Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: attraversamenti

Attraversando “La luce immutabile” di Flavio Ferraro

 

Eduardo Chillida: Homenaje a San Juan de la Cruz.

 

 

Nella Luce immutabile di Flavio Ferraro (Roma, La Camera verde, 2019) si manifesta la rigorosa volontà dell’autore di far coincidere la propria ricerca interiore (che ha anche valenze di carattere religioso e filosofico) con la scrittura poetica, di esprimere l’unità sostanziale, ma anche formale, tra esperienza esistenziale, psichica e intellettuale e il suo volerne dire in versi; la forma-poesia si offriva immediata e, oserei dire, naturale a chi sentiva le proprie esperienze e, soprattutto, la propria ricerca, spingere e urgere in forma di canto – ovviamente il rischio della banalizzazione o di un’espressione al mero servizio del “contenuto” restava altissimo, ma ho l’impressione che il medesimo, annoso esercizio delle pratiche di concentrazione e di meditazione e di silenzio siano state messe in atto durante la scrittura e nelle fasi di revisione dei testi: ché la scelta del verso e del testo breve, della chiarezza del discorso, della pacatezza del tono, il montaggio di ogni singolo testo in direzione di un risultato che unisse slancio interiore ed espressione verbale, riflessione e ritmo, tutto questo mette il lettore innanzi a un libro meditato ed elegante, capace di interrogare chi legge, di costringere a varcare la soglia che potrebbe sussistere tra godimento estetico e pensiero.
Scrive Ferraro nel primo testo dell’opera:

Sedimenti, tracce
incandescenti: guarda
mentre scorrono,
ripercorri le orme,
vai a ritroso.

Tenebra tenebra
-vertigine di luce-
e quanto inconsolabile (pag. 7).

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Immagini di Kavafis

 

Appartengo a una generazione che ama ancora, credo, il libro anche in quanto oggetto, il libro da sfiorare, annusare, rigirare tra le mani, il libro di cui considerare i caratteri di stampa e gli inchiostri. Molti poeti e scrittori sono per me legati, oltre che alla loro opera, al libro o ai libri nei quali ne ho letto i testi. Kavafis, per esempio, cui vorrei qui rendere un omaggio spero non scontato: ritrovo infatti il poeta alessandrino vivissimo nei suoi versi, ma pure nei volumi delle sue opere che possiedo e che sogno di possedere; per me Kavafis s’identifica inscindibilmente anche col libro (coi libri) delle sue poesie e con tre foto. Colui che ha cantato il piacere tattile e quello visivo mi spinge a ritrovare qualcosa di simile nel libro, percorrendo insieme con i suoi versi quell’Alessandria e quell’ecumene ellenofona che, nell’involgarimento dominante, si offrono quali paradigmi della capacità del fare artistico (soltanto sognata e velleitaria, irrealistica e passatista?) di riscattare la realtà.

Comincio col prendere in mano le Poesie segrete edite e tradotte da Nicola Crocetti, con una bella introduzione di Ezio Savino (Milano, 1985 e più volte ristampate, ma la medesima Casa editrice pubblica anche Le più belle poesie – 1993 – e Poesie erotiche -1983): copertina candida e ruvida (di un bel ruvido sul quale i polpastrelli delle dita indugiano spostandosi poi ad aprire il libro) e titolo in rosso. Apro il volume verso la sua metà: pagine di carta abbastanza rigida (il tempo avrà un bel daffare a eroderne le fibre robuste e ben connesse tra di loro, m’illudo) e bellissimi caratteri di stampa; il testo greco è nitido, elegante, direi che qui ritrovo gran parte della cura di scuola bodoniana per la stampa dei libri ed ecco: Kavafis è per me inestricabilmente legato anche alla scrittura della sua lingua, al greco stampato nei caratteri corsivi quali quelli che s’ammirano nelle bellissime edizioni di Oxford, delle Belles Lettres o della Fondazione Lorenzo Valla e nelle quali il testo dell’Antigone o dei frammenti di Alceo, per esempio, diventa un’opera d’arte di bellezza grafica, di sobrio equilibrio, di musicale andamento della stampa. Il piacere si moltiplica, allora, nel leggere Kavafis nella sua peculiare dimotikí e nel poter soffermare lo sguardo su caratteri alfabetici belli – credo non ci sia altro aggettivo possibile: belli, καλοί.
Sono molti i testi tra i quali scegliere, da quello in cui è protagonista un giovane Orazio durante il suo soggiorno ateniese che all’etera che lo ascolta estasiata dischiude “nuovi mondi di bellezza”, a quello in cui i Posidoniati, ormai dimentichi del greco, conservano un’unica festa ellenica per celebrare le loro radici, festa che si conclude sempre mestamente col ricordo della lingua perduta; oppure c’è il musicista Timòlao di Siracusa acclamato dal suo pubblico, ma sempre più insoddisfatto della propria arte e deluso da sé stesso; rileggo il seguente:

Επάνοδος από την Ελλάδα

Ώστε κοντεύουμε να φθάσουμ’, Έρμιππε.
Μεθαύριο, θαρρώ· έτσ’ είπε ο πλοίαρχος.
Τουλάχιστον στην θάλασσά μας πλέουμε·
νερά της Κύπρου, της Συρίας, και της Aιγύπτου,
αγαπημένα των πατρίδων μας νερά.
Γιατί έτσι σιωπηλός; Pώτησε την καρδιά σου,
όσο που απ’ την Ελλάδα μακρυνόμεθαν
δεν χαίροσουν και συ; Aξίζει να γελιούμαστε; —
αυτό δεν θα ’ταν βέβαια ελληνοπρεπές.

Aς την παραδεχθούμε την αλήθεια πια·
είμεθα Έλληνες κ’ εμείς — τι άλλο είμεθα; —
αλλά με αγάπες και με συγκινήσεις της Aσίας,
αλλά με αγάπες και με συγκινήσεις
που κάποτε ξενίζουν τον Ελληνισμό.

Δεν μας ταιριάζει, Έρμιππε, εμάς τους φιλοσόφους
να μοιάζουμε σαν κάτι μικροβασιλείς μας
(θυμάσαι πώς γελούσαμε με δαύτους
σαν επισκέπτονταν τα σπουδαστήριά μας)
που κάτω απ’ το εξωτερικό τους το επιδεικτικά
ελληνοποιημένο, και (τι λόγος!) μακεδονικό,
καμιά Aραβία ξεμυτίζει κάθε τόσο
καμιά Μηδία που δεν περιμαζεύεται,
και με τι κωμικά τεχνάσματα οι καημένοι
πασχίζουν να μη παρατηρηθεί.

A όχι δεν ταιριάζουνε σ’ εμάς αυτά.
Σ’ Έλληνας σαν κ’ εμάς δεν κάνουν τέτοιες μικροπρέπειες.
Το αίμα της Συρίας και της Aιγύπτου
που ρέει μες στες φλέβες μας να μη ντραπούμε,
να το τιμήσουμε και να το καυχηθούμε.

