Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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Il raptus proliferante dell’arte (su “V come Vincent” di Davide Racca)

 

Joan Mitchell: No birds (1987 / 1988).

 

Perché l’arte, il pensiero, le vicende biografiche di Vincent Van Gogh continuano a ispirare gli artisti? Dalle Vicinanze di Van Gogh di René Char al poema Nel cuore della luce di Danilo Bramati a Mistral di Ida Vallerugo, al verso se solo anch’io trovassi un orecchio per terra da Per diverse ragioni di Domenico Brancale (ma tutto il volume è percorso dallo spirito inquieto del pittore olandese), agli scritti di Claudio Parmiggiani, a Paul Celan, che, come sottolinea Antonella Anedda in La vita dei dettagli, ha significativamente composto con Unter ein Bild una delle sue rare poesie descrittive, ad Adam Zagajewski, il pittore è interlocutore privilegiato di un dialogo serrato, appassionato e totalmente immerso nella nostra contemporaneità. Davide Racca aggiunge un’opera di notevolissimo valore artistico e concettuale a quello che io vedo come un mosaico di libri o di singoli testi che interrogano l’opera e la persona di Vincent van Gogh, mosaico che comprova la centralità dell’arte e delle vicende di quest’artista nel corpo stesso della cultura e della storia europee.
Sostenuta da una coerenza d’ispirazione e d’espressione linguistica pressoché prive di cedimenti, da una costruzione del discorso e da un’inventività d’immagini salde e nello stesso tempo suggestionanti e convincenti, l’opera di Davide Racca ha costituito, per quel che mi riguarda e tocca, uno dei pochi incontri che, negli ultimi mesi, mi abbia persuaso e commosso.
Dal momento che mi sembra di notare in quest’ultimo periodo più che in precedenza un forte cedimento della presenza e della forza sia etica che artistica dei libri di più recente pubblicazione, V come Vincent  (Coup d’idée Edizioni d’Arte di Enrica Dorna, Torino, 2018) mi si è aperto quale una lama di luce in un buio sempre più insistente e vado senz’altro (per quel che può interessare) a dirne il perché.
L’esergo (sempre alla ricerca, senza mai trovare) pone l’autore già da subito su di un piano di forte rischio, ché, se è la ricerca che non riesce a, o anche per questioni diciamo ontologiche, se essa è impossibilitata a trovare il proprio oggetto, allora l’intiero libro dovrà essere capace d’esprimere questo stato di quête, d’interrogazione, di revoca a dubbio d’ogni passo compiuto; testo dopo testo l’opera dovrà essere capace d’esprimere una condizione esistenziale e intellettuale che, a mio parere, costituisce uno dei motivi per cui la cultura europea può ancora essere in grado di accompagnare il nostro cammino vitale ed etico: la ricerca inesausta, l’interrogarsi senza posa e fino alla fine – è l’atto di conoscenza che, nel momento stesso in cui s’esplica, ha la totale coscienza della sua provvisorietà e, con umiltà, riconosce la propria eroica debolezza e, appunto, transitorietà.

bisogna prendere le tele, spremere tubetti, campire a rilievo, con istinto, ancora tele tubetti istinto, nella luce, la più solare, lasci sempre la tua ombra (pag. 10)

Com’è immediatamente evidente il libro si articola su due binari paralleli: il colloquio continuo e serrato con Vincent e la riflessione sul fare arte – i colori, i tubetti di colore, i modi di dipingere peculiari e spesso non accademici (Leitmotive questi tutti ad alta densità sia emotiva che intellettuale) possono essere interpretati anche come rimandi diretti alle parole, alla sintassi, alla scrittura, così che Racca si guadagna, traverso Van Gogh, la necessaria distanza dall’incandescente materia del suo dire: la scrittura stessa, il suo nascere e dispiegarsi e gl’ineludibili legami biografici; se la luce fortissima di Arles, della Provenza, del Mediterraneo è (e bene lo intuirono i Greci) impietoso gettare lo sguardo su sé stessi e sul mondo e, anche, pensiero meridiano che non nasconde il buio né l’ombra, proprio quest’ultima resta potentemente presente nella dialettica continua luce/buio, razionale/irrazionale, λόγος / ανιγμα.

(…) niente di calibrato centrato perfetto. le setole del pennello si imbevono delle afasie della mente (pag. 12)

Certo che no: l’arte della modernità abbandona spesso la visione neoclassica dell’equilibrio e della proporzione per dire, appunto, le “afasie della mente”, avventurandosi nei molti inferni che la mente e la storia sanno costruire (Arthur Rimbaud e Vincent Van Gogh vivono esattamente negli stessi anni e si tratta di due artisti che minano dalle fondamenta e in maniera definitiva la visione di un’arte “olimpica” e serena, ragion per cui, mi sembra, Davide Racca, pur con il suo stile limpido e controllatissimo, con il suo lessico elegante e vivo, si riconosce in una tale maniera d’essere moderni, rimbaudianamente, appunto, e cioè non vittime ingenue di un malinteso senso di modernità ch’è venerazione acritica della transeunte e superficiale attualità, ma intellettuali e artisti consapevoli della frattura in atto tra arte e classi dominanti, tra arte e potere, tra arte e una Weltanschauung normalizzata e addomesticata, consolatoria e ipocritamente ottimista – e insisto a riflettere sulle scelte stilistiche di Racca, il quale, donandoci testi scritti in un italiano tutt’altro che sciatto, ma ricco e bellissimo, brevi ma molto densi a livello concettuale e rappresentativo, talvolta rasciugati fino all’aforisma, dispiega davanti al lettore un universo dolorante e problematico, inquieto e mai pacificato).

