Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: attraversamenti

“Il tempo del consistere”: Gianfranco Fabbri dà voce a una generazione

 

 

Tempo del consistere, cioè tempo del fermarsi a riflettere e tempo che, accumulandosi, ci ha portato a una determinata consistenza di quello che siamo o che crediamo di essere; tempo del consistere, cioè tempo dello stare insieme con i nostri libri, i nostri dischi, i nostri ricordi e con noi stessi che apparteniamo a una comunità; tempo del consistere, cioè tempo nel quale portare a consistenza di scrittura scartafacci accumulati nei cassetti, pensieri sedimentati nella mente, impressioni e sensazioni che, non ancora verbalizzate, premono per diventare parole.
Tempo (il Novecento, secolo malgrado tutto glorioso di rinnovamenti e sconvolgimenti giganteschi), tempo (quello del sé privato e intimo), tempo dei libri, tempo delle scritture, tempo di sogni dimenticati e ritrovati, tempo di foglietti già scritti o ancora da scrivere.
Tempo del consistere, tempo che non mi può lasciare indifferente, dal momento che ritrovo nomi, anni, accadimenti che hanno formato e plasmato e condizionato anche il me che sono e che credo di essere, il me-lettore che attraversa questo libro di Gianfranco Fabbri.
Novecento, tempo obbrobrioso di olocausti e fascismi e stragi e tempo di radicale nuovo inizio.
Italianità d’interni domestici, di tradizioni familiari, di luoghi cari e cullati dalla nostalgia, nella nostalgia.
Provoca questo libro di Gianfranco, perché chi appartiene alla sua stessa generazione non saprà leggerlo né con distacco, né con freddezza critica.
Chi lo leggerà in futuro forse intuirà che cosa ci ha fatti infuriare, portati a essere quello che poi siamo diventati, o si farà un’idea dei nostri personalissimi scaffali colmi di libri e dischi.
Gentile Lettrice, gentile Lettore, Ella potrà trovare altrove informazioni ben più esaustive sul libro di Gianfranco Fabbri (ci sono un paio di articoli, stupendi, su Poetarum Silva, uno, asciutto e chiaro, su Perìgeion e ancora un altro, coltissimo, sul blog personale di Gianluca D’Andrea); qui su Via Lepsius dovrà accontentarsi di pochi paragrafi scritti di getto e a carattere sentimentale e impressionistico: è una matita mentale quella che sottolinea passaggi del testo e vi scrive note a margine, sbreghi nella carta che, nell’asettico digitare alla tastiera del computer, perdono la loro consistenza di grafite usata per impadronirsi di un libro. Ma che quel libro transiti in questo spazio e vi porti i suoi umori, odori, suoni, luoghi, persone.
Interessante è che un editore, pur poeta e scrittore “in proprio”, senta a un certo punto (e contro il suo carattere riservato e certo non esibizionista) di pubblicare delle pagine rimaste per anni private – forse accade che, in un certo tempo della propria vita, si ha desiderio di spiegare a sé stessi e agli altri da dove si proviene, oppure solo la scrittura sa restituire un’unità sempre sfuggente all’io, dargli un consistere che spiega la storia di molti di noi, una storia interiore nella quale la cultura ha un ruolo fondamentale, diametralmente opposto e nemico di ogni finalità pratica, mercantilistica, utilitaristica.

 

Il tempo del consistere, L’Arcolaio, Forlimpopoli, 2017

 

 

Sul “geografo e il viaggiatore” di Massimo Rizzante

 

 

Ringrazio Enrico De Vivo per la sempre generosa ospitalità e la stima e segnalo questo mio intervento sul più recente libro di Massimo Rizzante pubblicato su Zibaldoni e altre meraviglie.

 

 

“Tratteggi” di Marco Furia

 

Thomas Ruff: Interieur 1d, 1982.

 

Tratteggiare affidandosi a sottile scrittura, a finissima ironia, tratteggiare in un apparente gioco letterario: apparente: ché, al di là della lettera, questo libro di Marco Furia ha i suoi centri focali nel rapporto della mente con gli oggetti e le situazioni più comuni, nell’irrisolto che, spesso, avvolge l’esistere quotidiano, in quel frammento di futuro immediato che viene deciso da una piccola mancanza, da un’incertezza, da un lapsus o, viceversa, dal realizzarsi di un gesto, dall’andare a buon fine di un’operazione pratica, da una minuscola decisione presa e attuata.
Questo è un libro calviniano nella premessa (recita l’exergo: “In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana” – dalle Lezioni americane) e nella sua realizzazione, un’opera fedelmente calviniana nel modo che assume la scrittura di avvicinarsi o di tentare di avvicinarsi alla realtà: i brevi testi sono ordinati alfabeticamente secondo la vocale o la consonante con cui ognuno di essi inizia (e questa scelta rimanda alla tendenza catalogatrice di Calvino, ma anche, in maniera lievissima, alle “costrizioni” cui lo scrittore sottoponeva sia la propria scrittura che l’architettura dei suoi libri), pressoché sempre il personaggio agente è narrato in terza persona (ne manca qualunque descrizione, sia pure minima e manca qualunque riferimento cronologico o geografico), personaggio affine a Palomar, direi, minuziosamente raccontato nelle sue azioni comunissime, del tutto familiari a qualunque lettore – è così che Marco Furia propone un modo di narrare il nostro vivere quotidianissimo, mi vien fatto di scrivere, additando al di là, appunto, dell’ironia e della finezza linguistica un nostro esistere che sembra galleggiare in una successione d’istanti e di atti irrelati, di gesti piccoli e piccolissimi privi di drammaticità o di pathos, magari talvolta anche rassicuranti nella loro ripetitività e ovvietà, ma, pure, orfani di qualunque slancio o eroismo o eccezionalità, come se il vivere entro la realtà contemporanea e informatizzata fosse un esistere d’irrimediabile prosaicità, abitudinarietà e banalità – ma, bisogna dire, nello stesso tempo si può assistere, nel libro, ad atti piccoli ed eleganti (l’accurato ripulire le lenti degli occhiali, per esempio) o rinvenire oggetti altrettanto fini ed eleganti (una scrivania d’epoca, una “girevole poltroncina”, un “policromo tappeto”), particolari tutti che mostrano il Giano bifronte ch’è la realtà nella quale siamo immersi.
E mi spiego, allora, la frequentissima anticipazione dell’aggettivo qualificativo rispetto al sostantivo cui esso si riferisce, il ricorso a perifrasi per indicare gli oggetti, nel senso che il ritmo linguistico che ne deriva, desueto o inconsueto rispetto al linguaggio dell’italiano “standard”, nel suo farsi lievemente ironico in realtà evidenzia proprio la nostra, comune, condizione esistenziale e la misura breve e brevissima di questo catalogo d’episodi vuole essere la forma più coerente e consona per raccontare la storia quotidiana d’ognuno di noi: nulla cambierebbe se un episodio fosse posto altrove nel libro rispetto alla sua collocazione determinata dal mero ordine alfabetico, verrebbe meno soltanto la sequenza catalogatrice, il linguaggio da entomologo dell’esistere rimarrebbe elegante, continuando a nascondere (ma solo a occhi ingenui) l’abisso dentro il quale il mondo e l’esistere umani sono gettati: c’è qualcosa di vagamente kafkiano e walseriano nel libro, ma pure allusivo alle Città invisibili (i molti oggetti e le numerose situazioni rimandano tutti alla medesima, unica realtà esperita con attenzione di agrimensore o di solitario viandante – confermando il fatto che si possono compiere viaggi lunghissimi senza uscire dalla propria stanza).
E allora Tratteggi s’inserisce perfettamente nella riflessione contemporanea intorno alla ricerca del senso e intorno alla natura ambigua del linguaggio il quale, nel mentre sembra riuscire a descrivere minuziosamente un oggetto o una situazione, ne mette in luce, al contrario, gli aspetti sfuggenti, inafferrabili, inconoscibili – lo stesso linguaggio, strumento apparentemente acuminatissimo, per paradosso non riesce a cogliere in toto la natura delle cose e dei fatti, sontuosa tessitura lessicale e sintattica, esso sembra obbedire al principio d’indeterminazione di Heisenberg:

