Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Anna Di Mauro

Yves Bergeret, Francesco Marotta, Carène / Carena, l’Europa, le migrazioni, l’antifascismo

 

 

 

Da Via Lepsius seguo con partecipazione e passione gl’impegnativi giorni “siciliani” di Yves Bergeret; come ormai accade da qualche anno Yves e io siamo in contatto quotidiano (e anche più volte durante il giorno) – si tratta di un’amicizia e di uno scambio che mi guidano e m’incoraggiano, illuminandomi e indicandomi un itinerario di ricerca politica, intellettuale e artistica.

Tra poche ore andrà in scena a Catania, regia di Anna Di Mauro, l’allestimento teatrale del poema Carène / Carena nella traduzione di Francesco Marotta; ecco: è proprio alla Dimora del Tempo sospeso che devo la conoscenza dell’opera di Yves, la cui lettura mi ha poi portato ai primi contatti con Bergeret e a tutto quello che ne è successivamente scaturito; sono debitore insolvente di questo (e di tantissimo altro) nei confronti di Francesco e della Dimora e ora, da Via Lepsius, voglio scrivere poche frasi di riflessione su quello che quest’allestimento teatrale rappresenta.

So che più d’uno (intellettuali e artisti siciliani raffinati e colti) ha rimproverato a Yves di occuparsi di “cose” e “fatti” ch’egli, straniero (sic!), non avrebbe il diritto di affrontare – ebbene, da Salentino e da persona che molto bene conosce la realtà e le realtà dell’Italia meridionale, dico, invece, che proprio lo sguardo altro, di chi viene da lontano e da un’altra cultura, da un’altra storia personale e collettiva, proprio lo sguardo giunto da altre terre è in grado di spiegare chi, noi Meridionali e poi noi Italiani, siamo e siamo diventati; Yves conosce e ama con divorante passione sia l’Italia che la Sicilia, egli ha compiuto un lunghissimo itinerario che l’ha portato a riconoscere in molti atteggiamenti e in molte scelte tematiche della cultura europea dei nostri anni un malcelato (e talvolta inconsapevole) razzismo, un perpetuare una mentalità colonialista (camuffata magari da caritatevole accondiscendenza), spesso un fascismo sempre più presente e arrogante.

Che Carène, dopo lunghe e controverse vicende editoriali, arrivi finalmente tra le mani di lettori consapevoli sotto forma di libro a stampa e sulle scene grazie al coraggio di poche, testarde persone, è da un lato un successo, dall’altro la conferma che la scrittura è e dev’essere un atto politico, cioè un appartenere alla vita della comunità per rendere traverso la scrittura più inventiva, rivoluzionaria e complessa immaginabile (quella della poesia) la mente di ognuno e di tutti cosciente di una storia – la storia dei nostri anni, in questo caso.

Yves Bergeret, nello scrivere un’Odissea contemporanea che per nulla indulge a mode o a vezzi letterari, Francesco Marotta, nel tradurre con passione totale dal francese all’italiano quel poema, indicano una direzione (l’osmosi tra le lingue e le geografie), continuano un’alta tradizione (il legame inscindibile tra cultura francese e cultura italiana), sostengono e difendono il futuro, l’unico possibile (l’incontro paritario tra la cultura europea e quelle di persone che provengono da altri continenti).

Sono giorni intensi e faticosi, esaltanti e indimenticabili questi “siciliani” di Yves (il quale è tornato per l’ennesima volta, come da molti anni fa, nell’Isola); sono anche giorni in cui il fascismo, come qualcuno sostiene, “rialza la testa”: ebbene, in verità è dal 25 aprile 1945 che il mio Paese non sa fare i conti, come dovrebbe, con il suo passato fascista e con la costante presenza fascista (e anche mafiosa) nel suo corpo comunitario – un amico e un intellettuale e poeta che viene dalla Francia, a sua volta antifascista convinto, si sobbarca l’onere di scrivere e di portare in scena nel cuore di una Sicilia contraddittoriamente progressista e democratica, ma anche feudale e mafiosa, un poema che, nella parola nata dalla sofferenza e dalla morte di migliaia e migliaia di esseri umani che attraversano il Mediterraneo, ritrova la propria ragion d’essere e la propria giustificazione etica e politica.

E tu, mia scrittura, ecco che ora puoi cercare e trascegliere (per studiare e  imparare) quello che l’Europa, da millenni, ha saputo costruire in termini di dialogo, confronto, attenzione verso chi “viene da altrove”.

