Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: concatenazioni

La politica inizia nell’intimità: su “Essere con” di Forrest Gander

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Be with / Essere con (Benway series 14, Tielleci Editrice, Colorno 2020, traduzione di Alessandro De Francesco) di Forrest Gander è un libro d’amore nel quale la scrittura in poesia si fa capace di dire in modo inedito il dolore e il lutto, il ricordo e la passione.

Be with giunge dopo altri eccellenti libri in poesia, romanzi e saggi: Forrest Gander dimostra sempre di possedere uno sguardo sul mondo e sulle cose della scrittura ampio e, nello stesso tempo, profondo, costantemente innamorato del mondo e qui mi preme sottolineare che questa parola (mondo / world / κόσμος) significa, nei libri di Forrest Gander, ogni singola creatura, non importa se grande o piccola, se macroscopica o microscopica e addirittura invisibile, ogni singolo luogo del pianeta, ogni singolo essere umano – per questo ho voluto richiamare anche il termine greco nel suo significato di “tutto ordinato”, ché la scrittura ganderiana accoglie in sé ed esprime quest’incessante richiamarsi delle parti, questo corrispondersi dei fenomeni, delle esistenze, dei mutamenti: non è affatto un caso che una sorta di aforisma (the political begins in intimacy / La politica inizia nell’intimità – e il sottotitolo del libro in poesia più recente di Gander, Twice alive – New Directions, New York 2021 – suona An ecology of intimacies…) faccia da preludio all’intero libro stabilendo l’indissolubile legame tra ciò che è, appunto, intimo e ciò che appartiene alla sfera della polis, cioè di tutti.  Leggi il seguito di questo post »

Continuità e cesura

 

il colore del melograno_paradzanov

 

     Che il numero 100 di Anterem (Da un’altra lingua) sia anche l’ultimo della rivista pubblicata ininterrottamente dal 1976 rappresenta, all’interno dell’attività intensa delle Edizioni Anterem, una cesura (per certi versi sicuramente dolorosa), ma anche un momento di passaggio e, quindi, di continuità perché l’intero patrimonio di documenti, incontri, riflessioni, iniziative che avevano nella rivista il loro perno non si disperde, ma assume la forma di nuove pubblicazioni che, se possibile, rafforzano e ancor meglio inverano quella che non è mai stata un’etichetta di facciata, ma l’essenza stessa della Rivista e della sua Redazione: poesia e scritture di ricerca come recita parte del ben noto sottotitolo della rivista stessa.

     Il ponderoso volume (363 curatissime pagine) reca come di consueto in copertina il tema dell’intero numero (Da un’altra lingua) e una citazione da Derrida: Sì, non ho che una lingua, / e non è la mia – all’interno sono raccolti (con testo a fronte) i componimenti dei poeti non italofoni pubblicati nel corso del tempo, così che il volume si configura ricolmo di versioni italiane da altre lingue, ma in maniera suggestiva e, si direbbe in francese, juste – aggettivo che rende conto di una postura intellettuale ed etica non solo corretta, ma anche rigorosa e appropriataAnterem numero 100 parla la lingua sovranazionale della poesia e anche la lingua che la condanna biblica vorrebbe babelica (cioè confusa, incomprensibile e tracotante), ma che, nell’apparente paradosso di ciò che è umano e nomade, è invece la meravigliosa babele linguistica della città dell’uomo, quella lingua marezzatissima che non è la mia (la mia o quella che credo tale è solo un piccolissimo frammento della totalità) e che, proprio perché non mia, meglio mi dice e mi accoglie, perfettamente mi abita specialmente quando non le appartengo per nascita o successivo apprendimento, ma che irresistibile mi richiama ed è l’oceano della mia mancanza che, però, sento colmo di brusii e talvolta anche vedo tracciato di segni diversi da quelli che sento prossimi.

     In tal senso mi sembra che anche il mito delle mortifere Sirene possa qui rovesciarsi nel positivo vitale di voci ancora sconosciute che mi chiamano verso l’oltre, che mi sussurrano i loro suoni e che, traverso la sapienza amorosa dei singoli traduttori, mi raggiungono per invitarmi verso nuovi orizzonti, come annegandomi in un di più di vita, di poesia.

Via Lepsius: Sul concetto di “scritto”

 

Pierre Tal Coat: Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).

 

Da gran tempo penso ai miei testi in termini di “scritti”, il che significa per me che li penso paesaggi della scrittura all’interno dei quali vengano a sciogliersi i confini tra poesia e prosa, tra testo d’invenzione e saggio, tra ritmo lirico e ritmo narrativo o speculativo.
Ogni “scritto” ha, nello stesso tempo, ambizioni d’eleganza stilistica e di rigore ermeneutico, d’inventività fantasticante e immaginativa e di disciplina di studio.
Uno “scritto”, essendo già di per sé paesaggio, si dispiega nella sua molteplicità di aperture e di soglie, è esso stesso continuamente soglia tra due o più spazi-paesaggio e, al proprio interno, possiede numerosi punti di transito con l’esterno (soglie permeabili e mobili, appunto).
Il gruppo di “scritti”, poi, si dà a vedere quale costellazione di tali paesaggi della scrittura, caratterizzati da emersioni e ri-emersioni d’idee, immagini, fatti, nomi e altrettanto ricchi di rimandi, accenni, allusioni, anticipazioni, perché dev’essere la vitale mobilità del pensiero, il pensiero nella sua necessaria mobilità a trovare nei diversi “scritti” la propria (mai definitiva, però) attuazione.
Ogni “scritto” dev’essere infatti una modulazione del respiro, e l’intendo in senso sia letterale che metaforico, così che ogni “scritto” presuppone e prepara il successivo, è paesaggiopaesaggi) in fase d’inspirazione e, al contempo, d’espirazione, è scrittura che cerca la propria durata – e non in senso temporale, bensì nel senso di ritmica del pensiero e di venuta a esistenza di quel medesimo pensiero il quale, di conseguenza, si articola, si dispiega, magari anche si contraddice o nega, ma sempre si muove e trascolora e screzia.
Ogni “scritto” è, dunque, un’andanza dentro il paesaggio ch’esso, pure, è, e queste andanze, scaturite ognuna per gioia intima ch’è sostanza stessa del pensiero, si possono chiamare anche stanze o sentieri di un poema in fieri, di un canto che inizia là dove inizia il respiro.

 

 

 

 

 

A Leopardi

 

Carlo Mattioli: Le ginestre, olio su tela, 1982.


 

 

In talune notti illuni e serene si scorgono le stelle rispecchiarsi nella curva dell’Arno. Si confondono col riflesso di lumi ancora accesi dietro qualche finestra: le cortine discoste ne permettono vaghissimo, appena percepibile toccare l’acqua mentre s’approssima alla foce.
Riverberare mobile, inesausto: figura vera del tuo pensiero. È materia pensante, Leopardi – tu l’hai saputo scrivere, è materia che sa pensare sé stessa, che scrive sé stessa percorrendo quegli spazi interminati, soglia al manoscritto, quell’albicante sponda di pensiero. E di canto.

 

 

 

 

 

Per Frie Leysen