Ritorno dalla Grecia

Dunque, stiamo per arrivare, Ermippo.
Doman l’altro, credo; l’ha detto il comandante.
Almeno solchiamo il nostro mare:
acque di Cipro, d’Egitto, della Siria,
acque che amiamo, dei paesi nostri.
Perché sei taciturno? Interroga il tuo cuore:
più ci allontanavamo dalla Grecia
più gioivi anche tu. A che vale ingannarci?
non sarebbe degno di Greci, questo.

Ammettiamo la verità una buona volta:
siamo greci anche noi – cos’altro siamo? –
ma con amori ed emozioni d’Asia,
ma con amori ed emozioni
che lascian di stucco l’ellenismo, a volte.

Non è da noi filosofi, Ermippo,
rassomigliare a certi nostri sovranucci
(ricordi le risate quando quelli
venivano a visitare i nostri studi)
sotto il cui aspetto ostentatamente
grecizzato e (pensa un po’!) macedone
spunta ogni tanto qualche Arabia
o qualche Media mal dissimulata
e con che comici espedienti, poveretti,
s’ingegnano di non darlo a vedere.

Ah no, queste non son cose da noi.
A Greci come noi tali meschinerie non vanno.
Non proviamo vergogna, noi, del sangue
siriano o egiziano nelle nostre vene:
noi l’onoriamo e ne meniamo vanto.

(Traduzione di Nicola Crocetti).

Kavafis abita una città (Alessandria) la cui identità si situa ben oltre la propria mera collocazione geografica ed è stratificazione di tempo e il tempo stesso è spazio: il poeta si muove traverso tale stratificazione così come ci si muove per strade e per quartieri riconoscendovi le peculiarità della grecità (che, sia detto per inciso, in neogreco si dice Ρωμιοσύνη – Romiosyni – in quanto rimanda a Bisanzio custode dell’eredità storico-giuridica di Roma in un’interessante concatenazione anche etimologica tra l’Ellenismo alessandrino, la civiltà di Roma e la “seconda Roma”); tale grecità è perpetuarsi attraverso i secoli di un’identità capace di diventare sovranazionale e di diffondersi in territori vasti e distanti tra di loro. Ecco perché i filosofi di ritorno dalla Grecia si trovano a riflettere sull’interconnessione tra le loro origini asiatiche e la propria lingua e cultura, distinguendo tra certi ridicoli sovranucci “grecizzati” e sé stessi, Greci: è una questione di interiorizzazione reale e non di atteggiamento esteriore, di consapevolezza e non di moda. Kavafis stesso più volte ha percorso in nave la rotta Grecia-Alessandria d’Egitto, misurando così le distanze sia geografiche che storiche tra la madrepatria e l’Alessandria ellenofona, rivivendo dentro di sé l’esperienza della lingua (e di tutto il suo portato) come patria interiore (“ovunque tu andrai la città ti seguirà” è il concetto che il poeta esprime nella celebre lirica La città). Kavafis, come ogni poeta consapevole, abita infatti la propria lingua (può non essere un caso che Edmond Jabès, l’intellettuale-poeta che ha fatto dell’abitare la lingua e il libro un Leitmotiv della propria ricerca, fosse anche lui di origine egiziana?); la lingua viene amata e scavata, indagata e dispiegata in tutta la sua capacità espressiva.
Penso che questa mia idea (Kavafis-lingua, Kavafis-scrittura, Kavafis-libro) derivi pure dalla suggestione esercitata dal fatto che il poeta facesse stampare presso due tipografie di sua fiducia (la Lagoudakis e la Kassimatis-Jonás) i singoli testi che poi rilegava personalmente in smilzi fascicoli e che regalava. Cultore della bellezza, Kavafis avrà prestato particolare attenzione alla qualità tipografica della stampa, agli inchiostri scelti, per poi compiere un atto di generosità pura: regalare le sue poesie.
Esse, dopo assai complesse vicende editoriali, sarebbero diventate le 154 del cosiddetto Canone, ma nella sua casa di Via Lepsius ne rimanevano “nascoste” (krymména), vuoi perché inedite o, pur già edite, disconosciute, rifiutate poi dall’autore, molte altre, magari fascicolate sotto la dicitura “not for publication but may remain here”. Sono versi manoscritti tracciati con eleganza, veri codici e segnacoli del farsi della poesia, gli accenti grafici seducenti cadenze della scrittura-voce o si tratta a volte di fogli a stampa con interventi successivi autografi.

Nel volume di Crocetti sono contenute anche 10 tavole di Alékos Fassianós, riproduzioni di originali, mi sembra, a matita o a pastello nero: inconfondibile il tratto di Fassianós che ritrae spesso malinconici giovani dagli ampli toraci e, sullo sfondo, templi e il mare (onnipresente il mare).
Nelle librerie greche è facile trovare le edizioni di poesia della Casa editrice, Íkaros dalla severa copertina grigia o color senape con impressi sobri caratteri alfabetici maiuscoli; letteralmente intonse, occorre il tagliacarte per dividerne le pagine, schiuderne il prezioso contenuto. All’interno dei volumi, appena scostata la copertina, un’incisione a far da soglia alla raccolta poetica, o da viatico a un nuovo viaggio di lettore e di goloso contemplatore delle parole greche, molte vive (le si odono ancora anche sulla bocca della gente) da ormai tremila anni. Proprio la Casa editrice ateniese pubblicò quattro edizioni dei Ποιήματα prima di affidare allo studioso Geórgios Savvidis l’edizione filologicamente più attendibile e completa uscita nel 1963, centenario della nascita e trentennale della morte dell’Alessandrino.

La copertina dell’edizione datata 1991, ad esempio, offre un bel ritratto del poeta che (e lo stesso mi accade guardando anche le foto di Pessoa e di Benjamin) mi colpisce sempre per quegli occhiali dalle lenti tonde, che immagino trasparentissime e che hanno la montatura marcata, necessitata da una miopia accentuata dalle intense letture. E tra le altre cose: Pessoa e Kavafis, due poeti tra i quali un eventuale sodalizio avrebbe dato vita a chissà quali risultati letterari. Si sarebbero incontrati su di una nave diretta negli Stati Uniti, Konstantinos Kavafis e Fernando Pessoa, sul finire dell’ottobre del 1929, separandosi però all’arrivo a Londra in quanto, raggiunti dalla notizia del crollo di Wall Street, entrambi avrebbero rinunciato a proseguire il viaggio per ritornare nelle rispettive città. Nel 2008 il regista greco Stelios Charalambopoulos ha girato un film-documentario intitolato La notte in cui Fernando Pessoa incontrò Costantino Kavafis seguendo le tracce del diario di Stavros Karpoupolos, l’emigrante greco che fu tramite e testimone dell’incontro a bordo della nave “Urania”.

E accennavo a tre fotografie: in una di esse Kavafis è la figura esile ed elegante seduta sulla poltrona in una stanza che potrebbe essere quella della sua casa alessandrina e che ci guarda da dietro le lenti degli occhiali con due occhi miti e dolci; in un’altra, scattata per il passaporto, di nuovo colpiscono gli occhi dietro le lenti tonde nella montatura di tartaruga, il viso smagrito e timido, impeccabile la cravatta; infine l’anziano volto, la bocca segnata da una profonda piega amara e la grande sciarpa attorno alla gola perché questo è l’ultimo ritratto fotografico del poeta, quello che suggerisce il male appalesatosi nel suo corpo.

