Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

“Monte delle Rose” di Paolo Ottaviani

 

 

(Norcia, aprile 2019)

Quando il cielo s’illumina di bianco
e di celeste la luce d’aprile
soavemente danza lungo il fianco
del Monte delle Rose in un puerile

gioco cui il verde più tenero al branco
festoso dei colori offre il gentile,
intimo pianto di un humus mai stanco
di germogliare pur da un campanile

atterrato. La neve la tempesta
oscura della terra mitigare
non poté ma nel cuore rosa resta

tra le tue cime quel lieto albeggiare,
come un fidato indizio di una festa
che ogni orizzonte ci invita a varcare.

 

Il cuore geografico d’Italia (Norcia e l’Umbria), una civiltà antica di lavoro e di cultura, un orizzonte cui guardare e da varcare, una terra sconvolta nelle sue viscere, eppure colma di humus che, nel ciclo delle stagioni, rinnova il sacro rito della vita; commovente la fioritura a Norcia e a Castelluccio, in dialogo il cielo (e i suoi colori) con la terra stessa e, anche, con l’opera nobile dell’uomo, pur “atterrata” – e si ha la sensazione che sia quell’umile “pur” l’epicentro della commozione e della speranza, cui partecipa l’intimo pianto dell’humus (il pianto è cordoglio e ricordo, speranza e indomito coraggio – nei versi di Paolo esso è “gentile”, cioè nobile se pensiamo all’accezione data all’aggettivo dai nostri Maestri dello Stilnovo e quieto, ed è “intimo”, com’è costume delle genti dell’Appennino, persone generose e discrete, sobrie e laboriose), un humus (e non dimentichiamo la suggestiva supposizione etimologica di Varrone che homo derivi proprio da humus) “mai stanco / di germogliare” pur dalle rovine: e non fu proprio l’opera instancabile di Benedetto da Norcia e dei suoi a trasmetterci la grande civiltà antica ch’era in rovina e a rischio di cancellazione? ora, lege et labora può e deve rimanere un motto anche per i laici, ché pregare significa tra l’altro dire in poesia e rammentare (e, qui, tramite la forma anch’essa nobilissima e antica del sonetto italiano) il valore totalizzante della vita e dello stare in comunità, la lettura, cioè l’indefesso studium, deve nutrire la mente e lavorare significa, pur conservando la connotazione di fatica e di sofferenza, costruire per sé e per gli altri. Ora, anno Domini MMXIX, si tratta di ricostruire dopo la devastazione del terremoto, dopo il lungo inverno che non ha rimarginato le ferite, nell’insipienza della politica.
Forse davvero Aprile è “il mese più crudele”, ma nel senso, qui, che il rosa del bellissimo toponimo (Monte delle Rose), il rosa delle tonalità della luce nel suo albeggiare, il rosa che innerva le fioriture di questi luoghi costringe la mente al parto, pur doloroso e quindi crudo/crudele, di una non immotivata speranza, di un non immotivato nuovo inizio; e, per noi Italiani, l’aprile continua ad essere, di anno in anno, mese di libertà e di liberazione, ben dentro la crudeltà inaccettabile di chi ne nega la necessità e il valore.
Grazie, Paolo carissimo, per il dono di questo sonetto e voglio ritornare, prima di congedarmi, su quell’orizzonte dell’ultimo verso: non posso non pensare all’infinito Leopardi, il cui Colle non è geograficamente molto distante da questo Luogo dei Monti Sibillini e mi piace moltissimo il profilarsi di una “festa”, di una laica, solenne celebrazione che l’allitterazione di quel “fidato indizio” anticipa e prepara.

 

 

Il “web” poetico è un Paradiso

 

 

