Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: concatenazioni

10 testi: 1

 

Josef Sudek: natura morta.

 

 

Tacere dentro duro, necessario silenzio:
saccheggiare tutti i bicchieri dell’assenza
tutti i colori della neve
tutto l’alcool della solitudine:
l’enigma, irrisolto, illumina
e pulsa cuore del pensare –
tersissimo il cielo.
Perché tutta questa gente aspira al titolo di “poeta”?
E i mercatanti che sbeffeggiano gli apprendisti stregoni dell’arte.
E i banchieri che decidono le sorti del mondo.
Colta raffinatezza degli onanisti
della letteratura mentre nottetempo
inchiodano la carcassa della volpe
alla porta del paese.

 

 

Yves Bergeret, Francesco Marotta, Carène / Carena, l’Europa, le migrazioni, l’antifascismo

 

 

 

Da Via Lepsius seguo con partecipazione e passione gl’impegnativi giorni “siciliani” di Yves Bergeret; come ormai accade da qualche anno Yves e io siamo in contatto quotidiano (e anche più volte durante il giorno) – si tratta di un’amicizia e di uno scambio che mi guidano e m’incoraggiano, illuminandomi e indicandomi un itinerario di ricerca politica, intellettuale e artistica.

Tra poche ore andrà in scena a Catania, regia di Anna Di Mauro, l’allestimento teatrale del poema Carène / Carena nella traduzione di Francesco Marotta; ecco: è proprio alla Dimora del Tempo sospeso che devo la conoscenza dell’opera di Yves, la cui lettura mi ha poi portato ai primi contatti con Bergeret e a tutto quello che ne è successivamente scaturito; sono debitore insolvente di questo (e di tantissimo altro) nei confronti di Francesco e della Dimora e ora, da Via Lepsius, voglio scrivere poche frasi di riflessione su quello che quest’allestimento teatrale rappresenta.

So che più d’uno (intellettuali e artisti siciliani raffinati e colti) ha rimproverato a Yves di occuparsi di “cose” e “fatti” ch’egli, straniero (sic!), non avrebbe il diritto di affrontare – ebbene, da Salentino e da persona che molto bene conosce la realtà e le realtà dell’Italia meridionale, dico, invece, che proprio lo sguardo altro, di chi viene da lontano e da un’altra cultura, da un’altra storia personale e collettiva, proprio lo sguardo giunto da altre terre è in grado di spiegare chi, noi Meridionali e poi noi Italiani, siamo e siamo diventati; Yves conosce e ama con divorante passione sia l’Italia che la Sicilia, egli ha compiuto un lunghissimo itinerario che l’ha portato a riconoscere in molti atteggiamenti e in molte scelte tematiche della cultura europea dei nostri anni un malcelato (e talvolta inconsapevole) razzismo, un perpetuare una mentalità colonialista (camuffata magari da caritatevole accondiscendenza), spesso un fascismo sempre più presente e arrogante.

Che Carène, dopo lunghe e controverse vicende editoriali, arrivi finalmente tra le mani di lettori consapevoli sotto forma di libro a stampa e sulle scene grazie al coraggio di poche, testarde persone, è da un lato un successo, dall’altro la conferma che la scrittura è e dev’essere un atto politico, cioè un appartenere alla vita della comunità per rendere traverso la scrittura più inventiva, rivoluzionaria e complessa immaginabile (quella della poesia) la mente di ognuno e di tutti cosciente di una storia – la storia dei nostri anni, in questo caso.

Yves Bergeret, nello scrivere un’Odissea contemporanea che per nulla indulge a mode o a vezzi letterari, Francesco Marotta, nel tradurre con passione totale dal francese all’italiano quel poema, indicano una direzione (l’osmosi tra le lingue e le geografie), continuano un’alta tradizione (il legame inscindibile tra cultura francese e cultura italiana), sostengono e difendono il futuro, l’unico possibile (l’incontro paritario tra la cultura europea e quelle di persone che provengono da altri continenti).

Sono giorni intensi e faticosi, esaltanti e indimenticabili questi “siciliani” di Yves (il quale è tornato per l’ennesima volta, come da molti anni fa, nell’Isola); sono anche giorni in cui il fascismo, come qualcuno sostiene, “rialza la testa”: ebbene, in verità è dal 25 aprile 1945 che il mio Paese non sa fare i conti, come dovrebbe, con il suo passato fascista e con la costante presenza fascista (e anche mafiosa) nel suo corpo comunitario – un amico e un intellettuale e poeta che viene dalla Francia, a sua volta antifascista convinto, si sobbarca l’onere di scrivere e di portare in scena nel cuore di una Sicilia contraddittoriamente progressista e democratica, ma anche feudale e mafiosa, un poema che, nella parola nata dalla sofferenza e dalla morte di migliaia e migliaia di esseri umani che attraversano il Mediterraneo, ritrova la propria ragion d’essere e la propria giustificazione etica e politica.