Leggendo Kavafis si dischiude Alessandria assieme alla Grecia e al Mediterraneo: nella madrepatria egli è ancora conosciuto come “l’Alessandrino” e veramente Kavafis sembra essere l’erede diretto e degno così di Callimaco come degli altri grandi Alessandrini, orgoglioso assertore di un panellenismo fondato sul culto della bellezza e del sapere, sentimento di un’appartenenza che non esclude, ma include, si diceva. Ecco, per esempio:

 

 

 

 

Εν Πόλει της Oσροηνής

Aπ’ της ταβέρνας τον καυγά μάς φέραν πληγωμένο
τον φίλον Pέμωνα χθες περί τα μεσάνυχτα.
Aπ’ τα παράθυρα που αφίσαμεν ολάνοιχτα,
τ’ ωραίο του σώμα στο κρεββάτι φώτιζε η σελήνη.
Είμεθα ένα κράμα εδώ· Σύροι, Γραικοί, Aρμένιοι, Μήδοι.
Τέτοιος κι ο Pέμων είναι. Όμως χθες σαν φώτιζε
το ερωτικό του πρόσωπο η σελήνη,
ο νους μας πήγε στον πλατωνικό Χαρμίδη.

Traducono Nelo Risi e Margherita Dalmàti:

In una città dell’Osroene

Da una rissa all’osteria, ieri, verso la mezzanotte
ci riportarono l’amico Remone ferito.
Per le finestre spalancate il suo bel corpo
adagiato sul letto prendeva luce dalla luna.
Noi siamo qui un mosaico: Siri Greci Armeni Medi.
Remone è come noi. Ieri però che il suo viso
amoroso stava nella luce della luna, subito
il nostro pensiero andò al Carmide di Platone.

Vengo infatti a parlare dei due volumetti della bianca di Einaudi, prima le Cinquantacinque poesie (Torino, Einaudi, 1968) e poi le Settantacinque poesie (ibidem, 1992), tradotte da Nelo Risi e dalla compianta Margherita Dalmàti. Risi  racconta la tecnica di traduzione impiegata: la Dalmàti (la “veggente” come lui stesso la definisce) approntava una traduzione il più possibile letterale e Risi interveniva poi sulla forma italiana, non senza aver teso l’orecchio alle peculiarità lessicali, sintattiche e ritmiche presenti nel testo originale; tale lavorio conduceva attraverso almeno quattro successive versioni del medesimo testo puntigliosamente vagliate dai due co-traduttori alla stesura definitiva.

Noi tutti conosciamo i volumetti della Collezione di Poesia, dal bianco caratteristico della copertina ai caratteri nerissimi e inconfondibilmente “einaudiani” sia nelle minuscole che nelle maiuscole; i caratteri greci non indulgono a vezzi di alcuna sorta e, nella loro severa perspicuità, ci ricordano gli anni in cui traducevamo dal greco al Liceo e nei nostri libri di testo leggevamo i medesimi caratteri alfabetici dalla stessa accademica serietà. Diventa una sorta di gioco spiare i cambiamenti di desinenze e di forme tra il greco che apprendemmo sui banchi di scuola e quello di Kavafis, riconoscervi decine di parole completamente nuove e molte altre immutate, ma, soprattutto, entusiasma pensare a quale immane patrimonio lessicale fosse a disposizione del poeta alessandrino, a quale stratificazione anche semantica egli abbia potuto attingere. Una sorta di geologia della lingua (lo “scavare” cui accennavo poc’anzi), non per riportare alla luce fossili, ma, ribadisco, per muoversi dentro il tempo che è anche spazio riecheggiante di parole vive nell’intrecciarsi di figure e di vicende. Per questo motivo mi soffermo su una delle liriche di Kavafis che più amo: Ionica. In questa lirica il magistero poetico di Kavafis tocca uno dei suoi vertici, per cui non si stenta a credere a quanto Ceronetti scriveva in una sua raccolta di traduzioni di alcuni anni addietro (Come un talismano, Milano, Adelphi 1986), raccontando di aver sentito il bisogno d’impararla a memoria. La lirica sembra esprimere i sentimenti di quanti tra di noi, ancora, amano la Grecia insieme con la sua arte e cultura e credono nella presenza necessaria e irrinunciabile di quel mondo nella propria contemporaneità. Di Ceronetti la versione che segue:

Terra ionica

E sradicati i loro simulacri
dai loro templi li scacciammo. Eppure
non fu morire, questo, per gli Dei

Perché t’amano ancora, o terra ionica,
perché in loro, ombre, è la vita
del tuo ricordo, ancora

d’agosto, quando il mattino t’irrora,
l’impeto di energia vitale che ne emana
nel tuo respiro tutto si travasa;
e a volte di una forma indefinita
di adolescente rianima i tuoi colli
l’essenza, che li percorre
vertiginosa.

Guido Ceronetti ha curato per Adelphi una scelta dall’opera kavafisiana: Un’ombra fuggitiva di piacere (Milano, 2004). L’edizione ha il classico formato e la sobria, conosciutissima grafica dei volumetti della Piccola Biblioteca, ma s’impone soprattutto per le traduzioni sempre personalissime e per i due testi dello scrittore piemontese che chiudono il volume, una sorta di brevi apologhi sul suo rapporto con la poesia di Kavafis. Balugina qui il poeta, ormai gravemente ammalato, quasi del tutto afono, nella sua casa alessandrina che legge e scrive alla luce delle candele: l’elettricità è arrivata in tutta Alessandria, ma nell’appartamento di Via Lepsius 10 la vita si svolge tra penombre, pesanti tendaggi alle finestre, fiammelle di candele e lampade a petrolio, in una sorta di ascesi dello sguardo che più profondo può discendere dentro l’anima, nella memoria e indietro lungo la storia. Così come il legno e la pietra, la fiamma della candela è viva e calda, non aggredisce lo spazio, permette all’ombra di addensarsi sfumandosi in aree ora più chiare, ora più scure, s’allea con il silenzio, reagisce ai soffi d’aria.
Trascelgo qui la lirica in cui si lamenta l’insanabile ferita inferta dal passare del tempo:

Μελαγχολία του Ιάσονος Κλεάνδρου·
ποιητού εν Kομμαγηνή· 595 μ.X.

Το γήρασμα του σώματος και της μορφής μου
είναι πληγή από φρικτό μαχαίρι.
Δεν έχω εγκαρτέρησι καμιά.
Εις σε προστρέχω Τέχνη της Ποιήσεως,
που κάπως ξέρεις από φάρμακα·
νάρκης του άλγους δοκιμές, εν Φαντασία και Λόγω.

Είναι πληγή από φρικτό μαχαίρι.—
Τα φάρμακά σου φέρε Τέχνη της Ποιήσεως,
που κάμνουνε —για λίγο— να μη νοιώθεται η πληγή.

Malinconia di Iason di Cleandro
poeta in Commagène (595 d. C.)

Oh l’orribile squarcio di coltello!
Il mio corpo, la mia figura invecchiano!
Non ho la forza di soffrirlo. E a te ricorro,
che a volte medichi, arte di Poesia;
stordiscimi
per mezzo dell’Immagine sonora,
tanto dolore.

