Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: concatenazioni

Immagini di Kavafis

 

Appartengo a una generazione che ama ancora, credo, il libro anche in quanto oggetto, il libro da sfiorare, annusare, rigirare tra le mani, il libro di cui considerare i caratteri di stampa e gli inchiostri. Molti poeti e scrittori sono per me legati, oltre che alla loro opera, al libro o ai libri nei quali ne ho letto i testi. Kavafis, per esempio, cui vorrei qui rendere un omaggio spero non scontato: ritrovo infatti il poeta alessandrino vivissimo nei suoi versi, ma pure nei volumi delle sue opere che possiedo e che sogno di possedere; per me Kavafis s’identifica inscindibilmente anche col libro (coi libri) delle sue poesie e con tre foto. Colui che ha cantato il piacere tattile e quello visivo mi spinge a ritrovare qualcosa di simile nel libro, percorrendo insieme con i suoi versi quell’Alessandria e quell’ecumene ellenofona che, nell’involgarimento dominante, si offrono quali paradigmi della capacità del fare artistico (soltanto sognata e velleitaria, irrealistica e passatista?) di riscattare la realtà.

Comincio col prendere in mano le Poesie segrete edite e tradotte da Nicola Crocetti, con una bella introduzione di Ezio Savino (Milano, 1985 e più volte ristampate, ma la medesima Casa editrice pubblica anche Le più belle poesie – 1993 – e Poesie erotiche -1983): copertina candida e ruvida (di un bel ruvido sul quale i polpastrelli delle dita indugiano spostandosi poi ad aprire il libro) e titolo in rosso. Apro il volume verso la sua metà: pagine di carta abbastanza rigida (il tempo avrà un bel daffare a eroderne le fibre robuste e ben connesse tra di loro, m’illudo) e bellissimi caratteri di stampa; il testo greco è nitido, elegante, direi che qui ritrovo gran parte della cura di scuola bodoniana per la stampa dei libri ed ecco: Kavafis è per me inestricabilmente legato anche alla scrittura della sua lingua, al greco stampato nei caratteri corsivi quali quelli che s’ammirano nelle bellissime edizioni di Oxford, delle Belles Lettres o della Fondazione Lorenzo Valla e nelle quali il testo dell’Antigone o dei frammenti di Alceo, per esempio, diventa un’opera d’arte di bellezza grafica, di sobrio equilibrio, di musicale andamento della stampa. Il piacere si moltiplica, allora, nel leggere Kavafis nella sua peculiare dimotikí e nel poter soffermare lo sguardo su caratteri alfabetici belli – credo non ci sia altro aggettivo possibile: belli, καλοί.
Sono molti i testi tra i quali scegliere, da quello in cui è protagonista un giovane Orazio durante il suo soggiorno ateniese che all’etera che lo ascolta estasiata dischiude “nuovi mondi di bellezza”, a quello in cui i Posidoniati, ormai dimentichi del greco, conservano un’unica festa ellenica per celebrare le loro radici, festa che si conclude sempre mestamente col ricordo della lingua perduta; oppure c’è il musicista Timòlao di Siracusa acclamato dal suo pubblico, ma sempre più insoddisfatto della propria arte e deluso da sé stesso; rileggo il seguente:

Επάνοδος από την Ελλάδα

Ώστε κοντεύουμε να φθάσουμ’, Έρμιππε.
Μεθαύριο, θαρρώ· έτσ’ είπε ο πλοίαρχος.
Τουλάχιστον στην θάλασσά μας πλέουμε·
νερά της Κύπρου, της Συρίας, και της Aιγύπτου,
αγαπημένα των πατρίδων μας νερά.
Γιατί έτσι σιωπηλός; Pώτησε την καρδιά σου,
όσο που απ’ την Ελλάδα μακρυνόμεθαν
δεν χαίροσουν και συ; Aξίζει να γελιούμαστε; —
αυτό δεν θα ’ταν βέβαια ελληνοπρεπές.

Aς την παραδεχθούμε την αλήθεια πια·
είμεθα Έλληνες κ’ εμείς — τι άλλο είμεθα; —
αλλά με αγάπες και με συγκινήσεις της Aσίας,
αλλά με αγάπες και με συγκινήσεις
που κάποτε ξενίζουν τον Ελληνισμό.

Δεν μας ταιριάζει, Έρμιππε, εμάς τους φιλοσόφους
να μοιάζουμε σαν κάτι μικροβασιλείς μας
(θυμάσαι πώς γελούσαμε με δαύτους
σαν επισκέπτονταν τα σπουδαστήριά μας)
που κάτω απ’ το εξωτερικό τους το επιδεικτικά
ελληνοποιημένο, και (τι λόγος!) μακεδονικό,
καμιά Aραβία ξεμυτίζει κάθε τόσο
καμιά Μηδία που δεν περιμαζεύεται,
και με τι κωμικά τεχνάσματα οι καημένοι
πασχίζουν να μη παρατηρηθεί.

A όχι δεν ταιριάζουνε σ’ εμάς αυτά.
Σ’ Έλληνας σαν κ’ εμάς δεν κάνουν τέτοιες μικροπρέπειες.
Το αίμα της Συρίας και της Aιγύπτου
που ρέει μες στες φλέβες μας να μη ντραπούμε,
να το τιμήσουμε και να το καυχηθούμε.

Ritorno dalla Grecia

Dunque, stiamo per arrivare, Ermippo.
Doman l’altro, credo; l’ha detto il comandante.
Almeno solchiamo il nostro mare:
acque di Cipro, d’Egitto, della Siria,
acque che amiamo, dei paesi nostri.
Perché sei taciturno? Interroga il tuo cuore:
più ci allontanavamo dalla Grecia
più gioivi anche tu. A che vale ingannarci?
non sarebbe degno di Greci, questo.

Ammettiamo la verità una buona volta:
siamo greci anche noi – cos’altro siamo? –
ma con amori ed emozioni d’Asia,
ma con amori ed emozioni
che lascian di stucco l’ellenismo, a volte.

Non è da noi filosofi, Ermippo,
rassomigliare a certi nostri sovranucci
(ricordi le risate quando quelli
venivano a visitare i nostri studi)
sotto il cui aspetto ostentatamente
grecizzato e (pensa un po’!) macedone
spunta ogni tanto qualche Arabia
o qualche Media mal dissimulata
e con che comici espedienti, poveretti,
s’ingegnano di non darlo a vedere.

Ah no, queste non son cose da noi.
A Greci come noi tali meschinerie non vanno.
Non proviamo vergogna, noi, del sangue
siriano o egiziano nelle nostre vene:
noi l’onoriamo e ne meniamo vanto.

(Traduzione di Nicola Crocetti).