“Accomodatosi attorno ad apparecchiata tavola, venne raggiunto da zelante cameriere che gli consegnò, con cortese gesto, menu e lista dei vini.
Scorsi i due invitanti elenchi, chiamato con un cenno il solerte individuo addetto al servizio, comunicò le proprie scelte.
Nell’attesa, sbocconcellò uno dei pezzetti di focaccia offerti, in un cestello, assieme a fette di pane e a sottilissimi grissini: svoltasi, con positivo esito, la prova d’assaggio dell’alcolica bevanda contenuta in piccola bottiglia, consumò quanto restava dell’unta porzione.
Avrebbe dovuto aspettare ancora molto?
Riempito per metà cilindrico bicchiere, inghiottì un sorso d’acqua” (pag. 12)

“Attenta osservazione di minuscolo acquerello, appeso ad ampia parete di rinomata galleria d’arte, provocò l’emergere di molteplici ricordi, alcuni dei quali, non legati ad altri da nessi immediatamente riconoscibili, parevano essere affiorati senza motivo.
Il successivo dipinto avrebbe provocato analoghi effetti?
Occorreva provare” (pag. 15)

“Consultata l’edizione “minore” (l’unica al momento disponibile) di rinomato dizionario, non avendo rinvenuto un certo termine di non comune uso, condotta a buon fine laboriosa manovra, poté leggere su elettronico schermo la definizione oggetto della sua ricerca.
Ritornato a scrivere, resosi conto del fatto che quel vocabolo non era il più adatto, decise, senza necessità di ulteriori consultazioni, d’impiegarne un altro” (pag. 18)

“Occupato comodo sedile posto di fronte ad ampio specchio e a marmoreo lavabo, rispose, con concisa cortesia, ad altrui solerte richiesta. Le (necessarie) operazioni di taglio e lavaggio della sua folta chioma si sarebbero protratte troppo a lungo?
Avrebbe raggiunto il non attiguo istituto di credito prima della chiusura?
Ritenendo poco opportuno disturbare l’attento lavoro di apprezzato parrucchiere, non manifestò la propria fretta e, chiusi gli occhi, quasi si appisolò” (pag. 25)

“Osservato lo schermo di elettronico termometro, prese atto del basso livello della temperatura esterna: aperto ampio cassetto, non avendo trovato utile accessorio, percorse rettilineo corridoio e raggiunse ligneo armadio.
Condotta a termine parziale rotazione di rettangolare anta, rovistò all’interno di grossa scatola: poiché la ricerca fu infruttuosa, ritornò sui propri passi e indossò pesante giaccone.
Nell’atto di uscire, rinvenne (finalmente!), sul fondo di profonda tasca, morbido paio di guanti: non restava che indossarli” (pag. 27)

“Percorso lastricato vicolo, raggiunta ampia piazza, notò come foschi nembi fossero spinti dal vento verso ripidi rilievi montuosi.
Il ricordo di un antico adagio, imparato a memoria in tenera età, lo indusse ad affrettarsi: forse la proverbiale previsione meteorologica non si sarebbe dimostrata, almeno nell’immediato, attendibile.
Tale speranza, purtroppo, risultò vana” (pag. 29)

Nel libro è presente un solo testo redatto usando la prima persona, significativamente incentrato sul tema dell’informazione richiesta e non compresa, della carta topografica insufficiente, della direzione errata – si noti la parentesi che apre e chiude il testo:

“(Poiché articolata domanda mi venne rivolta in maniera imprecisa, chiesi ulteriori delucidazioni: non avendo ottenuto soddisfacente risposta, fui costretto a ripetermi.
Attempato individuo mostrò, allora, poco dettagliata carta topografica la cui consultazione si rivelò inutile: indirizzai, così, il non più giovane turista all’ufficio informazioni la cui sede era ben evidenziata sulla mappa.
Pronunciate parole di riconoscente ringraziamento, l’anziano viaggiatore scomparve imboccando tortuoso vicolo nella direzione sbagliata: il mio vocale, immediato, richiamo, evidentemente non avvertito, fu privo d’effetto)” (pag. 30)

“Poiché l’articolata sequenza di parole, appena scritta, non gli parve sufficientemente espressiva, dopo essersi servito, per cancellare, di arrotondata gomma, adoperò ancora (non appuntito) lapis: scontento, eliminò anche la nuova frase.
Una terza stesura l’avrebbe soddisfatto?” (pag. 33)

E una sola volta compare una figura femminile, essendo il soggetto agente in tutti gli altri testi maschile – o meglio, bisogna osservare, fatti salvi i testi in cui le forme pronominali sono inequivocabilmente maschili o nei quali sono presenti riferimenti certi a una figura maschile, potrebbe risultare un pregiudizio infondato pensare a un soggetto sempre maschile, ma la tendenza irrazionale della mente è quella di identificare l’autore con il soggetto agente:

“Premendo sagomato tasto, mise in funzione potente asciugacapelli il cui getto d’aria risultò piuttosto freddo.
Poiché non poche gocce d’acqua scivolavano lungo la folta capigliatura, appoggiato spento fon su marmorea mensola, adoperò spugnoso asciugamano per porre fine al fastidioso inconveniente.
Ritornata di fronte ad ampia specchiera, riacceso l’elettrico apparecchio, ottenne, modificando la posizione di dentellata rotella, un flusso più caldo che le consentì di dare inizio, con l’aiuto di alcuni bigodini, alle laboriose operazioni di messa in piega.
Ripetuto trillo proveniente da (non attiguo) telefono venne ignorato” (pag. 35)

“Superata ampia soglia di confortevole appartamento, appeso a ligneo attaccapanni elegante soprabito, estrasse da cartaceo contenitore appena acquistato volume e appoggiò il medesimo, dopo averlo liberato da trasparente pellicola protettiva, sulla bucherellata superficie di antica scrivania.
Un ripetuto trillo, che lo indusse ad aprire cigolante portoncino e a permettere il non gradito ingresso di addetto al controllo dell’impianto elettrico, provocò il rinvio della prevista consultazione d’interessante indice” (pag. 41)