 

 

Yves Bergeret, le migrazioni, la Sicilia, “Carène”

 

 

Yves Bergeret torna in Sicilia per realizzare un progetto non solo ambizioso, ma che immerge in maniera definitiva e irreversibile la scrittura sua e di tutti nella realtà contemporanea: portare in scena a Catania (in collaborazione con la brava regista Anna Di Mauro) il suo poema Carène, ancora inedito a stampa – ma di cui Yves stesso nel suo spazio Carnet de la Langue-Espace e Francesco Marotta (eccellente traduttore in italiano del poeta francese) sulla Dimora del Tempo sospeso hanno offerto degli ampi estratti.
Carène è un’Odissea contemporanea, i suoi eroi-Ulisse sono persone in carne e ossa che vivono ancora adesso, ancora in questi istanti la loro realtà di migranti; i nomi degli eroi del poema richiamano per assonanza i nomi reali dei migranti con i quali Yves è entrato in contatto in Sicilia, dai quali si è fatto raccontare le singole storie personali, con i quali ha lavorato ai suoi tipici poemi figurati, con i quali è rimasto in contatto anche quando periodicamente si è allontanato dalla Sicilia per periodicamente farvi ritorno, scrivendo come in presa diretta Carène, i cui Ulisse-migranti, Ulisse-marinai-della-vita sono nello stesso tempo giovanissimi migranti maliani e senegalesi e antichissimi uomini che portano nella loro carne e nella loro stratificata memoria millenni di civiltà e di migrazioni. È così che Alaye, uno dei protagonisti del poema, si chiama in realtà Ali e Husséni Séni, due giovani migranti che, nella loro non facile vita quotidiana, posseggono una volontà inflessibile di studiare e di trovare la propria strada, fungendo anche da mediatori culturali tra i propri compagni di migrazione e la complicatissima realtà siciliana e italiana cui sono approdati (realtà, occorre sottolinearlo, non sempre benevola nei loro confronti, ma talvolta – e uso a ragion veduta tali parole – razzista e schiavista), oppure provando ad essere menti capaci d’osservare, analizzare, comprendere e far comprendere la migrazione in ogni suo aspetto, in ogni suo risvolto geografico e politico: e i flussi migratori sono anche, in molti casi e in certe situazioni, mero commercio di persone, una compravendita di esseri umani (non importa la loro provenienza, età, sesso) ridotti a merce sottoposta a tariffe, ricatti, minacce quando necessario.
Nel progetto in fase d’attuazione Ali collabora con l’équipe quale vero e proprio consigliere culturale, essendo egli capace di sviluppare un’articolata riflessione sulla realtà migratoria e sui suoi rapporti con le popolazioni locali, mentre Séni è molto attento ai rapporti tra territori di provenienza e territori d’approdo.
Yves stesso, radicalmente antagonista del tipo dell’intellettuale europeo sedentario e compiaciuto di sé e della propria erudizione, è uno scrittore migrante, incapace di rimanere fermo a lungo in un luogo, ancor meno nelle soffocanti pareti di uno studio: l’alta montagna, il mare, il deserto, lo spazio che si dilata abitato contemporaneamente dal vento-luce e dall’occhio curiosissimo dell’essere umano, dai richiami degli uccelli e dalla fantasia illimitata del poeta, dalla morte violenta di tantissimi fratelli in umanità e cultura e dal desiderio di comprensione e d’incontro, questi spazi vastissimi accolgono Carène e ne restituiscono l’eco necessaria che bussa, violenta e inconciliata, alle porte della coscienza occidentale. E non ci si meraviglia, allora, che parole scritte con l’inchiostro sulla carta vogliano farsi personaggi che agiscono e parlano con voce d’esseri umani, persone che mostrano sé stesse (il loro corpo, il loro passato, il loro presente) ad altre persone – le parole del poema sono infuocate e solenni, dolci e disperate, coraggiose e umanissime; la Sicilia, terra dalle contraddizioni più profonde e dagli slanci più inattesi, vera regione di confine tra un mondo spinto alla disperazione e un altro spesso chiuso e incapace di comprensione, ospita questo poema-in-atto che non appartiene alla moda, pur diffusa, di certa letteratura europea che si china, condiscendente e pietosa, sulla realtà delle migrazioni: Bergeret non solo va a parlare e vive con i migranti, ma con loro crea concretamente poesia e pittura, con loro dialoga anche in versi e in pittura, ne cerca e ne sollecita l’essenza profonda di giovani uomini assetati anche di bellezza e di conoscenza – perché c’è pure questo in Carène e in tutto il lavoro di Yves, la dimostrazione non teorica o velleitaria, ma fattiva e riscontrabile nella realtà che chi attraversa prima il deserto a rischio continuo della vita e poi su di un fragilissimo guscio di noce il Mediterraneo non cerca soltanto un approdo di pace e un lavoro che gli dia il pane, ma, da essere umano, nutre e reca in sé anche desideri e valori molto più alti rispetto ai bisogni basilari per la sopravvivenza.
È così che la parola cultura riacquista la propria dignità spesso perduta o tradita e il proprio significato che è quello del coltivare ciò che, in ognuno di noi, è umano, è così che le genti migranti fanno udire le loro voci, che nel poema di Yves hanno anche movenze di litania e di canto comunitario, di elegia e di ribellione, di tradizione e di slancio verso nuovi orizzonti, venendo a creare una cultura meticcia, cioè ricca di slancio e di fantasia, di bellezza e capace di costruire davvero, non retoricamente, la pace.