Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: andando

Braccianti di Puglia

 

 

 

… in questi giorni guardo la mia scrittura e guardo le persone che mai l’incontreranno: non ha tempo né voglia la bracciante schiavizzata nei campi di Puglia di leggere le mie elucubrazioni architettate in testi di sapiente rettorica. E la mia scrittura, continuando a dispiegarsi anche qui, anche adesso rigo dopo rigo, accade proprio mentre braccianti schiavizzate vengono umiliate nei campi della dolce Puglia dove il bel mare attende migliaia di turisti innamorati delle orecchiette e degli spaghetti con pomodoro e cozze. E mi vergogno di questa scrittura così inutile e tanto vanesia, io nipote di contadini che conobbero il fascismo e la guerra e la grande speranza degli anni seguenti: e che la Puglia sarebbe diventata altro, non questa terra d’accampamenti di schiavi, non queste cisterne colme di veleni, non lo stesso binario, sempre lo stesso dell’emigrazione – e guardandoti, o mia scrittura, voglio che tu, almeno, non contrabbandi per vere le tantissime menzognere cartoline dalla Puglia , e pretendo che tu, vergognandoti di te stessa, cerchi uno sguardo consapevole e diretto – anche se mai ti leggeranno la bracciante sfruttata, il migrante impaurito, il negoziante taglieggiato …

 

 

Incroci

 

 

Yves Bergeret pubblica nel suo Carnet de la langue-espace un articolo, corredato da proprie fotografie, dedicato al Battistero di Varese, cui fa seguire la sua traduzione di un mio breve testo dedicato e allo stesso Battistero e al Duomo di San Vittore, sempre nel centro di Varese; sono onorato e felice di questa nostra nuova collaborazione e pubblico qui il mio intervento redatto originariamente in italiano.

In una terra d’intenso passaggio, una sorta di corridoio naturale costituito dal territorio intorno al Lago Maggiore che unisce geograficamente l’Europa Centrale al Settentrione d’Italia, si trova Varese, città da sempre a vocazione mercantile e commerciale, la cui funzione era, fin dal Medioevo, anche di stazione di posta per il cambio dei cavalli e di mercato situato proprio in questa connessione tra Svizzera-Germania e Italia. Dal punto di vista religioso tutta la regione ha conosciuto (e conosce ancora) il Rito ambrosiano, in più tratti differente dal Rito romano – la conseguenza è che anche l’iconografia e il calendario liturgico posseggono delle peculiarità che possono essere leggibili nello spazio religioso quali chiese, battisteri, eremi.

Ho avuto il privilegio d’essere insieme con Yves Bergeret mentre quest’ultimo scopriva e si entusiasmava, leggendoli come solo lui sa fare, proprio gli spazi del Duomo di Varese e del Battistero di San Giovanni; ho visto attraverso i suoi occhi lo stratificarsi dei tempi e delle mani esecutrici negli affreschi parietali del Battistero, ho constatato e discusso con lui il convergere della cultura religiosa popolare con le motivazioni dei committenti (aristocratici o borghesi che fossero), ho fissato nella memoria il distribuirsi dello spazio, sempre colmo di luce e sempre ritmato dai mattoni e dalla pietra, capaci entrambi di essere materia vivente e pagine per un racconto immaginifico del rapporto tra l’uomo e la divinità.

Yves è capace di una concentrazione assoluta mentre osserva gli spazi e gli affreschi, le volte a crociera e le accidentate superfici dei portali di legno; fotografa con una precisione che, scopro, è la stessa, proprio la stessa degli antichi affrescatori: accostando di molto lo sguardo agli affreschi si vede bene il ductus sicuro e privo di sbavature delle linee di un volto o delle pieghe d’una veste – osservando Yves ci si rende conto del fatto che possiede uno sguardo sicuro e determinato, guida per le mani che orientano l’obiettivo affinché vengano colti, nelle pitture e nelle architetture, quei ritmi e quei volumi, quei colori e quelle screpolature delle pareti che formano, insieme, un poema di tempere, pietra, intonaco, forme geometriche DENTRO IL QUALE si sta, non più visitatori (o, peggio ancora, turisti, orrida parola), ma menti partecipi di un’ininterrotta continuità della rappresentazione, del racconto, del canto e della visione – ché spesso dimentichiamo di venire dopo generazioni e generazioni di sguardi che hanno visto quello stesso luogo, che ne sono diventate parte agente.