Improvvisamente c’è chi comincia a premere il pulsante “mi piace” a ogni articolo che pubblichi (non importa che l’articolo parli dei calzini da stirare o della storia dell’agricoltura nell’antica Mesopotamia – il “mi piace” compare spesso esattamente TRE SECONDI dopo la pubblicazione), magari quel qualcuno scrive anche qualche commento (sempre) lusinghiero, magari ci aggiunge faccine e cuoricini. È il Segno: a breve ti chiederà il tuo indirizzo di casa per mandarti il suo ultimo libro (o la tua email per il pdf).
Se acconsenti il libro arriva e, in automatico, dovresti sentire il dovere di scrivere l’articolo superdesiderato che tessa le lodi del Capolavoro; ora, può succedere che tu non scriva nulla (potrebbe essere accaduto anche che tu abbia apprezzato il libro e che, per motivi diversi, tu non possa o non desideri scriverne) o che tu non ne scriva proprio perché il Capolavoro non ti ha convinto; stanne certo: niente più “mi piace”, niente più commenti: come se non ci si fosse mai incontrati nel paradiso dell’etere webico. Esattamente lo stesso succede se tu, con gentilezza, declini la proposta d’invio dell’Opera. Dimenticavo: la richiesta di farti avere il Superlibro può arrivarti anche tramite un “commento” a un qualsiasi tuo articolo, fosse anche un “post” sugli sconti Esselunga!
Altre volte accade che tu pubblichi l’articolo sull’Opera insigne: il commento di risposta è, ovvio, entusiasta e sottolinea quanto tu, in maniera unica e irripetibile, abbia compreso lo spirito dell’Opera, quanto tu sia stato capace di penetrare come nessun altro e in maniera addirittura sciamanica nei testi (sono palpabili le lacrime di commozione dell’estensore del commento) – la perplessità ti nasce quando leggi esattamente le stesse parole di commento in calce ad articoli (talvolta mediocri o che riportano soltanto il nome dell’autore, dell’editore e un paio di testi) pubblicati su altri siti.
Quando poi smetti o diradi moltissimo i tuoi interventi sui tantissimi Capolavori fluttuanti nell’universo poetico italiano ti si materializza davanti agli occhi il deserto in cui ti stai cacciando: quasi nessun “mi piace” (neanche quelli compulsivi e automatici), casella di posta elettronica vuota.
Altro fenomeno webico interessante: buon numero di “accessi” se pubblichi un articolo sul Capolavoro di turno (il sospetto è che il solo Recensito vi acceda 400 volte al giorno e che il resto siano accessi di 2 secondi da parte di moglie, figlio, amico d’infanzia), assenza assoluta di “accessi” se pubblichi su argomenti di carattere politico: è risaputo che solo il Capolavoro importa e che quello che succede attorno è manfrina senza importanza. E poi, ‘sta cazzata e questo insistere sul fatto che Via Lepsius è antifascista… Ma dai, facciamola finita: un tempo c’era almeno quel bel faro con il mare azzurro nella testata del “blog”, mentre adesso ci sono quei comunisti in bianco e nero con lo striscione…
E, per finirla qui, ritorno al “deserto in cui mi sono cacciato”: è, in realtà, un deserto abitato da pochissimi amici, pochissime persone per le quali nutro stima e affetto, un deserto, quindi, irrigato da acqua freschissima e vitale. Di questo non smetterò mai di essere loro grato abbastanza. Per loro continuerò a studiare e a scrivere con l’entusiasmo di sempre, con loro continuerà un dialogo ininterrotto. Il resto è dilettantismo narcisista.

 

 

 

25 aprile

 

 