se la polvere e i moscerini si attaccano alle vernici e un ramo striscia il quadro lacerando il sottobosco dove ti sei rintanato, si apre la bocca della natura: parla al plurale (pag. 13)

Qui c’è l’arte che rifiuta ogni turris eburnea, che accoglie in sé le materie più diverse del mondo in un’apparente contaminazione e discesa nell’impurità che si ribaltano, invece, in alti valori vitali e intellettuali proprio perché include e non esclude, rischia e non fugge, si mette in discussione e non si aderge a empireo inviolabile; è arte che dal mondo si lascia permeare, smettendo d’essere tentativo d’imitatio naturae, ma cominciando a essere materia e parte d’una natura non più né astratta né vagheggiata, ma in atto, presente.

sei tubi grossi giallo cromo, più uno di limone. sei tubi grossi verde veronese e tre di blu di prussia. dieci tubi grossi di bianco di zinco e folgorazioni in cinque metri di tela (pag. 16)

Il colore è materia, appunto (emozionante l’elenco che abbiamo appena letto), materiapensiero, materiavisione, materiafolgorazione scrive Racca (e mi ricordo di quanto determinante sia nell’opera chariana la presenza della foudre, dell’éclair, dell’improvvisa folgorazione, preparata, tuttavia, da un intenso processo di ricerca e di slancio mentale). Leggo nel volume di Claudio Parmiggiani Una fede in niente ma totale (Le Lettere, Firenze, 2010) a pagina 260 un elenco altrettanto emozionante, un’appassionante partitura di colori e di musica, di parole e di ritmo (il testo significativamente s’intitola Arles):
Blu cobalto, verde smeraldo, rosso violetto, cinabro,
malva, lilla, viola, giallo d’Oriente, rosso vermiglio,
turchese, ireos del tramonto, clematis notturno, rosso,
giallo cromo, giallo luce, giallo oro, giallo,
rosso, giallo, rosso, giallo, giallo, nero, arancio di Casablanca,
verde, verde azzurro, azzurro oltremare, terra gialla, ocra,
ocra verde, terra verde d’Alsazia, blu di Prussia,
terra d’ombra, nero avorio, oro, rosso,
oro, rosso, oro, nero, oro, nero, giallo di Arles.

di un alfabeto sconosciuto sei l’umile bestia da soma, la mano possente del seminatore, lo sguardo ebete del postino (pag. 19)

La vicenda umana e artistica di Vincent, le sue opere posseggono ormai risonanza e notorietà universali, pur rimanendo ancora in grado di rivelare “alfabeti sconosciuti”; Davide Racca può contare sull’immediata perspicuità di quanto scrive o di quello cui accenna e questo è un altro motivo capace di rendere il libro forte d’un dialogo che si fa riflessione non pedante sullo stesso fare arte – sono poi sicuro che “umile bestia da soma” sia, nel medesimo tempo, un autodefinirsi, un riconoscere anche sé stessi in quell’umiltà della fatica quotidiana.

notte obliqua sulla schiena. notte di dodici candele più una sulla testa. col torcicollo il freddo nelle ossa. candida e terribile desolante notte. neanche questa è una terra promessa, un luogo d’amore, ma qualcosa di acuto. il rumore è quello di sempre, di cicale frusci d’erba e di stelle. nelle orecchie senti vociare il cielo dei poveri (pag. 21) e tutto questo accade “con una lingua solitaria” (pag. 23), perché, sembra suggerire il poeta, occorre anche traversare la propria radicale solitudine.

disegnare, guardare al di là di sé (pag. 24)

Secondo Vasilij Kandinskij disegnare è uno degli atti umani di più alta spiritualità; secondo Racca è il necessario “guardare al di là di sé” (lo è, quindi, anche scrivere o, almeno, la fase preparatoria alla stesura finale di un testo, di un libro?) – magnifico paradosso (ma paradosso apparente, si faccia attenzione!), ché ogni brandello di vita del pittore diventa un dipinto o parte di un dipinto, senza tuttavia nulla di egocentrico o di narcisistico, in quanto il Vincent che soffre o si esalta, che s’adira o s’incanta nella contemplazione è sempre una delle moltissime creature che, vivendo, contemplano e pensano, sentono e respirano, rivolgono lo sguardo lontano o verso l’alto:

(…) il cielo, patria di ogni partenza, nessuno te lo tocca: sta lì in vetta (pag. 27).

le nuvole in alto sono fumetti senza parole (pag. 28)