“Versate alcune gocce di liquido detergente su cartaceo fazzoletto, strofinò con delicatezza il lembo imbevuto su ambedue le lenti (subito accuratamente asciugate) d’indispensabile strumento ottico: la pagina scritta, ora, appariva più nitida.
Allampanato individuo (che aveva premuto più volte il pulsante di elettrico campanello) invitato a entrare e a sedersi su comoda poltroncina, fu gentilmente ascoltato: gli occhiali da lettura, al momento inutili, vennero appoggiati sulla vitrea superficie di basso tavolino.
Mentre prestava attenzione alle altrui parole, non poté fare a meno di notare come l’impronta di un polpastrello, impressa sulla lente sinistra, avesse in parte vanificato l’opera di pulitura poco prima portata a termine” (pag. 45)

Proprio la descrizione minuziosa e flemmatica di minime azioni ingenera una sottile inquietudine o la sensazione che tali azioni siano sospese nel vuoto; talvolta sembra che gli apparecchi elettrici o elettronici, le circostanze più usuali, i luoghi più abituali, gli oggetti anche semplici si sottraggano al controllo del soggetto, il quale, puntigliosamente descrivendo (tratteggiando), in apparente suo dominio sulle circostanze e/o sugli oggetti, in verità svela, se non la conflittualità tra mente e realtà a essa esterna, i punti e i momenti di frizione tra una necessità o un desiderio e la messa in opera di quella necessità o desiderio – il libro viene così a essere anche, con tecnica quasi puntillista, un referto del nostro esistere che rende omaggio nei temi e nello stile non solo a Calvino, ma anche a Georges Perec, a Francis Ponge, direi pure ai Mikrogramme di Robert Walser e che mi richiama alla memoria un fotografo come Thomas Ruff la cui immagine nitidissima s’apre a una metafisica dell’oggetto e del luogo (senza sacralità né escatologia di tipo religioso, intendiamoci) o al pittore celebrato da Sebald Jan Peter Tripp. E non si trascuri il fatto che nei nostri anni l’iperrealismo nelle arti figurative vuole indagare l’assurdo e l’inquietante celato nella quotidianità, senza che noi si dimentichi, ripeto, l’umana, cordiale, sottilissima ironia che Marco Furia affida alla sua sorvegliatissima scrittura.

Marco Furia, Tratteggi, Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona ottobre  2017, collezione Limina.

 

Jan Peter Tripp: Stilleben mit Messer, 1993.

 

 

 

(Segnalibri): Carnet de la Langue-Espace d’Yves Bergeret

 

Ugo Mulas: “Alberto Giacometti nella sua sala alla XXXI Biennale d’Arte di Venezia”, 1962.

 

Nel segnalare il Carnet de la Langue-Espace di Yves Bergeret, vero grande opus in fieri che con la sua sola presenza nell’universo caotico e spesso egotico della “rete” fa riacquistare fiducia in proposte (pochissime, in verità) serie e meditate, mi piace rimandare il lettore non superficiale all’articolo più recente: “René Char en Chine“.

 

 

Dire Napoli: su due libri di Francesco Filia

La scrittura di Francesco Filia possiede, a mio parere, caratteri di forte interesse e d’indiscutibile serietà sia progettuale che contenutistica e stilistica perché essa, ponendosi nella prospettiva di volersi confrontare con una precisa realtà sociale, storica, politica e urbana, è in grado di proporre persuasive prospettive sia etico-politiche che estetiche e stilistiche.
La mia idea d’intitolare quest’intervento “dire Napoli” vuole rimandare, infatti, a un preciso concetto: se è vero che entrambi i libri di cui intendo scrivere (La neve, Fara Editore, Rimini, 2012, La zona rossa, Il Laboratorio/le edizioni, Nola, 2015) hanno come centro focale Napoli, i suoi abitanti, i suoi luoghi, alcuni eventi legati alla città partenopea, è anche mia convinzione che, in questo modo, Filia riesca a parlare, in poesia, dei nostri anni, di noi, delle nostre attese e delusioni, dei nostri entusiasmi e slanci e ribellioni, della politica, delle spaccature sociali in atto: e senza cadere nel cronachismo, né nell’enfasi retorica, né nel folkloristico e tanto meno nel luogo comune. Francesco Filia pensa alla poesia come a una strutturazione complessa e rigorosa del pensiero e di conseguenza del testo al cui interno, senza sbavature dell’espressione né sentimentalismi né derive psicologistiche, le persone, le cose, i fatti sono presenti investiti dalla luce coraggiosa e rigorosa del pensiero.
Ci saranno, arguisco, quali sostrati fecondi e nutrienti, e la preparazione filosofica di Filia e lo studio insistito di autori come Ermanno Rea, Roberto Roversi, Franco Fortini, Paolo Volponi, Pier Paolo Pasolini, il solido e nobile retroterra della cultura partenopea e meridionale (l’appassionato studio degli scritti di Pietro Giannone, di Francesco De Sanctis, di Benedetto Croce, di Antonio Gramsci, di Gaetano Salvemini, di Bertrando Spaventa, di Antonio Labriola e potrei ancora continuare), in ogni caso è presente una concezione della scrittura poetica matura e precisa, per me capace di dare un contributo al fine di liberare la poesia italiana contemporanea dalle pastoie dolciastre e avvilenti del soggettivismo e del dato esclusivamente privato; qualunque cosa in contrario se ne dica, Francesco Filia è convinto che la scrittura possegga una dimensione etica e politica cui essa non può né deve sottrarsi.

1. Coerentemente La neve si articola, allora, in trenta “frammenti”, cioè in trenta testi (nella quasi totalità non più ampi di una pagina) la cui misura metrica è il verso lungo di un numero variabile di sillabe; non si pensi tuttavia che il risultato stilistico consista in testi tendenti al discorsivo o al narrativo, dal momento che un andamento armonioso ed elegante del discorso (non estetizzante, però, tengo molto a sottolinearlo) , l’enjambement frequente e spesso anche molto marcato e la punteggiatura costruiscono l’architettura rigorosa e chiara di ogni componimento – e vorrei spiegare perché scrivevo “coerentemente”: se Francesco Filia vuol accogliere nella sua scrittura la Napoli contemporanea, egli sa bene che va a confrontarsi con una realtà labirintica, talmente complessa che richiederebbe (teoricamente) un poema dalle dimensioni enormi; il poeta scrive allora un poema di 30 frammenti all’interno del quale ogni frammento è in grado di accennare e rimandare alla complessità vertiginosa della città – d’altra parte Filia sa bene che il poema lungo e lunghissimo è una sfida forse ormai improponibile, benché non mi meraviglierei se Francesco mi dicesse che apprezza il Pound dei Cantos (per lo meno dal punto di vista della concezione dell’opera) o il Walcott di Homeros, oppure che segue con partecipato interesse il progetto del Faldone di Vincenzo Ostuni, che legge il Viaggio nella presenza del tempo di Giancarlo Majorino – scrivo questo perché cerco di riflettere su come la complessità della metropoli e della storia possa essere detta in poesia e perché voglio far comprendere a chi legge quali connessioni i libri di Filia abbiano con la poesia di questi anni e, nello stesso tempo, quali caratteristiche sue proprie.

