Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: concatenazioni

Incroci

 

 

Yves Bergeret pubblica nel suo Carnet de la langue-espace un articolo, corredato da proprie fotografie, dedicato al Battistero di Varese, cui fa seguire la sua traduzione di un mio breve testo dedicato e allo stesso Battistero e al Duomo di San Vittore, sempre nel centro di Varese; sono onorato e felice di questa nostra nuova collaborazione e pubblico qui il mio intervento redatto originariamente in italiano.

In una terra d’intenso passaggio, una sorta di corridoio naturale costituito dal territorio intorno al Lago Maggiore che unisce geograficamente l’Europa Centrale al Settentrione d’Italia, si trova Varese, città da sempre a vocazione mercantile e commerciale, la cui funzione era, fin dal Medioevo, anche di stazione di posta per il cambio dei cavalli e di mercato situato proprio in questa connessione tra Svizzera-Germania e Italia. Dal punto di vista religioso tutta la regione ha conosciuto (e conosce ancora) il Rito ambrosiano, in più tratti differente dal Rito romano – la conseguenza è che anche l’iconografia e il calendario liturgico posseggono delle peculiarità che possono essere leggibili nello spazio religioso quali chiese, battisteri, eremi.

Ho avuto il privilegio d’essere insieme con Yves Bergeret mentre quest’ultimo scopriva e si entusiasmava, leggendoli come solo lui sa fare, proprio gli spazi del Duomo di Varese e del Battistero di San Giovanni; ho visto attraverso i suoi occhi lo stratificarsi dei tempi e delle mani esecutrici negli affreschi parietali del Battistero, ho constatato e discusso con lui il convergere della cultura religiosa popolare con le motivazioni dei committenti (aristocratici o borghesi che fossero), ho fissato nella memoria il distribuirsi dello spazio, sempre colmo di luce e sempre ritmato dai mattoni e dalla pietra, capaci entrambi di essere materia vivente e pagine per un racconto immaginifico del rapporto tra l’uomo e la divinità.

Yves è capace di una concentrazione assoluta mentre osserva gli spazi e gli affreschi, le volte a crociera e le accidentate superfici dei portali di legno; fotografa con una precisione che, scopro, è la stessa, proprio la stessa degli antichi affrescatori: accostando di molto lo sguardo agli affreschi si vede bene il ductus sicuro e privo di sbavature delle linee di un volto o delle pieghe d’una veste – osservando Yves ci si rende conto del fatto che possiede uno sguardo sicuro e determinato, guida per le mani che orientano l’obiettivo affinché vengano colti, nelle pitture e nelle architetture, quei ritmi e quei volumi, quei colori e quelle screpolature delle pareti che formano, insieme, un poema di tempere, pietra, intonaco, forme geometriche DENTRO IL QUALE si sta, non più visitatori (o, peggio ancora, turisti, orrida parola), ma menti partecipi di un’ininterrotta continuità della rappresentazione, del racconto, del canto e della visione – ché spesso dimentichiamo di venire dopo generazioni e generazioni di sguardi che hanno visto quello stesso luogo, che ne sono diventate parte agente.

Il Battistero, dunque: sobria costruzione all’esterno, musicale aula articolata in tre spazi comunicanti tra di loro all’interno, quasi solo vestigio di una Varese medievale cancellata dal trascorrere dei secoli, il luogo in cui si veniva liberati dal peccato originale tramite immersione nella grande vasca ottagonale ricavata da un unico, enorme blocco di pietra, il Battistero è il convergere della pietra e del mattone (pietra e argilla, dunque, scalpello che scava e modella e fuoco che cuoce) con l’acqua purificatrice (Il Varesotto è regione d’acque, numerose e molteplici, acque di laghi derivanti dallo scioglimento dei ghiacciai e acque dei tantissimi fiumi che, scendendo dalle Alpi, s’incanalano traverso il lago Maggiore e il Ticino verso il Po, il grande fiume dell’Italia settentrionale, acque delle piogge e acque che s’accumulano nell’utero capiente delle montagne); e, contemplando le pitture superstiti, riconoscendo negli abiti e nelle posture delle figure il succedersi del tempo storico e culturale (dal Medioevo al tardo Rinascimento), immaginando i canti del rito battesimale e i movimenti degli attanti, l’accendersi di ceri e di candele, ci si inserisce in questa continuità di segni e d’idee.

