Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: Il muro dove volano gli uccelli

Una scrittura porosa: su “Paesaggio con viandanti” di M. Ercolani e M. Barbaro

 

 

Viandante, flâneur, Wanderer, caminante, clericus vagans sono tutti vocaboli che, in ognuna delle lingue d’appartenenza, recano con sé connotazioni ben più complesse del semplice “colui, colei, coloro che camminano” e che, in tutta la letteratura occidentale e fin dalla sua remota origine, pur con sfumature differenti in relazione ai tempi, connotano anche lo scrittore, l’intellettuale, il poeta che s’avventura “a piedi” attraverso i paesaggi diversissimi e sempre cangianti del pensiero; è così che Massimo Barbaro e Marco Ercolani trasformano un loro lungo scambio epistolare in un libro elegante e densissimo (Paesaggio con viandanti, Novi Ligure, Edizioni Joker, 2015) enfatizzando fin dal titolo proprio il paesaggio che sembra ricevere maggiore importanza rispetto ai viandanti in esso immersi – e la bella copertina che riporta un particolare di un dipinto di Francesco Antonio Canal (Paesaggio con viandanti, frati e borgo con cascinale conservato presso l’Accademia Carrara di Bergamo) contribuisce al formarsi di quest’idea d’un paesaggio all’interno del quale i due viandanti camminano dialogando, porgendosi l’un l’altro spunti e temi, suggestioni e osservazioni.
Il presente è uno di quei libri che vanno centellinati, che accompagnano la meditazione e che invitano anche a godere l’eleganza e la raffinata cultura di due scritture, proponendo, se si vuole, una sorta di giuoco: i brevi testi di Marco e di Massimo sono offerti in maniera alternata, ma senza che in calce risulti il nome dell’autore (quest’ultimo lo si “scopre” soltanto scorrendo l’indice dove, accanto ai titoli dei singoli testi, sono riportate le iniziali del relativo estensore – soltanto gli ultimi due testi dell’intiero libro sono firmati), così che, chi lo desiderasse, può provarsi a intuire da sé, conoscendo le due scritture, chi sia l’autore di questo o di quel paragrafo per poi controllare la veridicità o meno della propria ipotesi.
In ogni caso ci si abbandoni alla lettura e si apprezzi un libro all’interno del quale vengono praticati la più vasta libertà di pensiero, il puro piacere dello scrivere, la gioia dell’otium che rinfrancano la mente di chi legge: Paesaggio con viandanti è opera a quattro mani che rivendica e mette in atto il momento della gratuità totale del pensare e del conversare – conversare: volgersi verso qualcuno, appunto, in un moto costante del parlare “andando”.
Gli assunti irrinunciabili dei due autori sono la coscienza ferma (oserei definirla leopardiana) del nulla entro cui ogni nostra azione, scelta, pensiero accadono (e questo caratterizza il pensiero e la scrittura di Massimo Barbaro) e la contesa del pensiero razionale (o istituzionalizzato) con la follia e la notte (Marco Ercolani, ove per “follia” s’intende spesso un modo altro di pensare, un modo non patologico, ma esistenziale di concepire il proprio rapporto con il mondo e con gli altri).

Come on…

Siamo noi la ferita, al cuore del nulla. Più e meglio di Neo in Matrix, abbiamo toccato lo specchio, e si è mosso il mondo. Di fronte al nulla, ripetiamo ancora il gesto di Morpheus. Braccio teso a metà, dorso della mano verso il basso, il pollice immobile, e le altre dita solidali, mosse di scatto, due volte: «Fatti sotto…» (Massimo Barbaro, pag. 11);

Da non scrivere

Un libro sussultante, decisivo, irregolare, vertiginoso. Un libro da non scrivere, superfluo e assoluto. Quello a cui vorrei mettere mano ogni giorno, pensando di scrivere pagine mie, ma la ferita è comune, è aperta, noi tutti tagliamo e colpiamo dentro il muro bianco, lo spacchiamo e poi ci specchiamo. Alla fine, dopo anni di fatica, c’è la notte a cui torneremo, da cui saremo travolti, ma che vogliamo modellare ancora, fingendo di esserne padroni. (Marco Ercolani, ibidem).

