Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Antonio Devicienti

Flavio Ferraro: Il silenzio degli oracoli

FERRARO

Esce Il silenzio degli oracoli (Poesie 2009-2016) di Flavio Ferraro (editore L’arcolaio), con uno scritto di Antonio Devicienti.

SCRITTO_FERRARO

(Segnalibri) L’Ulisse, rivista di poesia, arti e scritture n. 23

 

 

Mi fa molto piacere segnalare un mio intervento sul Sogno di Giuseppe di Stefano Raimondi che si può leggere scaricando il pdf al link dedicato: L’Ulisse

 

 

 

 

(Segnalibri): Stefan George, Gedichte / Poesie (primo volume)

 

Un grazie (caloroso, amichevole, commosso) va a Marco Albertazzi e a Nanni Cagnone (ognuno di loro sa perché).

 

 

 

 

 

Perché tradurre “Le trait qui nomme” di Yves Bergeret

 

Acquerello di Elicia Edijanto: “L’albero solitario”.

 

Torno a un concetto cui tengo molto, infischiandomene altamente se quel che vado a scrivere possa essere ritenuto “sorpassato” o “nostalgico” – ciò che sto per dire investe infatti direttamente il senso e le motivazioni della mia stessa scrittura e l’esistenza di questo spazio che ho chiamato Via Lepsius: scrivere e tradurre sono atti politici.
L’occasione di riaffermare quanto ho appena detto mi viene offerta da una straordinaria e stimolante iniziativa cui ha dato vita Francesco Marotta e i cui risultati sono in corso di pubblicazione in queste settimane sulla Dimora del Tempo sospeso: la traduzione in lingua italiana a cura di un gruppo di scrittori, poeti e intellettuali dell’opera di Yves Bergeret Le trait qui nomme / Il tratto che nomina e ancora inedita in lingua francese, salvo poche copie stampate a proprie spese dallo stesso autore.
Ho avuto il privilegio di leggere Le trait que nomme più di un anno fa e ho discusso con Yves circa la natura dell’opera: essa mi era apparsa un’originale riproposta, modernissima e possente, del “poema”, anche se sono consapevole del fatto che un lettore italiano tende ad associare il termine “poema” ai poemi omerici o a quelli italiani rinascimentali – là dove il bellissimo vocabolo francese “poème” è attribuibile anche a una composizione breve e brevissima e, almeno al mio orecchio, conserva in pieno l’origine etimologica derivante dal greco ποιεῖν : fare, creare. Ora, i termini créer e création sono centrali nel lessico di Yves Bergeret e Le trait qui nomme è, appunto, un poème dall’essenza polimorfica e complessa, un’opera vasta, scritta in prosa si potrebbe approssimativamente dire, ma: la sua natura poematica è insita nel linguaggio stesso utilizzato (mosso, ricchissimo, non estetizzante o compiaciuto di sé, ma vivo e musicale, ricco di variazioni, d’immagini, di timbri, una vera polifonia linguistica e immaginifica) e nella vasta varietà delle parti che lo costituiscono – e si pensi che l’opera è, nella sua motivazione originaria, un resoconto dei numerosi viaggi e soggiorni che Yves nel corso di più di dieci anni (1998 – 2009) ha effettuato nel Mali settentrionale e più precisamente nel villaggio dogon di Koyo, entrando in profonda empatia con gli abitanti, venendo gradualmente integrato nel tessuto sociale e culturale del villaggio, venendo anche iniziato ad alcuni rituali segreti, conducendo con le genti del villaggio, e in particolare con i “poseurs de signes” (pittori, ma non come s’intende in Occidente, bensì come individui facenti parte di una collettività dall’orizzonte culturale e spirituale condiviso e che rendono visibili segni che alludono a uno spaziotempo entro il quale corpo e mente, individuo e comunità, storia e mito si compenetrano), azioni di ricerca e di creazione tendenti a “leggere” lo spazio, a mettere in relazione una cultura orale estremamente raffinata e molto antica con l’atto della scrittura e della pittura.
E torno ora al punto: Yves Bergeret dimostra, senz’ombra di dubbio, che la cultura di Koyo (ripeto: trasmessa da generazione in generazione oralmente e resa, diciamo così, visibile tramite interventi antropici di vario genere nelle grotte della falesia sulla quale è situato il villaggio e tramite pitture parietali), Yves dimostra che tale cultura costituisce un cosmo molto complesso, proliferante di simboli, estremamente raffinato, per cui quella che noi Occidentali pretendiamo sia “povertà” (molto limitati i mezzi di sussistenza di questa civiltà, abitazioni di fango o di legno, mancanza della stragrande maggioranza delle “comodità” che, invece, ci ostiniamo a ritenere irrinunciabili) e che, nel nostro arrogante e