E Varese e il Varesotto sono, non lo si dimentichi, terre di frontiera: non solo perché dirigendosi pochi chilometri a Nord si entra già nel Canton Ticino e si prosegue verso la Germania, ma anche perché proprio oltre le Alpi svizzere la Riforma luterana avanzava a gran

Yves ha con sé un taccuino, annota in maniera forsennata, si sposta nello spazio innanzi all’altare, è chiaro che sta cercando a velocità inaudita connessioni tra l’universo animista e queste rappresentazioni della Madonna del Rosario: i Misteri dolorosi e i gaudiosi, la copiosità d’immagini di decollazioni, di trafitture e d’ogni sorta di tortura visibili ovunque nella chiesa dicono d’una presenza del corpo davvero forte e fanno della Morte la grande Interlocutrice.

Il confronto con la morte, il tentativo di esorcizzarla proprio, paradossalmente, continuamente evocandola, o forse il desiderio di renderla familiare e quindi accettabile, la volontà di creare un’unica dimensione in cui vivi e morti sono compresenti e in dialogo, il sogno atavico di abolire il tempo cronologico paiono appalesarsi in quest’enorme spazio voluto dalla comunità, finanziato dal denaro sia comune che privato, consacrato a un culto in realtà politeista, pur sotto le mentite spoglie del monoteismo. Ma, lo sappiamo, c’è anche la presenza totalizzante della Chiesa tridentina che riafferma il proprio ruolo di unica via verso la salvezza, di unica depositaria del magistero, di unica ianua fidei. E il Rito ambrosiano, ricco di suggestioni orientali, bilancia con parti del culto legate alla liturgia della luce l’ossessione di morte, recuperando un’unità dell’universo altrimenti in pericolo.

Yves è affascinato dall’idea di frontiera, ne ha appena scoperta una che corre, qui, tra Nord e Sud, tra Protestanti e Cattolici, tra genti di lingua tedesca e genti di lingua italiana – e frontiera vuol dire concomitanza, permeabilità, ponte e passaggio, confronto e riflessione intorno ai conflitti, alle incomprensioni, alle diffidenze. Una frontiera interiore da riconoscere in immagini e opere in pietra, in quest’inesausto andare da dentro a fuori, da fuori a dentro.

 

 

Pour les amis francophones

 

 

 

Sono grato all’amico carissimo Yves Bergeret che sul suo blog Carnet de la langue-espace ha voluto pubblicare alcuni miei versi con il titolo Le Salento; il suo apprezzamento per questo mio lavoro mi onora moltissimo e mi spinge a proseguire la mia ricerca esistenziale e poetica.

 

 

Lenteur, lentezza, Langsamkeit

 

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(per Y. B.)

Lentamente:
il lento andare nella città
accresce lo sguardo
i luoghi si conquistano una loro geografia minuziosa
perché
una mappa va disegnata
passo dopo passo

il piede tocca il pensiero
lo sposta nell’ignoto e,
divenuto l’ignoto noto, ancora
avanti e avanti.

 

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Le tre foto illustrano l’installazione realizzata da Carlo Bernardini al Castello Svevo di Trani “Catalizzatore di luce, 2007″ e provengono dal bellissimo sito dell’artista.

 

 

Concatenazioni 11: nell’imminenza del 25 aprile

 

 

1. Etica della scrittura: accettare e cercare l’urto con la storia. Se ora e sempre è Resistenza, inverarlo nella scrittura.

2. Ho eletto il 25 aprile 1945 come mia vera data di nascita. Nato due decenni dopo e in altro mese, sia il 25 aprile 1945 la mia data di nascita alla storia: voglio vivere in un Paese che s’abbia questo giorno quale pensosa venuta alla luce della sua libertà.

3. E ogni giorno s’aggiri il pensiero tra le strade di Milano appena liberata; i partigiani sorridenti nella città non più plumbea.

4. Viene da terre in guerra la disperazione di dita che tentano aggrapparsi alla sfuggente zattera d’Europa – muri sorgono a chiuderci in questa fortezza del nostro tecnologico medioevo.

5. Aprile/aprire – codice di primavera. Una voce che giunga dalla radio, il Comitato di Liberazione Nazionale a proclamare, su onde invisibili che traversano l’aria di nuovo trasparente, che la storia è nelle nostre mani e che menti libere sapranno accogliere e restituire l’abbraccio di menti libere.

 

 

6. La storia tritura e divora. Ma qualcuno si porta, nascosta nella giacca sdrucita e nello zaino riempito di poche cose, la scrittura non rassegnata e una manciata di versi nella mente.