E tu, mia scrittura, ecco che ora puoi cercare e trascegliere (per studiare e  imparare) quello che l’Europa, da millenni, ha saputo costruire in termini di dialogo, confronto, attenzione verso chi “viene da altrove”.

 

 

La lingua italiana è destino

 

 

 

(per Marco Albertazzi, filologo ed editore)

Questa lingua italiana che ho ricevuto in dono e che è un destino, così sonora e greca, sapiente per sfumature di suono e di senso, traversata nel profondo da scabra, salda eleganza appenninica, da distesa fluvialità padana, da bella chiarezza nel mentre s’appressa ai confini, poi da dilatazione d’orizzonte marino.
Questa lingua italiana che i migranti portarono con sé, identità e nostalgia, in molti altrove, questa stessa lingua dentro cui giungono nuovi migranti ad abitare, lei così ospitale e civile d’umanità, di senso.
Questa lingua italiana, cadenzata in accenti che sanno dire una geografia, una tradizione, più geografie, più tradizioni. E nobiltà del sentire.

 

… qui resplende e luce onne natura
che a chi intende fa la mente lieta …
Cecco d’Ascoli, dall’ Acerba

 

 

(Segnalibri): Carnet de la Langue-Espace d’Yves Bergeret

 

Ugo Mulas: “Alberto Giacometti nella sua sala alla XXXI Biennale d’Arte di Venezia”, 1962.

 

Nel segnalare il Carnet de la Langue-Espace di Yves Bergeret, vero grande opus in fieri che con la sua sola presenza nell’universo caotico e spesso egotico della “rete” fa riacquistare fiducia in proposte (pochissime, in verità) serie e meditate, mi piace rimandare il lettore non superficiale all’articolo più recente: “René Char en Chine“.

 

 

Dalla falesia a Napoli

 

Yves Bergeret, dopo aver letto il mio intervento sul cantore maliano Soumaïla Goco Tamboura, m’invia il seguente messaggio: “Ecco l’ascia di Soumaïla Goco; e i grandi tracciati geometrici sono stati realizzati da lui, anche se dicono che il refettorio sia stato affrescato da Vasari” – Yves si riferisce alla Sacrestia di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli (egli si trova, in questi giorni, nella città partenopea); rispondo: “Caro Yves, sei proprio tu che mi hai fatto capire che numerosi elementi della cultura europea sono da ricondurre a una comune radice mediterranea e africana che si è dimenticata o cancellata; l’ascia, certo: in questo caso si tratta della raffigurazione della Giustizia secondo i canoni del diritto romano, lo sai: la Giustizia regge i “fasci littori”, simbolo dell’autorità statale; purtroppo Mussolini e il fascismo hanno fatto proprio, con un vero e proprio furto, tale simbolo, trasformandolo nell’immagine stessa della dittatura – ma la geometria delle linee nere e gialle fanno pensare alla geometria del pensiero animista quando quest’ultimo tenta di rappresentare la forma e lo spazio dei geni, penso.
Napoli nasconde molti universi nel proprio ventre, Napoli è soglia di un mondo altro rispetto al razionalismo italiano-settentrionale e a quello europeo di marca protestante”.
In risposta Yves mi propone di pubblicare un breve articolo circa tale questione e le nostre comuni riflessioni utilizzando questo scambio epistolare.
Da Via Lepsius, spazio, come ho dichiarato fin dalla sua apertura, molto attento al Mediterraneo, Napoli e la Napoli che in questi giorni il caro Yves scopre con meraviglia ed entusiasmo non può mancare; se si discende dal Settentrione bisogna raggiungere Roma e superarla per avere, ancora adesso, un vero accesso a un Sud dove non dominano per nulla l’irrazionalità e la superstizione, ma che è ancora capace di proporre un modo, appunto, altro di rapportarsi con il mondo, modo che scopre continuamente analogie e simboli nella realtà e nel pensiero – e nel rapporto indissolubile tra pensiero e realtà; lo “straniero” incapace di vedere del quale parlavo nel mio lavoro dedicato a Soumaïla Goco è sempre colui che, disprezzando come frutto di culture inferiori l’universo simbolico e analogico, recide le proprie radici, aliena sé da sé stesso, nega o ignora la continuità plurimillenaria delle culture le quali sono anche spazi e immagini, miti e canti – e Napoli mi sembra ancora oggi capace d’introdurre e di condurre a universi iridescenti e metamorfici, come se il Principe di Neville tornasse, sempre e ripetutamente, a discendere dalle Fiandre verso il Mezzogiorno per incontrare la misteriosa figlia del guantaio Don Mariano Civile…