Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: Il muro dove volano gli uccelli

Fondo sonno del legno…

 

 

 

 

Fondo sonno del legno,
non estraneo al circolare di linfe,
ma antichissime ormai
e sempre più lente, gravi, infine
ferme.

…………….Il sonno
avverte come tocchi
di
sgorbia
a
levare
riccioli di legno
ha voce remotissima
che appressandosi poi
lo dirada, lo pone a stare eretto
(nudi i piedi e mani a giungersi in preghiera)
(lunghissimi capelli e sporchi)
il sonno
ecco
abbandona infine gli occhi
e tu mi appari
sudate le mani sulla sgorbia ancora da riporre,
tu, lo scultore, mia creatura.

(Maddalena penitente, appena finita
di scolpire,
rivolgendosi a Donatello)

 

 

 

Visioni 5: Michael Kenna

 

Michael Kenna: Spider and sacred text, study 2, Gokurakuji, Shikoku, 2001

 

Testo e intessere

L’occhio è quello della fotocamera Hasselblad: aracne intesse (lenta, sapiente) tramatura di luce e silenzio.
Il testo sacro, tessitura di segni e di sillabe che le labbra appena pronunciano, ha un moto levissimo di lettura (e d’onda).
Lo spazio tra lo specchio imponderabile intessuto da aracne (è tessuto di fibre e di vuoto tra le fibre) e la bianca tramatura della carta lascia danzare la figlia dell’aria e la scrittura dei cercatori di stelle (che con polso di poeti dipinsero le parole interroganti. Trepidanti).
Pellegrino-e-viaggiatore il fotografo tende la sua ciotola-fotocamera per ricevere in elemosina il riso bianchissimo della mattinata intessuta di sguardo, tramata di stupescente inapparenza.

 

 

Breve saggio sui “cavallini” di Zoran Mušič

 

 

L’artista che ha fatto esperienza del campo di sterminio non si ferma a quell’esperienza, per quanto essa possa parere definitiva e insuperabile. Ultima.
Mušič giunge a Venezia dopo la guerra, la luce lagunare lo avvolge, lo convince a un esistere capace di trovare nostalgie e malinconie che lo riconducono verso una Dalmazia interiore – perché è vero che la patria / matria di un essere umano è un territorio interiore stratificato d’immagini, mitologie, nostalgie.
L’invenzione della propria terra è un viaggio della mente che dura decenni, è migrare del pensiero: la propria terra è un a priori che, però, rimane sterile e immobile se non viene abbandonato per essere trasformato nella terra in fieri della propria interiorità.
Dalmazia interiore, immaginifica, di delicatissimi colori e di forme dolci, accoglienti.
I cavallini si muovono insieme, perenne il loro andare, manti e sfondi e terreno in modulati gialli, beige, azzurri, ocra, delicati marroni, bianchi (Mušič modula e varia anche i bianchi che, al contrario del diffuso pregiudizio, esistono in differenti gradazioni e riflessi, perché è l’occhio a vedere, non il colore a esistere già definito e definitivo).
E, coerenti con la Dalmazia interiore, ci sono una Venezia e una Laguna interiori e un Mediterraneo interiore: il maravigliante crogiuolo mediterraneo genera le donne dalmate, sempre ancora i cavallini in marcia, sotopòrteghi veneziani (su di essi tornerò a riflettere a breve) e il dilatato spazio della Laguna e di Marghera.
Camus e il sole di Orano; Ritsos e il campo di prigionia di Makronissos; Mahmud Darwish e l’esilio nella propria stessa patria; permane l’impressione che questi artisti-fratelli abbiano lasciato echi nelle immagini di Mušič, il quale disegna e dipinge, all’inizio della propria ricerca esistenziale e artistica, quei volti e quei corpi offesi e deformati dalla morte violenta nel campo di sterminio: poi il Mediterraneo, esso stesso violentato e tragico, giunge a manifestarsi con la sua forza vitale, trapassa in immagini delicate ma non immemori del dolore, talvolta fiabesche ma non dimentiche della storia – la storia viene anzi attraversata e restituita in questa forma peculiare di Dalmazia, Venezia e Mediterraneo interiori. E non ho difficoltà a riconoscere nelle pagine di Predrag Matvejević numerosi tratti comuni con l’opera di Zoran Mušič: la civiltà stratificatissima dei popoli mediterranei si rispecchia in segni alfabetici che diventano parole e in tratti grafici che diventano immagini risplendendo di un’attesa di pace e di riconciliazione.
I cavallini sempre in marcia e sempre in transito, dicevo: ma anche le figure umane che s’intravedono nei sotopòrteghi, le visioni delle facciate veneziane (e anche quelle del Canale della Giudecca o della Laguna a Marghera) non sono mai immobili, animate bensì da un movimento continuo, ch’è poi quello dell’acqua e dell’esistere, della luce lagunare e del volo degli uccelli marini – aggiungerei che Mušič restituisce alla città quello che il turismo di massa le sottrae: l’attenzione per la vita quotidiana in una Venezia non ridotta a cadavere putrescente di sé stessa né a gigantesco supermercato per turisti.


Le figure che s’intravedono nei sotopòrteghi sono in attesa o in cammino, riecheggiando il moto dei cavallini, ma in un contesto urbano (seppure particolarissimo qual è quello veneziano). E mi piace pensare che il sotopòrtego con il suo accesso profilato da due pilastrini portanti la trave orizzontale in grigia pietra d’Istria o in legno sia soglia e accesso, immagine dell’opera d’arte stessa che vive nell’illusione d’essere soglia (anche Schwelle di celaniana memoria) a stadi ulteriori del pensiero.
Ritrovo in alcuni versi di Domenico Brancale ragioni capaci di confermare la significanza dei cavallini di Mušič:

Ma come rispondere al presente?
Scendendo in sé. Questo è stato indispensabile.