Qui (ma, ovvio, potrei sbagliarmi) vedo uno dei pochissimi punti deboli del libro: se le nuvole debbono (e giustamente) entrare nell’orizzonte visivo di Vincent, di Racca e del lettore, la chiosa che segue mi appare non necessaria oppure quale una caduta di stile (ma sia chiaro: stiamo attraversando un libro d’eccezionale e raro valore, come ho già detto in premessa); altro passaggio, causa le sue figure allegoriche e l’espressione debole, che non mi convince si trova a pagina 44: la signora Inesperienza e le sue figlie, Esaltazione e Depressione, ti accecano con vaghi inventari – so che V come Vincent ha conosciuto una lunga e difficile gestazione e non voglio in alcun modo enfatizzarne le pochissime debolezze (sarebbe ingiusto), ma mi colpisce e considero un valore anche la presenza di queste “scorie”, la flessione nello stile o nella tematizzazione ch’è molto umana e anch’essa segno di passione e serietà, traccia visibile di un’opera che, forse, Racca stesso non considera del tutto conclusa e per la quale vale l’icasticità dell’affermazione che segue:

tutto ciò che trema medita paura (pag. 31), e intendo dire che il tremolio, il movimento più o meno pronunciato, l’esposizione alla paura sono segni tangibili di vita e di un fieri (un Werden, dicono i Tedeschi) che è necessario letto di fiume per lo scorrere e il farsi dell’arte.

(…) non scrivi solo per esperienza o ragione. scrivi perché sei in una stanza angusta e perché le visioni oscure hanno bisogno di parole chiare. (…) e scrivi per non restare solo, pericolosamente solo, con la tua figura in piedi davanti al tuo letto (pag. 36)

Lo so: il riferimento è alle lettere del pittore, ma leggiamo qui anche una dichiarazione di ars dictandi da parte del poeta Racca: è vero, infatti, che le “parole chiare” svelano l’oscurità della vita interiore e rivelano, medicandola (ma solo in minima parte) la solitudine radicale in cui ogni essere umano è immerso – tale è l’impostazione, già lo sappiamo, dell’intiero libro che, con coraggio, è attraversamento dell’oscurità e che, affidandosi alla limpida forza della lingua italiana, sa di essere in grado di verbalizzare il dolore, l’angoscia, l’esaltazione, l’empito creativo. E infatti:

(…) alla parola getsemani entri nell’acqua con un lobo in mano (…) (pag. 38)

Il tema del lobo dell’orecchio mozzato, che rischierebbe di essere fin troppo ovvio, comunque ineludibile, viene assunto da Racca non come sintomo patologico, né (peggio) come elemento folkloristico, bensì quale passaggio esistenziale fondante, quale radicale presa di coscienza dell’alterità totale tra l’avvertire la realtà secondo consolanti e omologanti categorie borghesi e l’avvertirla in maniera nuda, sorgiva, quindi anche dolorosa, come una ferita irrimarginabile del corpo e della mente – e infatti a pagina 55 si legge: l’orecchio tagliato non separa più suoni nell’indistinto assoluto. l’architettura ideale ha un’acustica impossibile se non strappa dalla sua carne un lobo di realtà – Van Gogh ha ritrovato così, proprio tramite l’automutilazione, l’unità tra corpo e mente che a lungo è stata negata e nascosta da una cultura europea succube di pregiudizi religiosi e sociali, asservita a poteri che la “follia” del pittore (e bene lo aveva compreso Antonin Artaud, sperimentandolo anche su di sé, Artaud e van Gogh entrambi “suicidati” dalla società) porta alla luce mostrandone la falsità e la violenza – per cui “follia” è veramente discostarsi dalla “normalità” se quest’ultima è convenzione, ipocrisia, sovrastruttura in funzione di dominio e asservimento e getsemani è l’ora e il luogo del tradimento, ma anche della liberazione, della sofferenza più acuta, ma anche dell’incontro dell’essere umano con sé stesso.

docile intellettuale sedentario, il corpo prende le pieghe di un minatore un contadino uno scaricatore di porto. il mondo cieco visto dal basso da alienato mette gli occhi nel cosmo (pag. 39): Davide Racca s’immerge a capofitto nel legittimo tema politico, con esemplare laconicità mette in evidenza la valenza politica dell’atteggiamento sia umano che artistico del pittore di Zundert, affronta faccia a faccia il tema annoso del rapporto tra l’intellettuale (quel “docile” ha, credo, una valenza sia spregiativa – l’intellettuale imbelle e asservito al potere – che positiva – l’intellettuale totalmente aperto nei confronti del mondo e della storia) e il proletariato, giunge a uno dei punti più alti del libro con quell’espressione pregnante e conclusiva (“mette gli occhi nel cosmo”), per cui artista è anche colui che riscatta con la propria opera l’esistenza offesa e disprezzate delle persone e una persuasiva intuizione di Racca è, ancora, la presenza magnetica del cielo quale catalizzatore dello sguardo, ma anche del senso, una sorta di specchio nel quale si riflettono ora l’angoscia, ora lo slancio creatore, ora l’utopia d’un luogo di liberazione e di felicità, ora la testimonianza della condizione umana di prigionia:

(…) se il cielo si oscura, voli con i corvi (pag. 42) – e una pittrice d’indiscutibile valore, Joan Mitchell, coglie, lo ricordo, l’occasione per riflettere proprio sul Campo di grano con corvi, ella dipinge un enorme trittico nel quale la luce e il buio, lo slancio e l’angoscia si contendono il campo visivo, mentre Paul Celan, come accennavo all’inizio, nell’apparente descrizione del medesimo dipinto ripropone immagini a lui care quali il cielo “di sopra” e quello “di sotto”, la freccia scoccata, i due mondi (quello della vita e quello della morte, quello della razionalità e quello della follia, quello della pace e quello della deportazione); e come dimenticare Sogni di Akira Kurosawa e l’episodio nel quale il protagonista letteralmente entra nel dipinto e attraversa il campo di grano, incontra il pittore appena dimesso dal manicomio (ha l’orecchio fasciato), poi ode lo sparo che fa volare via i corvi?

dalla terra raccogli i movimenti dell’onda e coi bicchieri innaffi il deserto dei giorni. se entri nel paesaggio ti scopri nomade. se bevi sei due volte nello stesso fiume (pag. 48)

Movimento e nomadismo indotti anche dall’alcolismo sono bella intuizione di Racca, coerente Leitmotiv per un libro così inquieto e peregrinante e così capace di evidenziare la saldatura (non la separazione) tra arte e vita, tra creazione artistica e quotidianità:

il tavolo da disegno è lo stesso usato per mangiare, con le cipolle a poco prezzo vicino alla pipa del dopopranzo (…) (pag. 51).

cipressi tremanti puntano il cielo come termometri infuocati. la pelle della pietra batte le tempie che scuote gli alberi (pag. 54): colgo l’occasione di questo passaggio per sottolineare l’efficacia e anche (da un punto di vista puramente estetico) la bellezza di molte immagini che, ispirate all’arte del pittore olandese, trovano nel linguaggio e nel ritmo espressione molto persuasiva, icastica, di un’incisività tutta asciutta e precisa; ricca di senso è, allora, l’idea del movimento, del tremolio, del battere che percorre il libro, che, evocando il mistral, in realtà ne evidenzia la natura di respiro universale e di moto perpetuo dell’universo e di ogni creatura, in un empito di liberazione che sembra controbilanciare l’ontologica carcerazione ch’è l’esistere:

da carceriere ti sei liberato nell’attimo stesso che ti hanno rinchiuso (pag. 61).

Esiste infatti un’etica dell’arte che, pertenendo all’opera di Van Gogh, investe anche la pratica della scrittura da parte di Davide Racca – se leggo

(…) la povertà ti incita a un’opera di spirito più rigorosa (…) (pag. 62) e poi

(…) era un torrido luglio, il sole infiammava, il corpo raggiungeva lo zero, cominciava il futuro (pag. 63), allora non ho dubbi di avere attraversato un libro d’ineccepibile serietà perché alla scrittura di Davide Racca non interessano questioni banalmente estetizzanti o con miopia avvoltolate attorno al narcisismo dell’ego scriptor.
Essenziali e non esornative del libro sono quattro tavole disegnate dallo stesso Racca che si profilano quali rielaborazioni di quattro tele del pittore (un autoritratto, i girasoli, gli olivi, i salici) nelle quali le forme in grigio dei soggetti rappresentati vengono come sovrastate da tratti di colore rosso sangue, un rosso tragico e vitale, come spiccato fuori da un taglio (l’orecchio, uno dei girasoli, le chiome degli olivi, un’enorme luna dietro il salice).

Un’ultima notazione: ho tratto il titolo di quest’intervento proprio da un passaggio della nota finale scritta e firmata dall’autore.

 

 

Concatenazioni 1

maria lai 1

Avrei voluto ancora limare e ritoccare questa prima della serie delle Concatenazioni; ma, dietro la spinta emotiva di ciò che sta accadendo in Sardegna, anche stavolta non ho che parole e libri e immagini per dire la solidarietà e l’affezione ad una terra, ad un popolo.

I LIBRI E I TELAI DI MARIA LAI, LE SCULTURE DI COSTANTINO NIVOLA

1. C’è un luogo nella Barbagia di Ollolai che ha il nome di Orani. Risonanze misteriose, fascinanti, arbitrarie, lo so, e ariose: oracolo, orazione, Orano d’Algeria, os/oris :bocca che dice e che canta.

Nell’Ogliastra Ulàssai: ulivo, Ulisse, ultimo.

2. Maria Lai spiega che ha imparato da suo padre la regola delle 5 esse per la coltivazione dell’ulivo: sasso (l’ulivo ha bisogno di terreno sassoso per crescere forte e durare nei secoli), sole (è il sole che lo fa vivere), solco (ma è il lavoro dell’uomo che lo cura), scure (l’ulivo va sfrondato, ripulito, modellato), sale (l’ulivo ha bisogno del mare affinché i suoi frutti siano dolci).