“Qui vi sono uomini che hanno lottato per la libertà dagli anni ’20 al 25 aprile 1945. Nel solco tracciato con il sacrificio della loro vita da Giacomo Matteotti, da don Minzoni, da Giovanni Amendola, dai fratelli Rosselli, da Piero Gobetti e da Antonio Gramsci, sorge e si sviluppa la Resistenza. Il fuoco che divamperà nella fiammata del 25 aprile 1945 era stato per lunghi anni alimentato sotto la cenere nelle carceri, nelle isole di deportazione, in esilio. Alla nostra mente e con un fremito di commozione e di orgoglio si presentano i nomi di patrioti già membri di questo ramo del Parlamento uccisi sotto il fascismo: Giuseppe Di Vagno, Giacomo Matteotti, Pilati, Giovanni Amendola; morti in carcere Francesco Lo Sardo e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di prigionia; spentisi in esilio Filippo Turati, Claudio Treves, Eugenio Chiesa, Giuseppe Donati, Picelli caduto in terra di Spagna, Bruno Buozzi crudelmente ucciso alla Storta.
I loro nomi sono scritti sulle pietre miliari di questo lungo e tormentato cammino, pietre miliari che sorgeranno più numerose durante la Resistenza, recando mille e mille nomi di patrioti e di partigiani caduti nella guerra di Liberazione o stroncati dalle torture e da una morte orrenda nei campi di sterminio nazisti.
Recano i nomi, queste pietre miliari, di reparti delle forze armate, ufficiali e soldati che vollero restare fedeli soltanto al giuramento di fedeltà alla patria invasa dai tedeschi, oppressa dai fascisti: le divisioni ”Ariete” e ”Piave” che si batterono qui nel Lazio per contrastare l’avanzata delle unità corazzate tedesche; i granatieri del battaglione ”Sassari” che valorosamente insieme con il popolo minuto di Roma affrontarono i tedeschi a porta San Paolo; la divisione ”Acqui” che fieramente sostenne una lotta senza speranza a Cefalonia e a Corfù; i superstiti delle divisioni ”Murge”, ”Macerata” e ”Zara” che danno vita alla brigata partigiana ”Mameli”; i reparti militari che con i partigiani di Boves fecero della Bisalta una roccaforte inespugnabile.
Giustamente, dunque, quando si ricorda la Resistenza si parla di Secondo Risorgimento. Ma tra il Primo e il Secondo Risorgimento protagoniste sono minoranze della piccola e media borghesia, anche se figli del popolo partecipano alle ardite imprese di Garibaldi e di Pisacane. Nel Secondo Risorgimento protagonista è il popolo. Cioè guerra popolare fu la guerra di Liberazione. Vi parteciparono in massa operai e contadini, gli appartenenti alla classe lavoratrice che sotto il fascismo aveva visto i figli suoi migliori fieramente affrontare le condanne del tribunale speciale al grido della loro fede.
Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che su 5.619 processi svoltisi davanti al tribunale speciale 4.644 furono celebrati contro operai e contadini.
E la classe operaia partecipa agli scioperi sotto il fascismo e poi durante l’occupazione nazista, scioperi politici, non per rivendicazioni salariali, ma per combattere la dittatura e lo straniero e centinaia di questi scioperanti saranno, poi, inviati nei campi di sterminio in Germania. ove molti di essi troveranno una morte atroce.
Saranno i contadini del Piemonte, di Romagna e dell’Emilia a battersi e ad assistere le formazioni partigiane. Senza questa assistenza offerta generosamente dai contadini, la guerra di Liberazione sarebbe stata molto più dura. La più nobile espressione di questa lotta e di questa generosità della classe contadina è la famiglia Cervi. E saranno sempre i figli del popolo a dar vita alle gloriose formazioni partigiane.
Onorevoli colleghi, senza questa tenace lotta della classe lavoratrice – lotta che inizia dagli anni ’20 e termina il 25 aprile 1945 – non sarebbe stata possibile la Resistenza, senza la Resistenza la nostra patria sarebbe stata maggiormente umiliata dai vincitori e non avremmo avuto la Carta costituzionale e la Repubblica.
Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione.
Ed essa diviene, così, non per concessione altrui, ma per sua virtù soggetto della storia del nostro paese. Questo posto se l’è duramente conquistato e non intende esserne spodestata.
Ma, onorevoli colleghi, noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per porre in risalto come il popolo italiano sappia battersi quando è consapevole di battersi per una causa sua e giusta; non inferiore a nessun altro popolo.
Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che – a mio avviso – costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà.
E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano.
I compagni caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile ed assoluto disinteresse. Generosamente hanno sacrificato la loro giovinezza senza badare alla propria persona.(…) Non permetteremo mai che il popolo italiano sia ricacciato indietro, anche perché non vogliamo che le nuove generazioni debbano conoscere la nostra amara esperienza. Per le nuove generazioni, per il loro domani, che è il domani della patria, noi anziani ci stiamo battendo da più di cinquant’anni. Ci siamo battuti e ci battiamo perché i giovani diventino e restino sempre uomini liberi, pronti a difendere la libertà e quindi la loro dignità. Nei giovani noi abbiamo fiducia”

(Dal discorso dell’Onorevole Sandro Pertini alla Camera dei Deputati il 23 aprile 1970)

 

 

Alla vigilia del 25 aprile

 

 

Alla vigilia del 25 aprile 2019 condivido un illuminante intervento di Antonio Moresco pubblicato sul Primo Amore e mi limito a commentare che nel mio Paese STA DIVENTANDO “NORMALE” QUELLO CHE NORMALE NON È E CHE COME “NORMALE” NON DEVE ESSERE ACCETTATO NÉ PASSIVAMENTE SUBITO.

 

 

 

Il corpo del leader

 

 

Tratto caratterizzante del potere quando s’incarna (per dir così) in un capo politico è l’inconsapevolezza totale di quanto labile sia l’esistere individuale: il capo al potere si percepisce onnipotente e immortale, automaticamente rimuove la propria morte, percepisce il proprio corpo come inscalfibile e fa di esso la manifestazione visibile di un potere che, in quanto tale, è arrogante, violento e del tutto privo del senso della realtà, perciò minaccioso e distruttivo.
Il potere invaghito soltanto di sé stesso si manifesta sotto forma di delirio di onnipotenza e d’impulso allo stupro, fascista e, ovviamente, violento; il potere incarnato amplifica e celebra il culto del corpo e dell’immagine del leader, lo porta al culmine della sua epifania, la quale è, sempre, atto continuato di violenza e riprova ne sia il fatto che lo vesta di divise, gli faccia imbracciare armi (fallici artificiali prolungamenti di una mente e di un corpo intesi al dominio sui propri accoliti e all’annientamento degli avversari).