Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Tag: Antonio Prete

(Segnalibri) Antonio Prete: “Se la pietra fiorisce / Si la piedra florece”

SI-LA-PIEDRA-FLORECE-SE-LA-PIETRA-FIORISCE

(Segnalibri) Un intervento di Antonio Prete su “Zibaldoni d’eccezione”

 

 

Qualche considerazione

 

 

 

Ancona, Parigi, il numero 59 e i cigni di Socrate

 

Su “L’intermissione dei cigni – cinquantanove giorni alla frontiera della letteratura” di Angelo Vannini (Arcipelago Itaca Edizioni).

È stato pubblicato nel maggio del 2017 da Arcipelago Itaca Edizioni di Osimo L’intermissione dei cigni – cinquantanove giorni alla frontiera della letteratura di Angelo Vannini, trentacinquenne studioso di letteratura italiana e scrittore anconetano residente a Parigi; la grande gentilezza di Danilo Mandolini mi suggerisce la lettura di quest’opera e dico subito che gliene sono profondamente grato perché le trentotto pagine del testo sanno costituire un incontro intellettuale e personale raro.
Amo molto (e ricerco) quei testi alla frontiera tra i “generi” e tra le discipline e lo faccio sia per gusto personale che per la persuasione che la complessità del mondo abbia bisogno, per essere anche appena sfiorata, di libri capaci d’essere luogo d’interconnessione, sovrapposizione, frontiera appunto, incontro (non necessariamente rasserenante o tranquillizzante) tra le idee – il testo di Vannini è uno di questi, una stimolante e affascinante concatenazione di riflessioni, suggestioni, ipotesi, interconnessioni, un libro-lievito perché, a partire dai diversi luoghi di esso, si cercano i libri, i testi, gli autori cui lo scrittore fa riferimento e tutto questo letteralmente lievita tra le mani del lettore come un pane nutriente e capace di sempre rinnovarsi, si dirama in itinerari sempre più vasti e complessi, lo fa approdare anche a opere a lui in precedenza sconosciute, gliene fa rileggere altre e lo induce a cercare nuovi collegamenti, altre connessioni.
Aprendosi con un exergo, bellissimo, da Anacreonte (Simili siete ad ospiti graditi / cui bastano soltanto tetto e fuoco) il testo s’inizia così:

“Cercavo di respirare un po’ d’aria salendo il colle Guasco, ascoltando i sussurri dei fantasmi, quando lui è arrivato. È arrivato col suo solito passo, la camicia parte dentro e parte fuori i pantaloni, e una voce – non francese stavolta –, ma spagnola. Una voce che querida recava in sé l’abbraccio, il sorriso negli occhi dell’amico, e un invito.

«Pensa la frontiera, dico – fallo dove vuoi, come vuoi – non ti servo precisioni». Poi è partito col vento, al primo fiato” (pag. 21).

Leggeremo solo in calce all’intero testo che esso è stato composto tra il primo giugno e il 29 luglio 2016 (59 giorni) tra Parigi e Ancona e colpisce subito l’impostazione antiaccademica, l’abbrivo letterario che vede irrompere poi sulla scena “lui”, il filosofo Pablo Posada Varela, maestro alla Sorbona dell’autore, che gli propone il tema della frontiera/frontière (dalla Nota dell’autore a pagina 61: “Tra l’autunno del 2015 e l’inverno del 2016 mi ha sollecitato più volte a comporre qualcosa sul tema della frontiera, per il numero speciale di una rivista spagnola che avrebbe curato. È alla sua affettuosa insistenza che questo testo deve la sua origine”) – l’espressione finale “non ti servo precisioni”, calco italiano del castigliano, (da intendersi “non ti occorrono ulteriori precisazioni, non ti fornisco altre precisazioni”) conferma la consegna: si avvierà una riflessione che incrocerà e coinvolgerà testi, epoche, autori differenti, indagando la frontiera nello stesso tempo con il rigore dell’epistemologia e la libertà della mente quando connette testi e autori molto amati.