Il Battistero, dunque: sobria costruzione all’esterno, musicale aula articolata in tre spazi comunicanti tra di loro all’interno, quasi solo vestigio di una Varese medievale cancellata dal trascorrere dei secoli, il luogo in cui si veniva liberati dal peccato originale tramite immersione nella grande vasca ottagonale ricavata da un unico, enorme blocco di pietra, il Battistero è il convergere della pietra e del mattone (pietra e argilla, dunque, scalpello che scava e modella e fuoco che cuoce) con l’acqua purificatrice (Il Varesotto è regione d’acque, numerose e molteplici, acque di laghi derivanti dallo scioglimento dei ghiacciai e acque dei tantissimi fiumi che, scendendo dalle Alpi, s’incanalano traverso il lago Maggiore e il Ticino verso il Po, il grande fiume dell’Italia settentrionale, acque delle piogge e acque che s’accumulano nell’utero capiente delle montagne); e, contemplando le pitture superstiti, riconoscendo negli abiti e nelle posture delle figure il succedersi del tempo storico e culturale (dal Medioevo al tardo Rinascimento), immaginando i canti del rito battesimale e i movimenti degli attanti, l’accendersi di ceri e di candele, ci si inserisce in questa continuità di segni e d’idee.

E Varese e il Varesotto sono, non lo si dimentichi, terre di frontiera: non solo perché dirigendosi pochi chilometri a Nord si entra già nel Canton Ticino e si prosegue verso la Germania, ma anche perché proprio oltre le Alpi svizzere la Riforma luterana avanzava a gran

Yves ha con sé un taccuino, annota in maniera forsennata, si sposta nello spazio innanzi all’altare, è chiaro che sta cercando a velocità inaudita connessioni tra l’universo animista e queste rappresentazioni della Madonna del Rosario: i Misteri dolorosi e i gaudiosi, la copiosità d’immagini di decollazioni, di trafitture e d’ogni sorta di tortura visibili ovunque nella chiesa dicono d’una presenza del corpo davvero forte e fanno della Morte la grande Interlocutrice.

Il confronto con la morte, il tentativo di esorcizzarla proprio, paradossalmente, continuamente evocandola, o forse il desiderio di renderla familiare e quindi accettabile, la volontà di creare un’unica dimensione in cui vivi e morti sono compresenti e in dialogo, il sogno atavico di abolire il tempo cronologico paiono appalesarsi in quest’enorme spazio voluto dalla comunità, finanziato dal denaro sia comune che privato, consacrato a un culto in realtà politeista, pur sotto le mentite spoglie del monoteismo. Ma, lo sappiamo, c’è anche la presenza totalizzante della Chiesa tridentina che riafferma il proprio ruolo di unica via verso la salvezza, di unica depositaria del magistero, di unica ianua fidei. E il Rito ambrosiano, ricco di suggestioni orientali, bilancia con parti del culto legate alla liturgia della luce l’ossessione di morte, recuperando un’unità dell’universo altrimenti in pericolo.

Yves è affascinato dall’idea di frontiera, ne ha appena scoperta una che corre, qui, tra Nord e Sud, tra Protestanti e Cattolici, tra genti di lingua tedesca e genti di lingua italiana – e frontiera vuol dire concomitanza, permeabilità, ponte e passaggio, confronto e riflessione intorno ai conflitti, alle incomprensioni, alle diffidenze. Una frontiera interiore da riconoscere in immagini e opere in pietra, in quest’inesausto andare da dentro a fuori, da fuori a dentro.

 

 

Poesie per la luna scalza

 

 

 

 

(al poeta e amico in viaggio)

Chi transita scalzo innanzi alla soglia
della casa
ha mente di creatura della terra
ed è benvenuto.
Come un pio musulmano s’inginocchia
sul cammino radiante del mattino,
poi lava le mani con la polvere del suolo.

