Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: concatenazioni

Breve saggio sulla Bibliothèque Nationale (Site Richelieu)

 

 

Gisèle Freund punta con una precisione che pertiene al rigore etico di chi vuole fare bene un lavoro la sua Leica – ma l’atto possiede anche una coscienza politica e vi è celata la silenziosa malinconia dell’esilio – fotografa Walter Benjamin che studia libri e cataloghi in una delle sale di lettura della Bibliothèque Nationale de France a Parigi.

Gli spazi del Site Richelieu accolgono la mente della fotografa e del filosofo – parlano in tedesco, parlano della Germania e dell’Europa, si sono scelti due mestieri che recano dentro di sé l’inimicizia radicale nei confronti dell’intolleranza e del fascismo.

La sala di lettura della BNF è, allora, luogo di transiti e d’incontri, uno dei cuori pulsanti di Parigi, immagine concreta d’uno spazio dove la libertà è materiata di libri (che qui vengono raccolti e custoditi, dati in lettura o in prestito).

Il mio pellegrinaggio di epigono conosce anche questa tappa parigina: insieme con la Braidense, con la Staatsbibliothek berlinese, con la Marciana, con quella dei Girolamini, con l’Oxoniense, luoghi dove un’attività apparentemente del tutto privata e solitaria (leggere, prendere appunti, sfogliare) scopre sé stessa essere atto anche comunitario: si lascia la propria casa, si attraversa la città, si entra nell’edificio-corpo della biblioteca, si chiedono i libri, si aspetta impazienti la consegna, ci si siede a un tavolo – ci si muove piano, in silenzio, il silenzio è consegna inviolabile, attivo silenzio dentro il quale è percepibile la concentrazione delle menti, addirittura l’operoso brusio come d’api ed ecco che il tempo sembra sospendersi, la mattinata o il pomeriggio perdono ogni loro banausica scansione, divengono spazio luminoso della lettura.

I lettori, silenziosi e concentrati, sembrano emettere questo brusio (ma privo d’ogni rumore) di api che percorrono le vigne del testo, ruminanti menti che si nutrono dei testi. Silenzio della lettura mentale, mentale andirivieni del doppio sguardo dell’occhio fisico e dell’occhio del pensiero.

E sia resa lode allo sfogliare il libro, fruscìo lieve della felicità, odorato e tatto totalmente coinvolti assieme alla vista; una lente d’ingrandimento potrebbe essere compagna non disprezzabile per esplorare e scoprire.

Alfred Döblin aveva ritmi di lettura impressionanti: leggeva in tempi molto brevi decine di volumi che schedava e dai quali traeva centinaia di appunti – accumulava enormi quantità di materiale preparatorio per ogni nuovo romanzo: nacquero così il Wallenstein, la Babylonische Wanderung, Berlin Alexanderplatz, naturalmente, opere vastissime – da medico si dedicava ai suoi pazienti, poi (ritemprato da pochissime ore di sonno) andava in biblioteca a studiare e a scrivere: prima la Staatsbibliothek di Berlino, poi, dopo l’emigrazione forzata dalla Germania hitleriana, la BNF a Parigi.
Oggi la Staatsbibliothek zu Berlin si articola in vari edifici in diversi luoghi della città (Döblin frequentava la sede storica dello Haus unter den Linden e mi piace immaginarlo studiare nella luminosa Kuppellesesaal, la sala di lettura principale sotto una cupola di vetro – l’edificio fu ovviamente gravemente danneggiato dai bombardamenti e il nuovo stabile principale, progettato dall’architetto Hans Scharoun in Potsdamer Straße in forma di “nave dei libri”, ospita una vasta sala di lettura dalle grandi vetrate, come direi ormai da tradizione nella nuova Berlino ricca di costruzioni vetrate che vogliono simboleggiare la volontà di una nazione già tragicamente segnata dal fascismo di proseguire la nuova strada democratica illuminata dalla cultura e dal dialogo); e poi immagino lo scrittore lavorare nella Salle Labrouste, uscire in Rue Vivienne per tornare a casa fumando pensieroso una sigaretta (è lì che si apre la Galerie Vivienne di un indimenticabile racconto di Julio Cortázar, lì dove la parola della letteratura consente di spostarsi in un istante da Parigi a Buenos Aires e viceversa – Buenos Aires? La città, justement, del bibliotecario ciego che percorre i corridoi tra gli scaffali ricolmi di libri con su báculo indeciso).