L’itinerario di pensieri e immagini che si dispiega tocca così luoghi fondanti per la riflessione sia personale che filosofica e creativa dei due autori, Paesaggio con viandanti viene a essere libro che costeggia e rispecchia i libri precedenti di Barbaro e di Ercolani e di essi riverbera e anche libro perfettamente autonomo di ricerca e di esplorazione, saggio nel senso più profondo, à la  Montaigne: on essaye, vale a dire si saggia, si tenta, si esplora, si assaggia senza mai avere certezza dei risultati, ci si avventura in territori nuovi e insidiosi – ma anche passeggiata alla Robert Walser, itinerario colmo d’attenzione per l’inapparente, per il particolare che facilmente sfugge e che è, per questo, ancora più prezioso – e flânerie alla Walter Benjamin, ché la cultura, i libri, l’erudizione hanno parte fondamentale e irrinunciabile – non si dimentichi che emtrambi gli autori sono dei clerici (degli intellettuali) di laica e vastissima cultura il cui vagare si svolge anche tra le lingue e le letterature, tra le filosofie più diverse e i paesaggi culturali più distanti tra di loro: chi apra questo libro si ritrova tra le mani un’opera preziosa perché essa non dà risposte, ma pone interrogativi, non consola, ma mette in discussione, non culla lo spirito, ma ne acuisce la predisposizione indagatrice e scettica (impiego quest’ultimo termine nel suo senso originario ed etimologico di osservazione attenta e di sospensione filosofica del giudizio proprio perché il conoscere è un processo mai concluso).
E si apprezzi anche la bellezza stilistica dei testi; per esempio:

La vela, il vento

Tenermelo stretto, il mondo. Portarlo con me, quando chiuderò gli occhi.

Il sole mi sfiora la pelle. Torno vivo, felice di dissolvermi in luce.

Voci assordanti avvolgono questa stanza, mai solo mia.

Potente e leggero, il sole. Responsabile della mia ombra.

Se i sogni ci appaiono come nemici, smettono di essere letteratura e diventano minacce reali.

Il fascino di alcuni gesti segreti, in vite altrui: la mia personale semiologia dell’inferno.

Ricorda. Ricorda che devi sentire.

La vela, il vento. Indissolubili. (Ercolani, pag. 14);

Ciò che non sono mai stato

Accarezzare i dorsi dei libri. Non leggerli più. Ricordarli.

Forse la pagina dove inventare parole è diventata solo un muro, un osso dove sbattere le mani, la mente.

Pietre per sedersi e per immergersi. Montagne come quinte. Acque turbinose.

Vivo i gesti dell’altro, che mi modella.

Solo respirando, lui mi domina. Io imparo, ma nei regni dell’ombra.

È stato bellissimo ritornare. Ma dove?

Fiamma penultima. Rogo definitivo (Ercolani, pag. 17).

Paesaggio con viandanti conduce una riflessione intorno alla scrittura che, in maniera secondo me del tutto opportuna, viene pensata anche in relazione allo spazio e al tempo e, persino, al supporto scrittorio stesso, esso pure spazio con cui la scrittura si misura:

Pagina bianca

Sulla pagina, quello che non sono mai stato e quello che non sarò mai si incontrano, si guardano e si allontanano, senza dirsi una

parola. Non scrivere, non dire. Non fare. Il nulla andrebbe rivalutato. (Barbaro, pag. 21);

Idée fixe

Aveva un’idea fissa, da cui era ossessionato: concentrare la sua opera d’artista in un punto preciso della sua città natale, al centro esatto di un ponte. La città era Praga e il ponte il Ponte Carlo. Lo descrisse attraverso le storie di cinque personaggi in tre romanzi, lo filmò in sette film diversi – storici, gialli, avventurosi , lo dipinse ventiquattro volte mascherandolo in paesaggi impressionisti o astratti. Il suo intento era: diventare il re di quel punto. L’unico re. «Non chiedo altro – scriveva Alexis Ponge in una lettera a Dénise – che possederlo. O, meglio ancora, essere posseduto da lui». Si ignorano le ragioni per cui Ponge lasciò Praga negli ultimi mesi del 1990, con una piccola valigia, in cui erano contenuti disegni, pellicole, nastri, racconti, poesie, e raggiunse Parigi. «Io mi porto con me – disse nella sua ultima lettera a Dénise – ma non so dove andrò». Morì in una panchina del Boulevard Montparnasse alla fine di settembre dello stesso anno. (Ercolani, pag. 36)

Il rifrangere la propria scrittura in quelle altrui, lo spingerne verso l’estremo l’ardimento di scandaglio e di proiettile lanciato dentro l’inconosciuto, lo sfruttarne la natura di mezzo onnivoro, il farne luogo di riverbero per le lunghe, meditate letture è Leitmotiv di tutto il libro.