(I frammento, Napoli 2007)

…noi siamo già quel che voi
sarete domani.

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista
se non nella bocca a nord del vulcano
nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia
che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza
ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa
e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa
fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati
dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada
dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro esitare.
E non ci sono di conforto i nostri sogni agitati in piena estate
lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre
il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi
si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso
vibrare, della luce che apre spazio tra palazzi e i nostri
incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo tra
risate e un colpo di clacson. Tra misericordia
e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio
è dentro le case. È tra la mano e il buio di stanze abbandonate
e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo
scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire
ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze
e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre
frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti
gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età
come chi dovrà morire sul serio.
(pagg. 15 e 16)

Il testo, d’ampia e articolata sintassi insieme con la misurata sinfonia del discorso, iniziandosi con l’immagine della neve (ovviamente evento eccezionale e rarissimo a Napoli), introduce e svolge il tema del “gelo”, del tutto in contrasto con l’immagine tradizionale d’una Napoli calda e assolata – “dire Napoli” significa dire anni durante i quali gli slanci e le passioni si sono ritratti e, appunto, congelati; ma la poesia interviene a chiedere conto di questo, a riflettere, con una capacità e con una peculiarità che mi sembra derivarle dai Presocratici per un lato, dagli Illuministi dall’altro, sugli aspetti più sfuggenti del reale, imbastendo in forma di canto un atto conoscitivo.

(VI frammento, Napoli 2007)
Il corpo di Napoli

La pioggia gronda dai palazzi lungo le strade, fino a valle
portando con sé un omissis di parole e pupille graffiate dall’aria.
Ci aggiriamo per trovare quel che abbiamo perso…un centesimo
caduto da tasca o il più remoto dei nostri ricordi, il luogo
dove batte il cuore di ogni cosa dove si riflettono
i nostri volti nell’acqua, immobile, di questa pozzanghera.
Gli occhi si sgranano falcata dopo falcata e il vento
entra dentro, fino alle lacrime e allora saprò che in questa notte
non avrò fratelli nell’ultima fuga d’amore e panico ma solo
l’allungarsi dei passi su gradoni bagnati, tra siringhe
e i due desideri impigliati nell’ultimo respiro del giorno.
Ogni gesto conduce a questo gelo di piazze senza nome
a un orrore di statue erette da millenni
alle nostre sagome impresse sul selciato a queste braccia
che ti chiedono di non abbandonare una terra di colline
e radici, marce, di non aspettare che sia troppo tardi
per dire: “Sì!”
Di ascoltare il rumore sordo di questi vicoli, il sottofondo
d’imprecazioni e vite ostinate, di fissare il niente e il suo contrario
negli occhi del ragazzo che ti punta la pistola al petto e
solo allora potremo dire di esser pronti a rinascere, quando
non ci guarderemo più alle spalle o quando finalmente
non avremo paura di dire: “addio!”
(pag. 21)

Già l’impiego ricorrente del “noi” e del relativo possessivo dichiara la volontà dell’io poetante d’immergersi dentro la collettività e testimonia del suo sentirsi appartenente a una comunità all’interno della quale gli individui hanno compiuto esperienze simili tra di loro; la ricorrenza del deittico “questo/a/i/e” esprime la volontà di riferirsi a situazioni, oggetti, pensieri, sentimenti prossimi; “mostrare” vuol dire, qui, usare la parola per porre la necessaria distanza tra sé e il reale al fine di poterlo comprendere, ma, nello stesso tempo, indicare l’indissolubile legame con quel medesimo reale e la forte pressione psicologica e intellettuale ch’esso esercita; e c’è, infatti, una frattura tra ciò che si era e ciò che si è diventati, nel libro tale frattura-cesura-puntodisvolta è la sera domenicale del terremoto che sconvolse l’Irpinia e che fece sentire i propri effetti anche a Napoli:

(X frammento, Napoli 23 novembre 1980)

Abbiamo visto il palmo delle mani sporco di ruggine
dopo aver percorso le scale a due a due
aggrappandoci alla ringhiera quasi divelta saltando
gli scalini spaccati. Dopo nelle piazze e nei parcheggi
abbiamo sentito il gelo riempire il vuoto e il silenzio
il mormorio di coperte avvolte sulle spalle
dei falò sulle scalinate di chiese e fontane.
Non avevamo capito che il terremoto era appena
iniziato, che avremmo dovuto aggirarci in un fragore
di tubi Innocenti e siringhe di cemento armato
di lavori in corso e doppi turni. Checco o’ cecof
mi chiamavano alle elementari, per gli occhiali,
alcuni scherzavano altri picchiavano, io
mi difendevo a denti e graffi e calci nelle palle.
Ci prendevamo a mazzate al’uscita della scuola
rubavamo qualcosa nei negozi evitando i calci
in culo e i chitemmuort, tornavamo urlando
o tacendo mentre nei vicoli teste affioravano
dai muretti di contenimento, come alieni, armati
di lacci emostatici e siringhe. Altri sparavano
qualcuno moriva qualcuno si arricchiva.
Abbiamo imparato di nuovo a contare da zero
ad avere un nuovo prima e dopo come fosse
un’altra nascita di cristo come lo era stato prima
il colera o la guerra, per chi se la ricordava. Ma
da allora, veramente, dalle sette e trentaquattro di quella
domenica sera, lo giuro, io, non ci ho capito più niente.
(pag. 25)

La poesia di Francesco Filia attraversa con sguardo diretto e vigile il mondo urbano, ne cancella le eventuali sbavature folkloristiche o di maniera (Napoli, riconoscibilissima, può essere qui anche qualunque altra metropoli contemporanea), ne prende in considerazione le interconnessioni tra spazio urbano e mondo interiore dell’individuo, tra interazioni sociali e pensiero, tra collocazione storica della comunità e assunzione di consapevolezza da parte della stessa. Mi sembra, la presente, poesia di chi cammina per la città e fa del proprio camminare un atto conoscitivo (da qui, anche, la necessità di una scrittura dalle ampie campiture sintattiche ed espressive). E infatti:

(XV frammento, Napoli 2007)
Cose da fare

Attraversare l’angolo più buio del cortile senza
distogliere lo sguardo dal viscido di queste mura.
Uscire dall’ombra dei portoni entrare nella luce
che avvolge a mano a mano i palazzi, nel chiaro
scuro dei balconi nell’ocra delle facciate
nella pienezza dei volumi. Calibrare il ritmo
della falcata la sospensione dei passi e l’allungo
delle gambe. Costruire sillaba dopo sillaba
le strade che hai amato: vico delle fate a forìa
via belledonne a chiaia vicolo delle fiorentine via
ascensione vico giganti, o odiato, portarle con te
in ogni giorno di questa città camminare
sin dove una strada non è più città ma gioia
perduta, destino. Ricordare le persone
per le quali ti svegli ogni mattina ridere
ridere forte e urlare ancora più forte
fino alle lacrime. Gioire non di ogni piccola cosa
amare disperatamente il cielo che si muove lento
tra le dita e i tetti, la terra che brucia la pelle
trattenere il fiato chiudere gli occhi, riaprirli.
Rientrare nell’incubo.
(pag. 30)

