Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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Ancora porte da bussare: su “Herbarium magicum” di Bianca Battilocchi

fera 'o luni

 

Bianca Battilocchi costruisce (forse dovrei dire “aedifica” e spiegherò perché) col suo Herbarium magicum (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona 2021) un libro ricchissimo di riferimenti sia letterari che extraletterari ed originale per impostazione e stilistica e tematica.

I simboli e la tradizione alchemica innervano tutto il libro, ma non si pensi affatto a un attardato o irrazionale tentativo di tener viva quella tradizione sulla soglia (ormai ampiamente varcata) del XXI Secolo; Bianca Battilocchi è la curatrice di uno straordinario libro dal titolo Rovesciare lo sguardo. I Tarocchi di Emilio Villa (Argolibri, Ancona 2020) nel quale studia e presenta l’eterogeneo, caotico materiale risultante dal perdurante interesse del poeta per i tarocchi e il loro simbolismo; se pensiamo anche al Castello dei destini incrociati di Italo Calvino, all’Opera al nero di Marguerite Yourcenar, alla suggestiva presenza nella nostra contemporaneità dell’opera multiforme e della personalità di Alejandro Jodorowsky, ad alcuni libri di Arturo Schwarz, naturalmente a Carl Gustav Jung, o, per esempio, ad Augusto Vitale e al suo Solve coagula. Itinerario e compimento dell’uomo nella metafora alchemica (Moretti & Vitali, Bergamo 2001), comprendiamo immediatamente quale possa essere il fertile retroterra con cui Herbarium magicum dialoga; negli stessi Marginalia al proprio libro Bianca Battilocchi suggerisce una serie di autori e di suggestioni che innervano la sua poesia (Aby Warburg e Il rituale del serpente, Simone Weil e Attesa di Dio, Cristina Campo e Gli imperdonabili, Santa Teresa d’Avila e Il castello interiore, Jung e Psicologia e alchimia, Giovanni Pozzi e Sull’orlo del sensibile parlare).

La poesia nasce, in tal modo, dal complesso intersecarsi di studi e meditazioni, dall’approdo a ritmi del dire e a strutturazioni dei testi che sanno trasformare il concetto o l’immagine di partenza in scrittura in atto – l’aedificare cui accennavo in apertura è proprio questa costruzione minuziosa del libro (dell’herbarium, vale a dire della raccolta di testi e immagini che è magicum perché capace di trasformare i materiali iniziali e trasformare anche la mente di chi legge, così come deve saper fare ogni libro riuscito), aedificare è questo strutturare i testi scegliendo anche particolari disposizioni tipografiche, questo porli in relazione con uno specifico apparato d’immagini che non ha affatto funzione decorativa, ma significante.  Leggi il seguito di questo post »

“Da quali impulsi nasce questo scritto”: su “Figure semplici” di Anna Chiara Peduzzi

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Vincitrice della sezione “Raccolta Inedita – Biblioteca Civica di Verona” del Premio Lorenzo Montano 2020, Anna Chiara Peduzzi compone ventuno brevi testi in versi riuniti sotto il titolo Figure semplici (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona 2021 con una Riflessione critica di Giorgio Bonacini) che affrontano il tema della scrittura in poesia, del suo originarsi e attuarsi.

 

Circola tra oleandri mortali
nome senza aureola
colmo all’orlo
da cui il miele non travasa
né l’interno si sonda
ciò che resta dei miti
è avaro di eccedenza
e il discorso rappreso in superficie
con le sue frasi e il respiro corto
si allunga in lucida parete
e non riflette
è specchio senza foglia
(p. 17)

Il testo inaugurale del libro mostra già tutte le caratteristiche dell’intera opera: il riferimento a elementi naturali che non sono sfondo od ornamento, il disporsi del ductus in versi dalla cadenza precisa e dal lessico altrettanto determinato, l’assenza di qualunque deriva simbolista o spiritualista; esperta traduttrice (e studiosa delle tecniche e delle filosofie della traduzione), Anna Chiara Peduzzi possiede con ogni evidenza una tale consapevolezza di fronte al testo che l’ha indotta a scrivere un libro in poesia capace di riflettere, tra i molti temi affrontati, proprio sulla natura (cognitiva, linguistica, espressiva) del testo stesso, sul suo farsi quale organismo linguistico in rapporto costante con il reale, sul suo giungere a compimento quale risultato di interazioni complesse tra pensiero, linguaggio, struttura della mente pensante e poetante (oltre che parlante-scrivente), struttura del reale, percezione, portato storico-culturale veicolato dal linguaggio, portato psicologico personale.

