Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: Taccuino di Terra d’Otranto

Leggende (7)

 

 

… che la parola è fluido come l’acqua, come il sangue, come la luce – ch’essa scorre in questo mondotutto e tutto pervade al pari dell’aria e della luce – che la parola appartiene all’universo della musica e la musica a quello della vita – e che tutto vive – anche il sasso – che i mercanti tagliano in pezzi piccolissimi il mondo e lo vendono, pezzo dopo pezzo – per questo viene l’asfissia, questo senso di morte …

Esther Donnolo scriveva nei suoi scartafacci; ogni tanto sollevava la testa per guardare i campi coltivati di Oria e respirare traverso gli occhi quel maturare dei pescheti e dei vigneti; la linfa delle piante le raggiungeva i piedi, risaliva il corpo fino al polso e alla mano che scriveva; così le parole le si disponevano sui grandi fogli e la luce batteva, scivolava, risonava tra i tratti orizzontali e verticali delle lettere, vorticava lungo le loro curve e riccioli, tornava verso quel cielo inarcato sulla pianura e sui due mari della Terra d’Otranto.

… che le parole sono linfa per il corpo e per la mente – cadavere il corpo che non sa parole – che l’aria è colma di suono e che la nostra stessa carne è fatta di suono – a immaginarmi in una camera del tutto priva di suono, scriveva Esther, sono certa che udrei, comunque, il suono del mio corpo / e della mia mente – che questa mano che scrive ha legno del ramo quando porge frutti – che nei frutti c’è l’acqua ci sono i colori c’è la drupa del nocciolo che feconda …

(tout cela fait partie de nos réflexions communes, cher Yves…)

 

 

I calanchi della mente

 

Marcello Moscara, dalla serie fotografica “Lemme lemme”.

 

LECCE

Suscitavano gelosie le finestre
spalancate sui calanchi della mente
come fossero soli affacciati
sui tagli della terra.
Eppure queste contrade furono
coloniali, un cavo teso di palo
in palo vi portava l’elettricità
e l’acqua vi giungeva a singhiozzi.
L’ultima contadina, sopravvissuta
alla morte della luna,
sentii parlava ancora greco antico
quando vi tornai per recuperare
i quaderni d’un’altra infanzia (la mia, forse)
e gli occhi dei geranei, finestre sporte
dai vasi di coccio, stelle
disseminate sui calanchi dell’Odissea,
contrastavano coi muri mielati
della città borbonica: non
sarebbero potuti nascere qui
né i Lumière né i Montgolfier,
troppo intesi a collegare secondo
nordeuropea ragione numeri e ingranaggi,
ignari dell’incanto sibillino
di parola con sogno.

 

LECCE

Nella piazza allagata di luce
reclamava l’ottundimento dei sensi
una parola sospesa,
la trance della mente invischiata nella canicola
conduceva all’arrendevolezza
davanti al mondo.
Involato da secoli nell’azzurro
dei miti e della danza
il Santo abitava
quel verticale filo di ragno
teso tra la piazza e la polare
e sospeso su terrazze antenne e bruniani furori
(fratello segreto di Iemanjá)
vedeva i temporali saettare
dentro pilastri di nubi sopra l’Adriatico.

 

LECCE

Ogni chiesa contiene una frescura
colma di apocalissi, dimenticanze e spavento.
Gli stipettai del Seicento hanno lavorato bene:
ogni anta degli altari o delle sagrestie
intagliata a sgorbia
nasconde alla vista quello
che negli armadi è l’illimite:
perché ogni nicchia, ogni scansìa,
ogni ripiano immettono
nell’oltre
e ogni edificio, ogni balaustra,
ogni anfratto della città borbonica
sono una soglia.

 

LECCE

Soffocava nella sua tracotanza
l’Occidente
e i testi cercavano ossigeno:
poteva essere, allora, che
in questa città marginale
e perduta nel suo esilio
di Sud Est
i testi riconoscessero una giuntura salvifica
tra Europa e Asia,
il nodo dimenticato con l’America latina,
il corridoio di canti con l’Africa.