 

Chi ha incrociato Don Quixote
in un mattino di brezza marina
a Barcellona
conserva nelle tasche della giacca
pezzi di sole, parti d’un meccano
da combinare e ricombinare
secondo il giuoco serissimo dell’andanza.

 

Sacro il silenzio della controra.

Controra è Repubblica
dove il meravigliarsi ha cittadinanza
e i libri, compulsati uno a uno,
splendono di solitudine.

 

L’impronta dei piedini di bambino
resta a tagliare il mare,
anche molto dopo l’annegamento.

L’impronta della mano calcinata di bambino
resta a premere l’asfalto,
anche molto dopo l’esplosione della bomba.

 

 

Domino lisboense

 

Un’illustrazione di Nicolas de Crécy dedicata a Lisbona.

 

(Questi versi nascono in seguito a una suggestione derivatami da un messaggio di Yves Bergeret che mi racconta di una solenne partita di domino cui ha assistito in un bar parigino frequentato da immigrati portoghesi):

Qui s’addensa il silenzio
posa tessera accanto a tessera
(la sera o Elevador da Bica
sale lentissimo e le mani
stanche reggono sacchetti
con la spesa o cartelle
di stropicciata pelle)
i pellegrini transitano dal giorno feriale
alla sera nel caffè, la radio accesa,
una birra ambrata nel vetro dei boccali
(bocche di pesci a sfiorare
incessanti i fianchi del Tago
come a baciare o a sostenere o a spingere
in modo inapparente la Città cromatica)
sì, cromature della macchina del caffè,
delle gambe dei tavoli,
sì, una tessera accanto all’altra,
un pensiero accanto all’altro
e le rughe nei volti (svoltando
dal Cais do Sodré lasciati i treni dell’esilio
nel giorno
si risale verso ondate di conversazione
lampioni accesi all’angolo del Bairro Alto
il mormorio dell’elettricità nelle lampadine
le rughe degl’intonaci)
tenace il concentrato silenzio
dei giocatori sposta numeri
come barche delicatamente
assorte sull’azzurro del tavolo.

 

 

Appello alla vigilanza antifascista

 

 

Ho il privilegio e la fortuna d’essere in corrispondenza copiosa e pressoché quotidiana con Yves Bergeret; ultimamente discutiamo spesso della situazione politica in Francia, in Italia e in Europa; ebbene, la nostra comune preoccupazione dovuta alla crescita esponenziale dei movimenti di estrema destra, le nostre condivise convinzioni politiche e il nostro comune modo d’intendere l’attività culturale e di concepire la scrittura ci portano ad affermare che bisogna vigilare senza interruzione e opporsi a qualsiasi iniziativa messa in atto da una tale destra xenofoba, violenta, razzista e antiumana; la parola può e deve conservare la forza di difendere e diffondere le idee di democrazia, accoglienza, dialogo, antirazzismo e antifascismo.

A tal proposito Yves mi ha fatto giungere questa mattina un accorato messaggio in cui mi racconta che nell’estate del 1993 lavorava al Centre Pompidou di Parigi e che fu uno dei primi firmatari, al Beaubourg, dell’Appello alla vigilanza nei confronti dell’estrema destra concepito e diffuso da importanti intellettuali francesi e non solo; Yves sottolinea che continua a riconoscersi nei contenuti dell’Appello, specialmente nelle sue affermazioni finali, affermazioni che ancora spiegano e guidano le sue scelte (anche editoriali) fatte durante i suoi interventi in Sicilia e in Mali. Nel corpo del suo messaggio inserisce quanto segue (la traduzione è mia):

 


Une quarantaine d’intellectuels, parmi lesquels figurent Pierre Bourdieu, Georges Charpak, Georges Duby, Umberto Eco, André Miquel, François Jacob, Léon Poliakov, Jean Pouillon, etc., ont publié le 12 juillet 1993 dans «le Monde» un Appel à la vigilance face à l’extrême droite. «Nous sommes, affirment-ils, préoccupés par la résurgence, dans la vie intellectuelle française et européenne, de courants antidémocratiques d’extrême droite. Nous sommes inquiets du manque de vigilance et de réflexion à ce sujet. C’est pourquoi certains d’entre nous ont commencé, depuis le début de 1993, à se réunir régulièrement afin d’échanger des informations et d’approfondir ces questions.»