N.O.F.4

Di fronte al muro di Nannetti si resta ammutoliti. Di fronte alla possibilità concreta, muti, di fronte al fatto che la parola è nata per dissimulare, per coprire la realtà. Per crearla. La parola sta alla realtà come la moneta sta alle merci. Valore di scambio che senza scambi non ha valore, feticcio che perversamente acquista valore in sé, più di quanto simbolizza. Sul muro del Padiglione Ferri del Manicomio di Volterra, N.O.F.4 (Nannetti Oreste Fernando) ha inciso con la fibbia della cintura pagine e pagine di scrittura. Che lui non ha mai potuto sfogliare. E che ora cadono in pezzi. Ridotte a opera d’arte. Anch’io sono un eccentrico: scrivo; e ancor di più, leggo. Stravaganze, nei tempi attuali. (Per non parlare del pensiero). Anche noi ci siamo – in qualche modo – affidati all’arte. Di qualsiasi cosa si tratti. Scambiando la realtà col simbolo. Più concretamente, le poche persone a cui ho fatto vedere il muro, vi hanno letto il dolore. Un altro simbolo. Ancora. (Barbaro, pagg. 38 e 39)

In tal senso la definizione di “scrittura porosa” (formulata da Ercolani a pagina 40) è davvero eccellente ed esaustiva, ma capace, nello stesso tempo, di conservare intera l’idea di apertura, d’incompiutezza, di ricerca sempre in fieri. Questo è un libro antidogmatico, eretico e destrutturante: demolisce ogni acquisizione di pensiero (non perché è nichilista, ma perché mette in campo un metodo conoscitivo preciso); capovolge i luoghi comuni; apre nuovi orizzonti; rifiuta le gabbie delle categorie e dei pre-giudizi; s’accampa, insieme con pochi altri, a chiedere conto al lettore delle proprie convinzioni e idées reçues; possiede la bellezza del ritmo della lingua (è interessante accorgersi come le scritture di Barbaro e di Ercolani siano, insieme, affini e differenti) e dell’inventività sia immaginativa che metaforica.

Di passaggio

La vita è così vuota di senso… Dev’essere per questo che è così piena di significati. Sentire il viaggio alla fine. O volerlo. Volerlo, sicuramente. Quando capisci che è sempre stato alla fine, sin dall’inizio. Che questa frase appena detta non è vera ed è vera al tempo stesso. Non-aristotelicamente. Come la vita. Che aristotelica non è. Che non ci sorprende più e un attimo dopo ti fa vedere le stesse cose di sempre. Mai viste. Con la malinconia siamo rimasti così: grandi amici; un grande amore, ma ora un gran distacco; non ci rinneghiamo, ci guardiamo con quello sguardo complice e affettuoso; non lottiamo più, non ci cerchiamo. Ci troviamo. A volte. Spesso. Come nello specchio un’immagine. Mi siedo, guardo lontano. Il tempo non passa mai. Per fortuna, invece, le nuvole. (Barbaro, pag. 51);

Una luce imminente

Silenzio: muro e strumento.

Il poeta scrive dove sarebbe logico tacere.

Vivo mutamenti interiori assordanti.

La conoscenza è, fin dall’inizio, l’ossessiva obbedienza a una passione.

La bellezza estetica è quella sospensione dalla vita che ci rende occasionalmente immortali.

La sola forma in cui l’immaginazione può essere percepita è la Wahnstimmung – la tempesta emotiva.

Dormire. Sognarsi pietra che potrebbe volare.

La scrittura: frammento interminabile, a cui non c’è inizio né fine.

L’acqua: radice del giorno.

Fogli fitti di incubi. Maschere.

A quale orrore esporsi? Provando quale pietà?

La camera che mi ospiterà: nostalgia del futuro.

Il nulla è sempre futuro.

In questa foresta di altissimi faggi sento il canto di uccelli invisibili e ho l’illusione che i soprusi siano finiti.

L’arte: cosa lunga e lenta, che non conta nulla.

La scienza confusa della luce, l’ordine segreto della necropoli.