Oh l’orribile squarcio di coltello!
I tuoi rimedi, subito, Poesia:
darò un poco, alla piaga, di torpore.

Posseggo poi l’edizione italiana completa delle 154 poesie, la mondadoriana curata e tradotta da Filippo Maria Pontani; mi piacerebbe trovare quella elegante nella sua copertina cartonata e rilegata con sovraccoperta dello Specchio (1961) che molti anni fa consultai nella biblioteca dell’Università in cui studiavo; devo accontentarmi dell’edizione in brossura degli Oscar. Non particolarmente bella dal punto di vista tipografico quest’ultima e stampata su carta poco attraente, essa vorrebbe proporsi come un’edizione “alla portata di tutte le tasche”, cosa che in effetti forse accade, ma ricordo che sia in Germania che in Francia si possono comperare bellissimi volumi (anche rilegati) a prezzi convenientissimi, essi pure “alla portata di tutte le tasche” e che non rinunciano a una qualità alta. Davvero meritoria l’opera di traduttore di Filippo Maria Pontani, esimio grecista e bizantinista, che ci offre tutto il Kavafis del Canone in versione italiana, benché Ceronetti, con una punta un po’ velenosa, definisca tale versione quella di un “ammirevole filologo ma non filologo-poeta: mette alla portata, non crea…”.
Certamente non per tutte le tasche, ma prezioso e irrinunciabile è il Meridiano dei Poeti greci contemporanei (Milano, 2010) curato con un amore ammirevole e con la nota acribia critica ancora da Nicola Crocetti e da Filippomaria Pontani: le sottilissime, si direbbe trasparenti pagine ci donano l’accesso all’universo poetico di autori tra i quali alcuni ben conosciuti in Italia, altri meritevoli di lettura e di approfondimento. Kavafis è uno dei perni, ovviamente, ma è salutare leggerlo all’interno dell’intensa galassia degli altri Greci del ‘900, vederlo collocato dentro una storia che ha visto la poesia greca fare i conti anche con il Nazismo e il Fascismo, impegnarsi nella lotta di liberazione e opporsi al regime dei Colonnelli, esprimere in maniera convincente, come non sempre succede altrove, i sentimenti corali di un popolo, come se il dire in poesia fosse ancora per i Greci un modo naturale e spontaneo di dire se stessi e il mondo.
Acquisterò presto il Kavafis di Paola Maria Minucci (Poesie d’amore e della memoria, Newton Compton, 2006) e di Lorenza Franco (Le mura intorno. 80 poesie interpretate da Lorenza Franco, Milano, La Vita Felice, 1998): la prima già conosco e apprezzo come traduttrice e commentatrice di Elytis in italiano, la seconda propone un’interpretazione e non una traduzione, cosa che conferma come un’opera poetica alta sia anche generatrice di esperimenti e ricerche, di imitations come Robert Lowell chiamava le proprie approssimazioni ai testi di altre lingue, seguito da Attilio Bertolucci che intitola appunto Imitazioni il proprio quaderno di traduzioni (“rubo questo titolo a Giacomo Leopardi e a Robert Lowell. Mi scuso, ma questo furto mi era necessario” scrive il poeta di Parma in limine al suo libro). Un’opera poetica alta provoca reazioni nelle lingue in cui viene tradotta, ne viola in modo fecondo la staticità, innesca continuamente interrogativi sul senso stesso e sulla prassi del tradurre.
“Mia ferma convinzione è che non di fedeltà si dovrebbe parlare bensì di lealtà. Il termine fedeltà connota guanciali, lenzuola e sotterfugi; il termine lealtà due occhi che fissando altri occhi dichiarano amore ammettendo un momentaneo tradimento. Sono stato leale alla tua altezza poetica, tradendoti qui e qui e qui: l’ho fatto per restare il più lealmente possibile alla tua altezza. Questo è ciò che dico ogni sera ai poeti vivi e morti coi quali cerco di intessere il dialogo poietico” chiosa Franco Buffoni nella premessa a Una piccola tabaccheria – quaderno di traduzioni (Milano, Marcos y Marcos, 2012).
“La vera traduzione è trasparente, non copre l’originale, non gli fa ombra, ma lascia cadere tanto più interamente sull’originale, come rafforzata dal suo proprio mezzo, la luce della pura lingua. (…..) Redimere nella propria quella pura lingua che è racchiusa in un’altra; o, prigioniera nell’opera, liberarla nella traduzione – è questo il compito del traduttore. In nome del quale egli spezza limiti annosi della propria lingua” riflette Benjamin nel saggio Il compito del traduttore (si cita da Angelus Novus, Torino, Einaudi, edizione ET saggi 2010) del quale isolo questo passaggio dal densissimo e stimolante saggio per ribadire una volta di più quanto la poesia e la lingua di Kavafis sappiano portare alla luce, traverso la necessità di essere tradotte, quella “lingua pura”, quell’ “integrazione delle molte lingue nella sola lingua vera” di cui parla Benjamin.

 

 

 

 

 

 

 

Interessanti le scelte di Michael Schroeder per la tedesca Suhrkamp intitolate l’una Gefärbtes Glas – historische Gedichte (Frankfurt a. M., 2001), l’altra Um zu bleiben – Liebesgedichte (ibidem, 1989) che consultavo tempo addietro in una biblioteca in Germania. Anche in questo caso i volumi hanno l’inconfondibile “marchio di fabbrica”: rilegatura cartonata, senza nient’altro se non l’indicazione di autore e titolo sul dorso e sovraccoperta di colore rosa chiaro per Um zu bleiben, bianco per Gefärbtes Glas e anche qui c’è la sottile fascia orizzontale e scura che attraversa la sovraccoperta e che rende immediatamente riconoscibile questo come tutti gli altri volumi della casa tedesca. Nell’interno della scelta di poesie d’amore trovo la riproduzione di tavole che David Hockney ha dedicato a Kavafis. Mi piace e mi seduce il fatto che il poeta fanariota sappia smuovere e ispirare anche la creatività degli artisti visivi, oltre che dei musicisti: Vangelis ha composto le musiche per il film diretto da Iannis Smaragdis nel 1996 sulla vicenda esistenziale e artistica del poeta, ma già Theodorakis aveva messo in musica testi dell’Alessandrino e recentemente Giórgios Daláras con il Wiener Kammerorchester e la Wiener Singakademie ha dato vita a “The Kavafis Project”, complesso e vasto lavoro musicale e attoriale attorno all’opera del poeta.


Leonard Cohen da parte sua ha composto testo e musica di Alexandra leaving partendo da Il dio abbandona Antonio.

Απολείπειν ο θεός Aντώνιον

Σαν έξαφνα, ώρα μεσάνυχτ’, ακουσθεί
αόρατος θίασος να περνά
με μουσικές εξαίσιες, με φωνές—
την τύχη σου που ενδίδει πια, τα έργα σου
που απέτυχαν, τα σχέδια της ζωής σου
που βγήκαν όλα πλάνες, μη ανωφέλετα θρηνήσεις.
Σαν έτοιμος από καιρό, σα θαρραλέος,
αποχαιρέτα την, την Aλεξάνδρεια που φεύγει.
Προ πάντων να μη γελασθείς, μην πεις πως ήταν
ένα όνειρο, πως απατήθηκεν η ακοή σου·
μάταιες ελπίδες τέτοιες μην καταδεχθείς.
Σαν έτοιμος από καιρό, σα θαρραλέος,
σαν που ταιριάζει σε που αξιώθηκες μια τέτοια πόλι,
πλησίασε σταθερά προς το παράθυρο,
κι άκουσε με συγκίνησιν, αλλ’ όχι
με των δειλών τα παρακάλια και παράπονα,
ως τελευταία απόλαυσι τους ήχους,
τα εξαίσια όργανα του μυστικού θιάσου,
κι αποχαιρέτα την, την Aλεξάνδρεια που χάνεις.