L’emozionante catena dei verbi all’infinito restituisce con efficacia proprio il ritmo di questo camminare-pensare, camminare-dire, per cui si comprende bene come la scelta linguistica e stilistica costituisca l’efficacia del libro al di là delle tematiche affrontate – anche la strutturazione dei versi, scandita da una ricorrente e articolata punteggiatura (numerosi, molto espressivi ed efficaci i punti fermi in mezzo al verso, ma non si trascuri la presenza dei due punti, delle virgole) testimonia di una fiducia nelle possibilità espressive e nella solidità concettuale della lingua italiana, proprio come se (e questo spero vivamente) la lezione di Giambattista Vico e degli intellettuali che dettero vita alla Repubblica Partenopea, ma anche l’alta tradizione filosofica ed editoriale novecentesca fossero ancora vive e agenti.
Chi vive e si dedica al pensiero e alle arti a Napoli non può, infatti, ignorare tale nobile linea di discendenza, la qual cosa, però (e Filia ce lo dimostra concretamente) non esime dal dovere né dal volere fare i conti con la realtà della delinquenza organizzata:

(XVI frammento, Napoli 21 marzo 2005)
L’ultimo agguato

“Il filo dei pensieri si è spezzato alla penultima
svolta della strada, quando lo specchietto retrovisore
non riflette più il suo viso appoggiato alla mia spalla
ma la macchia di sangue che si allarga sul selciato oltre
il colpo alla nuca e i miei occhi sbarrati. Era già scritto
in questa morte venuta da lontano, nel giorno
in cui una fine e un inizio coincidono. Prima
ho dovuto seppellire un figlio morire con lui
e rinascere contro me stesso e la mia famiglia di re
dallo sguardo impunito dalla miseria rimossa
da una catena d’oro al collo.
Tutto si è compiuto sotto un telo steso in una strada
lontana dalle offese della mia infanzia, non sono
altro che cronaca cittadina e un numero tra i reati irrisolti.
Non sono morto per il passato che ho lasciato alle spalle
e che mi porto in questi occhi chiari in questa pelle scura
nella lucentezza dei miei zigomi alti nella camminata larga
e sfrontata che ho appreso da ragazzo ma per questo
domani che si addensa come un’acqua, che mi trascina a fondo
che non mi dà più tregua.”
(pag. 31)

Il libro è, anche, un bilancio generazionale, ai miei occhi in qualche modo l’epilogo in versi di Mistero napoletano di Ermanno Rea: ritornare e riconoscersi altro da quello che si sarebbe voluto diventare:

(XX frammento, Napoli 2007)

A volte si ritorna per capire se qualcuno o qualcosa
riconoscerà i nostri lineamenti ispessiti, la fosforescenza
che attraversò la nostra adolescenza, l’ardore
che avvampa le notti e le albe che ci ha reso
vivi, per specchiarsi nei vetri infranti del passato
nelle voci imprigionate tra marciapiedi e mura
per risolvere l’enigma che ancora ci divora per
capire che siamo, sempre, quel che non abbiamo
voluto, tra macerie che seguono i nostri passi
e una città che ci ha voltato le spalle.
(pag. 35)

E come dire Napoli, città sul mare, che, paradossalmente, Filia rappresenta chiusa in sé? Così:

(XXI frammento, Napoli 2012)
Intra moenia

Abbiamo sentito scorrere sotto il sangue delle unghie
la pietra tenace dei minuti, la città scolpita nel vuoto.
Il battito sordo dei vicoli ci afferra le caviglie ci assale
ancora una volta, ci lega a sé, ci tiene, insieme alla
superstizione di queste mura. Cosa avremo da opporre,
se non il rigore di una sottrazione, alla logica degli incroci
all’agguato di questi angoli morti alla vertigine di una curva
alla forza centrifuga che ci farà precipitare senza una protezione
senza un ultimo sguardo. La parete delle onde ci ricaccia
indietro, ci rinchiude nel carcere di questi vicoli,
la coltre dei tetti si abbassa fino a radere il suolo
in un’implosione di sguardi e respiri accennati.
La strettoia dell’orizzonte ci volta le spalle, come
un destino sbagliato, come la risacca dopo la marea,
come un mare, una madre.
(pag. 36)

L’atto del “voltare le spalle” da parte dell’orizzonte o della città o del momento storico è presente in questo e nel successivo libro, segnando così il momento della frattura e della svolta; si osservi come anche linguisticamente tale momento sia enfatizzato e caricato di significato tramite la catena di quattro similitudini delle quali le ultime tre sono fortemente assonanzate e variano soltanto per minimi spostamenti di suono (marea – mare – madre).
Sempre presente è la riflessione scevra da illusioni: “(…) Abbiamo confuso la minaccia di neve con / la sempre promessa e mai caduta manna, lo stesso / candore lo stesso deserto ma altro nutrimento altre / rovine, nessuna terra promessa / (…)” (XXII frammento, pag. 37);

“(…) / Il canto dell’uomo sul molo dice una gioia sconosciuta / un cambiamento inatteso, lento, come un’era geologica / nei fossili marini in cima alla collina. Verrà un vento straniero / e dirà chi siamo, gli strati successivi testimonierano / cosa abbiamo fatto, cosa è stato degno cosa no / (…)” (XXIV frammento, pag. 39);

(XXIII frammento, Napoli 2007)
Una riflessione

In attesa che i conti tornino, moriremo, lo sai
aspettando la risacca del nuovo giorno saremo
condannati a raccattare un’ombra che custodisca
i nostri passi, dal rumore di serrande abbassate.
In attesa che l’aria faccia di nuovo attrito
con la nostra pelle bruciata, con il respiro
soffocato di ogni cellula non potremo che annuire
al più lento dei nostri esitare, allo sbaglio
che sapevamo di compiere, che non abbiamo
evitato. Ogni gesto è il suo contrario come
un mai e un sempre, le due facce di un foglio
soffiato, del rumore e del silenzio, da due labbra
che non possiamo separare che non sanno
intonare neppure un tenue canto di morte che
non sanno più consolarsi con un lontano
c’era una volta…
(pag. 38);

(Ultimo frammento, Napoli 2010)

Quando sarò, veramente, disperato non parlerò più in
prima persona per dire…Aspetto il mio turno, che so
Non verrà mai!
Quante, quali parole mi serviranno per dire di nuovo
Nascita, morte, ancora…per sempre?
Quando la polvere si dirada restano
macerie e detriti, mura sberciate e la certezza che non è
rimasto nessuno per raccontarlo, ma solo silenzio e radici
rinate sotto l’ultima neve che cade…nera…Accecante
(pag. 45).

