Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Anterem Edizioni

“Ancora – premere ancora”: su “Elegia” di Mariasole Ariot

 

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          Un titolo così semplice e coraggioso come Elegia (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona 2022) di Mariasole Ariot prelude a un poema la cui figura retorica ricorrente (la paronomasia e, talvolta, quella sua veste particolare che è la figura etimologica) ne caratterizza e la struttura formale e il portato concettuale.

          Spiego senza indugio che cosa intendo dire: per un libro in poesia un titolo quale Elegia è di una semplicità e di una chiarezza ineccepibili (leggeremo pagine dedicate a eventi e/o a persone per diverse ragioni ormai lontani o assenti o persi, in linea con una tradizione antichissima – sarà poi da verificare se una tale tradizione sia stata assunta per continuarla e corroborarla o per contestarla ovvero aggoirnarla); la struttura del libro di Mariasole Ariot, caratterizzata dalla disposizione su ogni pagina di due sequenze lineari divise tra di loro da un ampio spazio bianco (una sorta peculiare di “strofe” di cui andrò a scrivere a breve), tende alla complessiva forma poematica all’interno della quale un vocabolo/concetto ne rampolla sovente un secondo scaturente per paronomasia (la sonorità è altro elemento fondante di questa Elegia) o per derivazione/affinità etimologica.

          Si studi immediatamente la prima pagina del poema (è la pagina 12 dell’edizione Anterem):  Leggi il seguito di questo post »

Ad limina scripturae: su “Misura del sonno” di Federico Federici

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Mi provo a riflettere sul libro di Federico Federici Misura del sonno (e altre ricerche verbovisive) / Maß des Schlafes (und andere verbovisuelle Forschungen) pubblicato da Anterem Edizioni / Cierre Grafica nel 2021, in termini di realismo, ma emendato tale termine, ovviamente, da ogni pregiudizio o definizione o collocazione storico-letteraria tradizionale o aprioristica; la res è da pensare, in questo caso, secondo le acquisizioni più recenti della fisica quantistica, delle teorie che muovono dal concetto di campo, di frattale, di onda e secondo gli avanzamenti di carattere teorico ed estetico delle scritture di ricerca, delle scritture asemiche, del visual poetry e del language poetry, nonché a partire dalle filosofie dell’interrelazione tra individuo e ambiente, tra linguaggio e psiche, tra percezione e conoscenza.  Leggi il seguito di questo post »

“I versi triangolari si dispongono / lungo un asse diagonale / dal quale si snoda un’ellisse” – su “La dimora del ritorno” di Sofia Demetrula Rosati

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Come sempre occorre affidarsi al passare del tempo affinché le direzioni e le movenze di un pensiero s’appalesino in maniera sempre più definita e riconoscibile: non c’è stato mai dubbio che il pensiero di Luce Irigaray, di María Zambrano e di Adriana Cavarero fosse innovativo e fecondo già dal suo primissimo manifestarsi, ma credo sia anche necessario studiare come e quando quel pensiero generi altro pensiero, altra scrittura, altre riflessioni – ebbene, a leggere La dimora del ritorno. sull’evanescenza del divino femminile di Sofia Demetrula Rosati (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona 2021 con la prefazione di Giuseppe Martella) si attraversa un libro ch’è splendido e degno frutto del pensiero delle tre filosofe richiamate in tre esergo collocati in tre luoghi importanti dell’opera, ma potrei aggiungere altri grandi nomi protagonisti di quella vera e propria rivoluzione del pensiero e della percezione che viene definito “pensiero della differenza femminile” (e non solo) che affiorano alla mente leggendo le pagine della Dimora del ritorno quali quello di Christa Wolf, di Hélène Cixous, di Simone Weil, di Julia Kristeva e via enumerando.

La dimora del ritorno componendosi infatti di quattro parti (Aphaia – Di colei che svanisce, A Trotula che dispensò bellezza e cura – Frammenti di un culto misterico, La solitudine della sapienza – Dialogo con Qohélet, Il demolito è l’unica dimora del ritorno – A margine di un bosco di pioppi bianchi) canta il culto della Dea Misterica mediterranea, la sua distruzione da parte degli Indoeuropei e la sua sostituzione con i culti patriarcali e maschili, la sua permanenza attraverso i millenni e (per dirla con Aby Warburg) la sua reviviscenza fino al nostro oggi.  Leggi il seguito di questo post »

Continuità e cesura

 

il colore del melograno_paradzanov

 

     Che il numero 100 di Anterem (Da un’altra lingua) sia anche l’ultimo della rivista pubblicata ininterrottamente dal 1976 rappresenta, all’interno dell’attività intensa delle Edizioni Anterem, una cesura (per certi versi sicuramente dolorosa), ma anche un momento di passaggio e, quindi, di continuità perché l’intero patrimonio di documenti, incontri, riflessioni, iniziative che avevano nella rivista il loro perno non si disperde, ma assume la forma di nuove pubblicazioni che, se possibile, rafforzano e ancor meglio inverano quella che non è mai stata un’etichetta di facciata, ma l’essenza stessa della Rivista e della sua Redazione: poesia e scritture di ricerca come recita parte del ben noto sottotitolo della rivista stessa.

