere nella tua lingua
di cosa si chiamava bambino
ed era viaggio di vento, irruzione
nel nuovo giorno, al calendario
scandalo

incontrarti oggi in uno specchio di carta
mi ha fatto tremare le mani
perché ti ostini ad accompagnarmi di nascosto
all'uscita di ogni galleria

quando insieme per la sorpresa ridiamo
di fronte a un'improvvisa voragine di luce
(p. 10)



madre

non è corretto
e non è poesia
raccogliere un dolore
per scrivere parole

se stai piegata in due dentro la stanza
al primo piano della casa abbandonata
mentre urli al bambino
che scappa, e cade per le scale, e si nasconde

nel buio ascolta
il latrare del tuo male
che sfonda il tetto
(p. 18)



t’ho vista costruire una mutilazione
che scende fino alla radice
in uno stridere di denti che si scheggiano

quando ti strozzi con un vento di animali
che risalgono la gola

c’è poi il momento che sembri ritornare
e guardi inebetita
il mio ventaglio di mani aperte
dove si contorce una farfalla rotta
(p. 22)

        Ho scelto questi tre testi per suggerire l’intonazione del libro, per mostrare le virtù di una scrittura che ha il coraggio di affidarsi al significato diretto e concreto di ogni singolo vocabolo, direi addirittura di ritrovarlo perché lo disincrosta da metafore, allusività, giochi verbali rimettendolo a nudo – ed è proprio un’innocente e coraggiosa nudità del pensare e del sentire, del ricordare e dell’incontrare il sé stesso bambino a caratterizzare, ai miei occhi, il libro di Massimiliano; e non scrivo questo a caso o per azzardo, ma ne trovo conferma in un breve testo del quale non inganni l’apparenza di divertissement o di paradosso:

un grillo

da questo grillo oggi ho imparato
a sorridere

mostrarsi nudi a un grillo
è davvero una cosa pazza
(p 58)

        ché nel dolore e dal dolore (enorme e straziante, appunto) germoglia anche il sorriso, la gioia di vivere, di essere liberi e già il solo scrivere come fa Damaggio in Io scrivo nella tua lingua è «mostrarsi nudi a un grillo» non perché si parli di sé stessi e dei propri genitori o degli incontri successivi della vita, ma perché si guarda dritto negli occhi ciò che ancora può ferire a morte e perché si sceglie una poesia a togliere, a ridurre, privata di qualsiasi espressione o immagine a effetto, detta in una lingua che è la propria, ma anche quella di chi legge e quella delle varie fasi dell’esistenza, «perché solo quello che si spegne / risplende» (p. 48) e non c’è elegia, né rimpianto, c’è invece la nudità della presenza (e presenza sono il ricordo, lo sguardo aperto sull’oggi, il dialogo con un “tu” diversificato nel corso del libro). In tal modo si possono spiegare anche la dolcezza con cui è porta ogni parola, l’armonia della sintassi, la chiarezza espressiva – Damaggio legge e traduce i Greci e i Brasiliani, ama Lorca e si riconosce nel magistero poetico e umano di Francesco Marotta e come loro crede nella forza della poesia quale lingua degli esseri umani, quale linguaggio della comunità.

 

poesia del padre morto

oggi sono arrivate tre lettere
una era quella di mio padre
morto molto prima di scriverla

io ero solo con la sua lettera fra le mani
come lui era solo con la sua morte nella penna

mi parlava di cose che già sapevo
perché successe dopo la sua morte
ma che lui non conosceva
e addirittura ha scritto: 
                                         ah, sapevi che

e io ho fatto finta di non saperlo
(p. 38)



il palloncino rosso

è ancora possibile una forma di gioia per questo corpo
che fa gesti con le mani, ride, parla
passa la notte davanti agli uomini rotti
là dove tutti i vuoti coincidono

come un bambino che corre
dietro a un palloncino rosso, e lo tiene con i denti

e pensa che durerà, e lo lascia libero
(p. 62)