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“Tratteggi” di Marco Furia

 

Thomas Ruff: Interieur 1d, 1982.

 

Tratteggiare affidandosi a sottile scrittura, a finissima ironia, tratteggiare in un apparente gioco letterario: apparente: ché, al di là della lettera, questo libro di Marco Furia ha i suoi centri focali nel rapporto della mente con gli oggetti e le situazioni più comuni, nell’irrisolto che, spesso, avvolge l’esistere quotidiano, in quel frammento di futuro immediato che viene deciso da una piccola mancanza, da un’incertezza, da un lapsus o, viceversa, dal realizzarsi di un gesto, dall’andare a buon fine di un’operazione pratica, da una minuscola decisione presa e attuata.
Questo è un libro calviniano nella premessa (recita l’exergo: “In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana” – dalle Lezioni americane) e nella sua realizzazione, un’opera fedelmente calviniana nel modo che assume la scrittura di avvicinarsi o di tentare di avvicinarsi alla realtà: i brevi testi sono ordinati alfabeticamente secondo la vocale o la consonante con cui ognuno di essi inizia (e questa scelta rimanda alla tendenza catalogatrice di Calvino, ma anche, in maniera lievissima, alle “costrizioni” cui lo scrittore sottoponeva sia la propria scrittura che l’architettura dei suoi libri), pressoché sempre il personaggio agente è narrato in terza persona (ne manca qualunque descrizione, sia pure minima e manca qualunque riferimento cronologico o geografico), personaggio affine a Palomar, direi, minuziosamente raccontato nelle sue azioni comunissime, del tutto familiari a qualunque lettore – è così che Marco Furia propone un modo di narrare il nostro vivere quotidianissimo, mi vien fatto di scrivere, additando al di là, appunto, dell’ironia e della finezza linguistica un nostro esistere che sembra galleggiare in una successione d’istanti e di atti irrelati, di gesti piccoli e piccolissimi privi di drammaticità o di pathos, magari talvolta anche rassicuranti nella loro ripetitività e ovvietà, ma, pure, orfani di qualunque slancio o eroismo o eccezionalità, come se il vivere entro la realtà contemporanea e informatizzata fosse un esistere d’irrimediabile prosaicità, abitudinarietà e banalità – ma, bisogna dire, nello stesso tempo si può assistere, nel libro, ad atti piccoli ed eleganti (l’accurato ripulire le lenti degli occhiali, per esempio) o rinvenire oggetti altrettanto fini ed eleganti (una scrivania d’epoca, una “girevole poltroncina”, un “policromo tappeto”), particolari tutti che mostrano il Giano bifronte ch’è la realtà nella quale siamo immersi.
E mi spiego, allora, la frequentissima anticipazione dell’aggettivo qualificativo rispetto al sostantivo cui esso si riferisce, il ricorso a perifrasi per indicare gli oggetti, nel senso che il ritmo linguistico che ne deriva, desueto o inconsueto rispetto al linguaggio dell’italiano “standard”, nel suo farsi lievemente ironico in realtà evidenzia proprio la nostra, comune, condizione esistenziale e la misura breve e brevissima di questo catalogo d’episodi vuole essere la forma più coerente e consona per raccontare la storia quotidiana d’ognuno di noi: nulla cambierebbe se un episodio fosse posto altrove nel libro rispetto alla sua collocazione determinata dal mero ordine alfabetico, verrebbe meno soltanto la sequenza catalogatrice, il linguaggio da entomologo dell’esistere rimarrebbe elegante, continuando a nascondere (ma solo a occhi ingenui) l’abisso dentro il quale il mondo e l’esistere umani sono gettati: c’è qualcosa di vagamente kafkiano e walseriano nel libro, ma pure allusivo alle Città invisibili (i molti oggetti e le numerose situazioni rimandano tutti alla medesima, unica realtà esperita con attenzione di agrimensore o di solitario viandante – confermando il fatto che si possono compiere viaggi lunghissimi senza uscire dalla propria stanza).
E allora Tratteggi s’inserisce perfettamente nella riflessione contemporanea intorno alla ricerca del senso e intorno alla natura ambigua del linguaggio il quale, nel mentre sembra riuscire a descrivere minuziosamente un oggetto o una situazione, ne mette in luce, al contrario, gli aspetti sfuggenti, inafferrabili, inconoscibili – lo stesso linguaggio, strumento apparentemente acuminatissimo, per paradosso non riesce a cogliere in toto la natura delle cose e dei fatti, sontuosa tessitura lessicale e sintattica, esso sembra obbedire al principio d’indeterminazione di Heisenberg:

“Accomodatosi attorno ad apparecchiata tavola, venne raggiunto da zelante cameriere che gli consegnò, con cortese gesto, menu e lista dei vini.
Scorsi i due invitanti elenchi, chiamato con un cenno il solerte individuo addetto al servizio, comunicò le proprie scelte.
Nell’attesa, sbocconcellò uno dei pezzetti di focaccia offerti, in un cestello, assieme a fette di pane e a sottilissimi grissini: svoltasi, con positivo esito, la prova d’assaggio dell’alcolica bevanda contenuta in piccola bottiglia, consumò quanto restava dell’unta porzione.
Avrebbe dovuto aspettare ancora molto?
Riempito per metà cilindrico bicchiere, inghiottì un sorso d’acqua” (pag. 12)

“Attenta osservazione di minuscolo acquerello, appeso ad ampia parete di rinomata galleria d’arte, provocò l’emergere di molteplici ricordi, alcuni dei quali, non legati ad altri da nessi immediatamente riconoscibili, parevano essere affiorati senza motivo.
Il successivo dipinto avrebbe provocato analoghi effetti?
Occorreva provare” (pag. 15)

“Consultata l’edizione “minore” (l’unica al momento disponibile) di rinomato dizionario, non avendo rinvenuto un certo termine di non comune uso, condotta a buon fine laboriosa manovra, poté leggere su elettronico schermo la definizione oggetto della sua ricerca.
Ritornato a scrivere, resosi conto del fatto che quel vocabolo non era il più adatto, decise, senza necessità di ulteriori consultazioni, d’impiegarne un altro” (pag. 18)

“Occupato comodo sedile posto di fronte ad ampio specchio e a marmoreo lavabo, rispose, con concisa cortesia, ad altrui solerte richiesta. Le (necessarie) operazioni di taglio e lavaggio della sua folta chioma si sarebbero protratte troppo a lungo?
Avrebbe raggiunto il non attiguo istituto di credito prima della chiusura?
Ritenendo poco opportuno disturbare l’attento lavoro di apprezzato parrucchiere, non manifestò la propria fretta e, chiusi gli occhi, quasi si appisolò” (pag. 25)

“Osservato lo schermo di elettronico termometro, prese atto del basso livello della temperatura esterna: aperto ampio cassetto, non avendo trovato utile accessorio, percorse rettilineo corridoio e raggiunse ligneo armadio.
Condotta a termine parziale rotazione di rettangolare anta, rovistò all’interno di grossa scatola: poiché la ricerca fu infruttuosa, ritornò sui propri passi e indossò pesante giaccone.
Nell’atto di uscire, rinvenne (finalmente!), sul fondo di profonda tasca, morbido paio di guanti: non restava che indossarli” (pag. 27)

“Percorso lastricato vicolo, raggiunta ampia piazza, notò come foschi nembi fossero spinti dal vento verso ripidi rilievi montuosi.
Il ricordo di un antico adagio, imparato a memoria in tenera età, lo indusse ad affrettarsi: forse la proverbiale previsione meteorologica non si sarebbe dimostrata, almeno nell’immediato, attendibile.
Tale speranza, purtroppo, risultò vana” (pag. 29)