Kavafis abita una città (Alessandria) la cui identità si situa ben oltre la propria mera collocazione geografica ed è stratificazione di tempo e il tempo stesso è spazio: il poeta si muove traverso tale stratificazione così come ci si muove per strade e per quartieri riconoscendovi le peculiarità della grecità (che, sia detto per inciso, in neogreco si dice Ρωμιοσύνη – Romiosyni – in quanto rimanda a Bisanzio custode dell’eredità storico-giuridica di Roma in un’interessante concatenazione anche etimologica tra l’Ellenismo alessandrino, la civiltà di Roma e la “seconda Roma”); tale grecità è perpetuarsi attraverso i secoli di un’identità capace di diventare sovranazionale e di diffondersi in territori vasti e distanti tra di loro. Ecco perché i filosofi di ritorno dalla Grecia si trovano a riflettere sull’interconnessione tra le loro origini asiatiche e la propria lingua e cultura, distinguendo tra certi ridicoli sovranucci “grecizzati” e sé stessi, Greci: è una questione di interiorizzazione reale e non di atteggiamento esteriore, di consapevolezza e non di moda. Kavafis stesso più volte ha percorso in nave la rotta Grecia-Alessandria d’Egitto, misurando così le distanze sia geografiche che storiche tra la madrepatria e l’Alessandria ellenofona, rivivendo dentro di sé l’esperienza della lingua (e di tutto il suo portato) come patria interiore (“ovunque tu andrai la città ti seguirà” è il concetto che il poeta esprime nella celebre lirica La città). Kavafis, come ogni poeta consapevole, abita infatti la propria lingua (può non essere un caso che Edmond Jabès, l’intellettuale-poeta che ha fatto dell’abitare la lingua e il libro un Leitmotiv della propria ricerca, fosse anche lui di origine egiziana?); la lingua viene amata e scavata, indagata e dispiegata in tutta la sua capacità espressiva.
Penso che questa mia idea (Kavafis-lingua, Kavafis-scrittura, Kavafis-libro) derivi pure dalla suggestione esercitata dal fatto che il poeta facesse stampare presso due tipografie di sua fiducia (la Lagoudakis e la Kassimatis-Jonás) i singoli testi che poi rilegava personalmente in smilzi fascicoli e che regalava. Cultore della bellezza, Kavafis avrà prestato particolare attenzione alla qualità tipografica della stampa, agli inchiostri scelti, per poi compiere un atto di generosità pura: regalare le sue poesie.
Esse, dopo assai complesse vicende editoriali, sarebbero diventate le 154 del cosiddetto Canone, ma nella sua casa di Via Lepsius ne rimanevano “nascoste” (krymména), vuoi perché inedite o, pur già edite, disconosciute, rifiutate poi dall’autore, molte altre, magari fascicolate sotto la dicitura “not for publication but may remain here”. Sono versi manoscritti tracciati con eleganza, veri codici e segnacoli del farsi della poesia, gli accenti grafici seducenti cadenze della scrittura-voce o si tratta a volte di fogli a stampa con interventi successivi autografi.

Nel volume di Crocetti sono contenute anche 10 tavole di Alékos Fassianós, riproduzioni di originali, mi sembra, a matita o a pastello nero: inconfondibile il tratto di Fassianós che ritrae spesso malinconici giovani dagli ampli toraci e, sullo sfondo, templi e il mare (onnipresente il mare).
Nelle librerie greche è facile trovare le edizioni di poesia della Casa editrice, Íkaros dalla severa copertina grigia o color senape con impressi sobri caratteri alfabetici maiuscoli; letteralmente intonse, occorre il tagliacarte per dividerne le pagine, schiuderne il prezioso contenuto. All’interno dei volumi, appena scostata la copertina, un’incisione a far da soglia alla raccolta poetica, o da viatico a un nuovo viaggio di lettore e di goloso contemplatore delle parole greche, molte vive (le si odono ancora anche sulla bocca della gente) da ormai tremila anni. Proprio la Casa editrice ateniese pubblicò quattro edizioni dei Ποιήματα prima di affidare allo studioso Geórgios Savvidis l’edizione filologicamente più attendibile e completa uscita nel 1963, centenario della nascita e trentennale della morte dell’Alessandrino.

La copertina dell’edizione datata 1991, ad esempio, offre un bel ritratto del poeta che (e lo stesso mi accade guardando anche le foto di Pessoa e di Benjamin) mi colpisce sempre per quegli occhiali dalle lenti tonde, che immagino trasparentissime e che hanno la montatura marcata, necessitata da una miopia accentuata dalle intense letture. E tra le altre cose: Pessoa e Kavafis, due poeti tra i quali un eventuale sodalizio avrebbe dato vita a chissà quali risultati letterari. Si sarebbero incontrati su di una nave diretta negli Stati Uniti, Konstantinos Kavafis e Fernando Pessoa, sul finire dell’ottobre del 1929, separandosi però all’arrivo a Londra in quanto, raggiunti dalla notizia del crollo di Wall Street, entrambi avrebbero rinunciato a proseguire il viaggio per ritornare nelle rispettive città. Nel 2008 il regista greco Stelios Charalambopoulos ha girato un film-documentario intitolato La notte in cui Fernando Pessoa incontrò Costantino Kavafis seguendo le tracce del diario di Stavros Karpoupolos, l’emigrante greco che fu tramite e testimone dell’incontro a bordo della nave “Urania”.

E accennavo a tre fotografie: in una di esse Kavafis è la figura esile ed elegante seduta sulla poltrona in una stanza che potrebbe essere quella della sua casa alessandrina e che ci guarda da dietro le lenti degli occhiali con due occhi miti e dolci; in un’altra, scattata per il passaporto, di nuovo colpiscono gli occhi dietro le lenti tonde nella montatura di tartaruga, il viso smagrito e timido, impeccabile la cravatta; infine l’anziano volto, la bocca segnata da una profonda piega amara e la grande sciarpa attorno alla gola perché questo è l’ultimo ritratto fotografico del poeta, quello che suggerisce il male appalesatosi nel suo corpo.

Leggendo Kavafis si dischiude Alessandria assieme alla Grecia e al Mediterraneo: nella madrepatria egli è ancora conosciuto come “l’Alessandrino” e veramente Kavafis sembra essere l’erede diretto e degno così di Callimaco come degli altri grandi Alessandrini, orgoglioso assertore di un panellenismo fondato sul culto della bellezza e del sapere, sentimento di un’appartenenza che non esclude, ma include, si diceva. Ecco, per esempio:

 

 

 

 

Εν Πόλει της Oσροηνής

Aπ’ της ταβέρνας τον καυγά μάς φέραν πληγωμένο
τον φίλον Pέμωνα χθες περί τα μεσάνυχτα.
Aπ’ τα παράθυρα που αφίσαμεν ολάνοιχτα,
τ’ ωραίο του σώμα στο κρεββάτι φώτιζε η σελήνη.
Είμεθα ένα κράμα εδώ· Σύροι, Γραικοί, Aρμένιοι, Μήδοι.
Τέτοιος κι ο Pέμων είναι. Όμως χθες σαν φώτιζε
το ερωτικό του πρόσωπο η σελήνη,
ο νους μας πήγε στον πλατωνικό Χαρμίδη.

