Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Categoria: visioni

Arcetri. Notte

 

 

Le stelle s’impigliano tra gli olivi
(questo vedono i suoi occhi
offuscati).

È l’età tarda che non favorisce il sonno
o l’antica abitudine della mente che
non si stacca dal pensiero
che di notte veglia?

Giungerà molto tardi l’incoscienza
che allevia la fatica.

Adesso è il tempo atteso,
la feconda solitudine
che altri credono (e lo credano pure!)
senile assopirsi nell’età stanca.

L’amichevole eco dell’abbaiare
di cascinale in cascinale
solleva la mente
la conduce
sopra le chiome degli olivi
e sopra i coppi terminali dei comignoli
mentre l’Orsa si sposta perfetta
viandante dai passi di polvere astrale.

Quante lune essa vede
nel ruotare della notte
nelle ellissi aranciate dell’insonnia
distantissime eppur vicinissime
ai filari delle viti chiantigiane.

Una coppa con pochissimo vino
sul tavolino da notte
e non ne berrà un goccio:
soltanto gli è presente

l’entusiasmo
dello sguardo
l’ebbrezza
dello sguardo
i crateri della Luna
le Lune di Giove
quella finestra e quel giardino
dai quali puntare il cannocchiale
e avido, insaziabile, fanciullesco

sguardo
sobrio ed ebbro di bellezza
(è giusto il moto matematico
delle lune sì come del pendolo).

Arcetri. Notte.

 

 

Trotula De Ruggiero

 

 

Il sole, cibo del pensiero, scorre
per le membra
che suggono piacere d’essere
vive.
Ascoltiamo le voci e i canti
del mercato.
Sarà gioia
il desinare –
assaporare sul palato
cibi colmi di sole e parco
vino.
La mano,
nel guidare la penna,
si vede bella, si coglie
libera,
si slancia in un volo
sul porto e sul mare
sul mare e sul porto.
Gli occhi, che la seguono,
intuiscono sotto l’azzurro
le migrazioni favolose
dei pesci,
quello spostarsi nel ventre
dell’acqua
a disseminare uova di vita
e cicli di stagioni.
Ogni atomo del mio corpo
eguale
agli atomi che sostanziano
la terra.
Aver cura del corpo
aver cura della terra.
E scalzi, sentirsi scalzi
anche quando si hanno le scarpe
ai piedi
e stare (il corpo sta,
la mente sta)
sulla pelle della terra:
essere gravidi
di terrestrità.
Attraversare la città
dai capelli di rara pioggia,
aver lavato con acqua
pura
il corpo
averlo profumato d’aromi
terrestri
per traversare la città
delle cisterne poliglotte,
ché l’acqua viene,
sale, affiora
o scende e filtra
dai luoghi dell’espandersi:
il cielo, il vulcano, il mare
e parla
e scorre nella gola
delle molte genti
dalle molte lingue.
Sono luce gli orti,
le vigne
che vedo nell’andare
da qui alla schola –
sta inabissata la sapienza
nelle loro zolle attende
il tempo
del sorgere dentro la mente:
mi sillaba
speziata di radici e stelle
la maieutica a festeggiare
il corpo, la vita.
Ci sono cammini verdi
a guidare i pensieri degli alberi
e cammini di porpora
per il dispiegarsi della parola
e cammini aerei per la libertà
del gabbiano che approda sugli spalti
del Duomo.
Li percorro tutti
ogni giorno:
lungo di essi incontro persone
(chiedono guarigione).
Le mie mani, che
il loro corpo toccano, toccano
talvolta nodi durissimi
di tristezza
o di esclusione e violenza.
C’è spesso un ingiusto carcere
che rinserra le menti,
i corpi,
odore di fuliggine negli abiti
ferite delle cinghie
sui fianchi.
Ne rammento con scrupolo
tutti i nomi,
hanno ciascuno un nome
quei corpi offesi
una storia e un viso:
sono menti, sacre
menti umane.
E mi chiamino pure i disonesti
“ignorante levatrice” –
il cosmo del corpo
non si lascia decifrare
dall’ottusa querula superbia
dei beccai.
Medicina
non è soltanto
arte di sanare.

 

 

La carissima Maria Grazia Insinga mi segnala questa prosa di Sofia  Demetrula Rosati dedicata a Trotula – prosa che non conoscevo e nella quale rivedo molto di quanto ho cercato di esprimere nei miei versi; bellissimo il ritmo del racconto, tanti gli elementi illuminanti e suggestivi.