3. Nel suo bellissimo Isolatria (viaggio nell’Arcipelago della Maddalena) Antonella Anedda ricorda Maria Lai e Costantino Nivola: nomi eroici, mitici, li definisce, come lo è il Maestro di Castelsardo, volto perduto nell’addensarsi del passato.

4. Tessere, intessere: quando Odisseo s’avvicina alla casa di Circe ode la maga cantare mentre ella lavora al telaio; all’opre femminili intenta la Maga, nel poema vinta dall’eroe, è memoria della grande Dea mediterranea, distorta e ridotta alla funzione di malefica ingannatrice domata e dominata dal maschio portatore della cultura indoeuropea, ma, se si risale alle origini, facitrice di civiltà e di pace, esperta conoscitrice dell’arte del tessere e si tessono abiti, tappeti, stoffe da usare in casa o nel rito, tessuti di cui adornarsi e si tessono anche i racconti, i canti. Maria Lai recupera la funzione non-subordinata del tessere, la connette con l’elaborazione della cultura e della memoria, la riscatta dalla plurisecolare condanna ad essere attività da gineceo inteso quale luogo di segregazione e di controllo della donna. Tessere, intessere: Maria Lai tende tra le mani con le dita aperte fili ch’ella contempla con religiosa attenzione. Con i fili dell’amicizia lega tra di loro le famiglie, le porte, le pareti di Ulassai, lega il paese alla sua montagna.

maria lai 2

5. Le migrazioni mitiche dei Sardi, la civiltà nuragica, i Fenici e i Romani sull’isola, l’era insieme luminosa e contraddittoria dei Giudicati, Eleonora d’Arborea, Catalogna e Spagna, la trasmissione da cantore a cantore di quest’abissale concatenazione di storie: Sergio Atzeni scrive, come posseduto dal dio del racconto, la vertiginosa bellezza di Passavamo sulla terra leggeri; già l’Apologo del giudice bandito aveva mostrato una Sardegna indagata con occhio non ingenuo, ma pure non dimentico della tradizione; il nuovo libro, donatoci pochissimo prima che lo scrittore scomparisse nel mare tanto amato e cercato, rapisce la mente del lettore, come Cent’anni di solitudine, come Paradiso di Lezama Lima, come Texaco di Patrick Chamoiseau, come Grande Sertão compie il miracolo di far rivivere l’arte dei rapsodi.

6. Immagino Costantino Nivola rivolgersi all’amico Henri Cartier Bresson:

“Ho bussato alla porta d’una città meravigliosa

di pietre antichissime materiata

e piazze quadrate come cisterne

neolitiche

ho scolpito bassorilievi nei muri delle case

e i paesani stavano a guardare

ho visto mammelle e vulve nella pietra

perché sono figlio della terra

ti ho portato con me

perché sei figlio della luce

tu disegni con gli occhi ficcàti

nella Leica

io scolpisco con gli occhi incarnàti

nelle mani

immobili ci guardano

la matriarca e il patriarca

saliva della mia isola

seduti e nobili come

lo saranno stati ai tempi

dei Giudicati.

7. Una foto mostra Costantino Nivola issato sulle impalcature mentre traccia graffiti sulla facciata della Madonna de sa Itria di Orani e gli abitanti del paese lo guardano lavorare; commentano, gli danno consigli, lo interrogano e Nivola riporta come per miracolo nel cuore del Novecento l’artista-manovale che lavora in mezzo alla sua gente. Ho pensato spesso alle maestranze che lavorarono alle grandi cattedrali romaniche o agli edifici pubblici del Rinascimento: lavoratori spesso sfruttati, probabilmente, ma sapienti nella loro arte, coscienti di un ruolo (scalpellini, mosaicisti, carpentieri, vetrai …..), mastri appunto capaci di riconoscersi in un intento comune rappresentato dall’edificio in costruzione (la signora che ci accompagnò durante la visita al Duomo di Colonia ci diceva quanta fierezza sentano ancora oggi gli artigiani chiamati a curare le diverse parti dell’edificio).

 costantino nivola 1

8. Henri Cartier-Bresson diviene amico di Costantino Nivola, ne è ospite in Sardegna; insieme hanno già lavorato negli Stati Uniti, Costantino gli fa conoscere la sorgività di una cultura contemporaneamente antichissima e modernissima, lo accompagna nei lavatoi di pietra, nelle cappelle isolate tra i pascoli e tra le campagne, gli mostra la pietra che suona al passaggio del vento.

Costantino pareva cantare nella sua parlata sarda, avrà cantato anche parlando l’inglese, dicendo sea e trees e stone, pietre affioranti nel mare degli alberi.

9. I suoni della pietra, Pinuccio Sciola, è lui a scolpire le pietre che suonano, vibrare, voci della pietra, vento che sfiora la pietra (il vento traverso l’allineamento dei menhir a Kermorvan in Bretagna, giunge fin qui a Via Lepsius la voce di Celan). Mano che passa su pietra e pietra che sfiora la pietra: preghiera della pietra nell’immaginazione di Vladimír Holan, arcano linguaggio:

Paleostom bezjazy,

madžnûn at kraun at tathău at saün

luharam amu-amu dahr!