Come in una concatenazione di pensieri e di suggestioni rivado ora con la mente alla biblioteca di casa Leopardi, fulcro di un’infanzia e di una giovinezza, ogni volume un universo: paradosso luminoso per noi posteri il fatto che un luogo di semi-clausura abbia donato al pensiero una tale libertà (l’Italia soffocante provincia e la mente del fanciullo, poi del giovane, poi dell’uomo adulto che s’apre agl’interminati spazi).

E da una biblioteca privata di nuovo verso una biblioteca raccolta con passione e abnegazione per essere pubblica: si materializza ora tra queste mie linee di scrittura la figura nobilissima di Gerardo Marotta e ripenso a quella vera e propria odissea della Biblioteca dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici che disattenzione e superficialità hanno condannato a peregrinazioni inaccettabili e più volte esposto al pericolo della dispersione. Ma Napoli è città di Giambattista Vico che trovava pace e silenzio nella sala di lettura della Biblioteca dei Girolamini; un suo discepolo spirituale, Benedetto Croce, studiava e intesseva relazioni con gli esponenti della cultura internazionale nella biblioteca privata di Palazzo Filomarino e nello stesso Palazzo (sottoposto a stretta sorveglianza durante il regime fascista e oggetto anche di un’incursione squadrista) fondò l’Istituto italiano per gli Studi storici a Italia finalmente liberata; tra il secolo di Vico e quello di Croce intellettuali, economisti, scrittori dettero vita all’eroica epopea della Repubblica Partenopea; a Napoli si esercitò una parte importante dell’attività politica e scientifica di Francesco De Sanctis; in pieno Novecento la città si è illuminata dell’opera umana e intellettuale e politica di Renato Caccioppoli, di Giovanni Pugliese Carratelli, di Fabrizia Ramondino, di Ermanno Rea – operosità di studio, apertura totale verso l’Europa e il mondo, antifascismo convinto, questo fu il terreno che nutrì l’operato di Gerardo Marotta e la biblioteca da lui raccolta aveva come vocazione quella d’essere pubblica, aperta ai lettori.

(Sorte simile, molteplici e offensivi traslochi, è toccata al patrimonio librario della Libreria Palmaverde di Roberto Roversi a Bologna, non dimentichiamolo).

Una sala di lettura evoca tranquillità, agio di studio e promessa di pace: non così, mi vien fatto di scrivere, se penso a Timbuctù, a Sarajevo: la città maliana, anch’essa vittima della cieca furia jihadista, è, usando un’espressione moderna, una “biblioteca diffusa”, nel senso che ci sono (o c’erano) moltissime biblioteche private ricche di meravigliosi codici manoscritti relativi a tutti i campi del sapere umano – quando nel 2012 gli integralisti islamici hanno conquistato il Nord del Mali, essi hanno cominciato a razziare i manoscritti di Timbuctù perché da loro considerati contrari alla legge islamica; fu in quel momento che spontaneamente molti cittadini di Timbuctù cominciarono a nascondere migliaia di manoscritti, salvandoli dalla distruzione; per quanto riguarda la capitale bosniaca è nota la deliberata distruzione della Biblioteca avvenuta il 25 agosto 1992.