 

 

Del mondo, della lingua

 

Thomas Ruff: “m. d. p. n. 33”

 

entrava nella lingua
tentando di dire il mondo da lì:
gli ripugnava subirlo –
galleggiarvi dentro per improvvisi
inconsapevoli spasmi –
per immeditati gorghi di percezioni.

distanziare il mondo da sé
e dirlo
continuamente riorganizzando
il paesaggio della lingua
la quale non fa presa sul mondo

ma ne sta
contemporaneamente
dentro e fuori.

 

 

Facchetti

 

giacinto_facchetti

 

Se Facchetti ancora s’invola
lungo la fascia del campo
penetrando poi nell’area di rigore
o prima del fischio d’inizio
scambia il gagliardetto della sua squadra
con quello del capitano avversario
ed è stretta di mano, promessa di lealtà –

i ragazzi sciamavano per Piazzale Loreto
felici dell’inizio delle vacanze estive:
certo i maschi avrebbero cercato
rettangoli di sterrato per dare calci
al pallone
fingendo indifferenza verso le ragazze lì vicino –

se il pallone spinto avanti, alti la testa e lo sguardo
a cercare il compagno smarcato,
il difensore in controtempo,
e San Siro a trattenere in gola l’urlo –

erompeva la voce rauca di Sandro Ciotti
fuori dalla radio a transistor
che il ragazzo si portava incollata all’orecchio
mentre traversava Piazza Fontana
deserta la domenica –

se Facchetti che senza timore ma con rispetto
guarda negli occhi Puskas e Di Stefano
tocca con grazia da violinista il pallone
a ruotare vorticoso nell’erba
a ricordare per sempre a chi è lì,
sugli spalti gremiti, che quell’istante
non filmato né fotografato
ha solennità di bellezza –

Milano attraversava inquietudini
la nebbia dei suoi inverni non
celava il cammino irrisolto
né i ringhi ritornanti di camicie nere
(eppure le bandiere per il 25 aprile
dicevano una promessa, uno slancio, un assenso) –

se c’è nuova fuga lungo l’ala sinistra,
il passaggio da orologiaio per Mazzola,
l’elevazione a colpire di testa il pallone
e piazzarlo tra palo e traversa
come se cinetica meccanica e balistica
fossero colorati sassolini da rigirare
fra le dita della mente –

i ragazzi si baciavano sul tram
rubando la tenerezza d’un pomeriggio nel cortile della Statale
al sole musicante sulle ringhiere
ai tesi tracciati e perfetti dei cavi per il pantografo
che vanno da qui alla memoria, dal fondo dello ieri all’oggi –

se il pallone calciato da Facchetti nel rettangolo di San Siro
ha andanze di ricordo,
la mia Italia, quest’Italia di cui scrivo,
ancora m’interroga, pretende ascolto, memoria,
apre furori.

 

È da moltissimi anni, ormai, che non seguo più le vicende del giuoco del calcio, né esse m’interessano. Tornano, tuttavia, cari ricordi da un’infanzia e da una giovinezza nelle quali il calcio è stato anche per me una passione. Devo a due poeti e a due loro testi la nascita di questi versi: il primo è Lutz Seiler e il suo poemetto Die Fussinauten (I Calcionauti), il secondo Claudio Pasi e il suo testo Tempo di guerra (La 17ª giornata del campionato di serie B, 1939-40) citato da Nino Iacovella in Latitudini delle braccia.
Uno dei tanti motivi che mi ha spinto a pubblicare versi dedicati a un uomo onesto e leale (Giacinto Facchetti) è anche la solidarietà e l’affetto che nutro, da insegnante e da padre, nei confronti dei giovani italiani che menti scellerate e disoneste continuano a offendere e umiliare.

 

 

Visioni 4: Donatella D’Angelo

 

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Nulla scorgono a settentrione dello sguardo
gli avari di pensiero.

Ma gli appassionati, gl’innamorati, i visionari
per fame di destino

accostano sofà alle pareti,
sorprendono i gradini delle scale
a mormorare una conta di passi e di congedi,
le lenzuola corrugarsi come fronte
che mediti passi d’addio.

Lascialo andare, dice a sé stessa
la voce affamata di soglie:

esistere è varcare; il nodo di paura
e tristezza obolo necessario al vivere.

 

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Le immagini sono tratte dall’emozionante libro di Donatella D’Angelo e José Lasheras Memento vivere edito dalle Edizioni del Foglio clandestino. Su Perìgeion il bellissimo intervento di Nino Iacovella. Qui e qui il sito di Donatella D’Angelo e alcuni suoi lavori su tumblr.