Per (etica) fedeltà alla rima: sulla “Rosa segreta” di Paolo Ottaviani

di Antonio Devicienti. Via Lepsius

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        Mi sia concesso d’interpretare il più recente libro in poesia di Paolo OttavianiLa rosa segreta. Velate assenze d’armoniche rime (Piero Manni Editore, S. Cesario di Lecce 2022) – quale un ragionare (in poesia e in rima) su questi nostri anni, quale continuazione e riaffermazione di una nobilissima, antica tradizione italiana (e appenninica in particolare) che, risalendo nelle sue radici anche alle spalle della matrice toscano-dantesca, non può e non vuole distogliere lo sguardo dagli accadimenti e ne ragiona, appunto, non con l’andamento della prosa, ma del ritmo poetico, di quel singolare dire che, affidandosi alla versura, intreccia tra loro suoni e sillabe, fa riverberare la lingua italiana della sua bellezza, confermandone la vocazione a superare, a mezzo della forma poetica, i dati contingenti e occasionali per farne materia di riflessione e per strapparli alla banalizzazione e alla dimenticanza. 

         A ragione parlo di una “fedeltà alla rima” per Paolo Ottaviani, da sempre impegnato a imbastire testi anche dal complesso schema metrico, fedele al magistero dantesco e fieramente legato alla tradizione (anche dialettale) umbra; nel contesto presente qualifico tale fedeltà come “etica” perché la scrittura di Paolo risponde a un’esigenza di scelta etica nei confronti di quello che accade e a una volontà d’inchiavardare i suoi testi dentro un presente ambiguo, violento, fomentatore di ingiustizie e perpetratore di offese di vario genere. Significherà pur qualcosa che Ottaviani provenga dalla stessa terra di San Francesco e di Jacopone e, aggiungerei, di Anna Maria Farabbi, che la sua formazione filosofica gli faccia prediligere i filosofi naturalisti del Quattrocento e del Cinquecento (eccelsi scrittori furono, tra gli altri, Bruno e Campanella), ch’egli conservi forti legami con una cultura contadina e, appunto, appenninica e italiana centrale capaci di dare un’inconfondibile coloritura e alla lingua e alla postura etica di chi scrive.

         È così che il libro può aprirsi col ricordo di un “mattino trasparente” la cui nebbia, dissolvendosi “lungo il viale dei giganti spogli” (i platani) lascia nel poeta un sentimento ancora vivo e presente: «Nebbia che si dirada, / sono indistinta goccia di rugiada, / poesia, acqua, vita, / luce che s’infinita. / Nel sole d’un mattino trasparente / me ne vado sereno incontro al niente» (p. 7) – è un itinerario dischiuso a una poesia elementale (gli elementi della natura vi hanno cioè parte fondamentale), di matrice dantesca (non si trascuri quel “s’infinita” che ricorrerà anche più avanti nel libro), ma anche leopardiana e di lucidissima consapevolezza: la trasparenza ne è senhal linguistico-concettuale (verrebbe da pensare al magistrale La trasparenza delle immagini di Emanuele Coccia, ma il discorso ci allontanerebbe dall’ambito strettamente poetico); in ultimo si noti la serenità che rimanda a una saggezza acquisita delle cose e che innerverà una poesia meditante, ma mai acquietata né consolatoria, anzi, sempre vigile e capace di porre quesiti gravi e scomodi.

 

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         Infatti un titolo bellissimo anche per il suo ritmo di endecasillabo come Si calma il vento e risorge la luna (p. 9) apre un testo, invece, in cui la morte per annegamento di donne e bambini migranti si spalanca quale ferita accusatrice e non rimarginabile: «Si calma il vento e risorge la luna. / Distesi sulla sabbia i corpi immoti. / […] / Qui è la loro dimora / nel gelo di una luna e nella morte. / Qui non nasce pietà né chi la implora. / E galleggiano inerti / tra i flutti azzurri madri e bimbi offerti / ai pesci ed agli abissi / ove per un’ellissi, / forse, della natura, si figliava / quel mostro che in noi l’anima fa schiava» – si notino la divaricazione fra l’armonia della pronuncia poetica e il fortissimo, voluto urto dei fatti rappresentati, delle immagini di morte prive di ogni retorica e sentimentalismo e per questo ancor più capaci di interrogare la coscienza. Coerente è, allora, in C’era una volta la rievocazione, commossa e commovente, della “favola di un meraviglioso ragazzo friulano”, come recita il sottotitolo, vale a dire Giulio Regeni e altrettanto coerenti sono quei testi dedicati ai temi della pace e della guerra che non risparmiano acuminati strali alle ipocrisie di certi pavidi pacifisti da salotto: «Pacifista generoso / tutta pace e niente guerra / hanno invaso la mia terra. / […] / Hanno ucciso i miei bambini. / Educato pacifista / non ti piace ch’io resista? / …] / Pacifista bilanciere / la potenza del terrore / non t’accende di furore? / […] / Pacifista coscienzioso / un tuo avo partigiano / col fucile andò lontano. // Pur sapendo di morire. / Per giustizia e libertà. / E si mosse con pietà. // Pacifista pacifista / se non offri il tuo sostegno / di qual pace sarai degno?» (Triste filastrocca del Pacifista, pp. 69 e 70).