Traducono Nelo Risi e Margherita Dalmàti:

In una città dell’Osroene

Da una rissa all’osteria, ieri, verso la mezzanotte
ci riportarono l’amico Remone ferito.
Per le finestre spalancate il suo bel corpo
adagiato sul letto prendeva luce dalla luna.
Noi siamo qui un mosaico: Siri Greci Armeni Medi.
Remone è come noi. Ieri però che il suo viso
amoroso stava nella luce della luna, subito
il nostro pensiero andò al Carmide di Platone.

Vengo infatti a parlare dei due volumetti della bianca di Einaudi, prima le Cinquantacinque poesie (Torino, Einaudi, 1968) e poi le Settantacinque poesie (ibidem, 1992), tradotte da Nelo Risi e dalla compianta Margherita Dalmàti. Risi  racconta la tecnica di traduzione impiegata: la Dalmàti (la “veggente” come lui stesso la definisce) approntava una traduzione il più possibile letterale e Risi interveniva poi sulla forma italiana, non senza aver teso l’orecchio alle peculiarità lessicali, sintattiche e ritmiche presenti nel testo originale; tale lavorio conduceva attraverso almeno quattro successive versioni del medesimo testo puntigliosamente vagliate dai due co-traduttori alla stesura definitiva.

Noi tutti conosciamo i volumetti della Collezione di Poesia, dal bianco caratteristico della copertina ai caratteri nerissimi e inconfondibilmente “einaudiani” sia nelle minuscole che nelle maiuscole; i caratteri greci non indulgono a vezzi di alcuna sorta e, nella loro severa perspicuità, ci ricordano gli anni in cui traducevamo dal greco al Liceo e nei nostri libri di testo leggevamo i medesimi caratteri alfabetici dalla stessa accademica serietà. Diventa una sorta di gioco spiare i cambiamenti di desinenze e di forme tra il greco che apprendemmo sui banchi di scuola e quello di Kavafis, riconoscervi decine di parole completamente nuove e molte altre immutate, ma, soprattutto, entusiasma pensare a quale immane patrimonio lessicale fosse a disposizione del poeta alessandrino, a quale stratificazione anche semantica egli abbia potuto attingere. Una sorta di geologia della lingua (lo “scavare” cui accennavo poc’anzi), non per riportare alla luce fossili, ma, ribadisco, per muoversi dentro il tempo che è anche spazio riecheggiante di parole vive nell’intrecciarsi di figure e di vicende. Per questo motivo mi soffermo su una delle liriche di Kavafis che più amo: Ionica. In questa lirica il magistero poetico di Kavafis tocca uno dei suoi vertici, per cui non si stenta a credere a quanto Ceronetti scriveva in una sua raccolta di traduzioni di alcuni anni addietro (Come un talismano, Milano, Adelphi 1986), raccontando di aver sentito il bisogno d’impararla a memoria. La lirica sembra esprimere i sentimenti di quanti tra di noi, ancora, amano la Grecia insieme con la sua arte e cultura e credono nella presenza necessaria e irrinunciabile di quel mondo nella propria contemporaneità. Di Ceronetti la versione che segue:

Terra ionica

E sradicati i loro simulacri
dai loro templi li scacciammo. Eppure
non fu morire, questo, per gli Dei

Perché t’amano ancora, o terra ionica,
perché in loro, ombre, è la vita
del tuo ricordo, ancora

d’agosto, quando il mattino t’irrora,
l’impeto di energia vitale che ne emana
nel tuo respiro tutto si travasa;
e a volte di una forma indefinita
di adolescente rianima i tuoi colli
l’essenza, che li percorre
vertiginosa.

Guido Ceronetti ha curato per Adelphi una scelta dall’opera kavafisiana: Un’ombra fuggitiva di piacere (Milano, 2004). L’edizione ha il classico formato e la sobria, conosciutissima grafica dei volumetti della Piccola Biblioteca, ma s’impone soprattutto per le traduzioni sempre personalissime e per i due testi dello scrittore piemontese che chiudono il volume, una sorta di brevi apologhi sul suo rapporto con la poesia di Kavafis. Balugina qui il poeta, ormai gravemente ammalato, quasi del tutto afono, nella sua casa alessandrina che legge e scrive alla luce delle candele: l’elettricità è arrivata in tutta Alessandria, ma nell’appartamento di Via Lepsius 10 la vita si svolge tra penombre, pesanti tendaggi alle finestre, fiammelle di candele e lampade a petrolio, in una sorta di ascesi dello sguardo che più profondo può discendere dentro l’anima, nella memoria e indietro lungo la storia. Così come il legno e la pietra, la fiamma della candela è viva e calda, non aggredisce lo spazio, permette all’ombra di addensarsi sfumandosi in aree ora più chiare, ora più scure, s’allea con il silenzio, reagisce ai soffi d’aria.
Trascelgo qui la lirica in cui si lamenta l’insanabile ferita inferta dal passare del tempo:

Μελαγχολία του Ιάσονος Κλεάνδρου·
ποιητού εν Kομμαγηνή· 595 μ.X.

Το γήρασμα του σώματος και της μορφής μου
είναι πληγή από φρικτό μαχαίρι.
Δεν έχω εγκαρτέρησι καμιά.
Εις σε προστρέχω Τέχνη της Ποιήσεως,
που κάπως ξέρεις από φάρμακα·
νάρκης του άλγους δοκιμές, εν Φαντασία και Λόγω.

Είναι πληγή από φρικτό μαχαίρι.—
Τα φάρμακά σου φέρε Τέχνη της Ποιήσεως,
που κάμνουνε —για λίγο— να μη νοιώθεται η πληγή.

Malinconia di Iason di Cleandro
poeta in Commagène (595 d. C.)

Oh l’orribile squarcio di coltello!
Il mio corpo, la mia figura invecchiano!
Non ho la forza di soffrirlo. E a te ricorro,
che a volte medichi, arte di Poesia;
stordiscimi
per mezzo dell’Immagine sonora,
tanto dolore.

Oh l’orribile squarcio di coltello!
I tuoi rimedi, subito, Poesia:
darò un poco, alla piaga, di torpore.