E un punto di forza del libro è la commossa e commovente interconnessione tra luoghi amati e testi filosofico-letterari, tra autobiografia (ma che emerge per accenni discretissimi) e suggestioni culturali:

“Ieri sera una grande tristezza mi ha colto – e lo farà ancora, per momenti – al pensiero di essere qui a Parigi – no, ad Ancona, volevo dire Ancona, l’unica casa che da sempre mi rimane e la sola che non abbia mai avuto. L’impossibilità di abitare questo posto è per me l’impossibilità di abitare in ogni posto, questo esilio in terra che da sempre conosco, e che fa sì che l’unica cosa che potrò mai abitare siano le parole, le parole più inabitabili, la letteratura” (pagg. 21 e 22).

Non mi sfugge la definizione che Vannini dà di Posada Varela “madrileno e cittadino del mondo, perché sa come dimenticare il mondo” (pag. 22) e che mi fa pensare a José Bergamín, a Juan Goytisolo (pur se nativo di Barcellona, ma, mi pare ovvio, non è questo il particolare rilevante), a decine di altri scrittori e intellettuali capaci di un cosmopolitismo fecondo e dialogante – ecco, abitare e l’impossibilità di abitare sono concetti basilari per chi pratica e indaga la scrittura: da Edmond Jabès a uno dei suoi migliori interpreti e traduttori in Italia, Antonio Prete (che ha formulato il concetto dello “stare tra le lingue”), da Giorgio Agamben (si veda Autoritratto nello studio di recentissima pubblicazione presso Nottetempo) a Czesław Miłosz, a Josif Brodskij abitare la lingua” costituisce uno dei grandi temi dell’ultimo secolo, per cui la riflessione in forma di concatenazione di testi e di autori posta in atto da Angelo Vannini si situa in un solco molto fecondo e stimolante; è il Grenzland (territorio di frontiera tra solitudine e comunità) secondo Franz Kafka e i suoi Diari – Vannini ne parla ampiamente facendo riferimento all’ottobre 1921, quando lo scrittore praghese riflette proprio attorno a questa frontiera tra solitudine (Einsamkeit) e comunità (Gemeinschaft) narrando l’episodio di una partita a carte tra i familiari cui Franz viene ripetutamente invitato, ma cui si rifiuta di prendere parte, e, aggiungo io, il 1921 è proprio l’anno in cui Kafka affida a Milena Jesenská i suoi Tagebücher, quel lungo referto di un percorso esistenziale e artistico capace di rispecchiare il Novecento anche nelle sue radici più antiche e profonde.
È a questo punto che si fa udire la voce peculiare di Hélène Cixous, anzi, semplicemente Hélène e le parole di lei, in particolare quelle provenienti dal libro del 2013, Ayaï ! Le cri de la littérature – la scrittura di Vannini è rapsodica, sapienziale, profondamente nutrita proprio dello stile di Cisoux (“la magicienne” e “questa grande maestra delle lettere” la definirà Vannini a pagina 29) la quale supera d’un solo balzo ogni atteggiamento e intonazione accademica: è il grido, appunto, la liberatoria emissione di suono e di ribollente materia psichica che, unendo Kafka, Aiace, Derrida, Erodoto, Sofocle dà vita a quest’architettura audace e fascinante chiamata L’intermissione dei cigni, ché Vannini sembra immergersi in un testo e in esso scomparire, lo lascia parlare con voce propria, per poi riemergere e, in questo modo nuotando, in questo sogno andando (“Su, fallo, come fossi in sogno” gli aveva suggerito Varela), l’autore intesse il suo testo-tela, questa progressione di pensieri che sta all’incrocio tra i tempi e tra le lingue: non a caso Vannini riflette sulle diverse modalità sia d’esprimere il grido che l’idea (e l’immagine) della frontiera in latino, in inglese, in tedesco – e in italiano:

“In italiano, dopo tutto, ci mescoliamo, mostrando la fronte, che è latina, e la bocca, che è francese. Si parla francese in italiano calcando l’antico frontière, che prima di significare il limite di un territorio, la sua fine, indicava la parte frontale di un esercito. La parola frontiera è macchiata, non si scrolla di dosso i segni della guerra, le ferite inferte o patite al cozzo col nemico. Eppure oggi suona mite. Chissà se sincera o imbellettata. Chissà se questo natale bellicoso porta ancora per legato la sua aria di dolore, l’ombra delle lame e della morte, anche là dove oggi un territorio pretende pacificamente di finire, perché ne inizi un altro. Ma la frontiera della letteratura è un’altra cosa, questa impossibile rinuncia, questa interminabile rinuncia alla fine è il suo imp…” (pag. 24)

Ogni lingua ha un suo portato storico, sociale, culturale, lo sappiamo bene, e coerente da parte dell’autore risulta la scelta di citare i testi e nell’originale e nella loro versione in italiano, chi abita più lingue impara (e gli diventa istintivo) questo habitus.