Nel libro è presente un solo testo redatto usando la prima persona, significativamente incentrato sul tema dell’informazione richiesta e non compresa, della carta topografica insufficiente, della direzione errata – si noti la parentesi che apre e chiude il testo:

“(Poiché articolata domanda mi venne rivolta in maniera imprecisa, chiesi ulteriori delucidazioni: non avendo ottenuto soddisfacente risposta, fui costretto a ripetermi.
Attempato individuo mostrò, allora, poco dettagliata carta topografica la cui consultazione si rivelò inutile: indirizzai, così, il non più giovane turista all’ufficio informazioni la cui sede era ben evidenziata sulla mappa.
Pronunciate parole di riconoscente ringraziamento, l’anziano viaggiatore scomparve imboccando tortuoso vicolo nella direzione sbagliata: il mio vocale, immediato, richiamo, evidentemente non avvertito, fu privo d’effetto)” (pag. 30)

“Poiché l’articolata sequenza di parole, appena scritta, non gli parve sufficientemente espressiva, dopo essersi servito, per cancellare, di arrotondata gomma, adoperò ancora (non appuntito) lapis: scontento, eliminò anche la nuova frase.
Una terza stesura l’avrebbe soddisfatto?” (pag. 33)

E una sola volta compare una figura femminile, essendo il soggetto agente in tutti gli altri testi maschile – o meglio, bisogna osservare, fatti salvi i testi in cui le forme pronominali sono inequivocabilmente maschili o nei quali sono presenti riferimenti certi a una figura maschile, potrebbe risultare un pregiudizio infondato pensare a un soggetto sempre maschile, ma la tendenza irrazionale della mente è quella di identificare l’autore con il soggetto agente:

“Premendo sagomato tasto, mise in funzione potente asciugacapelli il cui getto d’aria risultò piuttosto freddo.
Poiché non poche gocce d’acqua scivolavano lungo la folta capigliatura, appoggiato spento fon su marmorea mensola, adoperò spugnoso asciugamano per porre fine al fastidioso inconveniente.
Ritornata di fronte ad ampia specchiera, riacceso l’elettrico apparecchio, ottenne, modificando la posizione di dentellata rotella, un flusso più caldo che le consentì di dare inizio, con l’aiuto di alcuni bigodini, alle laboriose operazioni di messa in piega.
Ripetuto trillo proveniente da (non attiguo) telefono venne ignorato” (pag. 35)

“Superata ampia soglia di confortevole appartamento, appeso a ligneo attaccapanni elegante soprabito, estrasse da cartaceo contenitore appena acquistato volume e appoggiò il medesimo, dopo averlo liberato da trasparente pellicola protettiva, sulla bucherellata superficie di antica scrivania.
Un ripetuto trillo, che lo indusse ad aprire cigolante portoncino e a permettere il non gradito ingresso di addetto al controllo dell’impianto elettrico, provocò il rinvio della prevista consultazione d’interessante indice” (pag. 41)

“Versate alcune gocce di liquido detergente su cartaceo fazzoletto, strofinò con delicatezza il lembo imbevuto su ambedue le lenti (subito accuratamente asciugate) d’indispensabile strumento ottico: la pagina scritta, ora, appariva più nitida.
Allampanato individuo (che aveva premuto più volte il pulsante di elettrico campanello) invitato a entrare e a sedersi su comoda poltroncina, fu gentilmente ascoltato: gli occhiali da lettura, al momento inutili, vennero appoggiati sulla vitrea superficie di basso tavolino.
Mentre prestava attenzione alle altrui parole, non poté fare a meno di notare come l’impronta di un polpastrello, impressa sulla lente sinistra, avesse in parte vanificato l’opera di pulitura poco prima portata a termine” (pag. 45)