Posseggo poi l’edizione italiana completa delle 154 poesie, la mondadoriana curata e tradotta da Filippo Maria Pontani; mi piacerebbe trovare quella elegante nella sua copertina cartonata e rilegata con sovraccoperta dello Specchio (1961) che molti anni fa consultai nella biblioteca dell’Università in cui studiavo; devo accontentarmi dell’edizione in brossura degli Oscar. Non particolarmente bella dal punto di vista tipografico quest’ultima e stampata su carta poco attraente, essa vorrebbe proporsi come un’edizione “alla portata di tutte le tasche”, cosa che in effetti forse accade, ma ricordo che sia in Germania che in Francia si possono comperare bellissimi volumi (anche rilegati) a prezzi convenientissimi, essi pure “alla portata di tutte le tasche” e che non rinunciano a una qualità alta. Davvero meritoria l’opera di traduttore di Filippo Maria Pontani, esimio grecista e bizantinista, che ci offre tutto il Kavafis del Canone in versione italiana, benché Ceronetti, con una punta un po’ velenosa, definisca tale versione quella di un “ammirevole filologo ma non filologo-poeta: mette alla portata, non crea…”.
Certamente non per tutte le tasche, ma prezioso e irrinunciabile è il Meridiano dei Poeti greci contemporanei (Milano, 2010) curato con un amore ammirevole e con la nota acribia critica ancora da Nicola Crocetti e da Filippomaria Pontani: le sottilissime, si direbbe trasparenti pagine ci donano l’accesso all’universo poetico di autori tra i quali alcuni ben conosciuti in Italia, altri meritevoli di lettura e di approfondimento. Kavafis è uno dei perni, ovviamente, ma è salutare leggerlo all’interno dell’intensa galassia degli altri Greci del ‘900, vederlo collocato dentro una storia che ha visto la poesia greca fare i conti anche con il Nazismo e il Fascismo, impegnarsi nella lotta di liberazione e opporsi al regime dei Colonnelli, esprimere in maniera convincente, come non sempre succede altrove, i sentimenti corali di un popolo, come se il dire in poesia fosse ancora per i Greci un modo naturale e spontaneo di dire se stessi e il mondo.
Acquisterò presto il Kavafis di Paola Maria Minucci (Poesie d’amore e della memoria, Newton Compton, 2006) e di Lorenza Franco (Le mura intorno. 80 poesie interpretate da Lorenza Franco, Milano, La Vita Felice, 1998): la prima già conosco e apprezzo come traduttrice e commentatrice di Elytis in italiano, la seconda propone un’interpretazione e non una traduzione, cosa che conferma come un’opera poetica alta sia anche generatrice di esperimenti e ricerche, di imitations come Robert Lowell chiamava le proprie approssimazioni ai testi di altre lingue, seguito da Attilio Bertolucci che intitola appunto Imitazioni il proprio quaderno di traduzioni (“rubo questo titolo a Giacomo Leopardi e a Robert Lowell. Mi scuso, ma questo furto mi era necessario” scrive il poeta di Parma in limine al suo libro). Un’opera poetica alta provoca reazioni nelle lingue in cui viene tradotta, ne viola in modo fecondo la staticità, innesca continuamente interrogativi sul senso stesso e sulla prassi del tradurre.
“Mia ferma convinzione è che non di fedeltà si dovrebbe parlare bensì di lealtà. Il termine fedeltà connota guanciali, lenzuola e sotterfugi; il termine lealtà due occhi che fissando altri occhi dichiarano amore ammettendo un momentaneo tradimento. Sono stato leale alla tua altezza poetica, tradendoti qui e qui e qui: l’ho fatto per restare il più lealmente possibile alla tua altezza. Questo è ciò che dico ogni sera ai poeti vivi e morti coi quali cerco di intessere il dialogo poietico” chiosa Franco Buffoni nella premessa a Una piccola tabaccheria – quaderno di traduzioni (Milano, Marcos y Marcos, 2012).
“La vera traduzione è trasparente, non copre l’originale, non gli fa ombra, ma lascia cadere tanto più interamente sull’originale, come rafforzata dal suo proprio mezzo, la luce della pura lingua. (…..) Redimere nella propria quella pura lingua che è racchiusa in un’altra; o, prigioniera nell’opera, liberarla nella traduzione – è questo il compito del traduttore. In nome del quale egli spezza limiti annosi della propria lingua” riflette Benjamin nel saggio Il compito del traduttore (si cita da Angelus Novus, Torino, Einaudi, edizione ET saggi 2010) del quale isolo questo passaggio dal densissimo e stimolante saggio per ribadire una volta di più quanto la poesia e la lingua di Kavafis sappiano portare alla luce, traverso la necessità di essere tradotte, quella “lingua pura”, quell’ “integrazione delle molte lingue nella sola lingua vera” di cui parla Benjamin.

 

 

 

 

 

 

 

Interessanti le scelte di Michael Schroeder per la tedesca Suhrkamp intitolate l’una Gefärbtes Glas – historische Gedichte (Frankfurt a. M., 2001), l’altra Um zu bleiben – Liebesgedichte (ibidem, 1989) che consultavo tempo addietro in una biblioteca in Germania. Anche in questo caso i volumi hanno l’inconfondibile “marchio di fabbrica”: rilegatura cartonata, senza nient’altro se non l’indicazione di autore e titolo sul dorso e sovraccoperta di colore rosa chiaro per Um zu bleiben, bianco per Gefärbtes Glas e anche qui c’è la sottile fascia orizzontale e scura che attraversa la sovraccoperta e che rende immediatamente riconoscibile questo come tutti gli altri volumi della casa tedesca. Nell’interno della scelta di poesie d’amore trovo la riproduzione di tavole che David Hockney ha dedicato a Kavafis. Mi piace e mi seduce il fatto che il poeta fanariota sappia smuovere e ispirare anche la creatività degli artisti visivi, oltre che dei musicisti: Vangelis ha composto le musiche per il film diretto da Iannis Smaragdis nel 1996 sulla vicenda esistenziale e artistica del poeta, ma già Theodorakis aveva messo in musica testi dell’Alessandrino e recentemente Giórgios Daláras con il Wiener Kammerorchester e la Wiener Singakademie ha dato vita a “The Kavafis Project”, complesso e vasto lavoro musicale e attoriale attorno all’opera del poeta.


Leonard Cohen da parte sua ha composto testo e musica di Alexandra leaving partendo da Il dio abbandona Antonio.

Απολείπειν ο θεός Aντώνιον

Σαν έξαφνα, ώρα μεσάνυχτ’, ακουσθεί
αόρατος θίασος να περνά
με μουσικές εξαίσιες, με φωνές—
την τύχη σου που ενδίδει πια, τα έργα σου
που απέτυχαν, τα σχέδια της ζωής σου
που βγήκαν όλα πλάνες, μη ανωφέλετα θρηνήσεις.
Σαν έτοιμος από καιρό, σα θαρραλέος,
αποχαιρέτα την, την Aλεξάνδρεια που φεύγει.
Προ πάντων να μη γελασθείς, μην πεις πως ήταν
ένα όνειρο, πως απατήθηκεν η ακοή σου·
μάταιες ελπίδες τέτοιες μην καταδεχθείς.
Σαν έτοιμος από καιρό, σα θαρραλέος,
σαν που ταιριάζει σε που αξιώθηκες μια τέτοια πόλι,
πλησίασε σταθερά προς το παράθυρο,
κι άκουσε με συγκίνησιν, αλλ’ όχι
με των δειλών τα παρακάλια και παράπονα,
ως τελευταία απόλαυσι τους ήχους,
τα εξαίσια όργανα του μυστικού θιάσου,
κι αποχαιρέτα την, την Aλεξάνδρεια που χάνεις.