7. Gent punciva che la se smangia ‘doss,
che la ravíscia aj pé, cume quj trémul
che, ‘rent al giüss, se svíccen vers el ciar
e sott la rüsca passa la furmiga
che l’è terrur e rabbia e sbalurdur

Gente che sembra pensare a testa bassa e si rode dentro,
che mette radici ai piedi, come quei tremoli
che, addosso al letame, si diramano verso il chiarore del cielo
e sotto la corteccia passa la formica
che è terrore e rabbia e sbalordimento (Franco Loi, da Stròlegh, versi dedicati ai martiri di Piazzale Loreto).

 

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8. I CAVALLI SPROFONDAVANO NELLA SABBIA (verso di Franco Fortini da “Gli anni della violenza” in Paesaggio con serpente)

A questo varco del fiume ripetiamo l’impresa
anche se ancora di nuovo il terreno smotta, cede, è insidioso

ma a questo varco del fiume tentiamo il passaggio

e non siamo soli e non ci rassegniamo
se pure i cavalli ansimano, stanchi

a questo varco del fiume ci aspetta chi prima di noi
tentò l’attraversamento

e se i cavalli sprofondavano nella sabbia
nostri saranno, adesso, il coraggio e la consapevolezza

e la volontà ferma di mutare lo stato delle cose
nostra sarà la realistica utopia

del pensare, del fare.

9. Che cos’hai da dirmi tu che mi vieni incontro mentre entro in Piazza Fontana? Taci e mi guardi senz’abbassare un momento lo sguardo.
Ho capito.

10. Aprile/aprire, codice di primavera e scrittura a non imbozzolarsi in sé stessa, né a rinchiudersi contemplandosi.

 

 

Concatenazioni 10: orizzonti di scherno.

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Strutture portuali ad Amburgo.

 

1. Non ho bisogno di padri più o meno adottivi. So camminare da solo.

2. Un lavoro caparbio sulla lingua, un vedere traverso la lingua; consapevolezza dell’inscalfibilità di quello che chiamiamo “il reale” e la lingua per dirne la violenza, l’inumanità.

3. Eliminare lo psicologismo, guardarsene bene e detestarlo.

4. Infantilismo di chi argomenta soltanto per battute di spirito, di chi cerca le frasi ad effetto.

5. Poesia da sartini stile Ottocento romantico.
“Che bella! Che emozione! Che bravo! 😉 ”
Poesia da sartine stile romantico Ottocento.

6. Dicono che un “post” debba essere breve, adatto ai ritmi veloci della “rete”.
Non m’interessano i ritmi della rete, ma il lettore: ce ne saranno ancora due o tre che si soffermano, leggono, assaporano il tempo lento della lettura, mettono da parte, vi ritornano dopo qualche tempo.

7. Fecondità della solitudine, dello starsene appartati.

8. Si ascolta con la necessaria concentrazione e attenzione durante i festival letterari, durante le presentazioni dei libri?

9. Sconcerta la limitatezza d’orizzonte di molti poeti. I loro lavoretti ne sono la logica conseguenza.

10. La scrittura non mima né descrive il reale; ne costituisce invece la polemica presa di coscienza e di distanza.

11. La scrittura è coscienza della profondità storica del linguaggio; in tal senso essa sa prendere le distanze dal reale e contrapporglisi quale luogo della coscienza critica, luogo altro.

12. È una tentazione l’eremitaggio? No: è necessità (è aria, acqua, parco cibo).

13. Concordo con Nanni Cagnone e con Alessandro Ghignoli: la lingua che abbiamo a disposizione per la poesia è ormai millenaria; stoltezza appiattirla sugli ultimi decenni.

14. Una scrittura in polemica con le idées reçues, orgogliosamente contrapposta alla criminale sciatteria del linguaggio della televisione, di internet, dei romanzi dal successo planetario.

15. Il testo quale luogo per difendersi dalla violenza del reale. Luogo altro rispetto al reale, ma non fuga dal reale, bensì sua puntigliosa critica.

16. Scomparire, diventare per il lettore solo il testo: tutto il resto (biografia, desideri, bizze) non conta.

17. Una scrittura che con il suo stesso esserci contraddica la volgarità imperante e l’assenza di vita spirituale in molte esistenze. Una poesia non programmaticamente contro, ma naturaliter contro, la quale, attuando la bellezza, mostri il mondo masticato e rimasticato dal brutto, rivendichi all’umano il diritto di esistere.

18. Dal momento che bisogna difendersi da orizzonti di scherno.