Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Per il decennale della “Dimora del Tempo sospeso”

 

 

Via Lepsius ha fin dall’inizio della propria attività “in rete” sentito e nutrito un forte legame con la Dimora del Tempo sospeso di Francesco Marotta e delle persone che, negli anni, lo hanno affiancato; il 10 agosto 2017 segnerà il decimo anno di attività della Dimora e desidero mettere in evidenza l’interessante iniziativa proposta a questo “link” –  ribadisco che, per me, la Dimora e la persona di Francesco Marotta rimangono punti di riferimento (politico, etico, culturale) ineludibili e fondamentali.

 

 

Ophrys, uno spartito per voce e linguaggio (breve nota intorno a “Ophrys” di M. G. Insinga)

 

Mario Giacomelli: “La grande luna” (1980).

 

Si potrebbe cominciare la lettura di Ophrys (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona, 2017), paradossalmente, dall’indice che è già, nella sua disposizione grafica, capolavoro tipografico e tassonomico per rendersi subito conto di avere tra le mani un progetto rigorosamente strutturato e puntigliosamente costruito: se ars è capacità architettonica, dominio sulla forma, volitiva progettazione, ebbene Ophrys è ars ed è ricerca della bellezza proprio attraverso il più difficile costruire, stabilire contrappesi tra le parti, tessere ardui passaggi linguistici e concettuali.
A me Ophrys sembra un perfetto spartito in cui gli strumenti sono il linguaggio-suono-concetto e la voce dà vita a quegli strumenti modulandosi attraverso la costruzione dei versi.
Ma la rigorosa architettura del libro, la forma lavorata fino allo spasimo fanno emergere, vogliono fare emergere il dolore (generato dalla condizione esistenziale stessa e dalla storia) con cui Maria Grazia si confronta senza remore.
La stessa scelta d’intitolare il lavoro con uno dei nomi latini dell’orchidea anticipa l’intento d’imbastire un discorso sulla bellezza e sulla fragilità, sulla forza inattesa della fragilità e su di un modo d’osservare gli accadimenti con l’occhio del botanico, ma rendendo visibili anche le fratture insite nel linguaggio, e i suoi scarti.
Ancora una volta questa scrittura non concede nulla al lettore (non facili effetti, né agevoli interpretazioni, né tanto meno atteggiamenti modaioli), ma, essendo esigentissima già nei confronti di sé stessa, è poi perfettamente in grado di ricompensare in termini sia intellettuali che estetici chi a quest’opera si accosti.
L’autrice concepisce infatti il linguaggio e la scrittura nei medesimi termini della composizione musicale, non quella cosiddetta “classica” e più vastamente familiare al nostro orecchio, ma quella ben più sperimentale e innovativa del XX e XXI secolo e non in nome d’una ricerca fine a sé stessa, ma perché rispondente alla consapevolezza che la storia a noi contemporanea esige un linguaggio capace di rispecchiarla e interpretarla, linguaggio che non può più essere quello della “tradizione”.
Maria Grazia Insinga, immergendo la propria scrittura nei temi della morte, dell’assenza, della privazione, della violenza, del rapporto tra io e mondo, tra io e storia evita in modo convincente e magistrale ogni caduta retorica o sentimentale, ogni trappola tesale dal banale e dal già detto proprio attraverso il suo intransigente lavoro sulla parola, sul ritmo e sulla costruzione del singolo testo, ma non basta: ogni testo si sdoppia, l’intero libro si profila come una descrizione (assai complessa, articolata, ricchissima di rimandi, allusioni, suggestioni, cenni e accenni) dell’ophrys, pianta euro-mediterranea che, nell’immaginazione della poetessa, assume su di sé ed esprime la tragica complessità della storia di questi anni – alle cui spalle c’è, a sua volta, una storia plurimillenaria imbastita anch’essa di migrazioni, morte, slancio, tradimenti, progressi, dolore, bellezza. E questo libro è un esempio ineludibile di come l’io possa liberarsi del proprio fardello narcisistico, egotistico e fortemente condizionante, portando avanti in maniera coerente la ricerca iniziata con Persica e che possedeva il suo perno nella ferrea costruzione testuale e linguistica, antiretorica e modernamente sublime, nel senso che non c’è un solo cedimento al parlato, alla mimesi del sermo communis, proprio perché scrivere in poesia è, per Maria Grazia, stabilire una differenza tra la mente e la realtà e la scrittura, ch’è voce e linguaggio, non descrive, ma sonda quella realtà, non vi si adegua, prona e impotente, ma a sua volta si costituisce spartito affinché chi ne legge e modula le andanze conservi la distanza e la consapevolezza critica di un’ophrys, apparentemente fragile, ma, come tutte le orchidacee, evolutissima pianta capace di adattarsi alle condizioni più difficili e recante in sé una bellezza di vita e di forme cui il pensiero e la poesia possono, a ragione, richiamarsi.

 

TIRRENIDE

I migrazione

C’è un lotto di specie in comune
con l’Africa: le migrazioni forse
l’abbassamento del mare
l’estinzione della fauna calda.

Nella provincia tirrenica
non essere essere relazionale
non tessere tessere sociali
non morirsi imbrancato.