Proprio la descrizione minuziosa e flemmatica di minime azioni ingenera una sottile inquietudine o la sensazione che tali azioni siano sospese nel vuoto; talvolta sembra che gli apparecchi elettrici o elettronici, le circostanze più usuali, i luoghi più abituali, gli oggetti anche semplici si sottraggano al controllo del soggetto, il quale, puntigliosamente descrivendo (tratteggiando), in apparente suo dominio sulle circostanze e/o sugli oggetti, in verità svela, se non la conflittualità tra mente e realtà a essa esterna, i punti e i momenti di frizione tra una necessità o un desiderio e la messa in opera di quella necessità o desiderio – il libro viene così a essere anche, con tecnica quasi puntillista, un referto del nostro esistere che rende omaggio nei temi e nello stile non solo a Calvino, ma anche a Georges Perec, a Francis Ponge, direi pure ai Mikrogramme di Robert Walser e che mi richiama alla memoria un fotografo come Thomas Ruff la cui immagine nitidissima s’apre a una metafisica dell’oggetto e del luogo (senza sacralità né escatologia di tipo religioso, intendiamoci) o al pittore celebrato da Sebald Jan Peter Tripp. E non si trascuri il fatto che nei nostri anni l’iperrealismo nelle arti figurative vuole indagare l’assurdo e l’inquietante celato nella quotidianità, senza che noi si dimentichi, ripeto, l’umana, cordiale, sottilissima ironia che Marco Furia affida alla sua sorvegliatissima scrittura.

Marco Furia, Tratteggi, Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona ottobre  2017, collezione Limina.

 

Jan Peter Tripp: Stilleben mit Messer, 1993.

 

 

 

(Segnalibri): “Tratteggi” di Marco Furia

 

 

Esce in questo mese di ottobre, presso Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Tratteggi di Marco Furia; la raffinatissima scrittura di Marco, qui offerta al lettore sotto il segno di Italo Calvino (“In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana” recita l’exergo), fa vibrare e riverberare la bellezza della lingua italiana, la sua sintassi e la sua capacità inventiva e inoltre la sinuosità, l’eleganza, il giuoco di equilibri e di rimandi con cui è possibile disporre le parole entro testi brevi, appunto, ma densi e intensi indica una possibilità per la mente di contrastare la volgarità montante e d’opporsi alle ripetute offese cui la nostra lingua è continuamente sottoposta.

Tornerò presto a scrivere di questo libro, pregevole anche per la sua veste tipografica e impreziosito dalle immagini dell’artista Minya Mike.

(La fotografia d’apertura è di Michael Kenna).

 

 

Ophrys, uno spartito per voce e linguaggio (breve nota intorno a “Ophrys” di M. G. Insinga)

 

Mario Giacomelli: “La grande luna” (1980).

 

