Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: concatenazioni

La lingua italiana è destino

 

 

 

(per Marco Albertazzi, filologo ed editore)

Questa lingua italiana che ho ricevuto in dono e che è un destino, così sonora e greca, sapiente per sfumature di suono e di senso, traversata nel profondo da scabra, salda eleganza appenninica, da distesa fluvialità padana, da bella chiarezza nel mentre s’appressa ai confini, poi da dilatazione d’orizzonte marino.
Questa lingua italiana che i migranti portarono con sé, identità e nostalgia, in molti altrove, questa stessa lingua dentro cui giungono nuovi migranti ad abitare, lei così ospitale e civile d’umanità, di senso.
Questa lingua italiana, cadenzata in accenti che sanno dire una geografia, una tradizione, più geografie, più tradizioni. E nobiltà del sentire.

 

… qui resplende e luce onne natura
che a chi intende fa la mente lieta …
Cecco d’Ascoli, dall’ Acerba

 

 

(Segnalibri): Carnet de la Langue-Espace d’Yves Bergeret

 

Ugo Mulas: “Alberto Giacometti nella sua sala alla XXXI Biennale d’Arte di Venezia”, 1962.

 

Nel segnalare il Carnet de la Langue-Espace di Yves Bergeret, vero grande opus in fieri che con la sua sola presenza nell’universo caotico e spesso egotico della “rete” fa riacquistare fiducia in proposte (pochissime, in verità) serie e meditate, mi piace rimandare il lettore non superficiale all’articolo più recente: “René Char en Chine“.

 

 

Dalla falesia a Napoli

 

Yves Bergeret, dopo aver letto il mio intervento sul cantore maliano Soumaïla Goco Tamboura, m’invia il seguente messaggio: “Ecco l’ascia di Soumaïla Goco; e i grandi tracciati geometrici sono stati realizzati da lui, anche se dicono che il refettorio sia stato affrescato da Vasari” – Yves si riferisce alla Sacrestia di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli (egli si trova, in questi giorni, nella città partenopea); rispondo: “Caro Yves, sei proprio tu che mi hai fatto capire che numerosi elementi della cultura europea sono da ricondurre a una comune radice mediterranea e africana che si è dimenticata o cancellata; l’ascia, certo: in questo caso si tratta della raffigurazione della Giustizia secondo i canoni del diritto romano, lo sai: la Giustizia regge i “fasci littori”, simbolo dell’autorità statale; purtroppo Mussolini e il fascismo hanno fatto proprio, con un vero e proprio furto, tale simbolo, trasformandolo nell’immagine stessa della dittatura – ma la geometria delle linee nere e gialle fanno pensare alla geometria del pensiero animista quando quest’ultimo tenta di rappresentare la forma e lo spazio dei geni, penso.
Napoli nasconde molti universi nel proprio ventre, Napoli è soglia di un mondo altro rispetto al razionalismo italiano-settentrionale e a quello europeo di marca protestante”.
In risposta Yves mi propone di pubblicare un breve articolo circa tale questione e le nostre comuni riflessioni utilizzando questo scambio epistolare.
Da Via Lepsius, spazio, come ho dichiarato fin dalla sua apertura, molto attento al Mediterraneo, Napoli e la Napoli che in questi giorni il caro Yves scopre con meraviglia ed entusiasmo non può mancare; se si discende dal Settentrione bisogna raggiungere Roma e superarla per avere, ancora adesso, un vero accesso a un Sud dove non dominano per nulla l’irrazionalità e la superstizione, ma che è ancora capace di proporre un modo, appunto, altro di rapportarsi con il mondo, modo che scopre continuamente analogie e simboli nella realtà e nel pensiero – e nel rapporto indissolubile tra pensiero e realtà; lo “straniero” incapace di vedere del quale parlavo nel mio lavoro dedicato a Soumaïla Goco è sempre colui che, disprezzando come frutto di culture inferiori l’universo simbolico e analogico, recide le proprie radici, aliena sé da sé stesso, nega o ignora la continuità plurimillenaria delle culture le quali sono anche spazi e immagini, miti e canti – e Napoli mi sembra ancora oggi capace d’introdurre e di condurre a universi iridescenti e metamorfici, come se il Principe di Neville tornasse, sempre e ripetutamente, a discendere dalle Fiandre verso il Mezzogiorno per incontrare la misteriosa figlia del guantaio Don Mariano Civile…

 

 

 

(Non) smobilitare

 

 

Vengono per svuotare le stanze;
si vende, anche se l’immobile è messo male.
Vendesi.
Ha dovuto cercare le chiavi
che suo padre, morendo, le aveva affidato.
(Erano in un cassetto in cantina, dimenticate).

