Via Lepsius

pagine di Antonio Devicienti: concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: attraversamenti

Affini per amore: sul “Mio pianoforte blu” di Else Lasker-Schüler

   

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Teresa Iaria, Transizione di fase IV, acrilico su tela, 2010.

 

          Chiedo subito scusa se, ancor prima di parlare di Else Lasker-Schüler e dei testi del libro Il mio pianoforte blu (Finis Terrae/Ibis, Como-Pavia 2022), faccio dei riferimenti di carattere anche personale.

         Leggo in seconda di copertina che il traduttore Michele Gialdroni ha vissuto a lungo a Tubinga, che nel 2018 ha scritto il romanzo Tubinga tragica. Guida turistica in forma di commedia (Antonio Tombolini Editore) e lo stesso Gialdroni nella nota di chiusura del Mio pianofrote blu ringrazia in particolare Moritz Baßler, professore di letteratura tedesca all’Univerità di Münster e Anna Ruchat. Ebbene, nella mia vicenda personale proprio Tubinga-Tübingen e Münster sono sinonimi d’incontro e di studio, di libere città universitarie dove la gioventù studiosa converge da tutto il mondo, luoghi esemplari di una Germania che ha saputo fare i conti col proprio passato nazionalsocialista per dischiudere un tempo presente e futuro pacifico e libero – tra poco sarà anche chiaro quanto tutto questo abbia a che fare con Else Lasker-Schüler.

         Come poi sempre accade per la collana Le Meteore (diretta da Domenico Brancale e Anna Ruchat) il volume di 18 x 11 cm è pure un elegante oggetto da tenere in mano e da sfogliare, la grafica sobria e raffinata vanta spesso un’immagine in copertina di grande valore: stavolta Transizione di fase IV (acrilico su tela del 2010) di Teresa Iaria non solo richiama il blu del titolo, ma interpreta l’incandescente materia del libro con quelle accensioni di rosso aranciato in transizione da un punto all’altro dell’opera; Teresa Iaria non è nuova a collaborazioni con libri che nascono grazie all’impegno di Domenico Brancale, avendo concepito le tavole per L’ultimo miglio di tempo di Mariella Mehr (Prova d’Artista Galerie Bordas, Venezia 2021).  Leggi il seguito di questo post »

Il palloncino rosso di Massimiliano Damaggio

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Fermo immagine dal film “Le ballon rouge” (1956)

       

         Probabilmente anche la felicità, la gioia, il piacere, così come l’infelicità, il dolore, la paura nascono da uno strazio, vale a dire da un processo di smembramento, lacerazione che conducono dal precedente a uno stato nuovo del vivere; nel libro in poesia di Massimiliano Damaggio Io scrivo nella tua lingua (Editrice Zona, Genova 2022 con traduzione a fronte in greco di Giorgia Gina Karvunaki e con una nota critica di Mia Lecomte) lo strazio di un’infanzia determinato dal rapporto con la madre e dalla personalità di quest’ultima innerva i testi in versi – ma non si pensi che si sia innanzi a un ennesimo libro che tematizza il rapporto madre-figlio perché l’arduo azzardo di Damaggio consiste proprio nell’affrontae un tema ripetutamente battuto (anche troppo, a mio avviso) e di convincere (e avvincere) chi legge in virtù di una scrittura controllatissima, cui non viene concessa la benché minima sbavatura sentimentalistica o psicologizzante e che, al contempo, apre spazi di calore umano e intellettuale, che è capace, dicendo pochissimo, di spalancare mondi, in particolare quello di un’infanzia che, anche stante il sottotitolo del libro, è stata una sfavola, una favola deprivata delle sue connotazioni sognanti e felici per diventare una storia di dolore, di precoci apprensioni.  Leggi il seguito di questo post »

Litania di voce sola per la Sibilla: su “Reliquiario carnale” di Giancarmine Fiume

        cretto di burri

 

