Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: andando

Poesia pura e poesia sporca

 

 

Eccoti ancora qui, mia scrittura, tu che vuoi fare i conti con quello che, intorno a te, nel mondo, accade, tu che non vuoi chiudere gli occhi, ma immergerti dentro il mondo; leggi e impara dall’amico carissimo e poeta, ringraziane la lucidità e il coraggio e continua, mia scrittura, a sporcarti con le cose del mondo e con il dolore del mondo, guarda diritto negli occhi la violenza, il terrore, l’ingiustizia.

Spesso ti senti sola e impotente, mia scrittura: ma ecco giungere, dalle terre di Sicilia e di Francia, un messaggio ed è tassello ulteriore d’un dialogo che si dispiega ormai da qualche anno: impara e sii forte, mia scrittura, ringrazia e continua a essere tu, testarda e sporca di mondo.

 

Yves Bergeret, Carnet de la Langue-Espace, Radoub, en Sicile, août 2o17

 

 

Italia d’Appennino

 

 

Hanno in sé dignità
ineguagliata
il bicchiere di vetro
ammezzato di vino:
e la caraffa d’acqua
sul tavolo per il desinare.

Sono silenzio
e istante lunghissimo
non offesi
e non mercanteggiati.

Riverbera inoltre della nobiltà
d’un vetro di finestra
da una casa d’Appennino
il vetro del bicchiere,
d’una manata d’argilla
per i coppi del tetto
la pancia capiente della caraffa.

 

 

A uno che vende rose al semaforo

 

 

 

“Io non sono razzista,
però penso che è meglio aiutarti a casa tua.
Mi sorridi e hai un’aria buona
ti vedo ogni giorno qui
e so che non fai del male
ma gli altri, molti degli altri,
non sono come te.
Io non sono razzista,
però i neri e i mussulmani
ci stanno invadendo
e la razza italiana sta sparendo.
A quelli che li salvano in mare
e li fanno venire qui dico:
voglio che ti violentano la madre e la sorella
così vedi che significa.
Non so come ti chiami, ma mi stai simpatico
anche se non ti lavi mai
e se lo cerchi un lavoro lo trovi.
Però capiscimi: voglio vivere tranquillo
(io non ti tocco le tue cose
e tu non mi toccare a me le mie)
e questi che arrivano rubano e rapinano
e violentano le nostre donne
e rubano il lavoro agli Italiani.
Io non sono razzista
e ogni tanto una rosa te la compro,
però certi preti e quei figli di papà
che prendono i clandestini in mare
mi fanno incazzare – sono figli di papà
e tutti gay
per avere quelle navi
e sono amici degli scafisti: fanno schifo.
L’Italia è troppo buona:
sparare si deve.
Io non sono razzista, sia chiaro, ma ognuno a casa sua”.

 

 

Nella storia. Intorno all’umano

 

 

E allora che cosa farai, mia scrittura, nel procedere dei giorni?
Lo sai che non è trascendente la parola, che non deriva da categorie iperuranie, né da divini teoremi.
È sporca di terra (ch’è quanto di più puro esista e degno) e schifosamente immersa nella storia (ch’è l’unica maniera per renderla meritevole di rispetto): procede per quotidiani gorghi e ripetute fratture, grandi e piccole incertezze e tradimenti. Ma essa guarda sempre all’umano. E non dimentica mai l’umano.

Tutto questo non ti consola e non ti assolve, mia scrittura, e nel procedere dei giorni scoprirai ancora di aver tradito l’umano cui devi, ininterrottamente, guardare.
Allora non ti resta nient’altro, forse, che essere impietosa con te stessa (non dimenticare i tuoi tradimenti, non ignorare che sei figlia dell’Occidente dei privilegi, non assolvere te stessa, mai) e continuare a sporcarti di terra, e saperti dentro la storia anche quando parli della bellezza e dell’amore – soprattutto quando parli d’amore e di bellezza.

 

 

Operai di Grecia

 

 

(a Massimiliano, con affetto)

Eccoti di nuovo, mia scrittura, vogliosa di scrivere di cose belle, eccoti e l’amico carissimo, dalla Grecia, manda un messaggio: no, non è in vacanza in Grecia, in Grecia vive e lavora e ti racconta dei lavoranti (molti immigrati) pagati 300, al massimo 500 euro al mese costretti a lavorare per 10 ore al giorno, quasi senza diritti, a 60 gradi nel reparto verniciatura e di uno degli operai, dal Pakistan, che dorme in una baracca di lamiera e degli impiegati che siedono davanti al computer dalle 8.00 alle 18.00 senza diritto a una pausa (ma almeno hanno l’aria condizionata mentre fuori, all’ombra, ci sono 47 gradi).

Che cosa vuoi fare, mia scrittura? Continuerai a dilettarti di bei sentimenti e di belle immagini?

Pensa, invece, alle persone perfino persuase che sia giusto rinunciare ai propri diritti (e ci rinunciano pur di avere uno straccio di lavoro, usa e getta, ma lavoro), pensa ai padroncini-aguzzini e pensa, poi, ai grandi padroni, ai nemici di sempre.

Mia bella, tenera scrittura… Quanta pena mi fai… E quanta rabbia…