Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: Il muro dove volano gli uccelli

Mark Rothko e il mendicante

 

 

 

(…)
E noi si era scaltri a respirare
il più dolente dei vespri come fosse
nelle mani di Angelico di Rothko,
e non fiero abbandono d’ombre
alla rugiada, consacrazione al sonno
che non lasciò dormire i nostri affanni,
sfiorando invece udirli nel grido.

Nanni Cagnone, da The Book of giving back

 

Non so di una figura
senza ingiuria.
Molto più lontano,
l’insperato astratto cenno
esordio di luce, l’intero
sollevante cenno
che tutti trascurano –
ostinato non-vedere
dei morenti, che
percuote ancora
Rothko
nel suo studio.

Nanni Cagnone, da Doveri dell’esilio

 

 

(157 E 69th Street, New York)

Gli si materializza come inventato dalla tromba delle scale
nel tardo pomeriggio –
o è il pomeriggio tardo mentre sfuma
nella sera
a profilarsi dietro la porta dello studio
con gesto che ha assenza di suono.
Nulla e nessuno riesce ormai a
penetrare la solitudine:
ma il mendicante, chiuso
nel suo cappotto, gli sembra
lo stesso blu fondo e abissale
che aveva steso sulla tela al mattino.
Ortodosso forse osservante
non gli negherà l’elemosina
ma le poche monete che trova
e che ora stringe nel palmo della mano
scottano di pietà.
Pietà del mendicante per quell’uomo
solo che non sa farsi l’elemosina
di dimenticare l’abisso e
la distanza.
Il rosso amaranto tracima
dal bicchiere sul tavolo
decide che la sera si spanda
terra di Siena e verde muschio
mescolati sulla campitura del febbraio.

 

 

Soumaïla Goco Tamboura contempla la falesia

 

 

Egli canta la falesia, il villaggio e l’acqua nascosta: in tal modo essi esistono.

Io, straniero, la mia ragione d’Occidentale rinchiusa nella scatola cranica, vedo solo rovente pietrame e la miseria del villaggio.

Egli canta l’universo di sopra e di sotto, degli spiriti e degli eroi, asce sapienti ad aprire i cammini in verticale, il cuore battente della montagna, la gola spalancata per l’acqua a inabissarsi nella sete degli uomini.

Io, straniero, le dico superstizioni, non so vederne la vitale necessità. Non so vedere.

Egli canta l’ospitalità della terra, la voce del vento, la presenza degli spiriti in creature animali sapienti. Egli non ha mai visto il mare, il suo universo s’intesse di canti, segni e gesti, di cieli, sogni e premonizioni.

Io, straniero, guardo arbusti disseccati, muri d’argilla. Ma non vedo.

 

(per Yves Bergeret, instancabile viaggiatore, poeta amico di poeti, che mi insegna a vedere)

 

Per approfondimenti consultare la Dimora del Tempo sospeso e Carnet de la Langue-Espace.

 

 

Cosmè

 

 

 

“Celerò onirici segni matematiche evidenze
ospiterò spazi marini e metamorfosi
segnerò mattinali erosioni crepuscolari sabbie
modulerò erosi colori ospitali orienti
evidenze matematiche segni onirici celati”

 

 

 

 

sul tavolaccio pregno d’indurite
vernici dentro tormentati bacili
nell’officina
mescola dopo mescola
invocato benedetto gemuto temuto maledetto
azzurro
da distendere sopra legno
che s’inventri in bellezza
che s’attorca a resistere e consistere

 

 

 

 

si entra
nel libro
seguendo il volo
degli uccelli di passo

–  anatre dal collo variopinto calliopi folaghe quaglie  –

si cammina
su di una
lingua
di
sabbia
tra il buio ed il silenzio

 

 

(per Lucetta, dolcissima amica)

 

 

Morandi a Grizzana

 

 

Dalla finestra della casa di Grizzana Giorgio Morandi percorre col binocolo, palmo a palmo, il paesaggio.
Dipinge per mediata visione, per distanza e non distratta concentrazione.
Sono anni di guerra, i colori che trasceglie spesso cupi: sfollato a Grizzana per sfuggire ai bombardamenti su Bologna, non dimentica l’angoscia né la minaccia.
Fa, seppur con difficoltà e senza serenità, quello che meglio sa fare: dipinge, fedele a un imperativo che pretende giustezza dell’atto, coerenza di scelta, solitudine aperta alla comunità.
Morandi a Grizzana ascolta la radio mentre dipinge; sul tavolino accanto al capezzale del letto tiene un Leopardi e un Pascal: alberi, ombre, caseggiati, forme d’un silenzio di studio e d’attesa.