Il dio abbandona Antonio

Quando tra musiche incantate udrai
un bisbigliare di corteo invisibile
a mezzanotte sorgere, e svanire;
sul tuo destino arreso, le fallite
tue azioni, la vita tutta
persa, che immaginavi – non fare
pianti senza costrutto

È Alessandria, che parte; tu salutala
come pronto da tempo, come un forte.
Non dire sto sognando, allucinato
è il mio orecchio… Questo inganno
tròncalo, speri invano

Come pronto da tempo, come un forte
(questo è degno di te, che meritasti
tale città in dono) va’ sicuro
alla finestra e trepidando ascolta,
senza i rimpianti e le suppliche dei vili

Manda un addio a quella che tu perdi,
ad Alessandria; dagli incantati
strumenti e suoni del divino tìaso
un’estasi verrà, per te, suprema.

(Traduzione di Guido Ceronetti).

E, sempre in Germania, grazie a una giovane e dinamica casa editrice berlinese (Verlagshaus J. Frank), esce nel 2014 Im Verborgenen (bella resa del termine greco che vale “poesie celate, nascoste”); il volume, di piccolo formato e rilegato in modo che non ci sia il dorso, ma siano visibili le legature delle pagine, offre i testi tradotti e gli originali a pie’ di pagina letteralmente immersi dentro tavole illustrate di Anja Nolte, i cui tratti grafici in oro e nero richiamano fortemente i graffiti e lo stile della street art che nella capitale tedesca trova uno dei suoi centri mondiali più importanti; la scommessa da parte dei curatori del libro è riconoscere l’attualità di Kavafis facendone dialogare i testi con l’estetica contemporanea la quale deve misurarsi con gli spazi urbani e industriali e con una società al cui interno sempre più forti si fanno le istanze della cultura omosessuale.

E giungo soltanto alla fine, proprio perché notevolissimo, ad accennare allo straordinario risultato dovuto a più di un decennio di lavoro appassionato e di ricerche da parte di Daniel Mendelsohn, traduttore dell’intero lascito poetico kavafisiano, ivi compresi alcuni testi non finiti: Complete Poems (New York, Alfred A. Knopf, 2012).
Char, Yourcenar (sua la celebre Présentation critique de Constantin Cavafy – Parigi, Gallimard , 1958 – in cui si riconosce l’amore della scrittrice per Kavafis e che ha dato vita a un’emozionante messa in scena in cui a partire dal 2009 Charlotte Rampling e l’attore greco Polydoros Vogiatzis, accompagnati dalla chitarrista Varvara Gyra, intrecciano un dialogo in francese e in greco tutto materiato coi versi di Kavafis), Montale (ma, per fortuna, Kavafis non è soltanto Aspettando i barbari!), Spender, Heaney si sono misurati con la resa di Kavafis nelle rispettive lingue materne; Daniel Mendelsohn, scrittore e critico raffinatissimo, già studioso dei tragediografi ateniesi e di Euripide in particolare, intellettuale attento a cercare e a trovare rapporti tra l’eredità del mondo classico e il nostro oggi metropolitano, globalizzato, informatizzato, Mendelsohn, dicevo, dà vita a un volume che si è subito affermato un punto d’arrivo e quindi un nuovo punto d’avvio negli studi kavafisiani a livello internazionale; non dimentichiamo che sono numerose e di valore le traduzioni dell’intero Canone in lingua inglese, da quella del fratello stesso del poeta, John, alle versioni di Mavrogordato, Dalven, Keeley e Sherrard, Theoharis e altre. E qui mi piace ricordare che, sempre nell’area culturale e linguistica nord americana, opera la filologa e poetessa canadese Anne Carson, studiosa e creativa traduttrice di Saffo capace di proporre in maniera modernissima nel romanzo-poema Autobiografia del Rosso (edito in Italia da Bompiani nel 2000) l’antica materia del mito. Tutto questo per sottolineare il fermento attorno al mondo di lingua greca che è in atto in un’area culturale fondamentale come quella angloamericana.


È allora emozionante prendere in mano il volume di Mendelsohn, copertina scura con sobrio titolo e sottotitoli e cominciare a scorrerlo dall’esaustiva, affascinante introduzione alle traduzioni, alle note esplicative, al commento: eccolo tra le nostre mani il caso di un’opera di traduzione-commento che è anche una creazione artistica (non una traduzione magari filologicamente corretta ma fredda, non un’invenzione, non un camuffamento, non uno scimmiottamento, ma una vera, fedelissima, amorevole creazione artistica). Siamo di fronte a un libro-universo ché si entra in esso e si rimane gioiosamente intrappolati nella miriade di rimandi, connessioni, citazioni presenti (qualcosa di simile accade percorrendo il commento all’opera poetica di Celan o di Hölderlin, per esempio). L’inglese della traduzione scintilla nella sua sobrietà e contenuta armonia, con la propria eleganza sa far risuonare in sé stesso l’andamento della sintassi e della prosodia kavafisiane restituendone l’estrema modernità capace di continuare la plurimillenaria tradizione ellenica. Si può chiamare osmosi tra culture, tempi e lingue? Certamente si tratta di un sodalizio tra due menti, del felice incontro tra due uomini uniti dalla parola poetica all’interno di quello che Mendelsohn stesso riconosce come il vero, grande tema di Kavafis: il tempo. Il genere letterario della poesia genera una serie di echi e suggestioni proprio quando ci si cimenta nel consapevole azzardo traduttorio, costringendo la lingua (le lingue) d’arrivo a reagire, schiudersi per accogliere, risuonare in seguito a suggestioni venute da più o meno lontano. Non so dimenticare le riflessioni di Benjamin sulla traduzione, le richiamo anche qui, mi sembra di vederle applicate proprio nel lavoro di Daniel Mendelsohn, nel punto di giuntura tra le lingue.

Propongo ora dei testi tradotti da Daniel Mendelsohn accostandovi anche alcune versioni in italiano. Ho scelto la lirica in cui un antico specchio trattiene, incantato e gioioso, l’immagine di un bel garzone di bottega perché, come lo specchio, la poesia di Kavafis trattiene estasiata immagini e lampi di bellezza e, fedele alla tradizione antica, restituisce momenti che valgono l’eternità; segue il delicatissimo ricamare della mente-memoria attorno a un disegno eseguito un pomeriggio sulla nave e lo Ionio intorno: poesia fatta di sensazioni lievissime e indimenticabili. Il paziente lettore troverà poi il mare al mattino, ineludibile orizzonte d’Alessandria, un catino di luce innanzi agli occhi del poeta.

Ο καθρέπτης στην είσοδο

Το πλούσιο σπίτι είχε στην είσοδο
έναν καθρέπτη μέγιστο, πολύ παλαιό·
τουλάχιστον προ ογδόντα ετών αγορασμένο.