“Possiamo soggiornare da stranieri, quando il tempo non ha tempo. Come stranieri cui basta solo un tetto, un fuoco.

Ma possiamo anche passare la solitudine, lasciarla oltre. Passer, ce n’est pas assez. E allora vite! la magia, il sortilegio della letteratura. Perché quando passare non è abbastanza, possiamo trapassare, questa grazia” (pag. 25).

Quel “vite!” si riferisce a un’altra caratteristica del libro e dell’opera e dell’esistenza di Hélène Cisoux, che Angelo Vannini assume pur esso come viatico e come spunto di riflessione: chi scrive ha l’impressione che il tempo non sia mai sufficiente, teme di non avere la possibilità di scrivere tutto quello che la mente reca dentro di sé e vive sempre l’apparente contraddizione della “hâte” (il bisogno di fare in fretta) e della necessità della calma, del tempo dilatato della riflessione.

Addiveniamo così, abbandonandoci alle parole di Angelo Vannini, a Socrate, al Fedone, e cominciamo ora a capire meglio il perché del titolo (e del sottotitolo) del libro: mi fermo un poco a notare quanto ancora fecondo risulti per il nostro pensare questo dialogo platonico, quanto il racconto della morte di Socrate sia fortemente presente al nostro presente di posteri, a tal punto che il baricentro dell’Intermissione dei cigni sono le pagine in cui l’autore ripensa in particolare due luoghi del racconto: il passo 59 e l’84d-85b, vale a dire quello in cui Fedone, ospite di Echecrate a Fliunte e da questi sollecitato, comincia a raccontare dell’ultimo giorno in vita di Socrate e il passo in cui Socrate paragona sé stesso ai cigni, sacri ad Apollo e dotati di virtù profetiche: Angelo Vannini, anche identificandosi con Platone che non era nella cella di Socrate perché quel giorno stava male, prosegue il suo originale discorso durante il quale proprio le peculiarità della scrittura gli consentono d’immaginare e d’immaginarsi, di vivere nel medesimo tempo la distanza dal narrato e la propria presenza dentro quello stesso narrato, di ridiscendere alle radici della filosofia e d’indagare la frontiera, labilissima e sempre cangiante, tra filosofia e poesia:

“Io stavo male e non c’ero, ma c’ero – c’ero e non c’ero –, «cero accanto a cero, barlume a barlume, / luce accanto a luce». Mentre lui non mi era accanto, potevo ascoltarlo; potevo ascoltare lui giungere accanto, invocare il vero, ricominciare intanto. Potevo ascoltare lui giungere a canto” (pag. 27) e un po’ più in là afferma Socrate: “la filosofia è per me il canto più alto” (ibidem) – e, si noti e non lo si dimentichi, Vannini non gioca con le parole, ma, per slittamenti impercettibili, applica quello che accade nella mente di chiunque legga con partecipazione e con spirito di co-autore un testo: affiorano altri testi, la citazione si fa strada non come sintomo di erudizione, ma come naturale associazione d’idee ed eco e richiamo e interconnessione e la lingua risuona, bellissima e potente, anch’essa nei suoi slittamenti fonetici che sono poi anche semantici, che ne richiamano alla mente la realtà di tessuto sensibilissimo e finissimo, cui basta una scelta leggermente diversa del filato, del colore, della direzione nella tessitura per rivelare territori nuovi, per alludere o per introdurre in mondi altri, diversi e affini, concomitanti eppure d’oltreconfine; e, riconducendo l’attenzione del lettore sul testo di Vannini, faccio notare lo slittamento dalle parole “platoniche” al distico di Celan (“cero accanto a cero” “Kerze bei Kerze” “barlume a barlume” “Schimmer bei Schimmer” “luce” “Schein” / “accanto a luce” “bei Schein”) che si legge in “Natura morta” appartenente alla raccolta Di soglia in soglia (pubblicata nel 1955 e non sfugga la presenza fin dal titolo della “soglia”, “Schwelle” in tedesco, forse un altro nome della frontiera), slittamento attuato anche tra l’avverbio “accanto” e il complemento di moto a luogo “a canto”, proprio perché inscindibile risulta la ricerca filosofica dal tentativo di verbalizzarla ed è lo scarto tra l’esperienza di pensiero (ch’è pure psicologica) e le possibilità di esprimerla con le parole un tema fondante del testo di Vannini, quella frontiera tra la speculazione filosofica e il canto poetico la quale, più che linea di demarcazione netta, sembra essere, com’è della rappresentazione della realtà nella fisica contemporanea e quantistica, un campo entro il quale sono in essere continue variazioni di forze soggette alla legge della probabilità e proprio il dialogo intorno all’immortalità dell’anima e alla filosofia propone la coincidenza, pur con strumenti e metodologie differenti, o almeno l’impossibilità di scegliere tra speculazione filosofica e poesia (διασκοπεῖν e μυθολογεῖν) – con Socrate e i suoi allievi, accanto a Derrida e Cisoux, a Montaigne e al Leopardi “filosofo” ecco la presenza forte dei testi di Francesco Scarabicchi e di Giorgio Caproni, cui Angelo Vannini fa appello per sostenere il suo discorso (dis-currere, ovvero trascorrere con la parola da una cosa all’altra, favellare ragionando) – ricordo qui, en passant, che Caproni è “il” poeta per eccellenza secondo Giorgio Agamben, ma tornerò sul tema; affascinante appare infatti il discorso socratico intorno ai cigni, il cui canto, bellissimo e struggente, si leva in previsione della morte, ché quegli uccelli, sacri ad Apollo, pre-vedono e pre-sentono le gioie dell’aldilà:

“La letteratura, come un cigno, λίγ’ ἀείδει, fende l’aria del suo urlo straziante, come farebbe una talpa, come gli uccelli all’alba si passano il grido ciascuno a sua volta; ma sta’ attenta, Hélène, sta’ attenta – dice Socrate – perché gli uomini mentono: non per dolore cantano gli uccelli, ma per la gioia della vita ulteriore. Non so come spiegartelo, non ho dimostrazione alcuna di quello che dico, lo vedo soltanto” (pag. 34).

La frontiera più carica di senso e di presenza, quella più pressante, quella ineludibile è, allora, mi vien fatto di concludere, la frontiera tra la vita e la morte, è qui il punto più profondo del libro, allora, qui Angelo Vannini ci conduce con sé e in compagnia degli autori che più ama e medita per esempio ora, nelle pagine che adesso attraversiamo, raccontandosi e raccontandoci miti legati agli uccelli (i cigni di Socrate, Procne e Filomela secondo Ovidio, L’elogio degli uccelli leopardiano), al loro canto e alla questione se siano felici o infelici quando cantano, il che equivale a chiedersi se l’essere umano sia felice o infelice quando scrive letteratura, se la spinta alla parola provenga da gioia o da tristezza e allora, come già ha fatto Cicerone nelle Tusculanae Disputationes, ci ricorda lo scrittore anconetano, anche noi dobbiamo tornare al Fedone, a meditare i sentimenti di cui il giovane allievo di Socrate parla proprio nel passo 59 (un sentimento strano aveva invaso gli astanti andati a visitare Socrate nella sua cella, tristezza e gioia contemporaneamente – e Socrate, durante tutto il dialogo, convince e non convince i suoi allievi) – è la frontiera, ancora, il limes, la soglia (l’insidia della soglia come direbbe Bonnefoy?) E ancora il grido, quell’aggettivo greco λιγύς (acuto) attribuito al canto estremo del cigno, la sua forma femminile λιγεία si riconnette alla lady Ligeia di Poe (ch’è, a sua volta, la letteratura stessa) e qui rammento che la sirena del notissimo racconto di Tomasi di Lampedusa si chiama Lighea e che Kafka stesso scrive un racconto nel quale rovescia il mito delle sirene (esse non hanno cantato al passaggio di Ulisse).

