Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Categoria: visioni

Visioni 5: Michael Kenna

 

Michael Kenna: Spider and sacred text, study 2, Gokurakuji, Shikoku, 2001

 

Testo e intessere

L’occhio è quello della fotocamera Hasselblad: aracne intesse (lenta, sapiente) tramatura di luce e silenzio.
Il testo sacro, tessitura di segni e di sillabe che le labbra appena pronunciano, ha un moto levissimo di lettura (e d’onda).
Lo spazio tra lo specchio imponderabile intessuto da aracne (è tessuto di fibre e di vuoto tra le fibre) e la bianca tramatura della carta lascia danzare la figlia dell’aria e la scrittura dei cercatori di stelle (che con polso di poeti dipinsero le parole interroganti. Trepidanti).
Pellegrino-e-viaggiatore il fotografo tende la sua ciotola-fotocamera per ricevere in elemosina il riso bianchissimo della mattinata intessuta di sguardo, tramata di stupescente inapparenza.

 

 

Pensieri di Lucio Fontana mentre progetta la struttura al neon per la Triennale del 1951

 

Luca Campigotto: “Museo del ‘900” (2012).

 

(il progetto dell’opera è costituito da numerosi disegni preparatori e da un modellino in fil di ferro; tale progetto viene realizzato presso l’officina meccanica della Compagnia Lampade Pastelor unendo decine di segmenti piegati a mano a formare un arabesco che è quindi sospeso con cavi d’acciaio sullo scalone d’ingresso all’edificio della Triennale)

“Un’idea, un sentimento, uno spazio
si fanno
linee, luce, volo, volteggio,
soffio, sospensione, sogno”
(…..)
“A inizio del nuovo decennio, ma
ancora prossima la guerra,
la luce al neon è
Milano, i suoi caffè, i suoi uffici,
le rampe di scale o le trombe degli ascensori”
(…..)
“La luce, radiazione di vita e di pensiero,
è luce pensata (Caravaggio, i Carracci,
Borromini antichi Maestri
moderni, decisivi)”
(…..)
Un esercizio d’equilibrio domanda
la mente alla mano e un’opera di
pazienza nella città impaziente:
l’arabesco che s’accenderà
in un solo istante di luce
è mosaico e torneranno così
i Maestri ravennati o di San Marco o di Monreale
nell’opera umile e nobilissima
delle maestranze operaie,
nelle mani di questi Maestri tornitori e vetrai
ed elettricisti”
(…..)
“Voglio aprire il decennio nuovo con tessiture
di luce, a disegnare nello spazio
di sguardo e di respiro la libertà
riconquistata, l’energia del sogno
e della visione”
(…..)
“Rivendico la vitalità della luce
che illumina la città notturna,
traccio andanze di torcia elettrica
agitata nel buio – di giorno
s’appaia quella luce alla naturale,
v’immette sentore della notte”
(…..)
È il pensiero in movimento
lo spazio mobilissimo della mente
un tram illuminato nella mezzanotte
questa lampada accesa sul tavolo da disegno”

 

 

Arcetri. Notte

 

 

Le stelle s’impigliano tra gli olivi
(questo vedono i suoi occhi
offuscati).

È l’età tarda che non favorisce il sonno
o l’antica abitudine della mente che
non si stacca dal pensiero
che di notte veglia?

Giungerà molto tardi l’incoscienza
che allevia la fatica.

Adesso è il tempo atteso,
la feconda solitudine
che altri credono (e lo credano pure!)
senile assopirsi nell’età stanca.

L’amichevole eco dell’abbaiare
di cascinale in cascinale
solleva la mente
la conduce
sopra le chiome degli olivi
e sopra i coppi terminali dei comignoli
mentre l’Orsa si sposta perfetta
viandante dai passi di polvere astrale.

Quante lune essa vede
nel ruotare della notte
nelle ellissi aranciate dell’insonnia
distantissime eppur vicinissime
ai filari delle viti chiantigiane.