Ένα εμορφότατο παιδί, υπάλληλος σε ράπτη
(τες Κυριακές, ερασιτέχνης αθλητής),
στέκονταν μ’ ένα δέμα. Το παρέδοσε
σε κάποιον του σπιτιού, κι αυτός το πήγε μέσα
να φέρει την απόδειξι. Ο υπάλληλος του ράπτη
έμεινε μόνος, και περίμενε.
Πλησίασε στον καθρέπτη και κυττάζονταν
κ’ έσιαζε την κραβάτα του. Μετά πέντε λεπτά
του φέραν την απόδειξι. Την πήρε κ’ έφυγε.

Μα ο παλαιός καθρέπτης που είχε δει και δει,
κατά την ύπαρξίν του την πολυετή,
χιλιάδες πράγματα και πρόσωπα·
μα ο παλαιός καθρέπτης τώρα χαίρονταν,
κ’ επαίρονταν που είχε δεχθεί επάνω του
την άρτιαν εμορφιά για μερικά λεπτά.

The Mirror in the Entrance

In the entrance of that sumptuous home
there was an enormous mirror, very old;
acquired at least eighty years ago.

A strikingly beautiful boy, a tailor’s shop-assistant,
(on Sunday afternoons, an amateur athlete),
was standing with a package. He handed it
to one of the household, who then went back inside
to fetch a receipt. The tailor’s shop-assistant
remained alone, and waited.
He drew near the mirror, and stood gazing at himself,
and straightening his tie. Five minutes later
they brought him the receipt. He took it and left.

But the ancient mirror, which had seen and seen again,
throughout its lifetime of so many years,
thousands of objects and faces—
but the ancient mirror now became elated,
inflated with pride, because it had received upon itself
perfect beauty, for a few minutes.

Του πλοίου

Τον μοιάζει βέβαια η μικρή αυτή,
με το μολύβι απεικόνισίς του.

Γρήγορα καμωμένη, στο κατάστρωμα του πλοίου·
ένα μαγευτικό απόγευμα.
Το Ιόνιον πέλαγος ολόγυρά μας.

Τον μοιάζει. Όμως τον θυμούμαι σαν πιο έμορφο.
Μέχρι παθήσεως ήταν αισθητικός,
κι αυτό εφώτιζε την έκφρασί του.
Πιο έμορφος με φανερώνεται
τώρα που η ψυχή μου τον ανακαλεί, απ’ τον Καιρό.

Aπ’ τον Καιρό. Είν’ όλ’ αυτά τα πράγματα πολύ παληά —
το σκίτσο, και το πλοίο, και το απόγευμα.

Aboard the Ship

It certainly resembles him, this small
pencil likeness of him.

Quickly done, on the deck of the ship:
an enchanting afternoon.
The Ionian Sea all around us.

It resembles him. Still, I remember him as handsomer.
To the point of illness: that’s how sensitive he was,
and it illumined his expression.
Handsomer, he seems to me,
now that my soul recalls him, out of Time.

Out of Time. All these things, they’re very old—
the sketch, and the ship, and the afternoon.

Sulla nave

Certo che gli somiglia
questo semplice schizzo a matita.

Buttato giù alla brava, sul ponte;
un incantevole meriggio
che ci stava intorno il mare Ionio.

Gli somiglia. Lo ricordo, però, forse più bello.
Di una sensitività così eccessiva
che il viso gli s’illumina tutto.
Pare più bello, ora che l’anima
me lo tira su, dal Tempo.

Dal Tempo. Son cose troppo vecchie –
lo schizzo la nave il meriggio.

(Traduzione Risi-Dalmàti).

In questo segno grafico lieve
tracciato in fretta a bordo della nave
ritrovo, sì, i suoi tratti.

Noi cinti dal mare ionico,
stregato il pomeriggio.

I suoi tratti. Ma bello
molto più di così mi appare
ora, nel rievocarlo.

Una morbosità nel sentimento
tale, la sua, da renderne
abbagliante lo sguardo.

Così riemerge
dentro di me – dal Tempo.

Dal Tempo… Eventi tanto
remoti… Quel ritratto,
la nave, il pomeriggio…

(traduzione di Guido Ceronetti)

Θάλασσα του Πρωιού

Εδώ ας σταθώ. Κι ας δω κ’ εγώ την φύσι λίγο.
Θάλασσας του πρωιού κι ανέφελου ουρανού
λαμπρά μαβιά, και κίτρινη όχθη· όλα
ωραία και μεγάλα φωτισμένα.

Εδώ ας σταθώ. Κι ας γελασθώ πως βλέπω αυτά
(τα είδ’ αλήθεια μια στιγμή σαν πρωτοστάθηκα)·
κι όχι κ’ εδώ τες φαντασίες μου,
τες αναμνήσεις μου, τα ινδάλματα της ηδονής.

Morning Sea

Here let me stop. Let me too look at Nature for a while.
The morning sea and cloudless sky
a brilliant blue, the yellow shore; all
beautiful and grand in the light.

Here let me stop. Let me fool myself: that these are what I see
(I really saw them for a moment when I first stopped)
instead of seeing, even here, my fantasies,
my recollections, the ikons of pleasure.

Mare al mattino

Che io mi fermi qui; per un’occhiata alla natura anch’io.
Di un cielo sgombro e del mare al mattino
il blu brillante con la gialla riva; tutto
bello, e tutto in piena luce.

Che io mi fermi qui. E m’illuda di aver visto
(certo che ho visto, in quell’attimo di sosta);
non vittima anche qui dei miei abbagli
dei miei ricordi dei miei fantasmi di lussuria.

(Traduzione di Nelo Risi e Margherita Dalmàti).

 

 

 

Leggere, studiare, capire: contro l’intolleranza e l’odio razziale

 

 

Segnalo il primo di una serie di articoli che appariranno in futuro sul Cahier de la langue-espace di Yves Bergeret e che per contenuti e impostazione metodologica indicano con precisione una strada percorribile contro l’intolleranza e l’odio razziale, contro la disonestà intellettuale e le tendenze fasciste che stanno devastando l’Europa.

 

 

Breve saggio sulla Bibliothèque Nationale (Site Richelieu)

 

 

Gisèle Freund punta con una precisione che pertiene al rigore etico di chi vuole fare bene un lavoro la sua Leica – ma l’atto possiede anche una coscienza politica e vi è celata la silenziosa malinconia dell’esilio – fotografa Walter Benjamin che studia libri e cataloghi in una delle sale di lettura della Bibliothèque Nationale de France a Parigi.

Gli spazi del Site Richelieu accolgono la mente della fotografa e del filosofo – parlano in tedesco, parlano della Germania e dell’Europa, si sono scelti due mestieri che recano dentro di sé l’inimicizia radicale nei confronti dell’intolleranza e del fascismo.

