Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: Il muro dove volano gli uccelli

Variazioni per Char

 

 

Vorrei che quest’intervento, pubblicato qui su Zibaldoni e altre meraviglie, sapesse esprimere la mia gratitudine nei confronti di Enrico De Vivo, generoso ospite, e, nello stesso tempo, accompagnasse Yves Bergeret in questi suoi intensi giorni siciliani (tra Yves e me esiste anche una stella polare comune, quella di René Char, appunto); terzo dedicatario sia Marco Ercolani – per le ragioni ch’egli sa.

 

 

 

Statale delle Murge (Pino Pascali)

 

 

Pensa il blu, per esempio. Possedere tutto il blu del cielo e tutto il blu del mare; saperlo moltiplicare.
Scendeva, reggendosi a delle corde, lungo la scogliera di Polignano – ne cavava un blocco di pietra. Stava
nella cala del porto se saliva il mare che gli raggiungeva i fianchi ed egli scavava nel blocco di pietra.
Poi prendeva il mare con le dita, lo metteva nel suo scavo che diventava blu, fondo blu del sogno, blu com’è blu
l’oltreblu.
Andava con la sua pietra dal cuore blu sotto il braccio, se ne andava lungo l’Adriatico e vedeva le lunghe petroliere,
i pescherecci panciuti, la luna che sorge dai pozzi di Costantinopoli e sale alta nel cielo delle Puglie, bottiglie galleggianti dentro il mare piene del blu di Morandi e dell’azzurro di Cosmè Tura: prendeva quegli oggetti, li metteva nel cuore blu della sua pietra bianca.
Se ne andava sulla sua motocicletta per la Statale delle Murge. Nel cuore blu della bianca pietra metteva il trenino elettrico, ossami di arcaici animali, i suoi occhi, Les matinaux, il desiderio rosso di creare un’infinità di universi, fogli dove schizzava ricci di mare scampi alici lutrini polpi triglie pescispada ricciole ( …)
Immaginava di proiettare il volto di Gian Maria Volontè sopra muri accoglienti di passione
civile.
In motocicletta andando, sempre andando, la pietra bianca dal cuore blu, il rosso desiderio di creare universi all’infinito.

Pensa la spirale, per esempio. È il moto circolare che si alza o che si abbassa, è il ritornare ciclico delle stagioni, (ma la nuova estate non è l’estate passata), è l’attorcersi dell’olivo al vento del mare, della colonna sugli altari barocchi, della passione poetica che s’avvolge s’avvolge in circoli di
fuoco (sì: deve bruciare divampare bruciare).
La spirale è moto in giù del pozzo verso l’acqua, della trivella che cerca la falda viva, del secchio appeso alla corda gettato nella cisterna.
A spirale discende il pensiero avvitandosi nelle densità della materia, nelle oscurità della materia, nelle opacità della materia, antico labirinto.
A spirale discende il pensiero.

Pensa il bianco, per esempio. Filosofo di forme e di colori prese una pentolaccia sbreccata: vi bollì la calceluce di Puglia. Si svitò la mano e la ripose in un cassetto. Con la calce si era fatto una mano nuova. Se la avvitò al posto della vecchia. Girovagava con la mano di calcebianca raccattando di tutto:
vecchi aerei rugginosi abbandonàti ai margini dei campi d’aviazione, acquasantiere di marmo scheggiato, pompe da spalla per il solfato di rame che hanno un lungo becco orientabile, viti verticali enormi dei torchi per la spremitura delle olive, alberimotore di vecchi camion, poltrone da barbiere, macchine da caffè a leve, bacinelle di rame o zinco
( . . . . . )
Se ne andò ad abitare sul limite di un deposito all’aperto di treni in demolizione, di aerei che non avrebbero volato mai più, di camion fermi ormai da anni.

Pensa il cerchio, per esempio. Giostra nelle feste di paese, circuito dei binari del trenino elettrico, magica regione di terra e l’alchimista vi traccia i simboli del cosmo.

Giro, girotondo,
quant’è bello il mondo,
io non mi nascondo,
terra, terrantìca,
dura è la fatica,
luna, lunamìca,
fa’ che te lo dica,
scendi, scendi in tondo,
bacia, bacia il mondo,
vieni, vieni a tutte l’ore,
antica sapienz’amore!