Sì, credo proprio che la pace coincida anche con la possibilità di recarsi in biblioteca a leggere, rimanere per ore in una sala di lettura (ore sottratte all’utilitarismo, alla frenesia del dover guadagnare o spendere danaro), avere la possibilità di accedere alle fonti del sapere senza censure e senza divieti o limitazioni; immergersi nel silenzioso brusìo d’api di chi legge e medita e prende appunti.

E penso ai chiostri, dove i monaci compiono tantissime volte il periplo del giardino leggendo ad alta voce o pregando, penso alle scuole coraniche e rabbiniche dove i bambini, seduti per terra, ripetono a voce alta i versetti biblici e le sure coraniche dondolandosi sul tronco, ché alla lettura, come alla scrittura, partecipa tutto il corpo ritmando accenti e sillabazioni – cosa impossibile e non opportuna nella sala di lettura di una biblioteca, è ovvio, ma chi legge con passione conosce bene la sensazione di movimento incessante e di lettura ad alta voce che si ricava anche se la lettura è, in realtà, puramente mentale.

Trasferita in anni recenti in edifici modernissimi del quartiere di Tolbiac, la storia della BNF resta legata, però, al cosiddetto “quadrilatero o sito Richelieu”, agli spazi che furonono frequentati da Calvino e da Char, da Barthes e da Foucault: una biblioteca, quale la concepiamo in età contemporanea (istituzione pubblica e laica) si trova a essere simile a un organo del nostro corpo, il quale appartiene, cioè, insieme ad altri organi a un preciso sistema che, in relazione e interscambio continui con altri sistemi, permette la vita del corpo stesso. La BNF è pensabile in un orizzonte simbolico (fatte salve le esigenze di fatto che hanno reso necessario il sito di Tolbiac-François Mitterrand) solo in connessione con il corpo-Parigi, con le sue rues e i suoi cafés, con i quartiers storici.

Ci si affaccia allora nella Salle Ovale, nella Salle Labrouste, si ripensa al destino di Walter Benjamin avviato verso Port Bou mentre la Leica di Gisèle Freund testimoniava di un’amicizia, di un passaggio esistenziale e politico, di un febbrile pensare, cercare, voler capire.

Das Passagenwerk per capire il proprio tempo.

 

 

Breve saggio sugli oggetti inapparenti

 

 