Ma yana zinsizi?

Gamchabatmy! Darsk ādōn darsk bameuz.

Voskresajet at maimo šargiz-duz,

chisoh ver gend ver sabur-sabur

theglathfalasar

bezjazy munay! Dana! Gamchabatmy!

pinuccio sciola

10. Elegia per legare

per sciogliere dall’odio

ma legare, legare alla pietra vivente

elegia per ricordare

e legare memoria con l’andare

sogno con l’intessere

elegia d’allegrezza

(non vorrebbe toni mesti Maria del legare)

elegia del respirare

con le mani il fare

con la mente l’andare

nodo a nodo nel filo non interrotto

camini del cuocere

e cammini del léggere

elegia per legare la mente alla montagna.

11. Un velo di pietra, veste dispiegata come vela o riparo (la Madonna del Parto di Monterchi?), due mani, forse, o due seni appena accennati e Costantino Nivola sguardo mediterraneo (le Veneri paleolitiche? i cantori cicladici?)

costantino nivola 2

12. La mente raccoglie il tempo, ne intesse sulla parete le trame. Spesso Maria Lai dipinge parole sulla parete o su listarelle di legno, ella ama le parole della poesia. Ed era atto naturale dipingere o incidere parole sul muro: basta entrare in una moschea, osservare i basamenti degli edifici a Delfi. Nelle nostre città disumanate le parole sui muri si trovano nelle insegne commerciali o nei cartelli pubblicitari; forse nei graffiti è dato sorprendere, talvolta, la bellezza libertaria della parola scritta sul muro. Nell’arte di Maria la parola sta alla pari con la pietra il legno il metallo e il filo. Il grande telaio sospeso sulla fontana che canta di Nivola dentro il lavatoio di Ulassai usa anche il suono come materiale, cosicché l’arte esalta i materiali per costruire, la parola e il suono. Poi si ferma a riflettere.

13. Tra ruralità e metropolitanità, tra archetipico e digitale si dispiega quest’arte che traghetta il passato traverso il presente nel futuro.

14. Nei paesi d’Italia s’intesse

luce con pietra

pittura con poesia

paesi lavàti nel tempo

Maria Lai mente dolcissima

tesse intesse libri e fili di refe

nell’angolo assolato

tra Matrice e pozzo

benefiche streghe

necessarie streghe

dentro la tradìta modernità

Assunta Finiguerra

che danza amore

ed offesa d’amore

nel suo canto

così antico così ficcato

dentro il nostro noi

Sarà per ascoltare

e sarà per ritrovarci comunità

se andremo nell’angolo

di luna e latte

tra Matrice e pozzo

a bere

a conversare

a bere la conversazione

a conversare mentre tessiamo

intessiamo

parole e sguardi

fili di refe e carta

scalpello sulla pietra

affacciata sulla porta di casa

Assunta ci porge un bicchiere

d’acqua di pozzo

seduta su un’antica sedia

impagliata

Maria ci spezza un pane

con le mani

ruvide e dolci

sotto il lastricato della piazza

gli antichi pesci adagiàti

nella sabbia

incomparabilmente

più vetusta di Gerico.

15. Provo a portare nella mia lingua la voce di Paul Celan; essa dice di pietre-menhir allineate nella terra bretone, cosicché dal mare del Nord e dall’Atlantico fino nel Mediterraneo in catene d’eco risuona la sapienza del lavorare la pietra, innalzarla verso il cielo, riaffermare la chiarità della parola d’amore, della parola nell’amore:

LE LUMINOSE

PIETRE attraversano l’aria, le bianco-

chiare, le portatrici

di luce.

Non vogliono

discendere, né precipitare,

né colpire. Esse vanno

sù,

come le piccole

rose selvatiche, s’aprono così,

ti si librano

incontro, tu mia Silenziosa,

tu mia Vera – :

ti vedo, tu le raccogli

con queste mie nuove, con queste mie mani

d’ognuno, tu le poni

nella chiarità ritrovata che nessuno

deve piangere o nominare.

16. Ancora per Maria Lai, a mo’ di congedo:

Questa piccola donna timida

che s’avvia alla montagna

e lo scialle dell’antenata sulle spalle

trattenuto in gola dalle dita di sensitiva

questa minuscola viaggiatrice del silenzio

capinera dalle piume di vento

fatta oraun nome disciolto nelle sue opere

e un soffio levitante per i semi del pianoro

questa pellegrina minuta e tenace

antico volto materiato di tempo

e acuto sguardo

tessitrice di fili che illuminano le dita.

Per un’amicizia

capra

Racconterò spesso della Terra d’Otranto da qui, da Via Lepsius, dove il Mediterraneo respira nella sua ampiezza spaziale e temporale. E dedico questo post al mio amico fraterno Pasquale Fracasso, artista riservatissimo e discreto e a sua moglie Silvia, alla loro splendida bambina Anna.