          La voce monologante che con inesausta tensione ritmica e temeraria inventiva linguistica dispiega questo Reliquiario carnale (Fallone Editore, Taranto 2022) si rivolge reiteratamente a un “tu” che possiede un nome (Sibilla Pavese), già enunciato nel libro precedente, ¡u! (puntoacapo Editrice, Pasturana 2020) e che, oltre a essere senhal trasparentissimo della donna amata (incarnazione dell’eros), è, nell’interpretazione che qui ne propongo, la lingua e la scrittura stesse dal momento che, al di là della struttura anche “narrativa” del libro, il notevole valore di Reliquiario carnale risiede proprio nel suo aspetto linguistico, nel suo porsi come monologo-dialogo (spiegherò subito che cosa intendo) intorno a e con il dire in poesia.

         A titolo informativo per chi qui legge dirò infatti che il libro ha forma di dittico (Ciumareddu e Mambruch) in cui si racconta del viaggio di andata e ritorno e di un breve periodo estivo trascorso dall’io lirico e dalla Sibilla Pavese in diverse località della Sicilia orientale (Ciumareddu è un quartiere di Nizza di Sicilia in provincia di Messina, in cui è nato e ha vissuto da giovane il padre dell’autore), quindi l’azione si sposta a Mambruch, un quartiere di Rovellasca dove l’autore vive.  Leggi il seguito di questo post »

Giovenale, Sjöberg, il cotone

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Mi proverò ad attraversare la scrittura dei testi contenuti nel manufatto poetico di Marco Giovenale Il Cotone (Zacinto Edizioni, Milano 2021) tramite un libro, di recentissima pubblicazione in Italia, cui sono giunto grazie alla segnalazione di Giovenale stesso su slowforward e cioè La fiorente materia del tutto. Sulla natura della poesia di Gustav Sjöberg (Neri Pozza Editore, Vicenza 2022, traduzione di Monica Ferrando, ma l’opera è apparsa in Germania già nel 2020 col titolo zu der blühenden allmaterie über die natur der poesie). Numerose sono le affinità (realizzate anche in ripetute collaborazioni) tra Giovenale e Sjöberg, coincidenti la concezione della scrittura e del suo rapporto sia con il reale che con la società e la politica, efficaci gli strumenti ermeneutici che il libro di Sjöberg offre per un’interpretazione non impressionistica di questo (e anche dei precedenti) libri di Marco Giovenale; desidero inoltre provarmi ad applicare subito (rispetto alla sua pubblicazione italiana che mi auguro non passerà né inosservata né sarà infeconda) e “sul campo” le suggestioni che scaturiscono dalla Fiorente materia del tutto – premetto che soltanto alcune delle (molte) argomentazioni e delle (numerose) prospettive dell’opera saranno qui chiamate in causa.  Leggi il seguito di questo post »

“Ancora – premere ancora”: su “Elegia” di Mariasole Ariot

 

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          Un titolo così semplice e coraggioso come Elegia (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona 2022) di Mariasole Ariot prelude a un poema la cui figura retorica ricorrente (la paronomasia e, talvolta, quella sua veste particolare che è la figura etimologica) ne caratterizza e la struttura formale e il portato concettuale.

          Spiego senza indugio che cosa intendo dire: per un libro in poesia un titolo quale Elegia è di una semplicità e di una chiarezza ineccepibili (leggeremo pagine dedicate a eventi e/o a persone per diverse ragioni ormai lontani o assenti o persi, in linea con una tradizione antichissima – sarà poi da verificare se una tale tradizione sia stata assunta per continuarla e corroborarla o per contestarla ovvero aggoirnarla); la struttura del libro di Mariasole Ariot, caratterizzata dalla disposizione su ogni pagina di due sequenze lineari divise tra di loro da un ampio spazio bianco (una sorta peculiare di “strofe” di cui andrò a scrivere a breve), tende alla complessiva forma poematica all’interno della quale un vocabolo/concetto ne rampolla sovente un secondo scaturente per paronomasia (la sonorità è altro elemento fondante di questa Elegia) o per derivazione/affinità etimologica.

          Si studi immediatamente la prima pagina del poema (è la pagina 12 dell’edizione Anterem):  Leggi il seguito di questo post »