Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: andando

Paesaggi d’Italia II

 

 

 

…e tu continua a studiare, a scrivere, dico,
fallo anche quando la tristezza sale sale
fino a dominarti,
fallo anche quando ti senti impotente
e sconfitto

…e tu non cedere
anche quando la paura ti esplode dentro

…sii forte contro gli insulti che verranno
guarda dritto negli occhi la violenza montante
e la solitudine che ti cresce intorno

…siano i libri, i diletti compagni di sempre,
non rifugio ma arma di resistenza
non consolazione ma lucido sguardo

e resti ferma la volontà a mutare
lo stato delle cose
malgrado le tue inadeguatezze
malgrado le tue viltà
malgrado l’imbecille te stesso cui mai perdonerai

 

 

 

Paesaggi d’Italia

 

 

(a mia figlia, da poco diciottenne)

Perdonami, carissima,
se non so fermare questa marea
violenta e fascista che monta, monta
con deliberata volontà
di spargere sangue.

Avrei desiderato ben altra Italia
per te che vai incontro ora
ai tuoi diciannove anni.

Sempre m’intenerisco quando
ti vedo concentrata sulla versione di greco,
impegnata a studiare i prediletti Francesi.

E anche tu senti
le rabbiose contumelie urlate
senza sosta in queste città
ormai disumanate.

Da sempre ho desiderato un’altra
Italia e un’altra
Europa –
ma non ho saputo donartele,
sognarle sì, le ho sognate
e le sogno,
ma donartele ulteriore atto d’amore
per te
e viatico dalla mia
alla tua generazione questo no:

non l’ho saputo fare.

 

 

 

Il Cairo

 

Eduard Spelterini: Il Cairo, 1904, fotografato da un pallone aerostatico a 500 metri di altezza.

 

Quando dalla città immensa
gli Occidentali vengono a vendermi i loro acquerelli
li congedo con brusca gentilezza:

il silenzio dell’angelo è grido acuminato che
sbianca i papiri della notte,
dico loro,
voi siete stati nella città dell’
angelo, ne sapeste udire
la voce ma non il silenzio,
ne portate negli occhi gli sfarzi
ma non le assenze,
non gli orci vuoti d’acqua,
non gli addolorati voli sotto cupole d’alabastro.

Ai loro occhi sgranati appaio un pazzo.

 

 

Breve saggio sulla Bibliothèque Nationale (Site Richelieu)

 

 

Gisèle Freund punta con una precisione che pertiene al rigore etico di chi vuole fare bene un lavoro la sua Leica – ma l’atto possiede anche una coscienza politica e vi è celata la silenziosa malinconia dell’esilio – fotografa Walter Benjamin che studia libri e cataloghi in una delle sale di lettura della Bibliothèque Nationale de France a Parigi.

Gli spazi del Site Richelieu accolgono la mente della fotografa e del filosofo – parlano in tedesco, parlano della Germania e dell’Europa, si sono scelti due mestieri che recano dentro di sé l’inimicizia radicale nei confronti dell’intolleranza e del fascismo.

La sala di lettura della BNF è, allora, luogo di transiti e d’incontri, uno dei cuori pulsanti di Parigi, immagine concreta d’uno spazio dove la libertà è materiata di libri (che qui vengono raccolti e custoditi, dati in lettura o in prestito).

Il mio pellegrinaggio di epigono conosce anche questa tappa parigina: insieme con la Braidense, con la Staatsbibliothek berlinese, con la Marciana, con quella dei Girolamini, con l’Oxoniense, luoghi dove un’attività apparentemente del tutto privata e solitaria (leggere, prendere appunti, sfogliare) scopre sé stessa essere atto anche comunitario: si lascia la propria casa, si attraversa la città, si entra nell’edificio-corpo della biblioteca, si chiedono i libri, si aspetta impazienti la consegna, ci si siede a un tavolo – ci si muove piano, in silenzio, il silenzio è consegna inviolabile, attivo silenzio dentro il quale è percepibile la concentrazione delle menti, addirittura l’operoso brusio come d’api ed ecco che il tempo sembra sospendersi, la mattinata o il pomeriggio perdono ogni loro banausica scansione, divengono spazio luminoso della lettura.

