Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: Via Lepsius

Yves Bergeret, Carène/Carena, le migrazioni, la storia dell’arte

 

 

 

 

 

“Nessun essere umano ha il diritto di obbedire”

 

 

Bolzano. Novembre (kein Mensch hat das Recht zu gehorchen)

Terra di scontri e di tensioni, questa, terra dove l’Europa può misurare sé stessa così nel bene come nel male, terra tradita e usata per propagande disoneste: da Via Lepsius plaudo all’installazione luminosa che reca, nelle tre belle lingue di questa terra, le parole di Hannah Arendt non a cancellare, ma a dare giusto significato storico ed etico al bassorilievo che voleva celebrare Benito Mussolini, dittatore sanguinario: Arendt richiama ogni individuo alla responsabilità ch’egli ha innanzi a sé stesso e innanzi alla comunità, ella spinge il concetto di libertà ben oltre la sua concezione maggiormente divulgata – proprio perché così comune e in apparenza ovvia e assodata, tale concezione espone la libertà al rischio d’essere banalizzata, erosa, non più sorvegliata. Tale è la libertà solo quando l’individuo assuma coscienza delle autolimitazioni cui deve sottoporsi affinché quella stessa libertà possegga un valore etico incontrovertibile: il presunto diritto a scegliere di obbedire nega, ci suggerisce Arendt, noi stessi come esseri umani, ché esistono diritti (quale quello, supposto, all’obbedienza, appunto) che invece, in apparente paradosso, non realizzano la libertà e la dignità dell’essere umano, ma la conculcano; Arendt esige, kantianamente, una presa di coscienza radicale, così che l’imperativo categorico si esplichi in un massimo di libertà proprio nel mentre non riconosce a sé stesso l’equivoca “libertà” di obbedire, significando quest’ultima abdicare alla responsabilità che deriva dall’essere individui e cittadini liberi, vigili contro ogni forma di dominio. Arendt evidenzia infatti la contraddizione radicale e la menzogna su cui si fonda ogni dittatura: è apparente atto di libertà quello dell’individuo che accetta di obbedire – la libertà si rivela allora condizione permanente di vigilanza e d’interrogazione etica e se la riflessione di Hannah Arendt è da ricondursi storicamente all’affermazione di Adolf Eichmann durante il processo di Gerusalemme secondo la quale egli non sarebbe colpevole di quanto imputatogli perché avrebbe eseguito degli ordini così come deve fare ogni soldato, la frase della filosofa si riverbera, luminosa e potente, sul nostro presente e sul nostro futuro negando ogni validità etica all’obbedire, sottraendo all’obbedire ogni capacità giustificatoria e autoassolutoria.

 

 

Arcetri. Notte

 

 

Le stelle s’impigliano tra gli olivi
(questo vedono i suoi occhi
offuscati).

È l’età tarda che non favorisce il sonno
o l’antica abitudine della mente che
non si stacca dal pensiero
che di notte veglia?

Giungerà molto tardi l’incoscienza
che allevia la fatica.

Adesso è il tempo atteso,
la feconda solitudine
che altri credono (e lo credano pure!)
senile assopirsi nell’età stanca.

L’amichevole eco dell’abbaiare
di cascinale in cascinale
solleva la mente
la conduce
sopra le chiome degli olivi
e sopra i coppi terminali dei comignoli
mentre l’Orsa si sposta perfetta
viandante dai passi di polvere astrale.

Quante lune essa vede
nel ruotare della notte
nelle ellissi aranciate dell’insonnia
distantissime eppur vicinissime
ai filari delle viti chiantigiane.

Una coppa con pochissimo vino
sul tavolino da notte
e non ne berrà un goccio:
soltanto gli è presente

l’entusiasmo
dello sguardo
l’ebbrezza
dello sguardo
i crateri della Luna
le Lune di Giove
quella finestra e quel giardino
dai quali puntare il cannocchiale
e avido, insaziabile, fanciullesco

sguardo
sobrio ed ebbro di bellezza
(è giusto il moto matematico
delle lune sì come del pendolo).

Arcetri. Notte.

 

 

“Pallaksch”

 

 

(per Marco Ercolani)

Pallaksch non è, me lo insegni tu, caro amico mio, negazione del senso né stuporoso ammutolire – Pallaksch è l’interrogazione radicale rivolta al mondo e alla scrittura, è la provocazione beffarda e furibonda contro i mercanti dell’esistere e contro i fedelissimi militanti della fabbrica letteraria –
follia non è deriva della mente, né rifugio: è mania di quando la mente lascia irrompere dentro di sé il mondo con tutto il suo peso (spesso annientante) : è entusiasmo di quando la mente concede accesso ai demoni del fantastico : è heroico furore scagliato contro le idées reçues, contro i pregiudizi del pensiero servo, contro le litanie degli adoratori del potere –
Pallaksch riverbera traverso il tempo e lo perfora insieme con i discorsi di Socrate nelle ore prima della morte, insieme con i microgrammi del solitario passeggiatore di Herisau, insieme con il muto sparire di Mandel’štam, rosa di nessuno,  nella notte siberiana –
Pallaksch non si erge barriera per escludere il mondo, pallaksch è “sì”, è “no”, ed è l’umiltà della mente (ich weiß es nicht) quand’essa si riconosce impotente davanti a quello che, al momento, non sa spiegare –
Pallaksch è, nell’intimo del mondo, necessità che il linguaggio sempre si rinnovi, perché in incessante divenire è il mondo –
e dice bene il carissimo Nanni: nell’esilio dal senso e dall’origine precisi doveri c’impongono fedeltà al cangiare continuo della luce, al ciclo solo in apparenza eguale delle stagioni, a quel dialogo tra amici che, menti libere, percorrono in lungo e in largo le regioni vibratili del tempo.

 

(L’immagine in apertura riproduce l’opera di Claudio Parmiggiani “Silenzio a voz alta” e proviene dal sito Galleria de’ Foscherari)

 

 

Per Gianmario Lucini

 

 

Via Lepsius dedica questa giornata domenicale al ricordo di Gianmario Lucini.