 

(L’immagine d’apertura, Treno, 1964/’65 – tecnica mista, lamiere, catrame, polveri, metalli punzonati –  proviene dal sito Fondazione Museo PinoPascali).

 

 

(Segnalibri): “Tratteggi” di Marco Furia

 

 

Esce in questo mese di ottobre, presso Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Tratteggi di Marco Furia; la raffinatissima scrittura di Marco, qui offerta al lettore sotto il segno di Italo Calvino (“In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana” recita l’exergo), fa vibrare e riverberare la bellezza della lingua italiana, la sua sintassi e la sua capacità inventiva e inoltre la sinuosità, l’eleganza, il giuoco di equilibri e di rimandi con cui è possibile disporre le parole entro testi brevi, appunto, ma densi e intensi indica una possibilità per la mente di contrastare la volgarità montante e d’opporsi alle ripetute offese cui la nostra lingua è continuamente sottoposta.

Tornerò presto a scrivere di questo libro, pregevole anche per la sua veste tipografica e impreziosito dalle immagini dell’artista Minya Mike.

(La fotografia d’apertura è di Michael Kenna).

 

 

Mark Rothko e il mendicante

 

 

 

(…)
E noi si era scaltri a respirare
il più dolente dei vespri come fosse
nelle mani di Angelico di Rothko,
e non fiero abbandono d’ombre
alla rugiada, consacrazione al sonno
che non lasciò dormire i nostri affanni,
sfiorando invece udirli nel grido.

Nanni Cagnone, da The Book of giving back

 

Non so di una figura
senza ingiuria.
Molto più lontano,
l’insperato astratto cenno
esordio di luce, l’intero
sollevante cenno
che tutti trascurano –
ostinato non-vedere
dei morenti, che
percuote ancora
Rothko
nel suo studio.

Nanni Cagnone, da Doveri dell’esilio

 

 

(157 E 69th Street, New York)

Gli si materializza come inventato dalla tromba delle scale
nel tardo pomeriggio –
o è il pomeriggio tardo mentre sfuma
nella sera
a profilarsi dietro la porta dello studio
con gesto che ha assenza di suono.
Nulla e nessuno riesce ormai a
penetrare la solitudine:
ma il mendicante, chiuso
nel suo cappotto, gli sembra
lo stesso blu fondo e abissale
che aveva steso sulla tela al mattino.
Ortodosso forse osservante
non gli negherà l’elemosina
ma le poche monete che trova
e che ora stringe nel palmo della mano
scottano di pietà.
Pietà del mendicante per quell’uomo
solo che non sa farsi l’elemosina
di dimenticare l’abisso e
la distanza.
Il rosso amaranto tracima
dal bicchiere sul tavolo
decide che la sera si spanda
terra di Siena e verde muschio
mescolati sulla campitura del febbraio.

 

 

Soumaïla Goco Tamboura contempla la falesia

 

 

Egli canta la falesia, il villaggio e l’acqua nascosta: in tal modo essi esistono.

Io, straniero, la mia ragione d’Occidentale rinchiusa nella scatola cranica, vedo solo rovente pietrame e la miseria del villaggio.

Egli canta l’universo di sopra e di sotto, degli spiriti e degli eroi, asce sapienti ad aprire i cammini in verticale, il cuore battente della montagna, la gola spalancata per l’acqua a inabissarsi nella sete degli uomini.

Io, straniero, le dico superstizioni, non so vederne la vitale necessità. Non so vedere.

Egli canta l’ospitalità della terra, la voce del vento, la presenza degli spiriti in creature animali sapienti. Egli non ha mai visto il mare, il suo universo s’intesse di canti, segni e gesti, di cieli, sogni e premonizioni.

Io, straniero, guardo arbusti disseccati, muri d’argilla. Ma non vedo.

 

(per Yves Bergeret, instancabile viaggiatore, poeta amico di poeti, che mi insegna a vedere)

 

Per approfondimenti consultare la Dimora del Tempo sospeso e Carnet de la Langue-Espace.