Una coppa con pochissimo vino
sul tavolino da notte
e non ne berrà un goccio:
soltanto gli è presente

l’entusiasmo
dello sguardo
l’ebbrezza
dello sguardo
i crateri della Luna
le Lune di Giove
quella finestra e quel giardino
dai quali puntare il cannocchiale
e avido, insaziabile, fanciullesco

sguardo
sobrio ed ebbro di bellezza
(è giusto il moto matematico
delle lune sì come del pendolo).

Arcetri. Notte.

 

 

Trotula De Ruggiero

 

 

Il sole, cibo del pensiero, scorre
per le membra
che suggono piacere d’essere
vive.
Ascoltiamo le voci e i canti
del mercato.
Sarà gioia
il desinare –
assaporare sul palato
cibi colmi di sole e parco
vino.
La mano,
nel guidare la penna,
si vede bella, si coglie
libera,
si slancia in un volo
sul porto e sul mare
sul mare e sul porto.
Gli occhi, che la seguono,
intuiscono sotto l’azzurro
le migrazioni favolose
dei pesci,
quello spostarsi nel ventre
dell’acqua
a disseminare uova di vita
e cicli di stagioni.
Ogni atomo del mio corpo
eguale
agli atomi che sostanziano
la terra.
Aver cura del corpo
aver cura della terra.
E scalzi, sentirsi scalzi
anche quando si hanno le scarpe
ai piedi
e stare (il corpo sta,
la mente sta)
sulla pelle della terra:
essere gravidi
di terrestrità.
Attraversare la città
dai capelli di rara pioggia,
aver lavato con acqua
pura
il corpo
averlo profumato d’aromi
terrestri
per traversare la città
delle cisterne poliglotte,
ché l’acqua viene,
sale, affiora
o scende e filtra
dai luoghi dell’espandersi:
il cielo, il vulcano, il mare
e parla
e scorre nella gola
delle molte genti
dalle molte lingue.
Sono luce gli orti,
le vigne
che vedo nell’andare
da qui alla schola –
sta inabissata la sapienza
nelle loro zolle attende
il tempo
del sorgere dentro la mente:
mi sillaba
speziata di radici e stelle
la maieutica a festeggiare
il corpo, la vita.
Ci sono cammini verdi
a guidare i pensieri degli alberi
e cammini di porpora
per il dispiegarsi della parola
e cammini aerei per la libertà
del gabbiano che approda sugli spalti
del Duomo.
Li percorro tutti
ogni giorno:
lungo di essi incontro persone
(chiedono guarigione).
Le mie mani, che
il loro corpo toccano, toccano
talvolta nodi durissimi
di tristezza
o di esclusione e violenza.
C’è spesso un ingiusto carcere
che rinserra le menti,
i corpi,
odore di fuliggine negli abiti
ferite delle cinghie
sui fianchi.
Ne rammento con scrupolo
tutti i nomi,
hanno ciascuno un nome
quei corpi offesi
una storia e un viso:
sono menti, sacre
menti umane.
E mi chiamino pure i disonesti
“ignorante levatrice” –
il cosmo del corpo
non si lascia decifrare
dall’ottusa querula superbia
dei beccai.
Medicina
non è soltanto
arte di sanare.

 

 

La carissima Maria Grazia Insinga mi segnala questa prosa di Sofia  Demetrula Rosati dedicata a Trotula – prosa che non conoscevo e nella quale rivedo molto di quanto ho cercato di esprimere nei miei versi; bellissimo il ritmo del racconto, tanti gli elementi illuminanti e suggestivi.

 

 

Del mondo, della lingua

 

Thomas Ruff: “m. d. p. n. 33”

 

entrava nella lingua
tentando di dire il mondo da lì:
gli ripugnava subirlo –
galleggiarvi dentro per improvvisi
inconsapevoli spasmi –
per immeditati gorghi di percezioni.

distanziare il mondo da sé
e dirlo
continuamente riorganizzando
il paesaggio della lingua
la quale non fa presa sul mondo

ma ne sta
contemporaneamente
dentro e fuori.