E in effetti la “neve” che cade non può essere che “nera” e “accecante” perché non valgono più i luoghi comuni dell’idillio e della rappresentazione tradizionale, ma il rovesciamento, il paradosso, lo scarto logico.

2. Anche La zona rossa pone la questione, in sede estetica, del realismo in poesia e della cosiddetta “poesia civile”; Francesco Filia conferma le proprie scelte espressive, non cade nella trappola della declamazione né in quella del descrittivismo o del cronachismo, usa la sintassi e il lessico secondo un’attitudine che continua a sembrarmi illuministica: la lingua ha forza per dominare il magma della realtà, essa è strumento e filtro, nel senso che essa fornisce al pensiero lo strumento tramite il quale relazionarsi con i fatti e il filtro per acquisire la distanza necessaria rispetto a quegli stessi fatti; Filia deve fornire forma convincente al tema del rapporto tra una generazione e il proprio tempo, deve esprimere in poesia l’urto tra una realtà impietosa e le attese di quella generazione – e tutto questo ha implicazioni non solo psicologiche, ma pure storiche e politiche.
Gli scontri tra i manifestanti e la polizia durante il Global forum del 17 marzo 2001 a Napoli (preludio ai fatti di Genova) fanno sia da sfondo che da motore alle storie di quattro amici alla soglia dei trent’anni – Marco, Andrea, Ciro ed Elena – ne scaturisce non un epos in cui i quattro ragazzi sono eroi, seppur sconfitti, che si ribellano al potere, ma in maniera non ingenua né approssimativa, bensì complessa e problematica, il referto di una sconfitta che investe più generazioni, lucida e amara constatazione la quale, però, non è il portato di un qualche scetticismo o pessimismo da parte dell’autore: il fatto stesso di mettere in scena gli scontri di piazza, di rappresentare pensieri e sentimenti di chi vi ha partecipato, il come metterlo in scena costituiscono l’attitudine di Filia a voler lucidamente comprendere e in tal senso mi appaiono valide le implicazioni storiche e politiche di questa scrittura dal momento che, scegliendo la scrittura in versi anziché il saggio o il reportage, Francesco immette la scrittura in forma d’arte dentro un discorso intorno al nostro presente, politico perché implica il nostro essere cittadini e responsabili di scelte politiche.
Strutturato in quattro parti (Corteo – un solo testo che funge da prologo -, Alba, Giorno, Tramonto), il lavoro ha caratteristiche sia del racconto in versi che dell’azione teatrale, in quanto i testi che narrano gli accadimenti di quel 17 marzo sono intervallati con monologhi dei quattro protagonisti e con analessi nelle quali gli stessi raccontano episodi fondamentali del loro passato; Filia crea in tal modo una struttura complessa capace di far trascorrere il lettore dal generale al particolare, dal presente al passato, dal dato fattuale a quello psicologico, giungendo così all’ultimo testo che, datato all’1 gennaio 2015, costituisce una prolessi rispetto all’intero corpo di composizioni o, come anche stavolta li chiama l’autore stesso, “frammenti”.
Cominciamo col leggere alcuni testi e proviamo poi a elaborare qualche riflessione:

Marco

II
Trent’anni sono la soglia oltre la quale
non andrò, spesso mi son detto
brucerò quello che rimane in fretta.
E allora questo costruire un furturo di libri
e ordinaria amministrazione il ripetersi
di un domani che non mi appartiene? Ecco
forse la soglia di questa ringhiera è
la decisione mai presa. Ma ora è tardi
e una pantomima di vita la protesta
di questi vestiti non alla moda gli slogan
da ripetere tra una risata e una finta
indignazione mi aspettano
oltre la porta, nell’aria già calda
di questo marzo mai così normale
mai così disperatamente sano e normale.
La vita ci accadde a velocità inaudita.
Ecco amici sto arrivando
a questo rito stanco al congedo
da quel che fu il nostro incanto.
(pag. 20)

Come ogni lettore constaterà, il monologo testimonia di una coscienza ben avvertita e di una personalità che sa bene di essere sul limitare di una soglia: la giovinezza (l’incanto) finisce e comincia il tempo, lunghissimo, della normalizzazione borghese; si riconosce una connotazione esistenziale marcata in questo poemetto, le quattro vicende narrate tramite pochi, ma esaustivi frammenti e che possiamo definire vicende “esemplari” nel più vasto contesto del corteo e degli scontri di piazza e del momento storico, posseggono l’indiscutibile complessità che ha ogni vita che si svolga sul piano privato, su quello professionale e su quello politico; Elena, con il suo erotismo consapevole e gioioso, è stata e in parte ancora è il centro di talune dinamiche all’interno del gruppo, ella è voce di uno dei testi meglio riusciti:

Ho peccato di felicità a volte, a molti
ha dato fastidio. Ho cercato d’esser
l’idea di un pomeriggio su una spiaggia
invernale mentre uno, dei tanti che mi
volevano, accarezzava le mie cosce. L’idea
di trovare me stessa nella precisione
di un tasto in una parola che fosse
la relatà che vedo, il fatto
che chiede a me proprio a me
d’esser detto d’esser salvato
dall’oblio di ogni insignificanza.
Cerco ancora d’esser fedele
a quel pomeriggio adolescenziale
al mio gesto di rifiuto verso una teoria
di amori facili, anche qui in quest’alba
all’uscita dal giornale, in questo taxi
che puzza di troppe vite andate
a male vado incontro a una notizia speciale
al sale di ogni cosa, al mio domandare.
(pag. 22)

Esiste continuità tra La neve e La zona rossa anche per quel modo di dire Napoli che torna a far riferimento “al cratere”, alla minaccia incombente che tiene in sospeso la vita della città da secoli – ricordo, per esempio, che l’artista agrigentina Rosa Barba ha girato e montato nel 2009 il film sul paesaggio vesuviano The empirical effect rintracciando all’interno di tale paesaggio le connessioni esistenziali, sociali e politiche tra la gente che vive lungo le pendici del vulcano e il vulcano stesso e lo scrivo per sottolineare come l’opera di Francesco Filia non sia isolata, ma s’inserisca in un discorso di riflessione intorno a una città finalmente liberata da infantili rappresentazioni folkloristiche o organizzate in chiave di una comicità snaturata della sua valenza più profonda e rivelatrice, critica e non compiacente.

