Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: attraversamenti

Mario Porro: Ipotiposi

Incontrare un libro, entrarvi dentro e trovarsi a percorrere (stupefatti e appagati, sempre più coinvolti e incuriositi, grati e invasi da un bellissimo senso di libertà) itinerari molteplici, territori vastissimi, vere mappe del sapere: Ipotiposi. Vagabondare per immagini (Edizioni Medusa, Milano 2020) di Mario Porro è esattamente quest’esperienza.

Catena, rete, orologio, nuvola, ombra, fango, acqua, mare, terra/mare, foresta, fra la terra e il mare sono le tappe che costituiscono il libro il quale andrebbe attraversato secondo più prospettive: la prima potrebbe essere quella, apparentemente ovvia, di leggere dalla prima all’ultima pagina, senonché ogni pagina apre ulteriori orizzonti, suggerisce nuovi itinerari (seconda prospettiva di lettura), si connette ad altri libri – e, infatti, ogni capitolo è chiuso da una ghiotta bibliografia che suggerisce sicuri punti di riferimento, ma che non è mai definitiva e che richiede approfondimento (terza prospettiva); una quarta prospettiva è quella di abbandonarsi al flusso delle visioni che continuamente sorgono durante la lettura, ché questo libro realizza una felice giuntura tra la cosiddetta cultura umanistica e la cosiddetta cultura scientifica (temo, infatti, che malgrado le molte petizioni di principio tale dannosa e inaccettabile dicotomia viga ancora, trovando già nella scuola un luogo nel quale e dal quale tale pregiudizio viene praticato e diffuso con danni incalcolabili), Ipotiposi abbraccia in pieno un vagabondare che non è disordinato o improvvisato o furbesco saltabeccare da un autore a un altro, da una teoria a un’altra, da un tema a un altro, ma rigoroso procedere attraversando saperi e opere che dicono la ricchezza e la complessità del reale.

Certo, ci sono autori irrinunciabili per Porro e talvolta già oggetto di suoi libri precedenti (Gaston Bachelard, Italo Calvino, Carlo Emilio Gadda, Primo Levi, Benoît Mandelbrot, Michel Serres – amatissimo quest’ultimo – e potrei continuare), ma la tramatura di Ipotiposi rivela fin da subito la gioia e il piacere che scaturiscono dallo studio e dalla scrittura. È un pensiero felice di potersi dispiegare, di trovare connessioni, di viaggiare tra i diversi paesaggi del conoscere, di vedere e di ascoltare – l’arte del guardare non si disgiunge mai da quella dell’ascoltare le diverse voci che animano la ricerca del sapere. Per questo siamo innanzi a un libro accogliente e ospitale, affabile e dalla scrittura limpida ed elegante, stratificato e sapiente (ma senza la benché minima saccenteria o il più piccolo narcisismo) e per questo è possibile respirarvi l’ossigeno puro dell’antidogmatismo e della revoca in dubbio di ogni nuova posizione di pensiero appena raggiunta – e non si dimentichi la costante presenza della bellezza, laicissima anima mundi che si dà a vedere traverso le più innovative teorie scientifiche, i più classici versi poetici, le più ardite filosofie che tramano di sé le pagine di Ipotiposi.

Rondini e poeti

 

 

La gentilezza e la delicatezza della poesia di Alessandro Quattrone tornano a visitare Via Lepsius un paio di anni dopo La gentilezza dell’acero: è La rondine presente (Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2020) a profilarsi con i modi cordiali e meditativi che già conosciamo:

Ma davvero da qualche parte c’è
chi aspetta le nostre parole
come un giardino aspetta api e farfalle,
anzi come un filo d’erba aspetta
senza sapere nemmeno che cosa? (p. 84)

La gente entra ed esce, va e viene,
discute, scherza, ride, si accapiglia
puntigliosa, fa programmi
e prende nuovi appuntamenti
dentro il bar dove a un tavolo appartato
qualcuno cerca la coincidenza
fra l’evento e la parola. (p. 86) Leggi il seguito di questo post »

Su “Minime circostanze” di Marco Furia

 

Thomas Ruff: Interieur 1d, 1982.

