Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: Via Lepsius

Mestre, Venezia, Congiunzioni

 

Olivo Barbieri Pellestrina: “Venezia, 1988” – dalla serie “Notte 1991”.

 

 

Si svolgerà sabato 21 ottobre il festival Congiunzioni ideato e organizzato da Giovanni Asmundo e Maria Grazia Galatà presso il Centro Culturale Candiani di Mestre; tra i molti ospiti ci sarà anche Yves Bergeret che nei giorni successivi lavorerà, insieme con Giovanni, a una “lettura dello spazio” nel sestiere veneziano di Cannaregio – so già che saranno giornate intense e bellissime, creative ed esaltanti; Via Lepsius augura ogni successo all’iniziativa e la segnala a chiunque apprezzi un modo di fare arte che è incontro e confronto (e non in modo retorico né di facciata), che è liberarsi dai servilismi e dalle piaggerie così diffusi e largamente praticati, che è immergersi, con gli strumenti della cultura e della parola-immagine, in maniera totale nel nostro oggi.

 

 

 

 

Per Ignazio Buttitta

 

 

PE  ‘GNAZIU BUTTITTA:

……………………………………moi
ca te nde si sciùtu, Pueta
e Ccumpagnu, moi ca ddinthr’a chiazza
se nde scinnìu oblìo e bbrunàme
e ca puru lu ggiudice Falcone
la dinamite lu ccitìu
na viscilia te ‘Stàte,
e ppoi lu ggiudice Borsellino,
moi e sempre, Cumpagnu Pueta,
ccunsulazione e ccuraggiu
cuànnu leggiu ‘a vuce tua
nthra lla pethra scarrufata

“Ancilu era e nun avia ali
nun era santu e miraculi facìa”

 

Conversando con Yves Bergeret e ritrovandoci d’accordo sulla nostra comune avversione per una poesia estetizzante e solipsistica, riflettendo sulla situazione siciliana e meridionale più in generale, citavo, tra gli altri, Ignazio Buttitta, esempio sommo di poeta che, continuando la tradizione antichissima dell’oralità e del canto quale elemento di lotta politica, sapeva parlare a chiunque fosse disponibile ad andarlo a sentire nelle varie piazze in cui egli diceva le proprie poesie. Mi sono allora ricordato che, anni fa, avevo scritto qualche verso in dialetto salentino in memoria di Ignazio Buttitta, concludendo il mio modesto componimento con i versi iniziali del suo Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali.

………………………………………ora
che te ne sei andato, Poeta
e Compagno, adesso che nella piazza
è disceso l’oblio e l’ombra del fascismo
e che anche il giudice Falcone
è stato ucciso dalla dinamite
alla vigilia dell’Estate,
e poi il giudice Borsellino,
ora e sempre, Compagno Poeta,
(sento) consolazione e coraggio
quando leggo la tua voce
scavata nella pietra

“Angelo era e non aveva ali
non era santo e faceva miracoli”

 

 

A uno che vende rose al semaforo

 

 

 

“Io non sono razzista,
però penso che è meglio aiutarti a casa tua.
Mi sorridi e hai un’aria buona
ti vedo ogni giorno qui
e so che non fai del male
ma gli altri, molti degli altri,
non sono come te.
Io non sono razzista,
però i neri e i mussulmani
ci stanno invadendo
e la razza italiana sta sparendo.
A quelli che li salvano in mare
e li fanno venire qui dico:
voglio che ti violentano la madre e la sorella
così vedi che significa.
Non so come ti chiami, ma mi stai simpatico
anche se non ti lavi mai
e se lo cerchi un lavoro lo trovi.
Però capiscimi: voglio vivere tranquillo
(io non ti tocco le tue cose
e tu non mi toccare a me le mie)
e questi che arrivano rubano e rapinano
e violentano le nostre donne
e rubano il lavoro agli Italiani.
Io non sono razzista
e ogni tanto una rosa te la compro,
però certi preti e quei figli di papà
che prendono i clandestini in mare
mi fanno incazzare – sono figli di papà
e tutti gay
per avere quelle navi
e sono amici degli scafisti: fanno schifo.
L’Italia è troppo buona:
sparare si deve.
Io non sono razzista, sia chiaro, ma ognuno a casa sua”.