E i testi, meditando Lecce
città galleggiante in fondo
a una zolla di pietre calcaree
e terra rossa affiorante,
si facevano umili pellegrini su
strade di sintassi come
terra battuta e secca, assetata eppure amicale
e strade di parole antichissime e nuovissime
come semi dormienti che,
a sfregarli tra i polpastrelli della mente
e a inumidirli con la saliva della libertà,
s’aprono pupille.

In carovana andavano i testi,
a piedi scalzi,
verso l’argine del mare
e verso i porti dell’imbarco –
movendo da una città di pietra
tenera e ricamata.

 

 

Leggende (6)

 

 

 

La piccola Lucia fu destata dall’acqua della cisterna che chiamava il suo nome. La bambina guardò dalla finestra aperta sull’Estate e vide suo nonno, Rabbi Beniamino, uscire in istrada. Volle seguirlo per prendergli la mano e andare insieme con lui in giro nel paese così come facevano spesso. Gli svelti passi della piccola non riuscivano tuttavia a tener dietro a Rabbi Beniamino. L’uomo recava sulla schiena qualcosa che nel buio somigliava a una fascina di legna. Raggiunse il Castello, con inaspettata agilità ne scalò il muro della torre più alta. La piccola rimase ferma a guardare. In cima alla torre Rabbi Beniamino si tolse il fardello dalle spalle e, nel cerchio della Luna piena che in quel momento sorgeva sul Castello, si videro le due ali di rame che l’uomo assicurava con delle corregge alle braccia. Rabbi Beniamino dispiegò le braccia ora alate, le batté lente nell’aria e si sollevò incontro all’astro lunare, chiudendo e aprendo piano le ali di rame. Lucia levò una mano a salutare il nonno che andava via. Non vide che i geranei di tutti i balconi di Oria mutarono il rosso canicolare in bruno di lutto, ma sentì che l’acqua di tutte le cisterne del paese si asciugava. Al canto del primo gallo tornò il rosso dei geranei e l’acqua delle cisterne.

È privilegio della nostra famiglia costruirsi ali di rame per andare incontro all’astro delle migrazioni “, raccontò la zia Amaranta mentre le insegnava a scrivere la lettera ב beth con la quale comincia il racconto della creazione.

 

 

Pour les amis francophones

 

 

 

Sono grato all’amico carissimo Yves Bergeret che sul suo blog Carnet de la langue-espace ha voluto pubblicare alcuni miei versi con il titolo Le Salento; il suo apprezzamento per questo mio lavoro mi onora moltissimo e mi spinge a proseguire la mia ricerca esistenziale e poetica.

 

 

Il pranzo delle sibille

 

locomotoree626oliosutavola1996

Giuseppe Bartolini: “Locomotore E626” (olio su tavola, 1996).

 

 

Condividevano l’orgoglio e l’amore per carni
che, sagomate in pietra e ferrobattuto
e legno e vetro sottilissimo, traversavano il tempo,
questo scorrere della luce e del vento
delle notti e dei perfetti mezzogiorni.
Chiamarono Lecce e Nardò e Gallipoli
quest’orgoglio di stare tra Adriatico e Jonio
tra filosofie naturalistiche e avara terra da far rompere le mani ai mezzadri
tra treni che vanno via e versi che tornano instancati.
Chiamarono dal sottosuolo l’erompere di canti
a dire la catena ininterrotta di Greco-Messapi
pei quali cantatrici navigatrici del furore
aprivano scale vertiginanti all’ingiù
ed era d’uopo accendere sulle palme delle mani
fiammelle da offrire alle icone arrossate di Bisanzio.
Abitavano i morti insieme con i vivi,
i vivi insieme con i morti, le sedie
pitturate di verde o d’azzurro accoglievano
piatti colmi di maccheroni lavorati al ferretto
o di verdure bollite colte nei campi – barbara
usanza pensavano gli allievi di Freud,
ma i morti venivano a mangiare il pranzo
delle sibille
e gli sterpi da accendere nel camino
avevano uno schiocco d’osso spezzato.
Appartengo a questa gente
la mia scrittura è
questo camminare lungo i cornicioni
dei palazzi di tufo
guardando il vuoto spalancato
della strada vertigine del sogno
e a braccia spalancate mi ci tuffo in volo.