Il dio abbandona Antonio

Quando tra musiche incantate udrai
un bisbigliare di corteo invisibile
a mezzanotte sorgere, e svanire;
sul tuo destino arreso, le fallite
tue azioni, la vita tutta
persa, che immaginavi – non fare
pianti senza costrutto

È Alessandria, che parte; tu salutala
come pronto da tempo, come un forte.
Non dire sto sognando, allucinato
è il mio orecchio… Questo inganno
tròncalo, speri invano

Come pronto da tempo, come un forte
(questo è degno di te, che meritasti
tale città in dono) va’ sicuro
alla finestra e trepidando ascolta,
senza i rimpianti e le suppliche dei vili

Manda un addio a quella che tu perdi,
ad Alessandria; dagli incantati
strumenti e suoni del divino tìaso
un’estasi verrà, per te, suprema.

(Traduzione di Guido Ceronetti).

E, sempre in Germania, grazie a una giovane e dinamica casa editrice berlinese (Verlagshaus J. Frank), esce nel 2014 Im Verborgenen (bella resa del termine greco che vale “poesie celate, nascoste”); il volume, di piccolo formato e rilegato in modo che non ci sia il dorso, ma siano visibili le legature delle pagine, offre i testi tradotti e gli originali a pie’ di pagina letteralmente immersi dentro tavole illustrate di Anja Nolte, i cui tratti grafici in oro e nero richiamano fortemente i graffiti e lo stile della street art che nella capitale tedesca trova uno dei suoi centri mondiali più importanti; la scommessa da parte dei curatori del libro è riconoscere l’attualità di Kavafis facendone dialogare i testi con l’estetica contemporanea la quale deve misurarsi con gli spazi urbani e industriali e con una società al cui interno sempre più forti si fanno le istanze della cultura omosessuale.

E giungo soltanto alla fine, proprio perché notevolissimo, ad accennare allo straordinario risultato dovuto a più di un decennio di lavoro appassionato e di ricerche da parte di Daniel Mendelsohn, traduttore dell’intero lascito poetico kavafisiano, ivi compresi alcuni testi non finiti: Complete Poems (New York, Alfred A. Knopf, 2012).
Char, Yourcenar (sua la celebre Présentation critique de Constantin Cavafy – Parigi, Gallimard , 1958 – in cui si riconosce l’amore della scrittrice per Kavafis e che ha dato vita a un’emozionante messa in scena in cui a partire dal 2009 Charlotte Rampling e l’attore greco Polydoros Vogiatzis, accompagnati dalla chitarrista Varvara Gyra, intrecciano un dialogo in francese e in greco tutto materiato coi versi di Kavafis), Montale (ma, per fortuna, Kavafis non è soltanto Aspettando i barbari!), Spender, Heaney si sono misurati con la resa di Kavafis nelle rispettive lingue materne; Daniel Mendelsohn, scrittore e critico raffinatissimo, già studioso dei tragediografi ateniesi e di Euripide in particolare, intellettuale attento a cercare e a trovare rapporti tra l’eredità del mondo classico e il nostro oggi metropolitano, globalizzato, informatizzato, Mendelsohn, dicevo, dà vita a un volume che si è subito affermato un punto d’arrivo e quindi un nuovo punto d’avvio negli studi kavafisiani a livello internazionale; non dimentichiamo che sono numerose e di valore le traduzioni dell’intero Canone in lingua inglese, da quella del fratello stesso del poeta, John, alle versioni di Mavrogordato, Dalven, Keeley e Sherrard, Theoharis e altre. E qui mi piace ricordare che, sempre nell’area culturale e linguistica nord americana, opera la filologa e poetessa canadese Anne Carson, studiosa e creativa traduttrice di Saffo capace di proporre in maniera modernissima nel romanzo-poema Autobiografia del Rosso (edito in Italia da Bompiani nel 2000) l’antica materia del mito. Tutto questo per sottolineare il fermento attorno al mondo di lingua greca che è in atto in un’area culturale fondamentale come quella angloamericana.


È allora emozionante prendere in mano il volume di Mendelsohn, copertina scura con sobrio titolo e sottotitoli e cominciare a scorrerlo dall’esaustiva, affascinante introduzione alle traduzioni, alle note esplicative, al commento: eccolo tra le nostre mani il caso di un’opera di traduzione-commento che è anche una creazione artistica (non una traduzione magari filologicamente corretta ma fredda, non un’invenzione, non un camuffamento, non uno scimmiottamento, ma una vera, fedelissima, amorevole creazione artistica). Siamo di fronte a un libro-universo ché si entra in esso e si rimane gioiosamente intrappolati nella miriade di rimandi, connessioni, citazioni presenti (qualcosa di simile accade percorrendo il commento all’opera poetica di Celan o di Hölderlin, per esempio). L’inglese della traduzione scintilla nella sua sobrietà e contenuta armonia, con la propria eleganza sa far risuonare in sé stesso l’andamento della sintassi e della prosodia kavafisiane restituendone l’estrema modernità capace di continuare la plurimillenaria tradizione ellenica. Si può chiamare osmosi tra culture, tempi e lingue? Certamente si tratta di un sodalizio tra due menti, del felice incontro tra due uomini uniti dalla parola poetica all’interno di quello che Mendelsohn stesso riconosce come il vero, grande tema di Kavafis: il tempo. Il genere letterario della poesia genera una serie di echi e suggestioni proprio quando ci si cimenta nel consapevole azzardo traduttorio, costringendo la lingua (le lingue) d’arrivo a reagire, schiudersi per accogliere, risuonare in seguito a suggestioni venute da più o meno lontano. Non so dimenticare le riflessioni di Benjamin sulla traduzione, le richiamo anche qui, mi sembra di vederle applicate proprio nel lavoro di Daniel Mendelsohn, nel punto di giuntura tra le lingue.

Propongo ora dei testi tradotti da Daniel Mendelsohn accostandovi anche alcune versioni in italiano. Ho scelto la lirica in cui un antico specchio trattiene, incantato e gioioso, l’immagine di un bel garzone di bottega perché, come lo specchio, la poesia di Kavafis trattiene estasiata immagini e lampi di bellezza e, fedele alla tradizione antica, restituisce momenti che valgono l’eternità; segue il delicatissimo ricamare della mente-memoria attorno a un disegno eseguito un pomeriggio sulla nave e lo Ionio intorno: poesia fatta di sensazioni lievissime e indimenticabili. Il paziente lettore troverà poi il mare al mattino, ineludibile orizzonte d’Alessandria, un catino di luce innanzi agli occhi del poeta.