I lettori, silenziosi e concentrati, sembrano emettere questo brusio (ma privo d’ogni rumore) di api che percorrono le vigne del testo, ruminanti menti che si nutrono dei testi. Silenzio della lettura mentale, mentale andirivieni del doppio sguardo dell’occhio fisico e dell’occhio del pensiero.

E sia resa lode allo sfogliare il libro, fruscìo lieve della felicità, odorato e tatto totalmente coinvolti assieme alla vista; una lente d’ingrandimento potrebbe essere compagna non disprezzabile per esplorare e scoprire.

Alfred Döblin aveva ritmi di lettura impressionanti: leggeva in tempi molto brevi decine di volumi che schedava e dai quali traeva centinaia di appunti – accumulava enormi quantità di materiale preparatorio per ogni nuovo romanzo: nacquero così il Wallenstein, la Babylonische Wanderung, Berlin Alexanderplatz, naturalmente, opere vastissime – da medico si dedicava ai suoi pazienti, poi (ritemprato da pochissime ore di sonno) andava in biblioteca a studiare e a scrivere: prima la Staatsbibliothek di Berlino, poi, dopo l’emigrazione forzata dalla Germania hitleriana, la BNF a Parigi.
Oggi la Staatsbibliothek zu Berlin si articola in vari edifici in diversi luoghi della città (Döblin frequentava la sede storica dello Haus unter den Linden e mi piace immaginarlo studiare nella luminosa Kuppellesesaal, la sala di lettura principale sotto una cupola di vetro – l’edificio fu ovviamente gravemente danneggiato dai bombardamenti e il nuovo stabile principale, progettato dall’architetto Hans Scharoun in Potsdamer Straße in forma di “nave dei libri”, ospita una vasta sala di lettura dalle grandi vetrate, come direi ormai da tradizione nella nuova Berlino ricca di costruzioni vetrate che vogliono simboleggiare la volontà di una nazione già tragicamente segnata dal fascismo di proseguire la nuova strada democratica illuminata dalla cultura e dal dialogo); e poi immagino lo scrittore lavorare nella Salle Labrouste, uscire in Rue Vivienne per tornare a casa fumando pensieroso una sigaretta (è lì che si apre la Galerie Vivienne di un indimenticabile racconto di Julio Cortázar, lì dove la parola della letteratura consente di spostarsi in un istante da Parigi a Buenos Aires e viceversa – Buenos Aires? La città, justement, del bibliotecario ciego che percorre i corridoi tra gli scaffali ricolmi di libri con su báculo indeciso).

Come in una concatenazione di pensieri e di suggestioni rivado ora con la mente alla biblioteca di casa Leopardi, fulcro di un’infanzia e di una giovinezza, ogni volume un universo: paradosso luminoso per noi posteri il fatto che un luogo di semi-clausura abbia donato al pensiero una tale libertà (l’Italia soffocante provincia e la mente del fanciullo, poi del giovane, poi dell’uomo adulto che s’apre agl’interminati spazi).

E da una biblioteca privata di nuovo verso una biblioteca raccolta con passione e abnegazione per essere pubblica: si materializza ora tra queste mie linee di scrittura la figura nobilissima di Gerardo Marotta e ripenso a quella vera e propria odissea della Biblioteca dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici che disattenzione e superficialità hanno condannato a peregrinazioni inaccettabili e più volte esposto al pericolo della dispersione. Ma Napoli è città di Giambattista Vico che trovava pace e silenzio nella sala di lettura della Biblioteca dei Girolamini; un suo discepolo spirituale, Benedetto Croce, studiava e intesseva relazioni con gli esponenti della cultura internazionale nella biblioteca privata di Palazzo Filomarino e nello stesso Palazzo (sottoposto a stretta sorveglianza durante il regime fascista e oggetto anche di un’incursione squadrista) fondò l’Istituto italiano per gli Studi storici a Italia finalmente liberata; tra il secolo di Vico e quello di Croce intellettuali, economisti, scrittori dettero vita all’eroica epopea della Repubblica Partenopea; a Napoli si esercitò una parte importante dell’attività politica e scientifica di Francesco De Sanctis; in pieno Novecento la città si è illuminata dell’opera umana e intellettuale e politica di Renato Caccioppoli, di Giovanni Pugliese Carratelli, di Fabrizia Ramondino, di Ermanno Rea – operosità di studio, apertura totale verso l’Europa e il mondo, antifascismo convinto, questo fu il terreno che nutrì l’operato di Gerardo Marotta e la biblioteca da lui raccolta aveva come vocazione quella d’essere pubblica, aperta ai lettori.