Apre le imposte: le sedie sono
ordinatamente accostate ai tavoli,
e la luce, che fende l’aria,
si posa improvvisa sul
ritratto di Gramsci alla parete.

Dovranno portare via tutto:
l’armadio con vecchissimi numeri del-
L’UNITÀ,
l’archivio tarlato con i nomi dei tesserati,
la radio a transistor sulla mensola.

Adesso le sembra di risentire
la voce di suo padre,
poi ha l’impressione che
vi si sovrapponga quella
di sua nonna.

… la liberazione di Milano.
… il tuo primo giorno di scuola.
… durante la campagna per il divorzio.
… Facchetti in rete una domenica d’aprile.
… i Partigiani in Piazzale Loreto.
… quando corteggiavo tua madre.
… ero incinta di tuo padre e portavo la posta in montagna.

Ancora cinque minuti
poi arriveranno i facchini.

… la bomba alla stazione di Bologna.
… Giulia ha deciso di cercare lavoro in Germania.

ma è la sua stessa voce che risuona, ora, nella stanza –
e s’accorge di raccontarlo
allo sguardo di Gramsci,
all’ombrello dimenticato chissà da chi nell’angolo.

… bisogna avere coraggio.
… e non smobilitare.
… e Giulia porterà con sé
dentro di sé
le voci che non tacciono
le voci che non cedono.

 

 

Un grazie di tutto cuore al carissimo Gaetano Bevilacqua, dal cui blog provengono le foto che corredano quest’articolo e che documentano un lavoro da lui creato e stampato a mano – lascio ai lettori attenti e sensibili cogliere significati e nessi tra gli splendidi progetti grafici, letterari e tipografici di Gaetano (che non sono solo magistrali opere d’incisione e stampa) e questo mio articolo su Via Lepsius.

 

 

Incroci

 

 

Yves Bergeret pubblica nel suo Carnet de la langue-espace un articolo, corredato da proprie fotografie, dedicato al Battistero di Varese, cui fa seguire la sua traduzione di un mio breve testo dedicato e allo stesso Battistero e al Duomo di San Vittore, sempre nel centro di Varese; sono onorato e felice di questa nostra nuova collaborazione e pubblico qui il mio intervento redatto originariamente in italiano.

In una terra d’intenso passaggio, una sorta di corridoio naturale costituito dal territorio intorno al Lago Maggiore che unisce geograficamente l’Europa Centrale al Settentrione d’Italia, si trova Varese, città da sempre a vocazione mercantile e commerciale, la cui funzione era, fin dal Medioevo, anche di stazione di posta per il cambio dei cavalli e di mercato situato proprio in questa connessione tra Svizzera-Germania e Italia. Dal punto di vista religioso tutta la regione ha conosciuto (e conosce ancora) il Rito ambrosiano, in più tratti differente dal Rito romano – la conseguenza è che anche l’iconografia e il calendario liturgico posseggono delle peculiarità che possono essere leggibili nello spazio religioso quali chiese, battisteri, eremi.

Ho avuto il privilegio d’essere insieme con Yves Bergeret mentre quest’ultimo scopriva e si entusiasmava, leggendoli come solo lui sa fare, proprio gli spazi del Duomo di Varese e del Battistero di San Giovanni; ho visto attraverso i suoi occhi lo stratificarsi dei tempi e delle mani esecutrici negli affreschi parietali del Battistero, ho constatato e discusso con lui il convergere della cultura religiosa popolare con le motivazioni dei committenti (aristocratici o borghesi che fossero), ho fissato nella memoria il distribuirsi dello spazio, sempre colmo di luce e sempre ritmato dai mattoni e dalla pietra, capaci entrambi di essere materia vivente e pagine per un racconto immaginifico del rapporto tra l’uomo e la divinità.