Pasquale proviene da un antico paese del Capo di Leuca, Alessàno, che deve il suo nome all’imperatore bizantino Alessio Comneno, tra l’altro indirettamente presente in una delle poesie cosiddette “storiche” di Kavafis (Anna Comnena); l’anima di Alessano, così come quella di tanti paesi salentini, è greco-medievale, materiata di vicoli lastricati di pietre piatte, larghe e lucidissime, di case a corte e di balconi: i paesi generavano se stessi in forma di ventre materno, sia per proteggersi da eventuali assalti militari, sia, soprattutto se sorgevano sul mare o nei suoi pressi, dai venti e dalle intemperie, ivi compreso il caldo canicolare che, da giugno in poi, vi imperversa.

Posseggo più di un dono fattomi da Paquale: le pietre, ad esempio. La pietra è stata spesso argomento di conversazione per noi: siamo nati entrambi in famiglie contadine le cui case erano costruite di tenero tufo imbiancato a calce ed abbiamo passato le nostre estati in campagna – la campagna salentina trabocca di pietra bianca, è il risultato di una plurisecolare faticosissima opera di sbancamento manuale del terreno per poter conquistare conche di terra rossa entro cui impiantare olivi o vigne o su cui coltivare il tabacco, in questo affine alla Liguria, tra l’altro; con quelle pietre di riporto furono costruiti i muretti a secco e le pajàre, esse pure edifici di pietre assemblate a secco entro cui ricoverare gli attrezzi o se stessi in caso di maltempo, spesso abitazioni in cui dormire nelle lunghe, torride estati di lavoro. E proprio mentre scrivevo queste pagine con la memoria riandavo alla voce di Fiammetta Giugni che canta la pietra e i muri a secco della sua Valtellina, la civiltà di un paesaggio dove l’uomo, con umiltà, sapeva incontrare la Terra ed assecondarne le leggi.

Pasquale cerca le pietre, le lavora fino a raggiungerne l’anima luminosa, lavora a sottrarre – quando sceglie e comincia non può prevedere il risultato cui sarà giunto. Le pietre che mi ha donato ricordano le ossa levigatissime di animali preistorici e le curvature dello spazio-tempo; a rigirarle tra le mani si vede la luce lampeggiare sulla loro superficie che, lo ricordo, è rimasta celata per millenni. Ci sono pietre nere che provengono dal Capo di Leuca e sono antichissima lava condensata, ché là sotto giace un vulcano spento e ce ne sono di quelle raccolte nei campi della Lombardia e del Salento, quindi memori del lavoro contadino (questo mi fa ricordare che qualche tempo addietro Pasquale aveva montato sul pavimento dello scantinato nella casa dei genitori le lame da rottamare di vecchi aratri: anche in questo caso sembrava di contemplare la colonna vertebrale di un animale preistorico, ma, soprattutto, a me sembrava di avere innanzi l’immagine della colonna vertebrale piegata e sfruttata delle migliaia di contadini della nostra terra, invecchiati precocemente per la fatica del lavoro).

Le pietre del mio amico posseggono un’anima pitagorica, mi piace immaginare, perché sono così armoniose e sostanziate di una geometria morbida ed elegante che ama contemporaneamente il triangolo e la curva. Talvolta mi sembrano astronavi capaci di varcare proprio la curvatura dello spaziotempo, talatra citazioni essenziali della scultura cicladica. Ha ragione Michelangelo Zizzi quando afferma che una delle radici della cultura pugliese è pitagorico-mediterranea, ancora oggi, nell’era cosiddetta digitale. E una delle pietre di Pasquale è un sottilissimo velo che si avvolge, pur rimanendo dischiuso, attorno allo spazio, un’altra conserva onde come di luce-acqua rappresesi per sempre.

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pietre c  pietra2

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Con una tecnica tutta sua che trasforma piccoli cartoncini in lastre reagenti alla luce, Pasquale ha ideato la serie Segnare l’invisibile. È come se le vernici azzurre, verdi, bianche, porpora, gialle lasciate colare sulla superficie cercassero di rendere visibili tracce del muoversi perpetuo della luce e del pulviscolo atmosferico. È una tecnica che alla mia mente richiama il tracciamento delle particelle sub-atomiche: se ne elaborano tracciati e campi d’azione, ma (Heisenberg docet) mai riusciamo ad individuare in modo certo e definitivo la particella stessa che sembra consistere piuttosto del suo moto e degli effetti del moto stesso (lucreziana intuizione della struttura del nostro universo e salutare: abolendo il principio dell’assolutezza dei fenomeni, intuendone il loro costante divenire si diventa forse più inclini a cercare e ad accettare le connessioni e la pluralità delle posizioni, delle prospettive).

Credo poi che il mare, l’eterno mare delle nostre eterne estati infantili e giovanili, irrompa in queste lastre di leggerissimo cartoncino, suggerendo di sé l’ondeggiare di acqua e di luce contro il fondale. Si potrebbe benissimo essere seduti in una barca e guardare la luce che attraversa l’acqua marina: segnare l’invisibile è il tentativo di vedere ciò che forma non ha né vuole avere, la cui paradossale forma (tutta mentale e visionaria) è proprio il suo non avere alcuna forma cristallizzata.