Si potrebbe cominciare la lettura di Ophrys (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona, 2017), paradossalmente, dall’indice che è già, nella sua disposizione grafica, capolavoro tipografico e tassonomico per rendersi subito conto di avere tra le mani un progetto rigorosamente strutturato e puntigliosamente costruito: se ars è capacità architettonica, dominio sulla forma, volitiva progettazione, ebbene Ophrys è ars ed è ricerca della bellezza proprio attraverso il più difficile costruire, stabilire contrappesi tra le parti, tessere ardui passaggi linguistici e concettuali.
A me Ophrys sembra un perfetto spartito in cui gli strumenti sono il linguaggio-suono-concetto e la voce dà vita a quegli strumenti modulandosi attraverso la costruzione dei versi.
Ma la rigorosa architettura del libro, la forma lavorata fino allo spasimo fanno emergere, vogliono fare emergere il dolore (generato dalla condizione esistenziale stessa e dalla storia) con cui Maria Grazia si confronta senza remore.
La stessa scelta d’intitolare il lavoro con uno dei nomi latini dell’orchidea anticipa l’intento d’imbastire un discorso sulla bellezza e sulla fragilità, sulla forza inattesa della fragilità e su di un modo d’osservare gli accadimenti con l’occhio del botanico, ma rendendo visibili anche le fratture insite nel linguaggio, e i suoi scarti.
Ancora una volta questa scrittura non concede nulla al lettore (non facili effetti, né agevoli interpretazioni, né tanto meno atteggiamenti modaioli), ma, essendo esigentissima già nei confronti di sé stessa, è poi perfettamente in grado di ricompensare in termini sia intellettuali che estetici chi a quest’opera si accosti.
L’autrice concepisce infatti il linguaggio e la scrittura nei medesimi termini della composizione musicale, non quella cosiddetta “classica” e più vastamente familiare al nostro orecchio, ma quella ben più sperimentale e innovativa del XX e XXI secolo e non in nome d’una ricerca fine a sé stessa, ma perché rispondente alla consapevolezza che la storia a noi contemporanea esige un linguaggio capace di rispecchiarla e interpretarla, linguaggio che non può più essere quello della “tradizione”.
Maria Grazia Insinga, immergendo la propria scrittura nei temi della morte, dell’assenza, della privazione, della violenza, del rapporto tra io e mondo, tra io e storia evita in modo convincente e magistrale ogni caduta retorica o sentimentale, ogni trappola tesale dal banale e dal già detto proprio attraverso il suo intransigente lavoro sulla parola, sul ritmo e sulla costruzione del singolo testo, ma non basta: ogni testo si sdoppia, l’intero libro si profila come una descrizione (assai complessa, articolata, ricchissima di rimandi, allusioni, suggestioni, cenni e accenni) dell’ophrys, pianta euro-mediterranea che, nell’immaginazione della poetessa, assume su di sé ed esprime la tragica complessità della storia di questi anni – alle cui spalle c’è, a sua volta, una storia plurimillenaria imbastita anch’essa di migrazioni, morte, slancio, tradimenti, progressi, dolore, bellezza. E questo libro è un esempio ineludibile di come l’io possa liberarsi del proprio fardello narcisistico, egotistico e fortemente condizionante, portando avanti in maniera coerente la ricerca iniziata con Persica e che possedeva il suo perno nella ferrea costruzione testuale e linguistica, antiretorica e modernamente sublime, nel senso che non c’è un solo cedimento al parlato, alla mimesi del sermo communis, proprio perché scrivere in poesia è, per Maria Grazia, stabilire una differenza tra la mente e la realtà e la scrittura, ch’è voce e linguaggio, non descrive, ma sonda quella realtà, non vi si adegua, prona e impotente, ma a sua volta si costituisce spartito affinché chi ne legge e modula le andanze conservi la distanza e la consapevolezza critica di un’ophrys, apparentemente fragile, ma, come tutte le orchidacee, evolutissima pianta capace di adattarsi alle condizioni più difficili e recante in sé una bellezza di vita e di forme cui il pensiero e la poesia possono, a ragione, richiamarsi.

 

TIRRENIDE

I migrazione

C’è un lotto di specie in comune
con l’Africa: le migrazioni forse
l’abbassamento del mare
l’estinzione della fauna calda.

Nella provincia tirrenica
non essere essere relazionale
non tessere tessere sociali
non morirsi imbrancato.

II migrazione

Non smettere di tornare
indietro, all’altra metà
la camicia rossa di parricida
e le teste mozze schiaffeggiate
dal boia senza dignità

continuano a sorgere tra le cosce
dell’affusto, a poggiare le bocche
di fuoco alla morte, continuano
a morire a metà dell’armilla
su coordinate altazimutali, sull’astro.

 

CRETA

I labirinto

piccoli soli in forma di cappello
non ti ripari
sgorga e non ti ripari
non ti ripari
riparare il bene è impossibile

II labirinto

infettare il corpo intero
per la soglia bassa del dolore
e uscire da Creta a memoria
nell’andirivieni la grazia, la discordanza
cambio casa rimanendo a casa

 

ABNEGAZIONE

I lingua

È commossa per l’abnegazione della lingua
ora riprende l’anima ora la vende
a cattivo rendere e non conti contenuto
ma la conta sui corpi tolga le mani dagli indizi

o dalla bocca e la vogliono ma sparisce
semina a deserto il deserto a fonemi di vento
il sonno sogna mostri senza bocche
senza bocche per non uscirne.

II lingua

Si arrendono alla poesia
ai suoi pidocchi
a vivere sproloqui diversi
di un’unica cognizione
di quello che non sanno
di quello che stai facendo
e dici cosa, cosa starai facendo
soffro come un cane
più del mio cane.