 

 

Oscena la storia

 

 

se solo anch’io trovassi un orecchio per terra” (Domenico Brancale, da Per diverse ragioni)

1.

Manipolava tra le dita un alfabeto di soli –
l’aveva imparato carezzando
con gli occhi ogni sasso
la cui infanzia
aveva lentezze di treni
e pieghe di quaderni.

Occasionalmente si perdeva per giorni
(è questa l’eresia)
complice il vento che,
figliato dal polmone della montagna,
vortica stelle danzanti.

2.

Che cos’è una casa? Un punto di silenzio perché la lingua lì non sa dire e un punto di scrittura che innestandosi sulla carta tenta, comunque, di dire. Casa è un letto, una sedia, uno sguardo ch’è soglia, una tecnica a posare grumi di respiro sulla superficie verticale della visione.

3.

Vincent
non cessa di chiamare
con la voce della notte
e mistral –
la questione è che veniamo
interpellati
e interrogati
da chi, l’œuvre
innestata nell’osso del sasso,
ci ha preceduti.

L’orto del casellante
alla curva del fiume –
la sedia impagliata sotto la tettoia
è la non soddisfatta attesa.

4.

La storia,
oscena per stragi
e atti violenti di potere,
striscia col passo vile dei cagoulards:
non abbiamo bestemmiato il nome dell’arte
per addivenire a questo,
non abbiamo reciso il lobo
dell’orecchio
perché il treno, alla stazione,
raccogliesse le bare degli assassinati.

Volevamo altro, vogliamo altro.

(a Carlo e Nello Rosselli, in qualche modo).

 

 

Michel Foucault: da “Introduzione alla vita non fascista”

 

 

“Quest’arte di vivere, contraria a tutte le forme di fascismo, siano esse interne o prossime all’essere, si accompagna ad un certo numero di principî essenziali, che io, se dovessi fare di questo grande libro un manuale o una guida per la vita quotidiana, riassumerei come segue:

• liberate l’azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e totalizzante;

• fate crescere l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione, giustapposizione e disgiunzione, anziché per suddivisione e gerarchizzazione piramidale;

• affrancatevi dalle vecchie categorie del Negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna), che il pensiero occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma di potere e modo di accesso alla realtà. Preferite ciò che è positivo e multiplo, la differenza all’uniforme, il flusso alle unità, i dispositivi mobili ai sistemi. Tenete presente che ciò che è produttivo non è sedentario, ma nomade;

• non crediate che si debba esser tristi per essere dei militanti, anche quando la cosa che si combatte è abominevole. È ciò che lega il desiderio alla realtà (e non la sua fuga nelle forme della rappresentazione) a possedere una forza rivoluzionaria;

• non utilizzate il pensiero per dare un valore di verità ad una pratica politica, né l’azione politica per discreditare un pensiero come se fosse una pura speculazione. Utilizzate la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un moltiplicatore delle forme e dei domini d’intervento dell’azione politica;

• non pretendiate dalla politica che ristabilisca i «diritti» dell’individuo per come li ha definiti la filosofia. L’individuo è il prodotto del potere. Occorre invece «disindividualizzare» attraverso la moltiplicazione e la dislocazione dei diversi dispositivi. Il gruppo non deve essere il legame organico che unisce gli individui gerarchizzati, ma un costante generatore di «disindividualizzazione»;

• non innamoratevi del potere”.

 

Da: Michel FoucaultPrefazione all’edizione americana del 1977 di Deleuze, Guattari,  Antiedipo (1972) – traduzione di Carmine Mangone. La fotografia che correda l’articolo è stata scattata il 22 marzo 1977 ed è di Roland Allard, Agence Vu.