“Ma allora chi è che ha ragione, Hélène con Ovidio o Leopardi e Platone? Per cosa cantano i cigni in fondo, per gioia o per dolore?” (pag. 37);

e Vannini ripercorre ancora l’atmosfera del Fedone fino a porre l’accento sul profondo silenzio meditante che accoglie il lungo discorso di Socrate, giunge, cioè, e attraversa un’altra frontiera, quella tra parola e silenzio, quella (e ci si rammenti anche di alcune parti della settima Lettera di Platone) tra cose dette e cose non dette, tra dicibile e indicibile, non si trascuri la settima delle asserzioni principali del Tractatus di Wittgenstein (è un caso? c’è un legame? esiste una sorta di telepatia tra gli autori?, si chiederebbe Vannini a proposito di quest’occorrenza del sette), silenzio e indicibilità, lo sappiamo ormai, posseggono un valore pari, se non talvolta superiore, alla verbalizzazione e al detto.

“Tutto il Fedone è una smisurata messa in scena del dubbio, dove il silenzio dei presenti è forse ancora più filosofico delle parole di Socrate. E se questo suo ultimo canto, che egli compose per essere fedele a un sogno, non fosse esso stesso altro che un sogno, dove tutte le questioni sono in fondo destinate a rimanere sospese?” (pag. 39)

La moderna ἐποχή (sia essa cartesiana o husserliana o sulla strada del decostruzionismo di Derrida) si affaccia, allora, nel discorso intorno alla frontiera, rinnovando l’atteggiamento insito nella nostra modernità, per cui si saggia il terreno, si dà inizio all’indagine, ma senza certezza di addivenire a conclusioni certe e definitive; e il sogno, poi, è prossimo alla frontiera tra sonno e veglia, forse prende vita proprio su tale frontiera la quale, poi, è prossima alla frontiera con il paese dei morti.

“A proposito di sogno – e di frontiera, di frontiera tra filosofia e letteratura – mi viene in mente quello che dicesti qualche anno fa nella tua Frankfurter Rede (era il 2001, lo ricordo benissimo, appena undici giorni dopo un incubo, quel disastro che fece tremare il mondo) e che dovrei considerare più attentamente, se ne avessi il tempo; ma tu mi perdonerai, spero, di scrivere per un attimo anch’io come lei, à la hâte, e di correre un poco con esso, o forse a lato di esso.

A Francoforte, allora, ti domandavi se fosse mai possibile parlare del proprio sogno senza risvegliarsi. Entre rêver et croire qu’on rêve, chiedevi, quelle est la différence? Un rêveur saurait-il d’ailleurs parler de son rêve sans se réveiller? Due risposte avevi profilato: quella del filosofo, risolutamente negativa; quella del poeta, più aperta – e ubbidiente, dicevi, à l’événement, alla sua eccezionale singolarità: sì, forse non è impossibile, talvolta, dirsi nel sonno qualcosa come una verità del sogno, un senso e una ragione del sogno che meriti di non sprofondare nella notte del nulla.

Io so che nello schizzare questa differenza tra poesia e filosofia volevi prima di tutto confondere tale dicotomia, renderne tremolante la frontiera, per sognare, assieme ad Adorno, una filosofia diversa, die Möglichkeit des Unmöglichen, una filosofia che pur coltivando la veglia e la vigilanza (conditio sine qua non) resti in ogni caso attenta al senso, fedele agli insegnamenti e alla lucidità di un sogno. E so pure che dicevi quello che dicevi dal lato della filosofia, tu filosofo che sempre hai avuto nostalgia, o hai sognato, il poema” (pagg. 39 e 40), aggiungendo subito: “Ma – devo confessartelo – ho l’impressione che proprio dal lato della poesia quella risposta trovi riscontri soltanto apparenti. Perché se è vero che la letteratura coltiva una meravigliosa adiacenza al sogno, essa lo fa sempre e solo dal lato della veglia, e in nome di essa. Ti direi persino che in letteratura il sogno non esiste perché in essa ogni sogno è realtà e ogni realtà è vissuta come in sogno, perché sogno e veglia non si oppongono più di quanto non facciano vita e morte” (pag. 40) – si osservi la pregnanza dei ragionamenti, l’eleganza dello stile e l’alta problematicità di quanto proposto, anche perché, mi sembra, lo scrittore e studioso marchigiano raccoglie con grande finezza ed efficacia la lezione d’intellettuali quali Roland Barthes, Carlo Sini, Ivan Illich tra i molti, tutti aperti a suggestioni e suggerimenti provenienti dai vari campi del sapere (degnissimi allievi tutti di Socrate, oserei affermare, esperti dell’arte maieutica) e tutti eccellenti scrittori – e (l’ho già anticipato) Vannini s’appella anche ai poeti, Francesco Scarabicchi tra i nostri contemporanei, del quale riporta testi dalla raccolta L’esperienza della neve: e proprio Scarabicchi firma un partecipato testo che precede il lavoro di Vannini (Dal diario – fuori tema) nel quale il poeta prende spunto e discute alcuni passaggi dell’Intermissione dei cigni; direi che è in tal modo, e cioè sia tramite il dialogo che s’instaura dalla compresenza nello stesso volume dei lavori dei due autori, sia a mezzo dell’insistito ricorso ai testi poetici, che Angelo Vannini dimostra come la poesia migliore tocchi da sempre le radici del nostro esistere e del nostro pensare, quanto da sempre essa viva in territori di frontiera e non sia ornamento del vivere, ma a esso intrinseca, non generica espressione di stati d’animo magari soggetta alla famigerata “ispirazione”, ma anche attività filosofica, pensiero che sa farsi canto.