approssimativo pregiudizio, associamo con i concetti di “arretratezza”, di “stato primitivo” e, più o meno inconsciamente, con “inferiorità” culturale e sociale, è, in realtà, una visione del mondo e uno stare nel mondo totalmente diverso da quello che la nostra storia e il nostro assetto capitalistico (quindi ormai esclusivamente economicistico) hanno prodotto in Occidente e che, con inaccettabile violenza, andiamo imponendo in tutto il pianeta – l’atto politico del tradurre l’opera di Yves consiste nel far conoscere a un numero speriamo grande di lettori un universo (a rischio d’estinzione) che propone un modo altro di percepire il mondo e di rapportarsi con esso; tutta l’attività di Bergeret è esplicita accusa all’Occidente di conservare e perpetrare un atteggiamento colonialista nei confronti di popoli e culture non ancora assimilate al sistema economico e culturale occidentale il quale si profila sempre di più come il tentativo d’imporre un pensiero unico, solo apparentemente democratico, ma in realtà livellante e miserabile dal punto di vista culturale, scaturente da precisi ed esclusivi interessi economici (autoritari, violenti e colonialisti).
Si traduce per conoscere e per capire, si traduce per dialogare, si traduce per mettere in discussione sé stessi e il proprio mondo d’appartenenza, per aprire e mescidare il proprio mondo che rischierebbe l’asfissia con altri mondi, con altre visioni della realtà.
Si traduce in funzione antiautoritaria e anticolonialista, si traduce per far circolare ossigeno tra i diversi sistemi linguistici e culturali.
Sono felice ed entusiasta di appartenere a quella che Yves chiama “l’équipe des traducteurs“, ringrazio pubblicamente Francesco Marotta per quest’opportunità di crescita politica e culturale che mi viene offerta; Yves mi scrive in questi giorni a proposito del Trait qui nomme e del comune impegno traduttorio: “Tout y a été vécu de toute ma sensibilité, de tout mon corps, de toute ma capacité de vigilance et de conscience, de toute ma faculté de comprendre ; et j’ai toujours su que j’étais limité sur tous ces points. Eh bien malgré tout j’ai été profondément heureux de ces dix années. Peut-être en particulier par l’engagement total de la personne qu’ont signifié ces dix années, comme on en connaît rarement dans la vie. Comme on en connaît, il est vrai, en alpinisme dans une ascension de très haut niveau de difficulté mais celle ci ne dure pratiquement jamais plus de deux jours“. E successivamente aggiunge: “L’engagement total, corps et esprit, n’existe presque pas dans la pensée actuelle occidentale, pensée marchande, de la parcellisation, du repli sur des détails souvent matériels coupés les uns des autres. La pensée animiste est d’abord une pensée du continuum, dans laquelle il n’y a pas de séparation ni de parcellisation. Alors c’est cela qui s’est passé à Koyo, je pense : j’étais un poète occidental et de l’écriture, mais sans la “séparation”, et je pouvais être en phase active et dynamique avec les poseurs de signes et avec leur espace. C’est cette extraordinaire fluidité dynamique, cette continuité de la personne dans l’espace sans aucun individualisme, cette incessante responsabilité de la parole partagée car elle n’appartient à personne, c’est cela qui m’a rendu profondément heureux“.
Atto politico diviene allora, per me, proprio questo cercare di recuperare un’armonia con lo spazio-tempo e una fluidità nell’azione del corpomente che è alla base anche della civiltà occidentale e che stiamo rischiando di perdere definitivamente: atto politico di ribellione a un sistema che, identificando la felicità con il possesso di denaro, accresce le disparità tra le persone, ne provoca, al contrario, l’infelicità e l’asservimento. “Poseurs de signes” sono tutti coloro che sentono e accettano la responsabilità della creazione quale atto non asservito né al mercato né all’ideologia dominante: poser des signes è anche tradurre da una lingua all’altra, da una visione del mondo a un’altra, in questo caso far transitare il racconto-poema di un’esperienza decennale esperita in lingua francese e anche nella lingua di Koyo in italiano, rivolgendosi a un Paese che conosce, in questi anni, orribili rigurgiti razzisti e fascisti.

 

 

Sul “geografo e il viaggiatore” di Massimo Rizzante

 

 

Ringrazio Enrico De Vivo per la sempre generosa ospitalità e la stima e segnalo questo mio intervento sul più recente libro di Massimo Rizzante pubblicato su Zibaldoni e altre meraviglie.