Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: visioni

Paolo Ottaviani per Dante Alighieri

Paolo Ottaviani fa dono a Via Lepsius di un suo sonetto dedicato a Dante Alighieri, confermando quanto viva e feconda sia la presenza del Fiorentino fin dentro i nostri giorni, sommessamente rivelando quanto la propria voce poetica, elegante e raffinata, architettura di pensiero e di partecipazione emotiva, direi filialmente si senta legata a chi ha cercato e trovato, già all’origine, una vita nova nella lingua e nella poesia  :

 

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Nel gioco dei bagliori

“Harum quoque duarum nobilior est vulgaris…quia
naturalis est nobis, cum illa potius artificialis existat.”
Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia
 

L’arte del dire parole per rima

si andava componendo lentamente

tra i ruderi fecondi la tua lima

diverse lingue vive nella mente

 

e più sul labbro riplasmava prima

che il ritmo o il suono muti tra la gente

la parola nel verso si sublima

incastonata in lotta contro il niente.

 

E dall’esile storia di un amore

nel gioco dei bagliori degli sguardi

una fanciulla che ammirasti in chiesa

 

e in quel soave sonno dal signore

Amore presa il tuo cuore tra dardi

di fuoco divorò per più alta ascesa.

Pensieri di Jean Barraqué mentre compone la musica per “Le temps restitué” dal secondo libro della “Morte di Virgilio” di Hermann Broch

 

 

la loi et le temps: il tempo, sì, la legge, sì, cominciare, avviare l’œuvre che, sospesa, ripresa, ripensata, ancora resterà sospesa, per anni e ancora anni. Mai terminata, già lo so, il mai è la legge profonda del tempo.
E il libro che avvia la musica (un tuo dono, amore mio) mi parla e mi strega, mi ossessiona e mi esalta. Um lauschen zu können, um lauschen zu können: afin d’être en mesure d’écouter. De comprendre.

symbole de nuit: fantasmi, notte stellata, fantasmi. Sorgono e svaniscono, giungono dall’anfiteatro del tempo, parlano e svaniscono. Zum endgültigen Sinn: en chemin vers le sens définitif. Lì attende la libertà.

portail de la terreur: sempre questa soglia che dà accesso all’abisso indiscernibile. Si chiami morte, si chiami nulla, si chiami erebo: debole l’arte, disarmata e impotente. E tutto il fluire di vita, di morte: distruggete i manoscritti!

… l’inachèvement sans cesse: sia distrutta l’œuvre, distruggetela! oscuramente intuisco è nell’incompiutezza la sua ragione, la sua direzione, il suo parlare. L’inachevé au sommet de la sagesse – vielleicht, peut-être, maybe… non cessa il dolore.

car ce n’est que pour l’erreur: erranza, non errore (sbaglio, mancanza) voglio sperare, andare errando incontro all’unità, per incontrare l’unità talvolta solo sfiorata: essere e non essere, vivere e morire – interregno del congedo l’arte, l’arte non ode che voci indistinte, disordinate: basta, finire. C’est fini, ça va finir…
Un canto dopo l’altro, oltre la casualità, ancora congedi, lacerazioni, errori.

 

 

 

 

 

Ingeborg Bachmann: Harlem

 

 

Harlem

Von allen Wolken lösen sich die Dauben,
der Regen wird durch jeden Schacht gesiebt,
der Regen springt von allen Feuerleitern
und klimpert auf dem Kasten voll Musik.

Die schwarze Stadt rollt ihre weißen Augen
und geht um jede Ecke aus der Welt.
Die Regenrhythmen unterwandert Schweigen.
Der Regenblues wird abgestellt.

(aus: Anrufung des großen Bären, 1956)

 

Harlem

Le doghe delle nubi si dissolvono,
setacciata la pioggia nei cavedi,
balza la pioggia dalle scale antincendio
e strimpella sul casermone colmo di musica.

La città nera rotola i suoi occhi bianchi
ed esce dal mondo a ogni angolo.
Nei ritmi della pioggia s’infiltra silenzio.
Il blues della pioggia s’interrompe.

(A. D. Via Lepsius)

 

 

 

 

 

Via Lepsius: Sul concetto di “scritto”

 

Pierre Tal Coat: Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).

 

Da gran tempo penso ai miei testi in termini di “scritti”, il che significa per me che li penso paesaggi della scrittura all’interno dei quali vengano a sciogliersi i confini tra poesia e prosa, tra testo d’invenzione e saggio, tra ritmo lirico e ritmo narrativo o speculativo.
Ogni “scritto” ha, nello stesso tempo, ambizioni d’eleganza stilistica e di rigore ermeneutico, d’inventività fantasticante e immaginativa e di disciplina di studio.
Uno “scritto”, essendo già di per sé paesaggio, si dispiega nella sua molteplicità di aperture e di soglie, è esso stesso continuamente soglia tra due o più spazi-paesaggio e, al proprio interno, possiede numerosi punti di transito con l’esterno (soglie permeabili e mobili, appunto).
Il gruppo di “scritti”, poi, si dà a vedere quale costellazione di tali paesaggi della scrittura, caratterizzati da emersioni e ri-emersioni d’idee, immagini, fatti, nomi e altrettanto ricchi di rimandi, accenni, allusioni, anticipazioni, perché dev’essere la vitale mobilità del pensiero, il pensiero nella sua necessaria mobilità a trovare nei diversi “scritti” la propria (mai definitiva, però) attuazione.
Ogni “scritto” dev’essere infatti una modulazione del respiro, e l’intendo in senso sia letterale che metaforico, così che ogni “scritto” presuppone e prepara il successivo, è paesaggiopaesaggi) in fase d’inspirazione e, al contempo, d’espirazione, è scrittura che cerca la propria durata – e non in senso temporale, bensì nel senso di ritmica del pensiero e di venuta a esistenza di quel medesimo pensiero il quale, di conseguenza, si articola, si dispiega, magari anche si contraddice o nega, ma sempre si muove e trascolora e screzia.
Ogni “scritto” è, dunque, un’andanza dentro il paesaggio ch’esso, pure, è, e queste andanze, scaturite ognuna per gioia intima ch’è sostanza stessa del pensiero, si possono chiamare anche stanze o sentieri di un poema in fieri, di un canto che inizia là dove inizia il respiro.

 

 

 

 

 

Via Lepsius: dietro lo specchio

 

 

Pierre Tal Coat, litografia del 1976 apparsa sulla rivista “Derrière le miroir”.

 

 

Dietro lo specchio, sulla parete, a fil d’intonaco, dove cominciano i paesaggi del pensiero, dove s’avviano le traversate e i racconti.