Yves è capace di una concentrazione assoluta mentre osserva gli spazi e gli affreschi, le volte a crociera e le accidentate superfici dei portali di legno; fotografa con una precisione che, scopro, è la stessa, proprio la stessa degli antichi affrescatori: accostando di molto lo sguardo agli affreschi si vede bene il ductus sicuro e privo di sbavature delle linee di un volto o delle pieghe d’una veste – osservando Yves ci si rende conto del fatto che possiede uno sguardo sicuro e determinato, guida per le mani che orientano l’obiettivo affinché vengano colti, nelle pitture e nelle architetture, quei ritmi e quei volumi, quei colori e quelle screpolature delle pareti che formano, insieme, un poema di tempere, pietra, intonaco, forme geometriche DENTRO IL QUALE si sta, non più visitatori (o, peggio ancora, turisti, orrida parola), ma menti partecipi di un’ininterrotta continuità della rappresentazione, del racconto, del canto e della visione – ché spesso dimentichiamo di venire dopo generazioni e generazioni di sguardi che hanno visto quello stesso luogo, che ne sono diventate parte agente.

Il Battistero, dunque: sobria costruzione all’esterno, musicale aula articolata in tre spazi comunicanti tra di loro all’interno, quasi solo vestigio di una Varese medievale cancellata dal trascorrere dei secoli, il luogo in cui si veniva liberati dal peccato originale tramite immersione nella grande vasca ottagonale ricavata da un unico, enorme blocco di pietra, il Battistero è il convergere della pietra e del mattone (pietra e argilla, dunque, scalpello che scava e modella e fuoco che cuoce) con l’acqua purificatrice (Il Varesotto è regione d’acque, numerose e molteplici, acque di laghi derivanti dallo scioglimento dei ghiacciai e acque dei tantissimi fiumi che, scendendo dalle Alpi, s’incanalano traverso il lago Maggiore e il Ticino verso il Po, il grande fiume dell’Italia settentrionale, acque delle piogge e acque che s’accumulano nell’utero capiente delle montagne); e, contemplando le pitture superstiti, riconoscendo negli abiti e nelle posture delle figure il succedersi del tempo storico e culturale (dal Medioevo al tardo Rinascimento), immaginando i canti del rito battesimale e i movimenti degli attanti, l’accendersi di ceri e di candele, ci si inserisce in questa continuità di segni e d’idee.

E Varese e il Varesotto sono, non lo si dimentichi, terre di frontiera: non solo perché dirigendosi pochi chilometri a Nord si entra già nel Canton Ticino e si prosegue verso la Germania, ma anche perché proprio oltre le Alpi svizzere la Riforma luterana avanzava a gran

Yves ha con sé un taccuino, annota in maniera forsennata, si sposta nello spazio innanzi all’altare, è chiaro che sta cercando a velocità inaudita connessioni tra l’universo animista e queste rappresentazioni della Madonna del Rosario: i Misteri dolorosi e i gaudiosi, la copiosità d’immagini di decollazioni, di trafitture e d’ogni sorta di tortura visibili ovunque nella chiesa dicono d’una presenza del corpo davvero forte e fanno della Morte la grande Interlocutrice.

Il confronto con la morte, il tentativo di esorcizzarla proprio, paradossalmente, continuamente evocandola, o forse il desiderio di renderla familiare e quindi accettabile, la volontà di creare un’unica dimensione in cui vivi e morti sono compresenti e in dialogo, il sogno atavico di abolire il tempo cronologico paiono appalesarsi in quest’enorme spazio voluto dalla comunità, finanziato dal denaro sia comune che privato, consacrato a un culto in realtà politeista, pur sotto le mentite spoglie del monoteismo. Ma, lo sappiamo, c’è anche la presenza totalizzante della Chiesa tridentina che riafferma il proprio ruolo di unica via verso la salvezza, di unica depositaria del magistero, di unica ianua fidei. E il Rito ambrosiano, ricco di suggestioni orientali, bilancia con parti del culto legate alla liturgia della luce l’ossessione di morte, recuperando un’unità dell’universo altrimenti in pericolo.

Yves è affascinato dall’idea di frontiera, ne ha appena scoperta una che corre, qui, tra Nord e Sud, tra Protestanti e Cattolici, tra genti di lingua tedesca e genti di lingua italiana – e frontiera vuol dire concomitanza, permeabilità, ponte e passaggio, confronto e riflessione intorno ai conflitti, alle incomprensioni, alle diffidenze. Una frontiera interiore da riconoscere in immagini e opere in pietra, in quest’inesausto andare da dentro a fuori, da fuori a dentro.