Ο καθρέπτης στην είσοδο

Το πλούσιο σπίτι είχε στην είσοδο
έναν καθρέπτη μέγιστο, πολύ παλαιό·
τουλάχιστον προ ογδόντα ετών αγορασμένο.

Ένα εμορφότατο παιδί, υπάλληλος σε ράπτη
(τες Κυριακές, ερασιτέχνης αθλητής),
στέκονταν μ’ ένα δέμα. Το παρέδοσε
σε κάποιον του σπιτιού, κι αυτός το πήγε μέσα
να φέρει την απόδειξι. Ο υπάλληλος του ράπτη
έμεινε μόνος, και περίμενε.
Πλησίασε στον καθρέπτη και κυττάζονταν
κ’ έσιαζε την κραβάτα του. Μετά πέντε λεπτά
του φέραν την απόδειξι. Την πήρε κ’ έφυγε.

Μα ο παλαιός καθρέπτης που είχε δει και δει,
κατά την ύπαρξίν του την πολυετή,
χιλιάδες πράγματα και πρόσωπα·
μα ο παλαιός καθρέπτης τώρα χαίρονταν,
κ’ επαίρονταν που είχε δεχθεί επάνω του
την άρτιαν εμορφιά για μερικά λεπτά.

The Mirror in the Entrance

In the entrance of that sumptuous home
there was an enormous mirror, very old;
acquired at least eighty years ago.

A strikingly beautiful boy, a tailor’s shop-assistant,
(on Sunday afternoons, an amateur athlete),
was standing with a package. He handed it
to one of the household, who then went back inside
to fetch a receipt. The tailor’s shop-assistant
remained alone, and waited.
He drew near the mirror, and stood gazing at himself,
and straightening his tie. Five minutes later
they brought him the receipt. He took it and left.

But the ancient mirror, which had seen and seen again,
throughout its lifetime of so many years,
thousands of objects and faces—
but the ancient mirror now became elated,
inflated with pride, because it had received upon itself
perfect beauty, for a few minutes.

Του πλοίου

Τον μοιάζει βέβαια η μικρή αυτή,
με το μολύβι απεικόνισίς του.

Γρήγορα καμωμένη, στο κατάστρωμα του πλοίου·
ένα μαγευτικό απόγευμα.
Το Ιόνιον πέλαγος ολόγυρά μας.

Τον μοιάζει. Όμως τον θυμούμαι σαν πιο έμορφο.
Μέχρι παθήσεως ήταν αισθητικός,
κι αυτό εφώτιζε την έκφρασί του.
Πιο έμορφος με φανερώνεται
τώρα που η ψυχή μου τον ανακαλεί, απ’ τον Καιρό.

Aπ’ τον Καιρό. Είν’ όλ’ αυτά τα πράγματα πολύ παληά —
το σκίτσο, και το πλοίο, και το απόγευμα.

Aboard the Ship

It certainly resembles him, this small
pencil likeness of him.

Quickly done, on the deck of the ship:
an enchanting afternoon.
The Ionian Sea all around us.

It resembles him. Still, I remember him as handsomer.
To the point of illness: that’s how sensitive he was,
and it illumined his expression.
Handsomer, he seems to me,
now that my soul recalls him, out of Time.

Out of Time. All these things, they’re very old—
the sketch, and the ship, and the afternoon.

Sulla nave

Certo che gli somiglia
questo semplice schizzo a matita.

Buttato giù alla brava, sul ponte;
un incantevole meriggio
che ci stava intorno il mare Ionio.

Gli somiglia. Lo ricordo, però, forse più bello.
Di una sensitività così eccessiva
che il viso gli s’illumina tutto.
Pare più bello, ora che l’anima
me lo tira su, dal Tempo.

Dal Tempo. Son cose troppo vecchie –
lo schizzo la nave il meriggio.

(Traduzione Risi-Dalmàti).

In questo segno grafico lieve
tracciato in fretta a bordo della nave
ritrovo, sì, i suoi tratti.

Noi cinti dal mare ionico,
stregato il pomeriggio.

I suoi tratti. Ma bello
molto più di così mi appare
ora, nel rievocarlo.

Una morbosità nel sentimento
tale, la sua, da renderne
abbagliante lo sguardo.

Così riemerge
dentro di me – dal Tempo.

Dal Tempo… Eventi tanto
remoti… Quel ritratto,
la nave, il pomeriggio…

(traduzione di Guido Ceronetti)

Θάλασσα του Πρωιού

Εδώ ας σταθώ. Κι ας δω κ’ εγώ την φύσι λίγο.
Θάλασσας του πρωιού κι ανέφελου ουρανού
λαμπρά μαβιά, και κίτρινη όχθη· όλα
ωραία και μεγάλα φωτισμένα.

Εδώ ας σταθώ. Κι ας γελασθώ πως βλέπω αυτά
(τα είδ’ αλήθεια μια στιγμή σαν πρωτοστάθηκα)·
κι όχι κ’ εδώ τες φαντασίες μου,
τες αναμνήσεις μου, τα ινδάλματα της ηδονής.

Morning Sea

Here let me stop. Let me too look at Nature for a while.
The morning sea and cloudless sky
a brilliant blue, the yellow shore; all
beautiful and grand in the light.

Here let me stop. Let me fool myself: that these are what I see
(I really saw them for a moment when I first stopped)
instead of seeing, even here, my fantasies,
my recollections, the ikons of pleasure.

Mare al mattino

Che io mi fermi qui; per un’occhiata alla natura anch’io.
Di un cielo sgombro e del mare al mattino
il blu brillante con la gialla riva; tutto
bello, e tutto in piena luce.

Che io mi fermi qui. E m’illuda di aver visto
(certo che ho visto, in quell’attimo di sosta);
non vittima anche qui dei miei abbagli
dei miei ricordi dei miei fantasmi di lussuria.

(Traduzione di Nelo Risi e Margherita Dalmàti).

 

 

 

Sulla gentilezza in poesia

 

 

 

In anni non gentili, nei quali la cura per qualcuno e per qualcosa, la pietas, l’attenzione verso chi o quello che è quasi invisibile sembrano scomparire e, quando raramente si danno a vedere, vengono dileggiate, un libro come La gentilezza dell’acero (Passigli Editori, Bagno a Ripoli – Firenze, 2018) di Alessandro Quattrone già con il suo titolo pone la questione della “gentilezza” che, data la sua etimologia, si potrebbe tradurre anche con “nobiltà” ed è una questione che desidero inquadrare nell’ambito della poesia stessa, il cui ambiente non raramente è dominato da invidie e risentimenti, ma, soprattutto, provando a chiarire come il tema venga affrontato in questo libro, come l’autore sia riuscito a scrivere della gentilezza in forma di poesia.

Non si può che ammirare
la gentilezza dell’acero,
dell’albero che medita sospeso
al cielo adorando i fili d’erba,
e quando l’ora è più spietata
abbellisce della propria morte
il mondo, sapendo che il silenzio
è una virtù finale, che però
sopravvive nel mezzo del clamore (pag. 13).