     Il ponderoso volume (363 curatissime pagine) reca come di consueto in copertina il tema dell’intero numero (Da un’altra lingua) e una citazione da Derrida: Sì, non ho che una lingua, / e non è la mia – all’interno sono raccolti (con testo a fronte) i componimenti dei poeti non italofoni pubblicati nel corso del tempo, così che il volume si configura ricolmo di versioni italiane da altre lingue, ma in maniera suggestiva e, si direbbe in francese, juste – aggettivo che rende conto di una postura intellettuale ed etica non solo corretta, ma anche rigorosa e appropriataAnterem numero 100 parla la lingua sovranazionale della poesia e anche la lingua che la condanna biblica vorrebbe babelica (cioè confusa, incomprensibile e tracotante), ma che, nell’apparente paradosso di ciò che è umano e nomade, è invece la meravigliosa babele linguistica della città dell’uomo, quella lingua marezzatissima che non è la mia (la mia o quella che credo tale è solo un piccolissimo frammento della totalità) e che, proprio perché non mia, meglio mi dice e mi accoglie, perfettamente mi abita specialmente quando non le appartengo per nascita o successivo apprendimento, ma che irresistibile mi richiama ed è l’oceano della mia mancanza che, però, sento colmo di brusii e talvolta anche vedo tracciato di segni diversi da quelli che sento prossimi.

     In tal senso mi sembra che anche il mito delle mortifere Sirene possa qui rovesciarsi nel positivo vitale di voci ancora sconosciute che mi chiamano verso l’oltre, che mi sussurrano i loro suoni e che, traverso la sapienza amorosa dei singoli traduttori, mi raggiungono per invitarmi verso nuovi orizzonti, come annegandomi in un di più di vita, di poesia.

Ancora porte da bussare: su “Herbarium magicum” di Bianca Battilocchi

fera 'o luni

Bianca Battilocchi costruisce (forse dovrei dire “aedifica” e spiegherò perché) col suo Herbarium magicum (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona 2021) un libro ricchissimo di riferimenti sia letterari che extraletterari ed originale per impostazione e stilistica e tematica.

I simboli e la tradizione alchemica innervano tutto il libro, ma non si pensi affatto a un attardato o irrazionale tentativo di tener viva quella tradizione sulla soglia (ormai ampiamente varcata) del XXI Secolo; Bianca Battilocchi è la curatrice di uno straordinario libro dal titolo Rovesciare lo sguardo. I Tarocchi di Emilio Villa (Argolibri, Ancona 2020) nel quale studia e presenta l’eterogeneo, caotico materiale risultante dal perdurante interesse del poeta per i tarocchi e il loro simbolismo; se pensiamo anche al Castello dei destini incrociati di Italo Calvino, all’Opera al nero di Marguerite Yourcenar, alla suggestiva presenza nella nostra contemporaneità dell’opera multiforme e della personalità di Alejandro Jodorowsky, ad alcuni libri di Arturo Schwarz, naturalmente a Carl Gustav Jung, o, per esempio, ad Augusto Vitale e al suo Solve coagula. Itinerario e compimento dell’uomo nella metafora alchemica (Moretti & Vitali, Bergamo 2001), comprendiamo immediatamente quale possa essere il fertile retroterra con cui Herbarium magicum dialoga; negli stessi Marginalia al proprio libro Bianca Battilocchi suggerisce una serie di autori e di suggestioni che innervano la sua poesia (Aby Warburg e Il rituale del serpente, Simone Weil e Attesa di Dio, Cristina Campo e Gli imperdonabili, Santa Teresa d’Avila e Il castello interiore, Jung e Psicologia e alchimia, Giovanni Pozzi e Sull’orlo del sensibile parlare).

La poesia nasce, in tal modo, dal complesso intersecarsi di studi e meditazioni, dall’approdo a ritmi del dire e a strutturazioni dei testi che sanno trasformare il concetto o l’immagine di partenza in scrittura in atto – l’aedificare cui accennavo in apertura è proprio questa costruzione minuziosa del libro (dell’herbarium, vale a dire della raccolta di testi e immagini che è magicum perché capace di trasformare i materiali iniziali e trasformare anche la mente di chi legge, così come deve saper fare ogni libro riuscito), aedificare è questo strutturare i testi scegliendo anche particolari disposizioni tipografiche, questo porli in relazione con uno specifico apparato d’immagini che non ha affatto funzione decorativa, ma significante.  Leggi il seguito di questo post »