Andrea

III
Sprofondare nel vortice della città scendendo
dalla collina nell’aria cristallina di un inizio,
cartina muta di luoghi da decifrare, il cratere
tra palazzi e spigoli in prospettiva attende
sterminatore silente, incombente. Lungo
il costone di vicoli e canali asfaltati
giungere al centro di qualcosa, le mani
della città stringono il collo il nostro
respiro soffocato, qualcosa che ci
precipita addosso, il nucleo dell’assedio
alle nostre vite. I cerchi concentrici
dei quartieri cicatrici che ci piombano
nel baratro di millenni, sepolti tra tufo
e reperti. Com’è vero che anche questa
verità è inutile. A ogni costo cerchiamo
un senso a questo annegare di marciapiedi
a un ripetersi di gesti, mani sopra le mani
tic e sguardi che pretendono una resa.
Com’è chiaro che nessuno di noi sopravvivrà.
(pag. 25)

– e, nell’analessi, nel salto indietro nel tempo, ecco un’altra rappresentazione della città stratificata e plurimillenaria:

(Vico Gerolomini • Andrea, 1995)

C’è qualcosa di radicato e arido
persistente ostinato come
la pelle di chi abita
queste strade da secoli, sterpaglia
nelle crepe di un acciottolato
dietro questa – sotto nel profondo –
apparenza di moto perpetuo
di pigia pigia senza fine.
Vuoto logico di un terrazzo aperto
su di un balzo di palazzi e voci rabbiose.
Le labbra si schiudono ancora nella gioia
di nominare le cose i volti arcigni lo spazio
che serra la gola
arcaica
come un rantolo di voce spezzato. Un grido
primordiale nelle pietre
nere di questo vicolo
perduto come quel viso mai più rivisto cercato
in questa città che continua
a crollarmi addosso da millenni.
(pag. 26)

Ciro, l’altro componente del gruppo di amici, che nei giorni del Global Forum deve vivere l’agonia del padre, si dirige, come gli altri, al corteo, o meglio “verso quel / luogo oscuro che non sarà mai nostro” (pag. 32), e, in polemica con Marco, dice: “Anche il rovesciar tutto è stare nel gioco / che rifiuti. Ora urlano, lo senti, anche per te” (pag. 33).
Arriviamo così a uno dei punti focali dell’opera:

Il contesto

I
“Né eroina né polizia.” Contro
cosa protestiamo contro chi
urliamo il nostro disprezzo
di generazione in generazione?
Il fallimento dei padri – le loro
nevrosi cadute su di noi
come una colpa – che hanno
perso e barato che hanno spergiurato
e credono di essere esempio.
Non c’è un ordine contro cui
lottare ma un’anarchia del potere
che ci fa fare ciò che vogliamo,
non desiderarlo. Memorie
di una nazione morta
diciamo tra noi ridendo
giocando un gioco di ruoli: l’artista,
il nichilista, l’impegnato, la giornalista
ma ognuno è di meno di più di una
forma rinsecchita. È la gloria di una resa.
(pag. 36)

Si constati la lucidità impietosa cui il poeta giunge qui: si consideri la chiara, asciutta forma espressiva. Il paradosso per cui è venuto meno “un ordine contro cui / lottare” e la verità di “un’anarchia del potere” si spalancano davanti ai protagonisti e al lettore – il contesto rende vano ogni slancio, rende parti di una commedia i ruoli sociali e professionali ricoperti, rinsecchisce la vita stessa, induce a una resa annunciata e inevitabile. Ma nel passato di Elena e di Andrea c’è la loro relazione sentimentale, in quella di Marco e Andrea la comune passione per la musica, incontrarsi durante la sfilata del corteo significa per gli amici ripensarsi alla luce del presente e nella proiezione verso il futuro (“E tu? Chi sei ora cos’è rimasto / vivo di te quale gioia ti possiede? O sei / morto anche tu il giorno in cui ne uscimmo / soli? Ma io rido. Rido. So / solo di essere viva di esistere / ed è già tanto. E tu E tu?” – pag. 41 – dice Elena rivolgendosi ad Andrea, in una consapevolezza tutta femminile d’istinto vitale e di accettazione della vita di contro alle spesso sterili elucubrazioni maschili).

Chiacchiere

“In fondo chiedevamo un ordine”.
Un dettaglio che ci salvasse da questo
cumulo di eventi impazziti, l’accelerazione
della nostra mente contro il muro di strade
e scarti di vicoli ciechi: “Cos’è quel montare
improvviso che sentiamo dal profondo
delle viscere? Quella rabbia atroce
che divora se stessa?” La maledizione
di chi almeno una volta ha voluto capire
lo stridio che lo fa stare al mondo
la stessa forma che tiene inerme i nostri
discorsi le nostre parole spezzate le urla
inconsulte di gioia. “Rinchiusi nel carcere
di camere dove un pomeriggio d’inverno
siamo stati segnati una volta per sempre
da un enigma non risolto,
da un gioco andato storto.
Senza guardarci intorno
a questo nulla di transenne e strade”.
(pag. 43)

Piazza Municipio

I
Un solo un unico immenso vortice
di teste e corpi tra cantieri infiniti
della metro e cespugli radi di birra e piscio,
l’umanità di tossici e barboni è scomparsa
– per quest’evento di inferriate e plexiglas
proiettili che rimbalzano sull’asfalto
e strie di gas e lacrime nell’aria –
come testimoni non graditi, occhi
che non vedono nel loro estremo
gran rifiuto se non il cuore
di ogni gesto, l’essenzialità di ogni
rapporto la catena
che ci tiene in vita, in morte. Dall’alto
di quest’impalcatura tutto è più vero
necessario come lo stormo di rondini
che ogni sera volteggia sulla piazza,
ogni singolo movimento atomo di un istinto
ancestrale tassello di necessità rivela
ciò che siamo: frazione di tempo ingoiata.
(pag. 44)

M’interessa molto la prospettiva “dall’alto / di quest’impalcatura” – Filia impiega quest’immagine per riaffermare la necessità di una distanza rispetto ai fatti, distanza che aumenta la consapevolezza e la possibilità di comprensione; è il tema dello sguardo che qui si sviluppa per nuclei contrapposti (il caos rappresentato nella prima parte del testo e lo sguardo che, in quel caos coinvolto, possiede una visuale limitata e fallace – la prospettiva dall’alto, ben più oggettiva e completa nella seconda parte), tema il quale funge da preludio all’intero lavoro, visto che i singoli testi successivi si articoleranno proprio secondo prospettive soggettive o generali: la scrittura scandaglia, il suo stesso essere forma chiara, asciutta, precisa ne esprime la funzione di strumento d’indagine volto alla comprensione delle cose.

II
La folla avanza travolge, la zona rossa è lì
oltre il faccia a faccia con la prima linea
dei poliziotti. È lì cupa inaccessibile.
Quale tesoro giustifica questo rito
di forze contrapposte il fuggi fuggi
e le ondate successive di corpi
nuvole di gas, lacrime e bossoli, angeli
che fendono la folla con i bastoni del giudizio?
Sgominati chi cade dispersi arresi le mani
alzate e i pugni in faccia, chi è catturato
e annega nel sangue del proprio viso.
Andrea scivola arranca nella polvere
gli sono addosso muta di cani da presa.
Marco controcorrente lo raggiunge ma
è tardi. Il buio di un trauma improvviso si
squarcia sul fondo di una camionetta nell’acre
odore di lacrimogeni e bossoli, come ultimi
fuochi di questo rito sacrificale.