Dinanzi alla porta dalle venature marcate
finalmente sono usciti dalla corteccia che li vuole dentro.
Nessuna vergogna copre il loro volto.
I corpi hanno saldato l’enorme debito col dolore.

(da Per diverse ragioni, Passigli, Bagno a Ripoli, 2017, pag. 57):

si tratta proprio di rispondere al presente che c’interroga ponendoci spietatamente innanzi a noi stessi – “scendere dentro di sé” lo fece l’artista sloveno ritrovando quella Dalmazia interiore di cui parlavo poc’anzi e la “porta dalle venature marcate” richiama alla mente la Cattedrale del 1984: ancora una facciata, una soglia, un confine tra qui e là, tra fuori e dentro che non contraddice né nega le piane orlate di colline e di montagne sulle quali trottano i cavallini, perché il Mediterraneo interiore dell’artista sloveno è materiato di edifici dove Occidente e Oriente s’incontrano armonizzandosi, di specchi d’acqua, di animali dal variegato manto o piumaggio i quali trascorrono traverso spazi visionari.

Non so se esista un’analogia tra i cavalli di Franz Marc e questi di Mušič, tra i profili del paesaggio ad Antibes o ad Agrigento di de Staël e questi veneziani, tra l’Oriente di Matisse e l’Oriente veneziano-dalmata di Mušič; so per certo, invece, che questi accostamenti cercati dall’occhio e dalla mente (ma penso anche ai manoscritti ottomani e ai paesaggi di Piero di Cosimo) (ai corredi per le nozze delle antiche donne mediterranee e alle modulazioni del canto d’amore greco) deflagrano dal punto preciso in cui i cavallini appaiono nella loro verità: essi non suscitano piacere estetico (sterile e transitorio), sì invece evocano la forza persuasiva dell’opera quando quest’ultima riesce a essere necessaria per motivazioni storiche e culturali:
trapassano davanti allo sguardo i cavallini, procedono dal campo di sterminio verso un tempo non ancora pacificato né riconciliato, impastati di segno e di colore domandano e non consolano, sono in marcia, transumanza per regioni che sanno l’orrore, che aspettano atti umani, la cura del pensiero nei confronti della terra.

 

 

 

Zoran Music alla Galerie Bordas di Venezia

 

 

Domenico Brancale mi scrive che alla Galerie Bordas di Venezia il 23 marzo si aprirà un’esposizione di opere su carta di Zoran Music; ne trovo l’annuncio anche sul blog  Il Primo Amore.

Molto volentieri da qui, da Via Lepsius, mi associo a quello che spero possa diventare un passaparola efficace affinché molte persone visitino la mostra e, mi preme in modo particolare sottolineare, occasione per tornare a riflettere sull’opera e sull’esistenza di un artista che, in questi anni di razzismo, fascismo e antisemitismo fortemente riemergenti, continua a testimoniare la necessità della memoria e della consapevolezza storica; l’intera opera di Music è sia testimonianza dello sterminio, sia poeticissima riaffermazione di amore alla vita, ai luoghi, alla fantasia, all’arte tout-court  che, ancora, può far rimanere gli uomini umani e impedir loro ch’essi ripiombino in epoche feroci di bestialità e intolleranza.

 

 

Le due opere che illustrano quest’articolo provengono dal sito della Galerie Bordas.

 

 

Pensieri di Lucio Fontana mentre progetta la struttura al neon per la Triennale del 1951

 

Luca Campigotto: “Museo del ‘900” (2012).

 

(il progetto dell’opera è costituito da numerosi disegni preparatori e da un modellino in fil di ferro; tale progetto viene realizzato presso l’officina meccanica della Compagnia Lampade Pastelor unendo decine di segmenti piegati a mano a formare un arabesco che è quindi sospeso con cavi d’acciaio sullo scalone d’ingresso all’edificio della Triennale)

“Un’idea, un sentimento, uno spazio
si fanno
linee, luce, volo, volteggio,
soffio, sospensione, sogno”
(…..)
“A inizio del nuovo decennio, ma
ancora prossima la guerra,
la luce al neon è
Milano, i suoi caffè, i suoi uffici,
le rampe di scale o le trombe degli ascensori”
(…..)
“La luce, radiazione di vita e di pensiero,
è luce pensata (Caravaggio, i Carracci,
Borromini antichi Maestri
moderni, decisivi)”
(…..)
Un esercizio d’equilibrio domanda
la mente alla mano e un’opera di
pazienza nella città impaziente:
l’arabesco che s’accenderà
in un solo istante di luce
è mosaico e torneranno così
i Maestri ravennati o di San Marco o di Monreale
nell’opera umile e nobilissima
delle maestranze operaie,
nelle mani di questi Maestri tornitori e vetrai
ed elettricisti”
(…..)
“Voglio aprire il decennio nuovo con tessiture
di luce, a disegnare nello spazio
di sguardo e di respiro la libertà
riconquistata, l’energia del sogno
e della visione”
(…..)
“Rivendico la vitalità della luce
che illumina la città notturna,
traccio andanze di torcia elettrica
agitata nel buio – di giorno
s’appaia quella luce alla naturale,
v’immette sentore della notte”
(…..)
È il pensiero in movimento
lo spazio mobilissimo della mente
un tram illuminato nella mezzanotte
questa lampada accesa sul tavolo da disegno”