II migrazione

Non smettere di tornare
indietro, all’altra metà
la camicia rossa di parricida
e le teste mozze schiaffeggiate
dal boia senza dignità

continuano a sorgere tra le cosce
dell’affusto, a poggiare le bocche
di fuoco alla morte, continuano
a morire a metà dell’armilla
su coordinate altazimutali, sull’astro.

 

CRETA

I labirinto

piccoli soli in forma di cappello
non ti ripari
sgorga e non ti ripari
non ti ripari
riparare il bene è impossibile

II labirinto

infettare il corpo intero
per la soglia bassa del dolore
e uscire da Creta a memoria
nell’andirivieni la grazia, la discordanza
cambio casa rimanendo a casa

 

ABNEGAZIONE

I lingua

È commossa per l’abnegazione della lingua
ora riprende l’anima ora la vende
a cattivo rendere e non conti contenuto
ma la conta sui corpi tolga le mani dagli indizi

o dalla bocca e la vogliono ma sparisce
semina a deserto il deserto a fonemi di vento
il sonno sogna mostri senza bocche
senza bocche per non uscirne.

II lingua

Si arrendono alla poesia
ai suoi pidocchi
a vivere sproloqui diversi
di un’unica cognizione
di quello che non sanno
di quello che stai facendo
e dici cosa, cosa starai facendo
soffro come un cane
più del mio cane.

 

 

Leggende (7)

 

 

… che la parola è fluido come l’acqua, come il sangue, come la luce – ch’essa scorre in questo mondotutto e tutto pervade al pari dell’aria e della luce – che la parola appartiene all’universo della musica e la musica a quello della vita – e che tutto vive – anche il sasso – che i mercanti tagliano in pezzi piccolissimi il mondo e lo vendono, pezzo dopo pezzo – per questo viene l’asfissia, questo senso di morte …

Esther Donnolo scriveva nei suoi scartafacci; ogni tanto sollevava la testa per guardare i campi coltivati di Oria e respirare traverso gli occhi quel maturare dei pescheti e dei vigneti; la linfa delle piante le raggiungeva i piedi, risaliva il corpo fino al polso e alla mano che scriveva; così le parole le si disponevano sui grandi fogli e la luce batteva, scivolava, risonava tra i tratti orizzontali e verticali delle lettere, vorticava lungo le loro curve e riccioli, tornava verso quel cielo inarcato sulla pianura e sui due mari della Terra d’Otranto.

… che le parole sono linfa per il corpo e per la mente – cadavere il corpo che non sa parole – che l’aria è colma di suono e che la nostra stessa carne è fatta di suono – a immaginarmi in una camera del tutto priva di suono, scriveva Esther, sono certa che udrei, comunque, il suono del mio corpo / e della mia mente – che questa mano che scrive ha legno del ramo quando porge frutti – che nei frutti c’è l’acqua ci sono i colori c’è la drupa del nocciolo che feconda …

(tout cela fait partie de nos réflexions communes, cher Yves…)

 

 

Nella storia. Intorno all’umano

 

 

E allora che cosa farai, mia scrittura, nel procedere dei giorni?
Lo sai che non è trascendente la parola, che non deriva da categorie iperuranie, né da divini teoremi.
È sporca di terra (ch’è quanto di più puro esista e degno) e schifosamente immersa nella storia (ch’è l’unica maniera per renderla meritevole di rispetto): procede per quotidiani gorghi e ripetute fratture, grandi e piccole incertezze e tradimenti. Ma essa guarda sempre all’umano. E non dimentica mai l’umano.

Tutto questo non ti consola e non ti assolve, mia scrittura, e nel procedere dei giorni scoprirai ancora di aver tradito l’umano cui devi, ininterrottamente, guardare.
Allora non ti resta nient’altro, forse, che essere impietosa con te stessa (non dimenticare i tuoi tradimenti, non ignorare che sei figlia dell’Occidente dei privilegi, non assolvere te stessa, mai) e continuare a sporcarti di terra, e saperti dentro la storia anche quando parli della bellezza e dell’amore – soprattutto quando parli d’amore e di bellezza.

 

 

Operai di Grecia

 

 

(a Massimiliano, con affetto)

Eccoti di nuovo, mia scrittura, vogliosa di scrivere di cose belle, eccoti e l’amico carissimo, dalla Grecia, manda un messaggio: no, non è in vacanza in Grecia, in Grecia vive e lavora e ti racconta dei lavoranti (molti immigrati) pagati 300, al massimo 500 euro al mese costretti a lavorare per 10 ore al giorno, quasi senza diritti, a 60 gradi nel reparto verniciatura e di uno degli operai, dal Pakistan, che dorme in una baracca di lamiera e degli impiegati che siedono davanti al computer dalle 8.00 alle 18.00 senza diritto a una pausa (ma almeno hanno l’aria condizionata mentre fuori, all’ombra, ci sono 47 gradi).

Che cosa vuoi fare, mia scrittura? Continuerai a dilettarti di bei sentimenti e di belle immagini?

Pensa, invece, alle persone perfino persuase che sia giusto rinunciare ai propri diritti (e ci rinunciano pur di avere uno straccio di lavoro, usa e getta, ma lavoro), pensa ai padroncini-aguzzini e pensa, poi, ai grandi padroni, ai nemici di sempre.

Mia bella, tenera scrittura… Quanta pena mi fai… E quanta rabbia…