Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: concatenazioni

Via Lepsius: Sul concetto di “scritto”

 

Pierre Tal Coat: Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).

 

Da gran tempo penso ai miei testi in termini di “scritti”, il che significa per me che li penso paesaggi della scrittura all’interno dei quali vengano a sciogliersi i confini tra poesia e prosa, tra testo d’invenzione e saggio, tra ritmo lirico e ritmo narrativo o speculativo.
Ogni “scritto” ha, nello stesso tempo, ambizioni d’eleganza stilistica e di rigore ermeneutico, d’inventività fantasticante e immaginativa e di disciplina di studio.
Uno “scritto”, essendo già di per sé paesaggio, si dispiega nella sua molteplicità di aperture e di soglie, è esso stesso continuamente soglia tra due o più spazi-paesaggio e, al proprio interno, possiede numerosi punti di transito con l’esterno (soglie permeabili e mobili, appunto).
Il gruppo di “scritti”, poi, si dà a vedere quale costellazione di tali paesaggi della scrittura, caratterizzati da emersioni e ri-emersioni d’idee, immagini, fatti, nomi e altrettanto ricchi di rimandi, accenni, allusioni, anticipazioni, perché dev’essere la vitale mobilità del pensiero, il pensiero nella sua necessaria mobilità a trovare nei diversi “scritti” la propria (mai definitiva, però) attuazione.
Ogni “scritto” dev’essere infatti una modulazione del respiro, e l’intendo in senso sia letterale che metaforico, così che ogni “scritto” presuppone e prepara il successivo, è paesaggiopaesaggi) in fase d’inspirazione e, al contempo, d’espirazione, è scrittura che cerca la propria durata – e non in senso temporale, bensì nel senso di ritmica del pensiero e di venuta a esistenza di quel medesimo pensiero il quale, di conseguenza, si articola, si dispiega, magari anche si contraddice o nega, ma sempre si muove e trascolora e screzia.
Ogni “scritto” è, dunque, un’andanza dentro il paesaggio ch’esso, pure, è, e queste andanze, scaturite ognuna per gioia intima ch’è sostanza stessa del pensiero, si possono chiamare anche stanze o sentieri di un poema in fieri, di un canto che inizia là dove inizia il respiro.

 

 

 

 

 

A Leopardi

 

Carlo Mattioli: Le ginestre, olio su tela, 1982.


 

 

In talune notti illuni e serene si scorgono le stelle rispecchiarsi nella curva dell’Arno. Si confondono col riflesso di lumi ancora accesi dietro qualche finestra: le cortine discoste ne permettono vaghissimo, appena percepibile toccare l’acqua mentre s’approssima alla foce.
Riverberare mobile, inesausto: figura vera del tuo pensiero. È materia pensante, Leopardi – tu l’hai saputo scrivere, è materia che sa pensare sé stessa, che scrive sé stessa percorrendo quegli spazi interminati, soglia al manoscritto, quell’albicante sponda di pensiero. E di canto.

 

 

 

 

 

Per Frie Leysen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Segnalibri) Italiani, brava gente? di Angelo Del Boca

 

 

Che noi Italiani NON SIAMO INNOCENTI dovrebbe essere un dato acquisito sia dal punto di vista della consapevolezza comune e della memoria nazionale, sia dal punto di vista storiografico.

Con enorme amarezza e senso di vergogna so che non è così. L’Italia continua a non voler fare i conti in maniera seria con il proprio passato colonialista e fascista.

 

 

 

“Sponda retica” di Fiammetta Giugni

 

 

 

Fa piacere ed emoziona vedere approdare tra le proprie mani una pubblicazione materiata da due fogli di sottilissimo e aereo cartoncino tagliati a mano, ripiegati a metà e cuciti sempre a mano in modo da ottenere un esilissimo libretto di poche pagine: in copertina è applicato un quadratino di carta lucida che riporta il particolare dell’opera completa, visibile all’interno nelle pagine centrali, anch’essa stampata su cartoncino lucido applicato a mano – si tratta della riproduzione di Terrazzamenti, carboncino su tela di Anna Mottarella, opera che dialoga con il testo poetico leggibile anch’esso nel libriccino intitolato Sponda retica, autrice Fiammetta Giugni, editore Gattili di Cologno Monzese.
Dopo molto tempo la carissima Fiammetta torna a pubblicare (seppure in edizione limitatissima) suoi versi e con grande piacere ne scrivo qui, da Via Lepsius.
L’opera di Anna Mottarella fa intuire che i terrazzamenti siano quelli dei vigneti che abitano la sponda retica, la Valtellina cioè che spesso è stata epicentro della poesia di Fiammetta Giugni e torna a esserlo in questo breve testo che celebra il coincidere tra forte presenza della natura, lavoro dell’uomo e tensione spirituale dell’uomo stesso e della poesia:

misericordie eterne
ha sparso la speculum justitiae
su queste balze ariose
dove i filari vitati vitali
disegnano horti conclusi
e fonti sigillate esplodono
in certe uggiose primavere
da misteriose polle
allagando invòolt e tabernae

– l’italiano, il prediletto latino e il suo dialetto valtellinese tornano a convivere anch’essi nei versi di Fiammetta e dicono di una presenza divina ed eterna (la speculum justitiae delle Litanie lauretane), di un disegnare (splendida scelta lessicale) che fanno i filari (si noti quel magnifico sintagma vitati vitalivitis non può non rimandare a vita, la linfa che scorre nei tralci per dare alla luce i grappoli che saranno poi trasformati in vino è energia naturale e anche divina) – e i filari disegnano giardini coltivati (i vigneti) che terrazzano un territorio impervio eppure finemente lavorato da secoli dai viticoltori, orografia che accoglie nel suo invisibile ventre l’acqua, a sua volta elemento vitale, ma pure, talvolta, minaccioso (i Valtellinesi lo sanno bene…) eppure irrinunciabile: ecco perché l’elemento naturale, il lavoro dell’uomo e l’appellarsi di quest’ultimo alla presenza del divino donano la peculiare intonazione a questa prima strofa.

e allora fuori prepunti ai balconi
quando passa la madre di tutti
(quella madre operosa che un dubbio gusto
clericale ha vestito di bianco e di azzurro
togliendo alla sua vesta
quel tanto di logoro e cenere
e quel blu stinto d’uva
nel quale riflettere il proprio grembiale)

Ecco: il senso del divino, che da sempre innerva la poesia di Fiammetta, torna a imporsi prepotente nel suo varcare epoche e culture, saldando, anche grazie a una lieve ironia, la spiritualità intimamente legata alla natura con la propria profonda cultura cristiana che non ha nulla di limitante e di escludente, ma che, anzi, si apre ad accogliere o a recuperare proprio quei segni provenienti dal mondo naturale (pagani, potrebbe dire qualcuno – ma non si dimentichi che pagus è il villaggio abitato da quella comunità che non ha ancora perduto la consapevolezza della propria filiazione dalla natura) e dal lavoro dell’uomo duro, talvolta, ma sempre inteso a coltivare sé stesso assieme ai filari che terrazzano costoni impervi, eppure accoglienti – e coltivare è fare cultura, mettere a coltura le parole significa tracciare filari di versi.