         Non a caso, allora, il libro è disseminato di domande più o meno esplicite, come, per esempio, a pagina 13 in Altra acqua inconcepibile: «[…] Dagli occhi di Talete, / con un lampo archetipico, / nel cuore delle rocce fuoco e sete / furono accesi nel reale, atipico / variar delle sorgenti, / nei ghiacci astrali incatenò i torrenti / poi sciolse nei vapori / lo splendore degli ori. / Ma il misterioso seme della vita / naufragato in te, con te s’infinita?» – oppure viene chiamata in soccorso la leopardiana ginestra: «[…] / Sorella mia ginestra / tu che ogni sorte accetti / e riconosci la pietà maestra, / tu che dispensi gioia agli architetti / d’ogni folle dolore, / reclinata alla luce, con maggiore / sapienza e con più fine / ardore le dottrine / antiche e nuove sospingi all’amore, / dimmi se il tutto è solo un vano errore» (Sorella mia ginestra, p. 14); mi fa inoltre piacere rimandare, sempre qui in Via Lepsius, a questo link al quale avevo avuto modo di commentare il testo che a suo tempo Paolo mi aveva generosamente offerto in anteprima e lo stesso dicasi per Nel lontano profumo di una neve (p. 10)  e per Monte delle rose (p. 34).

         La rosa segreta è, anche, tessitura di dialoghi con amici, come il poeta Eugenio De Signoribus («gentile / testimone di grazia / naturale e divina» – La memore parola, p. 26) o con alcuni altri, purtroppo, scomparsi oppure dedicatari di alcuni versi possono essere personaggi come Greta Thunberg (Il grappolo dell’uva «[…] // L’immane meraviglia del creato // […] // senza più i gesti del vendemmiatore / continua il suo cammino indifferente / e annienta l’uomo che le nega amore» p. 51) o Ezio Bosso: il tema del dissesto ambientale è particolarmente sentito nella Rosa segreta, si gemina con i temi del terremoto che pochi anni addietro ha colpito l’Italia centrale e del Covid 19, della Pasqua segnata dalla pandemia e dalle morti causate dal virus; piante e animali, giardini, i laghi, le montagne e, in particolare, gli alberi (noci, tigli, platani, olivi) sono presenze ricorrenti e colme della sapienza primigenia, il solo nominarli rende i versi di Ottaviani pregnanti e densi, la Terra è la grande madre minacciata di distruzione; a Ezio Bosso è indirizzata una dedica a dir poco commovente (A Ezio Bosso che non può / non può essere scomparso p. 39) che è, nello stesso tempo, omaggio all’energia vitale dell’arte e all’umiltà di chi, come Bosso, da “operaio” si è consegnato completamente alla musica e La rosa segreta è discreta, calorosa celebrazione di quei momenti conviviali durante i quali veramente la poesia sembra pervadere il vivere: «[…] La poesia sembra non presente / ma sta in disparte, ascolta e lenta tra una / portata e l’altra, con luce più bassa, / tra un brindisi e un sorriso quelle più intime / favole del dolore volge in canto» (Un invito a cena, p. 75).

 

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         Mi preme molto richiamare l’attenzione di chi legge sui versi in dialetto che costituiscono la sezione Spigolature. In un idioletto medioevale nursino (pp. 54 – 65), o, come appunto molto più appropriatamente scrive Paolo, in un idioletto, etimologicamente, cioè, in una lingua peculiare e potente che non sostituisce l’italiano né gli si contrappone, ma con esso dialoga in una contiguità ormai quasi millenaria – non a caso l’ultimo testo dell’intero libro è la versione trilingue (tedesco-italiano-nursino) del Canto notturno del viandante di Goethe, in equivocabile apertura transnazionale.