L’intonazione sia stilistica che tematica dell’intiero libro è già tutta nel primo testo, chiaro, luminoso, perfettamente strutturato e conchiuso: l’acero è emblema di meditazione, di generosità ed è immagine visibile del silenzio, esso propone tre modi concomitanti di stare dentro il mondo – il pensiero, la bellezza donata per pura generosità dimenticando sé stessi, il silenzio capace di sopravvivere al volgare e violento clamore.
Lo stesso dicasi della nuvola “troppo astratta / dal mondo, dalla vita, dal linguaggio / delle cose che aspirano a sussistere” (pag. 14), delle margherite che nulla hanno a che vedere con il “rumorio della città incolore” (pag. 16), della magnolia (da omaggiare prima di entrare in casa) e delle “chiassose / pratoline” di pagina 17, delle falene che, a pagina 18, “ruotano nell’aria / innocue, innocenti, inquiete, / non fa rumore il loro desiderio / di un punto preciso, di una stella / domestica“, del gatto protagonista della composizione a pagina 19, della “vecchia donna abbandonata pure / dal destino” che, a pagina 20, coglie il gelsomino rigoglioso e “mormora qualcosa tra colpa e desiderio” e che, quando il poeta le passa accanto osservandola di sottecchi, “parla più forte sorridendo: / almeno a casa mi accoglierà un profumo / al rientro dalle mie passeggiate“.
Si tratta di decine di PRESENZE, come amo chiamarle, che materiano questo libro il quale non appartiene, però, a un’eventuale “poetica del quotidiano” o “delle piccole cose”, ma che si configura come un percorso, come un itinerario, affettuoso e umanissimo, abitato da esseri, oggetti e persone capaci di dare forma e senso all’esistere.

Sulla bancarella i libri usati
non chiedono che uno sguardo
anche distratto, rapido, pietoso,
loro che hanno vissuto intensamente
tra le mani di chi li ha posseduti,
loro che sanno bene cosa vuol dire
essere amati infinitamente
solo per poche ore (pag. 22).

Si tratta, infatti, di una forma laica di pietas e di una gentilezza nei confronti del mondo che, silenziosa, sembra preservarlo e salvarlo, accorgersi di esso mentre si fa sguardo:

Entrare in un museo non per guardare
ma per essere guardati dai ritratti
di personaggi illustri consapevoli
della loro evidente dignità.

Entrare per sottrarsi ai volti anonimi
che assorti per la strada non ti vedono,
e apprendere che tuttavia c’è un modo
per conservare intatto anche uno sguardo (pag.27).

E poi una lucertola, un corvo, una magnolia in inverno, un’arancia, un’ape, una formica, “i pescherecci gloriosi di ruggine” (pag. 45), un faggio si materializzano anch’essi nelle pagine del libro, sono essi nello stesso tempo parole della poesia e, ripeto, presenze degli oggetti e degli esseri tramite i loro nomi, presenze a sé stessi e a chi legge:

Il bicchiere d’acqua riposa sul comodino.
Non è per chi ha sete, né per chi fantastica.
Gode di essere un oggetto: fragile
e trasparente senza alcun timore (pag. 48): uno dei punti di forza dell’opera è, infatti, questa capacità di usare i sostantivi per evocare la presenza dell’oggetto (o della pianta o dell’animale e via enumerando), riuscendo ad annullare l’insidia contenuta nel vocabolo in quanto puro segno grafico o pura emissione di voce, insidia che consiste nella distanza forse incolmabile tra segno denotativo/connotativo e oggetto – La gentilezza dell’acero sembra, invece, restituire alla parola (soprattutto, ripeto, al sostantivo) la sua possibilità di convocare con immediata concretezza il luogo, l’oggetto, l’essere vivente che di volta in volta fondano e danno senso al testo.
E il paesaggio poetico di questo libro si sostanzia pure di memoria, di tempo, di percezioni, di ritmi del pensiero:

Evochiamoli i morti, i loro passi:
che si affaccino flebili, increduli,
lenti sulla soglia della memoria.
Accontentiamoli qualche volta.

Ci rassomigliano con i loro occhi ardenti:
chiedono solo di poter guardare
ancora, di fermarsi, di essere
presenti come noi – per un momento (pag. 63).

Ecco, allora, che lo sguardo si apre sulla stessa condizione umana, sul suo intimo paradosso, sulla sua specialissima identità:

Siamo stati felici, una volta,
quando la felicità ci sfuggiva
e noi la inseguivamo, siamo stati
cacciatori di felicità, ma la preda
aveva tane nascoste dappertutto,
e spariva ad un tratto
e noi restavamo trafelati come cani
a guardarci attorno
ed eravamo felici perché ancora
non l’avevamo catturata
e chiedendoci il motivo
della nostra insufficienza
accusavamo il mondo di essere un deserto
nel quale vagavamo spaesati
non sapendo riconoscere le impronte
della felicità che inseguivamo
felici di inseguire e non raggiungere,
felici di non essere felici (pag. 71).

Infatti, nell’articolarsi nelle tre sezioni Osservazioni e sguardi, L’amuleto smarrito e Annunci o auguri, l’opera ben dice, di sé stessa, la sua natura di sguardo rivolto all’esistere proprio mentre se ne percepisce la fragilità e la dialettica costante con la morte e l’oblio (ma non c’è tragicità, in tutto questo: forse, talvolta, una lieve malinconia):

La borsa è piena – di che cosa, poi? –
piena di oggetti che, se mai servissero,
sarebbero amuleti pronti all’uso
senza bisogno di magia o follia,
oggetti puri, oggetti che potrebbero
tenere a distanza la paura
come si fa con quella forma vaga
che appare e indugia nella stanza quando
l’insonnia è una carezza che fa male (pag. 83).

Questo è un libro in movimento, la voce poetante si muove costantemente per luoghi (strade, giardini, piazze, case), tra presenze (piante, animali, persone):

Che sorpresa, che meravigliosa
gioia elementare delle vie,
dei vicoli, delle piazzette,
delle torri, della cinta muraria,
che pausa luminosa
nel vociare dei girovaghi felici
di non girovagare in certe ore (pag. 101).

E, sempre, ancora, la pronunzia poetica (piana e sommessa, sempre, appunto, “gentile”) e il pensiero tornano a riflettere sull’esistere umano, sulle sue aporie, sui suoi paradossi, sulle sue contraddizioni:

Vorresti ma non devi, ma non puoi,
e forse in fondo neanche vuoi davvero:
il pioppo oscilla al vento
ma rimane dove è sempre stato,
fedele a ciò che non ha mai deciso,
puntuale anche se non è mai atteso (pag. 107).

Sembra allora affiorare alla mente la parola saggezza, fuori moda se non dileggiata, ma appropriata, direi, in un libro come questo, volutamente estraneo a mode e a vezzi contemporanei, lontanissimo dal vanesio chiacchiericcio in poetichese (e andiamo a leggere così i due testi conclusivi, cerchiamo di serbarli, con tutti gli altri, nella memoria, portiamoli con noi):

Che cosa ci si può aspettare
da un albero, se non lo slancio
immobile, il silenzio dignitoso,
con che cosa potrebbe interessarci
se non con le sue radici nascoste
e il suo restare sempre lì dov’è? (pag. 120)

Se l’acero ti ferma
non è per disturbarti.
Se ti offre la sua amicizia
non è per solitudine.
Se ti chiede il nome
non è per dimenticarlo (pag. 121).