 

Una scrittura porosa: su “Paesaggio con viandanti” di M. Ercolani e M. Barbaro

 

 

Viandante, flâneur, Wanderer, caminante, clericus vagans sono tutti vocaboli che, in ognuna delle lingue d’appartenenza, recano con sé connotazioni ben più complesse del semplice “colui, colei, coloro che camminano” e che, in tutta la letteratura occidentale e fin dalla sua remota origine, pur con sfumature differenti in relazione ai tempi, connotano anche lo scrittore, l’intellettuale, il poeta che s’avventura “a piedi” attraverso i paesaggi diversissimi e sempre cangianti del pensiero; è così che Massimo Barbaro e Marco Ercolani trasformano un loro lungo scambio epistolare in un libro elegante e densissimo (Paesaggio con viandanti, Novi Ligure, Edizioni Joker, 2015) enfatizzando fin dal titolo proprio il paesaggio che sembra ricevere maggiore importanza rispetto ai viandanti in esso immersi – e la bella copertina che riporta un particolare di un dipinto di Francesco Antonio Canal (Paesaggio con viandanti, frati e borgo con cascinale conservato presso l’Accademia Carrara di Bergamo) contribuisce al formarsi di quest’idea d’un paesaggio all’interno del quale i due viandanti camminano dialogando, porgendosi l’un l’altro spunti e temi, suggestioni e osservazioni.
Il presente è uno di quei libri che vanno centellinati, che accompagnano la meditazione e che invitano anche a godere l’eleganza e la raffinata cultura di due scritture, proponendo, se si vuole, una sorta di giuoco: i brevi testi di Marco e di Massimo sono offerti in maniera alternata, ma senza che in calce risulti il nome dell’autore (quest’ultimo lo si “scopre” soltanto scorrendo l’indice dove, accanto ai titoli dei singoli testi, sono riportate le iniziali del relativo estensore – soltanto gli ultimi due testi dell’intiero libro sono firmati), così che, chi lo desiderasse, può provarsi a intuire da sé, conoscendo le due scritture, chi sia l’autore di questo o di quel paragrafo per poi controllare la veridicità o meno della propria ipotesi.
In ogni caso ci si abbandoni alla lettura e si apprezzi un libro all’interno del quale vengono praticati la più vasta libertà di pensiero, il puro piacere dello scrivere, la gioia dell’otium che rinfrancano la mente di chi legge: Paesaggio con viandanti è opera a quattro mani che rivendica e mette in atto il momento della gratuità totale del pensare e del conversare – conversare: volgersi verso qualcuno, appunto, in un moto costante del parlare “andando”.
Gli assunti irrinunciabili dei due autori sono la coscienza ferma (oserei definirla leopardiana) del nulla entro cui ogni nostra azione, scelta, pensiero accadono (e questo caratterizza il pensiero e la scrittura di Massimo Barbaro) e la contesa del pensiero razionale (o istituzionalizzato) con la follia e la notte (Marco Ercolani, ove per “follia” s’intende spesso un modo altro di pensare, un modo non patologico, ma esistenziale di concepire il proprio rapporto con il mondo e con gli altri).

Come on…

Siamo noi la ferita, al cuore del nulla. Più e meglio di Neo in Matrix, abbiamo toccato lo specchio, e si è mosso il mondo. Di fronte al nulla, ripetiamo ancora il gesto di Morpheus. Braccio teso a metà, dorso della mano verso il basso, il pollice immobile, e le altre dita solidali, mosse di scatto, due volte: «Fatti sotto…» (Massimo Barbaro, pag. 11);

Da non scrivere

Un libro sussultante, decisivo, irregolare, vertiginoso. Un libro da non scrivere, superfluo e assoluto. Quello a cui vorrei mettere mano ogni giorno, pensando di scrivere pagine mie, ma la ferita è comune, è aperta, noi tutti tagliamo e colpiamo dentro il muro bianco, lo spacchiamo e poi ci specchiamo. Alla fine, dopo anni di fatica, c’è la notte a cui torneremo, da cui saremo travolti, ma che vogliamo modellare ancora, fingendo di esserne padroni. (Marco Ercolani, ibidem).

