Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: Taccuino di Terra d’Otranto

Leggende (6)

 

 

 

La piccola Lucia fu destata dall’acqua della cisterna che chiamava il suo nome. La bambina guardò dalla finestra aperta sull’Estate e vide suo nonno, Rabbi Beniamino, uscire in istrada. Volle seguirlo per prendergli la mano e andare insieme con lui in giro nel paese così come facevano spesso. Gli svelti passi della piccola non riuscivano tuttavia a tener dietro a Rabbi Beniamino. L’uomo recava sulla schiena qualcosa che nel buio somigliava a una fascina di legna. Raggiunse il Castello, con inaspettata agilità ne scalò il muro della torre più alta. La piccola rimase ferma a guardare. In cima alla torre Rabbi Beniamino si tolse il fardello dalle spalle e, nel cerchio della Luna piena che in quel momento sorgeva sul Castello, si videro le due ali di rame che l’uomo assicurava con delle corregge alle braccia. Rabbi Beniamino dispiegò le braccia ora alate, le batté lente nell’aria e si sollevò incontro all’astro lunare, chiudendo e aprendo piano le ali di rame. Lucia levò una mano a salutare il nonno che andava via. Non vide che i geranei di tutti i balconi di Oria mutarono il rosso canicolare in bruno di lutto, ma sentì che l’acqua di tutte le cisterne del paese si asciugava. Al canto del primo gallo tornò il rosso dei geranei e l’acqua delle cisterne.

È privilegio della nostra famiglia costruirsi ali di rame per andare incontro all’astro delle migrazioni “, raccontò la zia Amaranta mentre le insegnava a scrivere la lettera ב beth con la quale comincia il racconto della creazione.

 

 

Pour les amis francophones

 

 

 

Sono grato all’amico carissimo Yves Bergeret che sul suo blog Carnet de la langue-espace ha voluto pubblicare alcuni miei versi con il titolo Le Salento; il suo apprezzamento per questo mio lavoro mi onora moltissimo e mi spinge a proseguire la mia ricerca esistenziale e poetica.

 

 

Notturno del monaco Pantaleone d’Otranto (tema “misurare”)

 

 

alexander_rex_otranto

 

 

“Non – come crederanno i posteri –
gli elefanti radici sul cui dorso poggia
l’arbor vitae
ma
la chioma sarà radice, rizoma nel cielo:
com’è giusto.

Non lasciatevi ingannare dall’ovvio, dal banale.

Non ovvio e non banale il mondo:
costruito nella mente di Dio
o nel nulla
esso è geometria di parti e di concetti.

Mi rende chiara la notte codesta
convinzione.

Misuro con la mente le parti del mosaico
sento i pesci cercare nel Canale
una loro sottomarina luna
vaglio i colori delle tessere
m’assopisco vegliando in un sogno di figurae

che danzano”.

 

 

Per Salvatore Toma

 

 

salvatore_toma

 

 

Entri vestito d’una camicia di parole
(bianca. abbagliante)
e i muri di questo paese retrivo
e razzista si fanno incandescenti
bruciano i mortiviventi ‘nzerràti
nelle loro stupide case
e così brucia la pietraleccese
dopo secoli di falsa elegia
e la cartapesta dei santi fonde
liquida cola scorre
nella navata poi spinge al portale
di bronzo
spinge e l’apre sulla piazza
accanicolata
finalmente la canicola è una
col fuoco dell’irata poesia
che stringe alla gola gl’ignoranti
per soffocarli nella loro testarda inconsapevolezza
e calcinare la loro tracotanza di servi.
Dici parole di poesia
che sfondano finestre chiuse sulla
strada
e ne spargono taglienti lame di vetro
sull’ottuso appetito tacitato al tavolo
da pranzo. Finalmente
viene proclamata Libera Repubblica
d’antichi saggi animali
e di sapienti alberi
che governano il canto e il vento:
la loro non violenza sventra tutti i televisori
nel paese dei mortiviventi,
ha pietà del suolo intriso di veleni,
sbriciola la tracotanza peccaminosa
del cemento.
E noi, noi nuovi precari
e nuovi migranti,
noi ricchi di studi e di letture,
estenuati esteti senza passioni,
colti ed elitari,
impariamo da te
accogliendo in noi
il dolore e la delusione
la storia e la subalternità –
la memoria.

 

 

Leggende (5)

 

 

oria_medievale

 

Si sentiva ricolma d’amore per il cielo stellante e per le petraie al margine del mare. Scompariva. La ritrovavano a correre per il giardino senza tregua, i capelli sconvolti appiccicati di sudore.

S’arrampicava sull’olivo secolare di fronte alla Cappella della Vergine dei Pescatori rimanendovi immobile per ore, forse stordita dalla Canicola, o forse rapita dal suo essere

ANCHE un volatile,
poi ANCHE pietra,
poi ANCHE frutto della pianta.

Aspettava la notte e giungeva la Notte.

Animale fatto per il volo, o forse remota figlia del geco scalatore, si arrampicava fino alla campana e tirava, la suonava a distesa dalle viscere della Notte, pazza d’amore per l’aria satura d’Estate e del sonno dei bambini.

Scompariva. La ritrovavano a correre frenetica in cerchio nell’orto delle fave, avvicinandosi le vedevano la tunica bianca coperta di scrittura che AGIO FACTO LE CENTO MILIA PER L’HORTO DE LE STIDDE CULTIVATO DE LE MERAVEGIA.