 

 

 

(Segnalibri) Marco Ercolani: “Fuochi complici”

 

 

Un’inestinguibile passione (gratuita e umanissima) per la poesia, un atto di generosità raro, un’affermazione di libertà intellettuale che dà coraggio e motivi per continuare a leggere e a scrivere. Dedicarsi in modo così serio e totale alla scrittura “altrui”, coglierne movenze e bellezze, suggestioni e pieghe nascoste fa piazza pulita in un colpo solo di tutte le manfrine, le ipocrisie, gli interessati apprezzamenti che dominano il cosiddetto mondo della poesia. Questo non è un libro di recensioni, ma un portolano personale e allo stesso tempo condivisibile per orientarsi nell’oceano delle scritture di questi anni, un atlante scritto in maniera superba, un viaggio, un’immersione, un sogno ad occhi aperti, un compasso che ruota a 360°, una scommessa piena di azzardo e di coraggio, un labirinto in cui il piacere consiste nello smarrirvisi (qui dentro ci si vuole smarrire – eppure vi esiste sempre un filo di Arianna, una guida discreta e affettuosa, un amico che racconta e suggerisce senza supponenza, senza atteggiamenti didascalici). Questo è un libro per esploratori e per chi è ancora disposto a meravigliarsi, per chi ama taccuini colmi di appunti e libri dentro i quali lasciare decine di pezzetti di carta o di filo o altro come segnalibri.

 

 

“Tutto deve accadere dentro di me”

 

Nicolas de Staël: “Marseille”, 1954.

 

Resistere e opporsi alla volgarità montante, alla violenza verbale e all’intolleranza che facilmente si mutano in violenza fisica significa anche dedicarsi a piccoli, eleganti libriccini che sembrano giungere come messaggi in bottiglia, meglio ancora come amicali doni: è il caso delle 41 pagine racchiuse in un’elegante copertina cartonata che Lucetta Frisa ha tradotto e curato per le Edizioni di Via del Vento di Pistoia – è il caso della pluridecennale passione nutrita da Lucetta per Nicolas de Staël e che segna una nuova tappa con queste pagine di un diario del viaggio in Marocco compiuto dall’artista tra il 1936 e il 1937 e che Lucetta ha intrecciato con estratti da lettere che Nicolas ha inviato negli stessi mesi del viaggio marocchino ai genitori (Tutto deve accadere dentro di me); la poetessa genovese non si è però “limitata” alla traduzione dal francese, ma ha scritto quattro intensissime pagine (Una fiamma che cresce) a conclusione del volumetto, così che l’intera opera (ulteriormente impreziosita da dodici tavole a colori di opere del pittore) diventa per la mente del lettore un’attualissima, appassionata e appassionante riflessione sulla creazione artistica e sull’estremo rigore, sull’ineludibile disciplina pretesi da qualunque arte ci si senta vocati a praticare (pittura, musica, poesia, non importa).
Le pagine di de Staël e quelle di Lucetta, infatti, vanno lette in stretta connessione tra di loro, il senso d’attesa e di slancio creatore già contenuti nel titolo e di trepidazione e speranza (“Tutto deve accadere dentro di me”, appunto) che deriva da una lettera di Nicolas al padre, insieme con il titolo dello scritto di Lucetta che alla maniera di Char e di Bachelard si richiama al senso, allo spirito e al simbolo della fiamma, formano un dittico tramite il quale il giovane artista ancora alla ricerca di sé e della propria arte e la poetessa e scrittrice affermata s’incontrano, chi legge e traduce de Staël ne riconosce con generosa e felice umiltà la propria filiazione, pagine scritte diversi decenni addietro si confermano illuminanti e necessarie. Confrontandosi infatti con le due culture che danno vita all’identità marocchina (la berbera e l’araba, ma senza dimenticare la presenza ebraica) e senza alcuna traccia di esotismo né di occidentale senso di superiorità, de Staël cerca con consapevolezza estrema il sé stesso uomo e pittore, il viaggio e il contatto con le persone e con i luoghi appartengono alla ferrea disciplina del cercare e dell’apprendere ch’egli impone a sé stesso senza indulgenza e senza scorciatoie; noi lettori attraversiamo una scrittura elegante e luminosa, attenta alle forme e ai colori, ovvio, ma anche alle voci e alle musiche, impietoso scandaglio della propria esistenza interiore, mentre Lucetta sottolinea la scelta esistenziale e artistica radicale di Nicolas de Staël, tutto teso alla realizzazione di un’opera nutrita dalle “sue potenti utopie, i suoi intransigenti giudizi, il suo sconfinato desiderio che l’arte sia una fiamma assoluta che brucia sempre e comunque, senza compromessi e mediocrità, dovesse questo costarci la vita ” (pagg. 37 e 38). Ed è la verità: traversando il Marocco l’artista traversa la propria storia (anche quella ancora a venire) e la propria anima, nelle lettere ai genitori mette a nudo la sua interiorità sentendo fortemente la responsabilità nei loro confronti così come nei propri, l’ultima lettera, quella che racconta di una tappa a Napoli e a Pompei, conferma questa peculiarità di de Staël, giovane artista d’origine russa, trapiantato in Francia, il quale ha cercato in Marocco una serie di “reagenti” che, a contatto con la sua anima, ne portassero alla luce il vero destino – e Lucetta molto bene intuisce che nell’affidarsi al proprio destino-vocazione Nicolas compie quella scelta radicale che poi lo condurrà al suicidio proprio per desiderio spasmodico di “cielo” e di “luce” che i suoi giorni non riusciranno a soddisfare in pieno. La poetessa italiana, citando affermazioni che de Staël ha espresso negli anni Cinquanta, rintraccia la linea di continuità con il diario e le lettere degli anni Trenta e, mi vien fatto di pensare, ben altro itinerario artistico ed esistenziale hanno seguito altri artisti occidentali i quali, pure, hanno attraversato o addirittura hanno scelto il Marocco come patria elettiva e penso, ovviamente, a Matisse, a Canetti, a Paul Bowles e a Juan Goytisolo, tra i non pochi – il Marocco di de Staël, così come sarà per la “sua” Provenza e l’altrettanto “sua” Sicilia, appartiene all’orbita di una fiamma tramite la quale “s’impara a vedere i colori” (pag. 15), una fiamma che significa “prima di tutto il lavoro” (pag. 8) perché “è indispensabile conoscere le leggi dei colori” (ibidem), ma con la consapevolezza che “il fuoco, la fede nella natura, ci appaiono nel tempo di un lampo, nei rari momenti di grazia e non secondo la nostra volontà” (pag. 36).
Partecipare a questo dialogo appassionato tra Lucetta e il suo Nicolas è accedere a un momento di grazia, benché “l’atto finale sarà quella metafora trasformata in gesto reale: il volo in cui il suo corpo si solleva, si innalza, e infine vede, ma subito dopo ineluttabilmente si schianta” (pag. 40). Ma è qui che chiudo il cerchio di quest’articolo: in tempi volgari e privati di slanci ideali come quelli che stiamo vivendo un dono amicale giunto sul finire di agosto riaccende la fede nell’arte e la volontà di tornare a intessere una consapevole utopia, ché l’arte è, anche, un atto politico.