Le texte ajoute que les idéologues de l’extrême droite «ont entrepris depuis un certain temps de faire croire qu’ils avaient changé. Ils mènent pour cela une large opération de séduction visant des personnalités démocrates et des intellectuels dont certains connus pour être de gauche». Les auteurs de l’appel notent ensuite que cette stratégie de l’extrême droite «profite de la multiplication de dialogues et de débats autour, par exemple, de ce que l’on appelle pour le moins légèrement la fin des idéologies, de la disparition supposée de tout clivage politique entre la gauche et la droite, du renouveau présumé des idées de nation et d’identité culturelle».

Ils rappellent que «les propos de l’extrême droite ne sont pas simplement des idées parmi d’autres, mais des incitations à l’exclusion, à la violence, au crime». C’est pourquoi, affirment-ils, «nous avons résolu de fonder un comité «appel à la vigilance», qui se donne pour tâche de collecter et de faire circuler le plus largement possible toute information utile pour comprendre les réseaux de l’extrême droite et leurs alliances dans la vie intellectuelle (édition, presse, universités)… Nous nous engageons à refuser toute collaboration à des revues, des ouvrages collectifs, des émissions de radio et de télévision, des colloques dirigés ou organisés par des personnes dont les liens avec l’extrême droite seraient attestés».

 

Circa quaranta intellettuali, tra i quali figurano Pierre Bourdieu, Georges Charpak, Georges Duby, Umberto Eco, André Miquel, François Jacob, Léon Poliakov, Jean Pouillon, etc., hanno pubblicato il 12 luglio 1993 sul quotidiano “Le Monde” un Appello alla vigilanza nei confronti dell’estrema destra. “Noi siamo”, affermano preoccupati dal riemergere, nel mondo intellettuale francese ed europeo, di movimenti antidemocratici d’estrema destra, “Noi siamo preoccupati dalla mancanza di vigilanza e di riflessione sul tema. È questo il motivo per cui alcuni di noi hanno cominciato, dall’inizio del 1993, a riunirsi con regolarità per scambiarsi informazioni e approfondire tali questioni”.

Il testo aggiunge che gli ideologi dell’estrema destra “hanno cominciato da qualche tempo in qua a far credere di essere cambiati. Perciò essi conducono una vasta opera di persuasione che ha come obiettivi esponenti democratici e intellettuali tra i quali alcuni sono noti per i propri orientamenti politici di sinistra”. Gli autori dell’appello fanno notare poi che questa strategia dell’estrema destra “approfitta del moltiplicarsi del dialogo e dei dibattiti su quella, per esempio, che viene chiamata per lo meno con una certa leggerezza la fine delle ideologie, la supposta scomparsa di ogni distinzione tra la sinistra e la destra, del presunto rinnovamento delle idee di nazione e d’identità culturale”.

Essi rammentano che “i principi dell’estrema destra non sono semplicemente delle idee fra le altre, ma incitamento a escludere, a praticare la violenza, il crimine”. Questo è il motivo per cui, affermano, “ci siamo decisi a fondare il comitato appello per la vigilanza che si attribuisce il compito di raccogliere e di fare circolare nel modo più vasto possibile ogni informazione utile a identificare le organizzazioni dell’estrema destra e i loro alleati nel mondo intellettuale (case editrici, stampa, università)… Noi ci impegniamo a rifiutare ogni sorta di collaborazione a riviste, opere collettive, trasmissioni radiofoniche e televisive, dibattiti diretti o organizzati da persone i cui legami con l’estrema destra siano comprovati”.

 

Via Lepsius fa proprio l’Appello (che, sottolineo, risale al 1993 – e questo fatto dovrebbe indurci a una riflessione seria) e s’impegna a continuare la propria vigilanza antifascista e antirazzista.