La sala di lettura della BNF è, allora, luogo di transiti e d’incontri, uno dei cuori pulsanti di Parigi, immagine concreta d’uno spazio dove la libertà è materiata di libri (che qui vengono raccolti e custoditi, dati in lettura o in prestito).

Il mio pellegrinaggio di epigono conosce anche questa tappa parigina: insieme con la Braidense, con la Staatsbibliothek berlinese, con la Marciana, con quella dei Girolamini, con l’Oxoniense, luoghi dove un’attività apparentemente del tutto privata e solitaria (leggere, prendere appunti, sfogliare) scopre sé stessa essere atto anche comunitario: si lascia la propria casa, si attraversa la città, si entra nell’edificio-corpo della biblioteca, si chiedono i libri, si aspetta impazienti la consegna, ci si siede a un tavolo – ci si muove piano, in silenzio, il silenzio è consegna inviolabile, attivo silenzio dentro il quale è percepibile la concentrazione delle menti, addirittura l’operoso brusio come d’api ed ecco che il tempo sembra sospendersi, la mattinata o il pomeriggio perdono ogni loro banausica scansione, divengono spazio luminoso della lettura.

I lettori, silenziosi e concentrati, sembrano emettere questo brusio (ma privo d’ogni rumore) di api che percorrono le vigne del testo, ruminanti menti che si nutrono dei testi. Silenzio della lettura mentale, mentale andirivieni del doppio sguardo dell’occhio fisico e dell’occhio del pensiero.

E sia resa lode allo sfogliare il libro, fruscìo lieve della felicità, odorato e tatto totalmente coinvolti assieme alla vista; una lente d’ingrandimento potrebbe essere compagna non disprezzabile per esplorare e scoprire.

Alfred Döblin aveva ritmi di lettura impressionanti: leggeva in tempi molto brevi decine di volumi che schedava e dai quali traeva centinaia di appunti – accumulava enormi quantità di materiale preparatorio per ogni nuovo romanzo: nacquero così il Wallenstein, la Babylonische Wanderung, Berlin Alexanderplatz, naturalmente, opere vastissime – da medico si dedicava ai suoi pazienti, poi (ritemprato da pochissime ore di sonno) andava in biblioteca a studiare e a scrivere: prima la Staatsbibliothek di Berlino, poi, dopo l’emigrazione forzata dalla Germania hitleriana, la BNF a Parigi.
Oggi la Staatsbibliothek zu Berlin si articola in vari edifici in diversi luoghi della città (Döblin frequentava la sede storica dello Haus unter den Linden e mi piace immaginarlo studiare nella luminosa Kuppellesesaal, la sala di lettura principale sotto una cupola di vetro – l’edificio fu ovviamente gravemente danneggiato dai bombardamenti e il nuovo stabile principale, progettato dall’architetto Hans Scharoun in Potsdamer Straße in forma di “nave dei libri”, ospita una vasta sala di lettura dalle grandi vetrate, come direi ormai da tradizione nella nuova Berlino ricca di costruzioni vetrate che vogliono simboleggiare la volontà di una nazione già tragicamente segnata dal fascismo di proseguire la nuova strada democratica illuminata dalla cultura e dal dialogo); e poi immagino lo scrittore lavorare nella Salle Labrouste, uscire in Rue Vivienne per tornare a casa fumando pensieroso una sigaretta (è lì che si apre la Galerie Vivienne di un indimenticabile racconto di Julio Cortázar, lì dove la parola della letteratura consente di spostarsi in un istante da Parigi a Buenos Aires e viceversa – Buenos Aires? La città, justement, del bibliotecario ciego che percorre i corridoi tra gli scaffali ricolmi di libri con su báculo indeciso).

Come in una concatenazione di pensieri e di suggestioni rivado ora con la mente alla biblioteca di casa Leopardi, fulcro di un’infanzia e di una giovinezza, ogni volume un universo: paradosso luminoso per noi posteri il fatto che un luogo di semi-clausura abbia donato al pensiero una tale libertà (l’Italia soffocante provincia e la mente del fanciullo, poi del giovane, poi dell’uomo adulto che s’apre agl’interminati spazi).

E da una biblioteca privata di nuovo verso una biblioteca raccolta con passione e abnegazione per essere pubblica: si materializza ora tra queste mie linee di scrittura la figura nobilissima di Gerardo Marotta e ripenso a quella vera e propria odissea della Biblioteca dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici che disattenzione e superficialità hanno condannato a peregrinazioni inaccettabili e più volte esposto al pericolo della dispersione. Ma Napoli è città di Giambattista Vico che trovava pace e silenzio nella sala di lettura della Biblioteca dei Girolamini; un suo discepolo spirituale, Benedetto Croce, studiava e intesseva relazioni con gli esponenti della cultura internazionale nella biblioteca privata di Palazzo Filomarino e nello stesso Palazzo (sottoposto a stretta sorveglianza durante il regime fascista e oggetto anche di un’incursione squadrista) fondò l’Istituto italiano per gli Studi storici a Italia finalmente liberata; tra il secolo di Vico e quello di Croce intellettuali, economisti, scrittori dettero vita all’eroica epopea della Repubblica Partenopea; a Napoli si esercitò una parte importante dell’attività politica e scientifica di Francesco De Sanctis; in pieno Novecento la città si è illuminata dell’opera umana e intellettuale e politica di Renato Caccioppoli, di Giovanni Pugliese Carratelli, di Fabrizia Ramondino, di Ermanno Rea – operosità di studio, apertura totale verso l’Europa e il mondo, antifascismo convinto, questo fu il terreno che nutrì l’operato di Gerardo Marotta e la biblioteca da lui raccolta aveva come vocazione quella d’essere pubblica, aperta ai lettori.

(Sorte simile, molteplici e offensivi traslochi, è toccata al patrimonio librario della Libreria Palmaverde di Roberto Roversi a Bologna, non dimentichiamolo).

Una sala di lettura evoca tranquillità, agio di studio e promessa di pace: non così, mi vien fatto di scrivere, se penso a Timbuctù, a Sarajevo: la città maliana, anch’essa vittima della cieca furia jihadista, è, usando un’espressione moderna, una “biblioteca diffusa”, nel senso che ci sono (o c’erano) moltissime biblioteche private ricche di meravigliosi codici manoscritti relativi a tutti i campi del sapere umano – quando nel 2012 gli integralisti islamici hanno conquistato il Nord del Mali, essi hanno cominciato a razziare i manoscritti di Timbuctù perché da loro considerati contrari alla legge islamica; fu in quel momento che spontaneamente molti cittadini di Timbuctù cominciarono a nascondere migliaia di manoscritti, salvandoli dalla distruzione; per quanto riguarda la capitale bosniaca è nota la deliberata distruzione della Biblioteca avvenuta il 25 agosto 1992.

Sì, credo proprio che la pace coincida anche con la possibilità di recarsi in biblioteca a leggere, rimanere per ore in una sala di lettura (ore sottratte all’utilitarismo, alla frenesia del dover guadagnare o spendere danaro), avere la possibilità di accedere alle fonti del sapere senza censure e senza divieti o limitazioni; immergersi nel silenzioso brusìo d’api di chi legge e medita e prende appunti.