(Sorte simile, molteplici e offensivi traslochi, è toccata al patrimonio librario della Libreria Palmaverde di Roberto Roversi a Bologna, non dimentichiamolo).

Una sala di lettura evoca tranquillità, agio di studio e promessa di pace: non così, mi vien fatto di scrivere, se penso a Timbuctù, a Sarajevo: la città maliana, anch’essa vittima della cieca furia jihadista, è, usando un’espressione moderna, una “biblioteca diffusa”, nel senso che ci sono (o c’erano) moltissime biblioteche private ricche di meravigliosi codici manoscritti relativi a tutti i campi del sapere umano – quando nel 2012 gli integralisti islamici hanno conquistato il Nord del Mali, essi hanno cominciato a razziare i manoscritti di Timbuctù perché da loro considerati contrari alla legge islamica; fu in quel momento che spontaneamente molti cittadini di Timbuctù cominciarono a nascondere migliaia di manoscritti, salvandoli dalla distruzione; per quanto riguarda la capitale bosniaca è nota la deliberata distruzione della Biblioteca avvenuta il 25 agosto 1992.

Sì, credo proprio che la pace coincida anche con la possibilità di recarsi in biblioteca a leggere, rimanere per ore in una sala di lettura (ore sottratte all’utilitarismo, alla frenesia del dover guadagnare o spendere danaro), avere la possibilità di accedere alle fonti del sapere senza censure e senza divieti o limitazioni; immergersi nel silenzioso brusìo d’api di chi legge e medita e prende appunti.

E penso ai chiostri, dove i monaci compiono tantissime volte il periplo del giardino leggendo ad alta voce o pregando, penso alle scuole coraniche e rabbiniche dove i bambini, seduti per terra, ripetono a voce alta i versetti biblici e le sure coraniche dondolandosi sul tronco, ché alla lettura, come alla scrittura, partecipa tutto il corpo ritmando accenti e sillabazioni – cosa impossibile e non opportuna nella sala di lettura di una biblioteca, è ovvio, ma chi legge con passione conosce bene la sensazione di movimento incessante e di lettura ad alta voce che si ricava anche se la lettura è, in realtà, puramente mentale.

Trasferita in anni recenti in edifici modernissimi del quartiere di Tolbiac, la storia della BNF resta legata, però, al cosiddetto “quadrilatero o sito Richelieu”, agli spazi che furonono frequentati da Calvino e da Char, da Barthes e da Foucault: una biblioteca, quale la concepiamo in età contemporanea (istituzione pubblica e laica) si trova a essere simile a un organo del nostro corpo, il quale appartiene, cioè, insieme ad altri organi a un preciso sistema che, in relazione e interscambio continui con altri sistemi, permette la vita del corpo stesso. La BNF è pensabile in un orizzonte simbolico (fatte salve le esigenze di fatto che hanno reso necessario il sito di Tolbiac-François Mitterrand) solo in connessione con il corpo-Parigi, con le sue rues e i suoi cafés, con i quartiers storici.

Ci si affaccia allora nella Salle Ovale, nella Salle Labrouste, si ripensa al destino di Walter Benjamin avviato verso Port Bou mentre la Leica di Gisèle Freund testimoniava di un’amicizia, di un passaggio esistenziale e politico, di un febbrile pensare, cercare, voler capire.

Das Passagenwerk per capire il proprio tempo.

 

 

Stasera riascoltavo “Khorakhané” di Fabrizio De André

 

 

Anonima. Prigioniero n. Z-63598. La lettera ‘Z’ sta per “Zigeuner” -“Zingaro”