Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: Taccuino di Terra d’Otranto

Pour les amis francophones

 

 

 

Sono grato all’amico carissimo Yves Bergeret che sul suo blog Carnet de la langue-espace ha voluto pubblicare alcuni miei versi con il titolo Le Salento; il suo apprezzamento per questo mio lavoro mi onora moltissimo e mi spinge a proseguire la mia ricerca esistenziale e poetica.

 

 

Il pranzo delle sibille

 

locomotoree626oliosutavola1996

Giuseppe Bartolini: “Locomotore E626” (olio su tavola, 1996).

 

 

Condividevano l’orgoglio e l’amore per carni
che, sagomate in pietra e ferrobattuto
e legno e vetro sottilissimo, traversavano il tempo,
questo scorrere della luce e del vento
delle notti e dei perfetti mezzogiorni.
Chiamarono Lecce e Nardò e Gallipoli
quest’orgoglio di stare tra Adriatico e Jonio
tra filosofie naturalistiche e avara terra da far rompere le mani ai mezzadri
tra treni che vanno via e versi che tornano instancati.
Chiamarono dal sottosuolo l’erompere di canti
a dire la catena ininterrotta di Greco-Messapi
pei quali cantatrici navigatrici del furore
aprivano scale vertiginanti all’ingiù
ed era d’uopo accendere sulle palme delle mani
fiammelle da offrire alle icone arrossate di Bisanzio.
Abitavano i morti insieme con i vivi,
i vivi insieme con i morti, le sedie
pitturate di verde o d’azzurro accoglievano
piatti colmi di maccheroni lavorati al ferretto
o di verdure bollite colte nei campi – barbara
usanza pensavano gli allievi di Freud,
ma i morti venivano a mangiare il pranzo
delle sibille
e gli sterpi da accendere nel camino
avevano uno schiocco d’osso spezzato.
Appartengo a questa gente
la mia scrittura è
questo camminare lungo i cornicioni
dei palazzi di tufo
guardando il vuoto spalancato
della strada vertigine del sogno
e a braccia spalancate mi ci tuffo in volo.

 

 

Lecce non è (5)

 

kein Mensch ist illegal

 

All’amico carissimo Yves Bergeret – (abbiamo sempre con noi un libro di Char in tasca).

 

Lecce non è una bomboniera di biscuit o porte bonbons di cristallo
ma un Getsemani dove più d’uno tradì la bellezza. La verità.

Se una cappella è chiusa da anni, ecco, ho
questa chiave di poesia – apro la porta laterale ed entro.
Non riconosco che i Santi materialissimi
dei muri sbreccati e delle cisterne
della polvere arsa e della Canicola:

hanno nascita e morte
aprono la loro carne a ferite
e conoscono l’angoscia. Nella minerale luce
della cappella da decenni inserrata stanno
eretti i busti dei Santi e delle Sante, sono
sale che luccica al passaggio del sole
le loro teste poggiate sulle balaustre di marmo:
guardano quegli occhi spalancati il teatro di sale
polvere e umido che la luce gioca per i finestroni
stagnati.

Nella cappella che solo la poesia sa aprire
entra il mondo: tutto.

Santa Lucia la vedo che si tiene la pupilla nella mano
e vedo le pupille azzurrissime sul suo volto:
quattro pupille per guardare il dolore
quattro pupille per guardare Lecce che non è
fuori, ma qui dentro.

Candelabri di screpolata doratura, allumatevi!
Tabernacolo di puro Settecento, spalancati!
Cuore d’argento trafitto dalla spada
e bruno fazzoletto macramé dell’Addolorata
giglio di candido e padovano fasciato d’infocata parola
cilicio di dugentesca poesia: vi vedete
mentre vi vedo
vi vivete
mentre vi vivo.

Perché Lecce non è assalto d’edilizia speculativa
a ingurgitare vecchie pietre e albicocchi
cintati da un cielo accoratamente blu

ma

un assedio di macchinine di latta con carica struggentemente a molla
e un trapezio di sogni sospeso al soffitto del Cinema Cassiopea
e un’esatta geometria del sogno.

La casa dell’Imperatrice d’Immaginazione
si fa beffe dell’arrogante modernità
se ne fotte della poesia senz’anima
e si raccoglie tutta in una radio a transistor
che recita Coltrane e Monk

una casa come questa da dove
ci si sporge sul sole
e il rosmarino splende d’amore
profumato per i capelli lunghis
simi di mediterranee madonne

una casa come questa dalle pareti di carta
che usa soffitti altissimi da intingere nella Canicola
e scrivere

che dice la parola morte
e la parola anàbasi
(risalire dopo essere discesi nel pozzo buio
dove le serpi dell’averno azzannano la mente)
e dice scrittura
come si dice libertà e andare

e Resistenza

una casa come questa
dove il poeta è un illuso che ama le parole
e tutti i morti se ne stanno
in una nicchia nel muro
ché non vogliono allontanarsi dalla terra
e il loro respiro di tufo genera visioni

una canção lisboense per te, mon cher ami,
(àpriti schiùditi rialbéggiati
con lirica inverecondia
cantàndoti cercàndoti fantasticàndoti)

e una casa come questa
sospesa qual è una tenda di lino
aperta alla Canicola
mentre si spacca questo foglio sotto il sole
avvinghiato al dialetto degli antenati
e spaccandosi rigurgita le sapienti lucertole
latifondiste dell’Estate.

 

Notturno del monaco Pantaleone d’Otranto (tema “misurare”)

 

 

alexander_rex_otranto

 

 

“Non – come crederanno i posteri –
gli elefanti radici sul cui dorso poggia
l’arbor vitae
ma
la chioma sarà radice, rizoma nel cielo:
com’è giusto.

Non lasciatevi ingannare dall’ovvio, dal banale.

Non ovvio e non banale il mondo:
costruito nella mente di Dio
o nel nulla
esso è geometria di parti e di concetti.

Mi rende chiara la notte codesta
convinzione.

Misuro con la mente le parti del mosaico
sento i pesci cercare nel Canale
una loro sottomarina luna
vaglio i colori delle tessere
m’assopisco vegliando in un sogno di figurae

che danzano”.

 

 

Per Salvatore Toma

 

 

salvatore_toma

 

 

Entri vestito d’una camicia di parole
(bianca. abbagliante)
e i muri di questo paese retrivo
e razzista si fanno incandescenti
bruciano i mortiviventi ‘nzerràti
nelle loro stupide case
e così brucia la pietraleccese
dopo secoli di falsa elegia
e la cartapesta dei santi fonde
liquida cola scorre
nella navata poi spinge al portale
di bronzo
spinge e l’apre sulla piazza
accanicolata
finalmente la canicola è una
col fuoco dell’irata poesia
che stringe alla gola gl’ignoranti
per soffocarli nella loro testarda inconsapevolezza
e calcinare la loro tracotanza di servi.
Dici parole di poesia
che sfondano finestre chiuse sulla
strada
e ne spargono taglienti lame di vetro
sull’ottuso appetito tacitato al tavolo
da pranzo. Finalmente
viene proclamata Libera Repubblica
d’antichi saggi animali
e di sapienti alberi
che governano il canto e il vento:
la loro non violenza sventra tutti i televisori
nel paese dei mortiviventi,
ha pietà del suolo intriso di veleni,
sbriciola la tracotanza peccaminosa
del cemento.
E noi, noi nuovi precari
e nuovi migranti,
noi ricchi di studi e di letture,
estenuati esteti senza passioni,
colti ed elitari,
impariamo da te
accogliendo in noi
il dolore e la delusione
la storia e la subalternità –
la memoria.