L’itinerario di pensieri e immagini che si dispiega tocca così luoghi fondanti per la riflessione sia personale che filosofica e creativa dei due autori, Paesaggio con viandanti viene a essere libro che costeggia e rispecchia i libri precedenti di Barbaro e di Ercolani e di essi riverbera e anche libro perfettamente autonomo di ricerca e di esplorazione, saggio nel senso più profondo, à la  Montaigne: on essaye, vale a dire si saggia, si tenta, si esplora, si assaggia senza mai avere certezza dei risultati, ci si avventura in territori nuovi e insidiosi – ma anche passeggiata alla Robert Walser, itinerario colmo d’attenzione per l’inapparente, per il particolare che facilmente sfugge e che è, per questo, ancora più prezioso – e flânerie alla Walter Benjamin, ché la cultura, i libri, l’erudizione hanno parte fondamentale e irrinunciabile – non si dimentichi che emtrambi gli autori sono dei clerici (degli intellettuali) di laica e vastissima cultura il cui vagare si svolge anche tra le lingue e le letterature, tra le filosofie più diverse e i paesaggi culturali più distanti tra di loro: chi apra questo libro si ritrova tra le mani un’opera preziosa perché essa non dà risposte, ma pone interrogativi, non consola, ma mette in discussione, non culla lo spirito, ma ne acuisce la predisposizione indagatrice e scettica (impiego quest’ultimo termine nel suo senso originario ed etimologico di osservazione attenta e di sospensione filosofica del giudizio proprio perché il conoscere è un processo mai concluso).
E si apprezzi anche la bellezza stilistica dei testi; per esempio:

La vela, il vento

Tenermelo stretto, il mondo. Portarlo con me, quando chiuderò gli occhi.

Il sole mi sfiora la pelle. Torno vivo, felice di dissolvermi in luce.

Voci assordanti avvolgono questa stanza, mai solo mia.

Potente e leggero, il sole. Responsabile della mia ombra.

Se i sogni ci appaiono come nemici, smettono di essere letteratura e diventano minacce reali.

Il fascino di alcuni gesti segreti, in vite altrui: la mia personale semiologia dell’inferno.

Ricorda. Ricorda che devi sentire.

La vela, il vento. Indissolubili. (Ercolani, pag. 14);

Ciò che non sono mai stato

Accarezzare i dorsi dei libri. Non leggerli più. Ricordarli.

Forse la pagina dove inventare parole è diventata solo un muro, un osso dove sbattere le mani, la mente.

Pietre per sedersi e per immergersi. Montagne come quinte. Acque turbinose.

Vivo i gesti dell’altro, che mi modella.

Solo respirando, lui mi domina. Io imparo, ma nei regni dell’ombra.

È stato bellissimo ritornare. Ma dove?

Fiamma penultima. Rogo definitivo (Ercolani, pag. 17).

Paesaggio con viandanti conduce una riflessione intorno alla scrittura che, in maniera secondo me del tutto opportuna, viene pensata anche in relazione allo spazio e al tempo e, persino, al supporto scrittorio stesso, esso pure spazio con cui la scrittura si misura:

Pagina bianca

Sulla pagina, quello che non sono mai stato e quello che non sarò mai si incontrano, si guardano e si allontanano, senza dirsi una

parola. Non scrivere, non dire. Non fare. Il nulla andrebbe rivalutato. (Barbaro, pag. 21);

Idée fixe

Aveva un’idea fissa, da cui era ossessionato: concentrare la sua opera d’artista in un punto preciso della sua città natale, al centro esatto di un ponte. La città era Praga e il ponte il Ponte Carlo. Lo descrisse attraverso le storie di cinque personaggi in tre romanzi, lo filmò in sette film diversi – storici, gialli, avventurosi , lo dipinse ventiquattro volte mascherandolo in paesaggi impressionisti o astratti. Il suo intento era: diventare il re di quel punto. L’unico re. «Non chiedo altro – scriveva Alexis Ponge in una lettera a Dénise – che possederlo. O, meglio ancora, essere posseduto da lui». Si ignorano le ragioni per cui Ponge lasciò Praga negli ultimi mesi del 1990, con una piccola valigia, in cui erano contenuti disegni, pellicole, nastri, racconti, poesie, e raggiunse Parigi. «Io mi porto con me – disse nella sua ultima lettera a Dénise – ma non so dove andrò». Morì in una panchina del Boulevard Montparnasse alla fine di settembre dello stesso anno. (Ercolani, pag. 36)

Il rifrangere la propria scrittura in quelle altrui, lo spingerne verso l’estremo l’ardimento di scandaglio e di proiettile lanciato dentro l’inconosciuto, lo sfruttarne la natura di mezzo onnivoro, il farne luogo di riverbero per le lunghe, meditate letture è Leitmotiv di tutto il libro.