E penso ai chiostri, dove i monaci compiono tantissime volte il periplo del giardino leggendo ad alta voce o pregando, penso alle scuole coraniche e rabbiniche dove i bambini, seduti per terra, ripetono a voce alta i versetti biblici e le sure coraniche dondolandosi sul tronco, ché alla lettura, come alla scrittura, partecipa tutto il corpo ritmando accenti e sillabazioni – cosa impossibile e non opportuna nella sala di lettura di una biblioteca, è ovvio, ma chi legge con passione conosce bene la sensazione di movimento incessante e di lettura ad alta voce che si ricava anche se la lettura è, in realtà, puramente mentale.

Trasferita in anni recenti in edifici modernissimi del quartiere di Tolbiac, la storia della BNF resta legata, però, al cosiddetto “quadrilatero o sito Richelieu”, agli spazi che furonono frequentati da Calvino e da Char, da Barthes e da Foucault: una biblioteca, quale la concepiamo in età contemporanea (istituzione pubblica e laica) si trova a essere simile a un organo del nostro corpo, il quale appartiene, cioè, insieme ad altri organi a un preciso sistema che, in relazione e interscambio continui con altri sistemi, permette la vita del corpo stesso. La BNF è pensabile in un orizzonte simbolico (fatte salve le esigenze di fatto che hanno reso necessario il sito di Tolbiac-François Mitterrand) solo in connessione con il corpo-Parigi, con le sue rues e i suoi cafés, con i quartiers storici.

Ci si affaccia allora nella Salle Ovale, nella Salle Labrouste, si ripensa al destino di Walter Benjamin avviato verso Port Bou mentre la Leica di Gisèle Freund testimoniava di un’amicizia, di un passaggio esistenziale e politico, di un febbrile pensare, cercare, voler capire.

Das Passagenwerk per capire il proprio tempo.

 

 

Breve saggio sugli oggetti inapparenti

 

 

È colma la nostra giornata d’oggetti e, alla lettera, non vediamo molti di essi, anche mentre li stiamo usando. Li usiamo, appunto, senza prestare loro attenzione, se non nel caso si rompano o manchino.
La bottiglia di vetro: al di là dell’enorme produzione industriale di questo contenitore, si dovrebbe talvolta riflettere sulla sua umile bellezza che, oltre a contenere l’acqua o il vino (o altra bevanda) si mostra, modesta e fedele, spesso sotto slanciata forma e capace di rifrangere la luce secondo gamme variabili, per cui sono la bottiglia e il bicchiere a convogliare la luce (elettrica o naturale) dell’ambiente, stabilendo strette relazioni tra vetro, liquido contenuto, luminosità circostante.
In verità non so se la chiave sia altrettanto inapparente, visto ch’essa serve per aprire o chiudere una porta o un cassetto costringendo il suo possessore ad accertarsi di averla con sé; essa è immagine privilegiata dell’aprire per accedere o del chiudere dopo essere usciti – in questo breve saggio desidero scrivere di oggetti che, proprio nell’atto di scriverne, sottraggo al loro status di cose fabbricate per un fine pratico, enfatizzandone la valenza simbolica e intellettuale: e allora associo qui la chiave alla soglia, ché solo quella chiave dà accesso oltre quella soglia se la porta è chiusa – come la scrittura che, in avvio, deve trovare la modulazione giusta per entrare nella pagina e attraversarla.
L’interruttore elettrico: in molte case ha funzione anche ornamentale, è stato scelto con cura quale parte dell’arredamento, spesso lo si pigia senza prestargli particolare attenzione – eppure partecipa anch’esso della funzione della chiave, permette l’entrata in una stanza ch’era buia o sancisce l’uscita da quella medesima stanza facendo appello proprio al buio. Spesso anonimi, addirittura brutti gl’interruttori nei luoghi pubblici, più attenti all’aspetto formale quelli delle abitazioni private, molto meno notati rispetto ad altri complementi delle pareti (quadri, poster, bacheche, eccetera), essi rimandano tuttavia la mia memoria agli interruttori della casa dei nonni: non riesco a non pensare con tenerezza e nostalgia al filo elettrico piatto e bianco ben visibile lungo la parete e il soffitto o a quegli interuttori con la placchetta di ceramica o di plastica fissati con quattro viti accanto alla porta, oppure a quegli altri dalla forma di piccole scatole ben in rilievo sul muro, spesso bianchi e umili; o, ancora, ripenso agl’interruttori di forma cilindrica per accendere e spegnere le lampade sul tavolino da notte: tutto questo rivelava, nell’antica casa, l’aggiungersi dell’impianto elettrico là dove l’illuminazione per decenni e per secoli era stata affidata a lampade a combustibile.
E le lampadine a incandescenza avvitate al portalampade in forma di cilindro bianco, in ceramica, spesso nudo nella bottega del falegname o del calzolaio, oppure schermato da un disco smaltato o da stoffa ricamata.
Il regno degli oggetti inapparenti richiede attenzione, giustamente pretende che la sfera intellettuale di ognuno abbandoni la superficiale attrazione per il vistoso e il macroscopico o la propria, cronica disattenzione: questo breve saggio sugli oggetti inapparenti vuol essere, a sua volta, uno spazio di silenzio e di riflessione, un atto di cura per quello che, pur inapparente, costruisce la quotidianità individuale e collettiva.
E che la torre di Montaigne sia riferimento costante: luogo di silenzio e di concentrazione, essa non ha significato affatto clausura e separazione dal mondo, bensì dialogo ininterrotto, traverso il pensiero, con il mondo: essayer, saggiare e tentare, esplorare, prestare cura e attenzione (ad-tendere).
Le fotografie di Wols: posate, bottiglie, pasti consumati a metà, l’inapparenza che viene a stagliarsi nell’epos d’oggetti chiari e distinti davanti allo sguardo della mente.
Le fotografie di Josef Sudek: interni dove la vita privata, normalmente celata agli occhi altrui, splende, invece, proprio nell’uso e, anche, nella contemplazione degli oggetti inapparenti – è l’accorgersi di essi e il soffermarsi a guardarli che li sottrae al loro banale, prosaico ruolo d’oggetti d’uso.

 

 

 

10 Testi: 10

 

 

 

Spavento del libro:
spavento è batticuore e possessione
ché solo un esistere è dato
da vivere fino alle faglie irrequiete del dire.
Chi a lenti lentissimi passi
traversa il campo innevato
vi scopre le tracce della volpe
sapendo in ogni cristallo di neve
la geometrica concettualizzazione
del costruire pensiero dopo pensiero –
costui s’avvolge d’un soprabito di poverissima
fattura, eclissi di sé stesso.
Ed emerga infine il nome taciuto e alluso
dissimulato e velato. Herisau.