Il termine “rito”, ovviamente non casuale, la consapevolezza che le cose non possono evolversi in maniera diversa se non confermando l’impossibilità di entrare nella zona rossa, se non con i pestaggi e gli arresti da parte della polizia, tutto questo conferma che non un’epica della rivolta andiamo leggendo, ma di un “rito sacrificale”, o anche di passaggio, forse necessario in una società apparentemente libera e democratica, ma che, anche a livello macroscopico, perpetua primitive dinamiche secondo le quali il potere, indefinibile e inafferrabile, riafferma sé stesso “cupo inaccessibile”, mentre la generazione dei figli tenta una ribellione che sarà comunque sedata e ricondotta alla “normalità”.
E se per il testo a seguire Francesco pensava alla celeberrima riflessione di Pasolini intorno all’estrazione sociale dei poliziotti e anche al carabiniere Placanica e a Carlo Giuliani (l’uccisione del manifestante sarebbe accaduta pochi mesi dopo i fatti di Napoli), non mi meraviglierei:

“Celerino assassino”

Siamo altro da questo slogan. Compatti
il sangue adrenalina casco e testa
tutt’uno braccio armato nessun mezzo
né strumento ma un’unica necessità
che marcia il tempo dello scontro
battendo su manganelli e scudi
che si abbatte su teste e corpi spalla
contro spalla fratelli a guardia di un ordine,
che voi intravedete dietro le mie spalle,
di cui non so nulla. Io eseguo, a volte
mi piace a volte no. Il prezzo da pagare
è questo, ora abbiamo in dotazione
anche la pazienza di aspettare un gesto
di troppo o un punto debole
su cui infierire. È così che si fa!
Panico per punire chi come questo
povero stronzo mi cade tra gli anfibi
e non resta che caricarlo, rumore sordo
l’impatto degli elmi armatura ossa.
(pag. 47)

La struttura a più voci adottata dall’autore consente la necessaria pluralità di punti di vista e un’utile dialettizzazione di fatti e pensieri; La zona rossa assume più dimensioni che le impediscono di essere un catalogo di psicologie o un poemetto di propaganda politica.

Ciro esce dalla piazza
I
La piazza deflagra, esplosa
ci arriva addosso a velocità
inaudita il rumore precede l’urto
e non so da che parte andare non so
come schivare questo precipitare
di eventi, il dettaglio impazzito
di un manganello brandito e poi
nell’aria a pezzi scuoiata
e poi la lastra dei volti, li ho visti
lo giuro, precipitare
scivolare in un risucchio d’aria esploso
la camionetta che impatta
scheggiati disarmati fuggiti
tra scudi e divise lacrime
artificiali, il selciato si abbatte sul viso
mentre la strada scorre via sotto
la suola in un inciampo, in questo
arrancare verso un millennio
che si squarcia ingoiandoci.
(pag. 50)

L’epilogo ha luogo nella Caserma Raniero dove Andrea e Marco vengono condotti per essere intrerrogati e al fine di stabilire chi dei due abbia lanciato una molotov contro le forze dell’ordine; è qui che l’innocenza della gioventù trova la sua fine, qui, “in un luogo che non è di nessuno dove / si è nessuno, mosca in una goccia / d’ambra ed essere qui adesso / per sempre, quando il terrore ti attraversa / dalla nuca allo sfintere anale” (pag. 55), l’incanto deve spezzarsi, in un’atmosfera di tragedia annunciata e ineluttabile, nel ventre di una macchina inquisitoriale impersonale e spietata.

Caserma Raniero. L’ispettore

Voi due cosa pensate di aver fatto cosa
credete di aver cambiato se non
inguaiato la vostra vita e la mia giornata?
Ma ora saprete, saprete ciò che di voi
non volete conoscere la vera stoffa
che tiene insieme i brandelli della vostra
esistenza al di là delle chiacchiere,
in cui certo siete bravi. Basterà un gesto
uno sguardo un panico fuori controllo
e ciò che un giorno avete promesso
non riuscirete a mantenerlo, si strapperà,
non sarete più sfrontata rabbia giovane che
pur svanisce. Chi di voi mi dirà
di questa molotov si salverà.
Ecco cosa siete diventati
bambini che vorrebbero fuggire
dal mammone che si è rivelato. Ma non
potete. Solo chi di voi cederà al terrore
che lo tiene in vita chi implorerà, potrà.
(pag. 57)

In un tale articolarsi di voci La zona rossa sa restituire e la complessità d’una situazione e l’ambiguità della stessa: la poesia, per virtù di stile, si confronta con il reale senz’essere né declamatoria né prosastica, si conquista lo status di un bisturi che, impietoso, incide i luoghi del dolore per portare alla luce le radici stesse di quel dolore – senza voler cadere in un banale biografismo, osservo che Filia, nato nel 1973, era quasi trentenne nel 2001, per cui compie, con il suo libro, anche una discesa negli inferi della propria formazione intellettuale e politica, torna, negli anni di composizione della Zona rossa, e con gli strumenti della scrittura in versi, a riflettere su quella sua formazione – altri, prima di me, hanno sottolineato il significativo esergo tratto dall’Educazione sentimentale di Flaubert (“Non abbiamo mai avuto niente di meglio, dopo” disse Federico. “Già. Forse hai proprio ragione: non abbiamo avuto di meglio” disse Deslauriers):

Piazza Plebiscito – Primo Gennaio 2015

Non abbiamo avuto nulla di meglio dopo
è vero, ognuno di noi assiderato
in questo crepaccio di piazze e tempo
in un mutismo attonito, occhi
sbarrati che scrutano dal nulla.
Un rimorso, il soffio di un’altra vita
sfuggente, sfumata. L’artiglio dei giorni
che implodono uno sull’altro. Sembra vero
il brulichio di corpi nelle strade,
cataste senza nome di desideri e grida,
anche le nostre ombre, tra le infinite altre
scivolarono su questi ciottoli di pietra lavica.
Non rimarrà traccia del filo di luce
amore bellezza furore – non so
ancora come chiamarlo – che ci ha legati
l’uno negli occhi degli altri per un attimo,
per quella gioia mozzafiato. Ognuno
tradito, da se stesso e dagli altri. Ora
con devozione e calma non resta
che allargare i labbri della ferita
che ci tiene in vita, non resta
che inoltrarsi, silenti, nella resa.
(pag. 64)

Sta forse nel silenzio (concetto affiorante in modo discreto qui e pure nel libro precedente) il luogo e il momento del passo in avanti d’un’intera generazione; nell’immagine pregnante (“allargare i labbri della ferita”) si riconosce quella consapevolezza che, facendo tabula rasa di menzogne e d’illusioni, fa guardare negli occhi la resa, ma per acquisto di maturità e diventare adulti (veramente adulti) significa forse non mistificare il proprio passato (individuale e collettivo).

Spendo, infine, alcune parole sull’edizione della Zona rossa: il volume, con sovracopertina, copertina e le prime otto pagine e le ultime tre di colore completamente rosso, contiene acqueforti e acquetinte di Pasquale Coppola, la Prefazione di Aldo Masullo, le istruzioni per la lettura dell’autore e si configura come un pregevole progetto editoriale, comprovando per l’ennesima volta come, spesso, siano i “piccoli” editori, ormai, a proporre opere di poesia di valore sia dal punto di vista artistico che tipografico.

Tutte le immagini che corredano l’articolo sono fotogrammi dal film di Rosa Barba The empirical effect (2009).