N.O.F.4

Di fronte al muro di Nannetti si resta ammutoliti. Di fronte alla possibilità concreta, muti, di fronte al fatto che la parola è nata per dissimulare, per coprire la realtà. Per crearla. La parola sta alla realtà come la moneta sta alle merci. Valore di scambio che senza scambi non ha valore, feticcio che perversamente acquista valore in sé, più di quanto simbolizza. Sul muro del Padiglione Ferri del Manicomio di Volterra, N.O.F.4 (Nannetti Oreste Fernando) ha inciso con la fibbia della cintura pagine e pagine di scrittura. Che lui non ha mai potuto sfogliare. E che ora cadono in pezzi. Ridotte a opera d’arte. Anch’io sono un eccentrico: scrivo; e ancor di più, leggo. Stravaganze, nei tempi attuali. (Per non parlare del pensiero). Anche noi ci siamo – in qualche modo – affidati all’arte. Di qualsiasi cosa si tratti. Scambiando la realtà col simbolo. Più concretamente, le poche persone a cui ho fatto vedere il muro, vi hanno letto il dolore. Un altro simbolo. Ancora. (Barbaro, pagg. 38 e 39)

In tal senso la definizione di “scrittura porosa” (formulata da Ercolani a pagina 40) è davvero eccellente ed esaustiva, ma capace, nello stesso tempo, di conservare intera l’idea di apertura, d’incompiutezza, di ricerca sempre in fieri. Questo è un libro antidogmatico, eretico e destrutturante: demolisce ogni acquisizione di pensiero (non perché è nichilista, ma perché mette in campo un metodo conoscitivo preciso); capovolge i luoghi comuni; apre nuovi orizzonti; rifiuta le gabbie delle categorie e dei pre-giudizi; s’accampa, insieme con pochi altri, a chiedere conto al lettore delle proprie convinzioni e idées reçues; possiede la bellezza del ritmo della lingua (è interessante accorgersi come le scritture di Barbaro e di Ercolani siano, insieme, affini e differenti) e dell’inventività sia immaginativa che metaforica.

Di passaggio

La vita è così vuota di senso… Dev’essere per questo che è così piena di significati. Sentire il viaggio alla fine. O volerlo. Volerlo, sicuramente. Quando capisci che è sempre stato alla fine, sin dall’inizio. Che questa frase appena detta non è vera ed è vera al tempo stesso. Non-aristotelicamente. Come la vita. Che aristotelica non è. Che non ci sorprende più e un attimo dopo ti fa vedere le stesse cose di sempre. Mai viste. Con la malinconia siamo rimasti così: grandi amici; un grande amore, ma ora un gran distacco; non ci rinneghiamo, ci guardiamo con quello sguardo complice e affettuoso; non lottiamo più, non ci cerchiamo. Ci troviamo. A volte. Spesso. Come nello specchio un’immagine. Mi siedo, guardo lontano. Il tempo non passa mai. Per fortuna, invece, le nuvole. (Barbaro, pag. 51);

Una luce imminente

Silenzio: muro e strumento.

Il poeta scrive dove sarebbe logico tacere.

Vivo mutamenti interiori assordanti.

La conoscenza è, fin dall’inizio, l’ossessiva obbedienza a una passione.

La bellezza estetica è quella sospensione dalla vita che ci rende occasionalmente immortali.

La sola forma in cui l’immaginazione può essere percepita è la Wahnstimmung – la tempesta emotiva.

Dormire. Sognarsi pietra che potrebbe volare.

La scrittura: frammento interminabile, a cui non c’è inizio né fine.

L’acqua: radice del giorno.

Fogli fitti di incubi. Maschere.

A quale orrore esporsi? Provando quale pietà?

La camera che mi ospiterà: nostalgia del futuro.

Il nulla è sempre futuro.

In questa foresta di altissimi faggi sento il canto di uccelli invisibili e ho l’illusione che i soprusi siano finiti.

L’arte: cosa lunga e lenta, che non conta nulla.

La scienza confusa della luce, l’ordine segreto della necropoli.

E se la bellezza fosse una lesione del cielo, uno squarcio nella nuvola, una luce imminente? (Ercolani, pagg. 65 e 66)

La prefazione di Paola Turroni, intensa ed elegante, introduce a un libro cui incessantemente ritornare.