È colma la nostra giornata d’oggetti e, alla lettera, non vediamo molti di essi, anche mentre li stiamo usando. Li usiamo, appunto, senza prestare loro attenzione, se non nel caso si rompano o manchino.
La bottiglia di vetro: al di là dell’enorme produzione industriale di questo contenitore, si dovrebbe talvolta riflettere sulla sua umile bellezza che, oltre a contenere l’acqua o il vino (o altra bevanda) si mostra, modesta e fedele, spesso sotto slanciata forma e capace di rifrangere la luce secondo gamme variabili, per cui sono la bottiglia e il bicchiere a convogliare la luce (elettrica o naturale) dell’ambiente, stabilendo strette relazioni tra vetro, liquido contenuto, luminosità circostante.
In verità non so se la chiave sia altrettanto inapparente, visto ch’essa serve per aprire o chiudere una porta o un cassetto costringendo il suo possessore ad accertarsi di averla con sé; essa è immagine privilegiata dell’aprire per accedere o del chiudere dopo essere usciti – in questo breve saggio desidero scrivere di oggetti che, proprio nell’atto di scriverne, sottraggo al loro status di cose fabbricate per un fine pratico, enfatizzandone la valenza simbolica e intellettuale: e allora associo qui la chiave alla soglia, ché solo quella chiave dà accesso oltre quella soglia se la porta è chiusa – come la scrittura che, in avvio, deve trovare la modulazione giusta per entrare nella pagina e attraversarla.
L’interruttore elettrico: in molte case ha funzione anche ornamentale, è stato scelto con cura quale parte dell’arredamento, spesso lo si pigia senza prestargli particolare attenzione – eppure partecipa anch’esso della funzione della chiave, permette l’entrata in una stanza ch’era buia o sancisce l’uscita da quella medesima stanza facendo appello proprio al buio. Spesso anonimi, addirittura brutti gl’interruttori nei luoghi pubblici, più attenti all’aspetto formale quelli delle abitazioni private, molto meno notati rispetto ad altri complementi delle pareti (quadri, poster, bacheche, eccetera), essi rimandano tuttavia la mia memoria agli interruttori della casa dei nonni: non riesco a non pensare con tenerezza e nostalgia al filo elettrico piatto e bianco ben visibile lungo la parete e il soffitto o a quegli interuttori con la placchetta di ceramica o di plastica fissati con quattro viti accanto alla porta, oppure a quegli altri dalla forma di piccole scatole ben in rilievo sul muro, spesso bianchi e umili; o, ancora, ripenso agl’interruttori di forma cilindrica per accendere e spegnere le lampade sul tavolino da notte: tutto questo rivelava, nell’antica casa, l’aggiungersi dell’impianto elettrico là dove l’illuminazione per decenni e per secoli era stata affidata a lampade a combustibile.
E le lampadine a incandescenza avvitate al portalampade in forma di cilindro bianco, in ceramica, spesso nudo nella bottega del falegname o del calzolaio, oppure schermato da un disco smaltato o da stoffa ricamata.
Il regno degli oggetti inapparenti richiede attenzione, giustamente pretende che la sfera intellettuale di ognuno abbandoni la superficiale attrazione per il vistoso e il macroscopico o la propria, cronica disattenzione: questo breve saggio sugli oggetti inapparenti vuol essere, a sua volta, uno spazio di silenzio e di riflessione, un atto di cura per quello che, pur inapparente, costruisce la quotidianità individuale e collettiva.
E che la torre di Montaigne sia riferimento costante: luogo di silenzio e di concentrazione, essa non ha significato affatto clausura e separazione dal mondo, bensì dialogo ininterrotto, traverso il pensiero, con il mondo: essayer, saggiare e tentare, esplorare, prestare cura e attenzione (ad-tendere).
Le fotografie di Wols: posate, bottiglie, pasti consumati a metà, l’inapparenza che viene a stagliarsi nell’epos d’oggetti chiari e distinti davanti allo sguardo della mente.
Le fotografie di Josef Sudek: interni dove la vita privata, normalmente celata agli occhi altrui, splende, invece, proprio nell’uso e, anche, nella contemplazione degli oggetti inapparenti – è l’accorgersi di essi e il soffermarsi a guardarli che li sottrae al loro banale, prosaico ruolo d’oggetti d’uso.

 

 

 

10 Testi: 10

 

 

 

Spavento del libro:
spavento è batticuore e possessione
ché solo un esistere è dato
da vivere fino alle faglie irrequiete del dire.
Chi a lenti lentissimi passi
traversa il campo innevato
vi scopre le tracce della volpe
sapendo in ogni cristallo di neve
la geometrica concettualizzazione
del costruire pensiero dopo pensiero –
costui s’avvolge d’un soprabito di poverissima
fattura, eclissi di sé stesso.
Ed emerga infine il nome taciuto e alluso
dissimulato e velato. Herisau.

 

 

10 testi: 9

 

Elio Ciol: “Ombre sulla neve” – Casarsa del Friuli, 1953

 

Se la neve non avesse questo suo perfetto
biancore
forse l’angoscia di violarla, offenderla,
sporcarla sarebbe minore:
il sole di dicembre la cristallizza
in fecondo inverno, ogni
tratto di sentiero promette un enigma che
non abbuia, ma splende
e le cose del mondo chiedono
d’essere raccolte tra le mani
della mente perché
qualcuno minaccia con risentimento
e cupa rabbia, martella parole d’odio,
le ripete e ripete, si conquista proseliti.

 

 

Zerocalcare, Via Lepsius, l’Antifascismo