         Qui di seguito ricopio uno dei testi che più ho amato:

 

Ra fantella e r'eràomita


F. «Ma que va' cerchenno curvu
su pe' 'ste muntagne?»
E. «Ru Sassu»
F. «Que sassu tra tutt'issi?»
E. «Iju mutu que canta» 
F. «Mutu que canta?
Ma nun po' esse!»
E. «Macsime pe' esto
ru vo' cerchenno!»
F. «Putrìa venì cu' te?»
E. «A recercà ello que 'ici
nun po' esse?»
F. «Scì»
E. «Imo!»
F. «Imo!»


La fanciulla e l'eremita

F «Ma cosa vai cercando chino
su per queste montagne?»
E. «Il Sasso»
F. «Quale sasso tra i tanti?»
E. «Quello muto che canta»
F. «Muto che canta?
Ma non è possibile!»
E. «Proprio per questo
lo vado cercando!»
F. «Potrei venire con te?»
E. «A ricercare ciò che tu dici
non possa esistere?»
F. «Sì»
E. «Andiamo!»
F. «Andiamo!»

(pp. 56 e 57)

         La rosa segreta del titolo è, infatti, la poesia, ma anche la lingua per dire in poesia, le “velate assenze d’armoniche rime” mi appaiono come il sasso (anzi Il Sasso per antonomasia) “muto che canta”, ossia il fecondo silenzio da cui scaturisce la lingua, che occorre faticosamente cercare (e che non è detto lo si trovi). Rammento, cerco e ritrovo un pensiero di Giorgio Agamben: «Solo la parola ci mette in contatto con le cose mute. Mentre la natura e gli animali sono sempre già presi in una lingua e, pur tacendo, incessantemente parlano e rispondono a segni, solo l’uomo riesce a interrompere, nella parola, la lingua infinita della natura e a porsi per un attimo di fronte alle mute cose. Solo per l’uomo esiste la rosa indelibata, l’idea della rosa» (da Idea del linguaggio I in Idea della prosa, Quodlibet Edizioni, Macerata, seconda edizione ottobre 2013, p. 103). E, rimandando ancora una volta a un luogo di Via Lepsius, questo, segnalo che proprio in questo sonetto (Nel gioco dei bagliori p. 45), richiamandosi direttamente a Dante, al De vulgari eloquentia (ma anche alla Vita nova), Paolo Ottaviani illumina le ragioni e i modi del proprio fare in poesia, della propria predilezione per la rima, del proprio seguire l’insegnamento di chi ha “diverse lingue vive nella mente” e sa che “la parola nel verso si sublima”, mentre tutto vivifica e fonda amore (e non a caso Una lingua pura – p. 49 – è una sommessa, tenera lirica d’amore rivolta e alla moglie del poeta, Mailis, cui è dedicato anche l’intero libro, e alla lingua poetica stessa).

Silenzio d'ottobre

Quando scende il silenzio nelle sere
d'ottobre subitaneo ti snuda,
dalle voragini astrali al cadere
incerto nell'età ipogea, nuda

dell'inverno che come un ermo alfiere 
rifulge in lontananza e par dischiuda
l'ombra incerta dei giorni in nette schiere
ché il morir loro vita nuova includa.

O caro amico ottobre francescano
annuvolato di libri e sentieri
dell'alfabeto umano leibniziano,

gli spirituali atomi, i bracieri
d'incenso e le castagne da una mano
calda all'altra m'infiammano i pensieri.

(p. 36)



Una rosa segreta

Nel buio della stanza, lungo strade
insidiose il ragazzo custodisce
una rosa segreta che in contrade
celesti si dischiude, poi fiorisce

di nuovo lungo le orme vaghe e rade
di petali caduti, ingentilisce
quell’angoscia ineffabile che cade
nell’anima ferita mentre intuisce

nel sogno il sogno di un sacro fluire.
È sbocciata stamane nel giardino
la rosa ma il giardino si dilegua

tra nugoli di stelle e in quell’affluire
di astri e visioni ecco far capolino
rapida una lucertola, mai in tregua.

(p. 46)