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Anche la luce è tema ricorrente per noi; la nostra, come quella di Carmine Abate, è “terra tra i due mari”, cosicché la luce ha un suo ciclo intensificato e riflesso dal doppio specchio dello Jonio e dell’Adriatico. Segnare l’invisibile è, ovviamente, un’utopia: il tentativo è quello di intuire l’invisibile, di supporlo – è probabile infatti che seguiamo tracce, simulacri spesso anche ingannevoli, fantasmi.

Scrivevo poco fa della pietra tenerissima di cui sono fatti i nostri paesi: è di pietra leccese questo vaso da lui lavorato al tornio cui il mio amico ha poi aggiunto una fascia di ceramica colorata con tecnica affine a quella del segnare l’invisibile. L’accostamento di materiali diversi (ha creato sculture di pietra e metallo da sospendere alla parete, ad esempio) è una sua peculiarità; ricordo di avergli visto in casa, anni fa, un ramo di flessibile nocciolo ch’egli aveva aperto per gran parte della sua lunghezza inserendovi una bottiglia di vetro; il ramo era stato richiuso con alcuni giri di corda. Mi era piaciuto quell’accostamento tra la forma naturale e flessuosa del ramo e la luce-aria contenuta dal vetro, materiale che accoglie in sé la naturalezza dei minerali che lo sostanziano e l’artificiosità del lavoro umano che li modellano; era come se la linfa che dalla terra sale nei rami si fosse fatta una bottiglia disposta ad accogliere e trasmettere messaggi. Non sarà un caso se amo smisuratamente gli alberi sui quali fioriscono pietre di Giuseppe Penone.

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Altro nostro argomento di conversazione è la fotografia: grazie al mio amico ho scoperto Giacomelli e Ghirri, preziosissime fonti d’ispirazione per la mia scrittura. La foto di grande formato della capra sugli scogli di Leuca è uno dei doni che Pasquale mi ha fatto all’inizio della nostra amicizia; meravigliosa resta per me questa capra che curiosa guarda il fotografo, pur avendo innanzi a sé l’illimitatezza del mare di Leuca; sul retro c’è, scritto a mano, il titolo della foto: Tragìa, l’isola delle capre. All’origine del mio Taccuino di Terra d’Otranto c’è anche il mio amico con le sue creazioni e ci sono i nostri conversari attorno ai temi che il Taccuino stesso sviluppa.

Per esempio il legame tra la Terra d’Otranto e la Grecia: paesaggio, tradizioni, prestiti linguistici, il griko stesso. Proprio in una chiesa della Grecìa, luogo dove la nostra grecità e la nostra latinità si armonizzano da secoli senza confliggere, Pasquale ha scattato la foto di questo pannello in pietra intagliata:

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La Grecia riverbera ancora, intensa, dal di là del Canale d’Otranto e dal pozzo del tempo fino a noi. Quale dono per il mio amico da qui, da Via Lepsius, ho voluto tradurre René Char e questa riflessione sulla Grecia resistente (il testo venne scritto durante la Seconda Guerra mondiale da un resistente quale omaggio ad un popolo resistente ed appartiene alla raccolta-capolavoro Fureur et mystère) ch’è anche meditazione sulla Grecia eterna e sottolineo che l’arte di Pasquale si nutre di letture suggestive, che sono spesso nostre letture comuni: sempre lui mi ha fatto conoscere i libri di Antonio Prete ed uno me l’ha regalato, quel bellissimo Prosodia della natura nel quale tanto posto c’è per la poesia inarrivabile di Char, e poi c’è Jabès ed ultimamente a lungo parlavamo, entrambi ammirati, di La vita dei dettagli di Antonella Anedda, densissimo libro vasto e ricco, dal quale raccogliere a piene mani.

Ma ecco come ho provato a traghettare l’altissimo testo di Char in italiano:

INNO A BASSA VOCE

 L’Ellade è la riva dispiegata d’un mare geniale da dove si slanciarono incontro all’aurora il soffio della conoscenza ed il magnetismo dell’intelligenza, insufflando eguale fertilità in poteri che parvero perpetui; più in là essa è un mappamondo di singolari montagne: una catena di vulcani sorride alla magia degli eroi, alla tenerezza serpentina delle dee, guida il volo nuziale dell’uomo, libero infine di riconoscersi e di morire uccello; è la risposta a tutto, anche all’usura della nascita, anche alle svolte del labirinto. Ma di questa terra massiccia fatta del diamante della luce e della neve, di questa terra che non imputridisce sotto i piedi del suo popolo vittorioso sulla morte eppure mortale per evidente purezza, una ragione straniera tenta di punire la perfezione, crede di occultarne il mormorio delle spighe.

O Grecia, specchio e corpo tre volte martire, immaginarti è ricostituirti. I tuoi guaritori appartengono al tuo popolo e la tua salute è nel tuo diritto. Il tuo sangue incalcolabile io lo chiamo il solo vivente per il quale la libertà ha smesso di essere malata, che mi rompe la bocca, lui dal silenzio ed io dal grido.