 

La Collana Blu 77 dell’Associazione Culturale Contatti di Genova viene inaugurata dal libro Minime circostanze di Marco Furia che prosegue la particolare ricerca e la particolare forma di scrittura già esercitate in Tratteggi. Marco Furia continua cioè a usare il linguaggio – letteralmente lavorandolo in forme lessicalmente e sintatticamente nette perché tendenti a distanziare chi scrive e chi legge dall’oggetto descritto o dalla situazione rappresentata – al fine di perseguire una conoscenza del reale non sentimentalistica né lirica, ma, anche in termini filosofici, chiara e distinta.
Nel medesimo tempo l’effetto di una tale scelta di scrittura è da un lato spesso ironico (più di una circostanza, in partenza non proprio gradevole oppure fastidiosa, si delinea poi, tramite un tale modo di rappresentarla, ridicola o comunque ridimensionabile nelle sue premesse e nei suoi portati), dall’altro dice della nostra stessa situazione esistenziale nel tempo e nella realtà presenti, della nostra frequente estraneità o inadeguatezza a circostanze e a oggetti che, pure, costruiscono e condizionano la nostra quotidianità, determinano il nostro umore e il nostro modo di vedere e di percepire il mondo. E nella situazione che a ragione si potrebbe definire “refertata” dalla scrittura di Furia s’innestano, talvolta e inattese, rapidissime incursioni dal tono affettuoso e cordiale, divaricando ulteriormente il punto d’osservazione dall’osservato. Leggi il seguito di questo post »

Il “manufatto poetico” di Lorenzo Mari

 

 

 

Tarsia/Coro di Lorenzo Mari (Zacinto Edizioni, Milano 2021) è un “manufatto poetico” (tale il bellissimo titolo della collana) in forma di dittico, di due “tarsie”, appunto, posate l’una accanto all’altra che sono due sequenze di scrittura dalla concezione e dalla struttura corale: Malco [mix] da un lato e Vertigo / Lai dall’altro.
Entrambe le parti del libro nascono dall’incontro con la musica e con l’arte performativa, per cui andiamo a leggere parole che vanno immaginate anche recitate ad alta voce e intimamente connesse con la musica: Malco con la sonorizzazione di Molpho e Vertigo / Lai quale «ecfrasi di secondo livello», come scrive lo stesso Mari in nota, perché scaturita dall’ascolto del disco Fili di Marco Colonna a sua volta ispirato all’opera di Maria Lai.
Sottesa alla plaquette è una complessa e raffinatissima riflessione sulla scrittura, sulla sua natura, sulle sue premesse e attuazioni, sulle sue ricadute, sulle sue possibilità e i suoi fallimenti, sul suo stesso portato di autoritarismo, ma anche sull’energia a essa intrinseca che quell’autoritarismo combatte; la prima parte è sorretta e attraversata dal Leitmotiv del taglio e della separazione (si pensi soltanto all’orecchio destro di Malco, il servo di Caifa, reciso da Pietro al momento dell’arresto di Cristo), la seconda da quello del legare e dell’unire (l’opera di Maria Lai). Leggi il seguito di questo post »

La poesia è nomade: su “Quaderno croato” di Vanni Schiavoni

 

 

Zoran Mušič: Cavallini, litografia, 1953.

 

Vanni Schiavoni pubblica presso Fallone Editore (nella notevole collana Il Leone alato curata da Andrea Leone) Quaderno croato. 12 poesie.
Il formato tipografico e il numero di testi accolti (sempre 12) sono ormai consueti per questa collana e ai miei occhi hanno un doppio merito: propongono spesso un libro già valido in sé, da leggere e meditare, ma tale libro è talvolta anche un nucleo da cui, forse, scaturirà un volume più ampio, offrendo quindi l’occasione di leggere un lavoro in fieri, seppur già saldamente delineato.
È del resto questo il senso delle parole stampate nell’aletta di copertina che mi piace riportare qui: «Il Leone Alato, specchio riflettente in nuce l’esplosione della nascita, è collana dedicata a plaquette di dodici poesie.
Così, sulla linea rettilinea del futuro prossimo, è periodo ipotetico, che, per profezia, non confuterà se stesso.

‘Il primo verso è sempre un dono degli dèi’ [P. Valéry]»

Questo Quaderno croato possiede una complessità e un’ambizione di pensiero e di scrittura davvero degne di attenzione per le ragioni profonde e i movimenti della mente che lo animano. Leggi il seguito di questo post »