E se la bellezza fosse una lesione del cielo, uno squarcio nella nuvola, una luce imminente? (Ercolani, pagg. 65 e 66)

La prefazione di Paola Turroni, intensa ed elegante, introduce a un libro cui incessantemente ritornare.

 

 

Il passaggio dello straniero

 

 

(in memoriam John Berger et Predrag Matvejević)

Il velo del solstizio
s’abbassa sui binari disertati
e il mare, lo specchio del cielo viola,
spasima.

Le finestre dell’inquietudine spiano l’acqua
che il gelo svuota delle barche fragili.

L’attesa avrà più giri d’arcolaio
e scorrerà il vettore della radio.
Ché la maga d’amore attende dietro
il telo di giorni e notti invernali.

Attende. Sta in ascolto.
Tesse canti mentre la neve cade
rara
sul mare e i libri fragili fortezze
assediate dall’inverno stagione
di silenzi preparano l’esame
di brevetto navale.

Il geco addormentato
sogna le veneziane schiuse al sole
e la meridiana del melograno
boa d’approdo del prossimo equinozio.

Cade la sera a velare la casa.

 

 

 

Notturno del monaco Pantaleone d’Otranto (tema “misurare”)

 

 

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“Non – come crederanno i posteri –
gli elefanti radici sul cui dorso poggia
l’arbor vitae
ma
la chioma sarà radice, rizoma nel cielo:
com’è giusto.

Non lasciatevi ingannare dall’ovvio, dal banale.

Non ovvio e non banale il mondo:
costruito nella mente di Dio
o nel nulla
esso è geometria di parti e di concetti.

Mi rende chiara la notte codesta
convinzione.

Misuro con la mente le parti del mosaico
sento i pesci cercare nel Canale
una loro sottomarina luna
vaglio i colori delle tessere
m’assopisco vegliando in un sogno di figurae

che danzano”.

 

 

Per Gerardo Marotta

 

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Candida Höfer: Biblioteca dei Girolamini, Napoli, 2009

 

 

La morte di Gerardo Marotta ha suscitato qualche reazione sui maggiori organi d’informazione; ma voglio qui ricordare quanti ostacoli ha trovato l’opera generosa e illuminata del filosofo napoletano, quanta indifferenza il bisogno che aveva di spazi adeguati l’Istituto Italiano per gli Studi filosofici. Da Via Lepsius dedico ora a Gerardo Marotta pochi versi che siano testimonianza di gratitudine, ma anche di lucida ira rivolta contro chi, nel Sud d’Italia (ma non solo), continua un’opera d’impoverimento intellettuale ed etico dalle conseguenze devastanti; vivo in un Paese il cui grado generale d’istruzione continua ad abbassarsi, esponendo tutta la comunità a una deriva fascista e autoritaria che non intendo accettare – senza dimenticare che vaste zone di quello stesso Paese sono sotto il controllo incontrastato delle organizzazioni criminali.

 

 

IL NOLANO

Precipita, o notte, nella gola
stellata dell’orologio
e scava, se sai, nella voce scalena
della terra: proteggi
la fuga (l’ennesima)
del frate poeta e filosofo:
lo tradisce l’accento nolano
e non più – né in terre
luterane né papiste – non più
egli trova franca, gioiosa libertà.
Scegli allora, o notte, le solitudini
atroci dei sottoponti
e la cadenza matematica di disertati portici
ma non cessare, o notte, d’avvolgerlo
col desiderio del gelsomino
quando ubriaca il Luglio
e del foglio docile all’inchiostro,
al pensiero incline.

 

 

Visioni 4: Donatella D’Angelo

 

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Nulla scorgono a settentrione dello sguardo
gli avari di pensiero.

Ma gli appassionati, gl’innamorati, i visionari
per fame di destino

accostano sofà alle pareti,
sorprendono i gradini delle scale
a mormorare una conta di passi e di congedi,
le lenzuola corrugarsi come fronte
che mediti passi d’addio.

Lascialo andare, dice a sé stessa
la voce affamata di soglie:

esistere è varcare; il nodo di paura
e tristezza obolo necessario al vivere.

 

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Le immagini sono tratte dall’emozionante libro di Donatella D’Angelo e José Lasheras Memento vivere edito dalle Edizioni del Foglio clandestino. Su Perìgeion il bellissimo intervento di Nino Iacovella. Qui e qui il sito di Donatella D’Angelo e alcuni suoi lavori su tumblr.