“Vita e sogno ora si incorporano e si fondono, ora si susseguono, ma perché vi sia letteratura bisogna che il sogno si ricordi della vita, la richiami al cuore nella prossimità del nome – perché la vita, come il sogno, come il nome, deve solcarsi, deve aprirsi ad accogliere ciò che la eccede: la poesia non nasce se non da qui, da questa oscura ospitalità” (pag. 42).

“Ospitalità”, meraviglioso concetto già molto caro a Jabès ed ecco che Vannini, narrando un’altra sua passeggiata notturna nell’amata Ancona, ci dice di aver desiderato d’incontrare lì, in prossimità del porto antico e all’altezza dell’Arco Clementino, l’architetto Apollodoro di Damasco e il suo testo ospita, ora, i nomi e i titoli delle opere di Frontone, di Marco Aurelio, così il passo verso il poema (perduto in grandissima parte) di Quinto Ennio è breve – e, prima di proseguire, mi soffermo a considerare come questo testo possegga il passo d’ una “passeggiata” (flânerie, Wanderung) attraverso un’Ancona molto amata e notturna e devo dire che anche questo mi piace, riconoscere lo stesso andamento erratico dell’esperienza e della narrazione che già ho amato in Robert Walser, in Sebald, in Benjamin e che ci riconduce irresistibilmente alla matrice francese (Baudelaire, Valéry, Char, Risset, Deguy, Quignard) che pratica l’andare errando d’opera in opera, da luogo a luogo, da testo a testo sottraendo così la letteratura ai diversi tentativi d’imbalsamazione e di museificazione, infrangendo continuamente il “canone” occidentale spesso ordinato secondo suddivisioni ed etichettature cronologiche e geografiche che trasformano i testi in cadaveri da notomizzare; e invece quest’Intermissione dei cigni è attraversata da infocata passione e vivida curiosità, da inventività ed estro conoscitivo, da antiaccademicità e attrazione per il non ancora tentato e per i territori inesplorati.
Torniamo ora a Quinto Ennio:

“All’origine della letteratura latina c’è un sogno che non è un sogno. Più che di sognare Omero, si trattava di farlo rivivere, di rifare Omero facendo Omero: non è sogno, ma ospitalità. La letteratura nasce così, da una sorta di eccedenza spirituale, essa accoglie sempre un’altra voce. E se la letteratura è albergo d’altra voce, ogni frontiera si rompe, l’idea stessa di frontiera va in frantumi e perde ogni ragione di essere, se non fosse che la frontiera, essa stessa, diventa la sede della letteratura, quello spazio interstiziale dove soltanto trova loggia” (pag. 45): si poteva dire meglio?
E, passando per un breve racconto autobiografico intorno alla propria vocazione di studioso, Angelo Vannini approda a un altro poeta, a Giorgio Caproni come già si diceva e al suo Il seme del piangere del 1959: siamo di nuovo al significato simbolico o di presagio del 59, siamo all’anno in cui Caproni comincerà un silenzio poetico durato fino al 1965, l’anno del Congedo del viaggiatore cerimonioso – è tale silenzio che colpisce e interessa Vannini, ma non escluderei neanche la valenza dell’opera caproniana, così improntata anch’essa al tema della frontiera e alla dialettica essere /non-essere, presenza / assenza, qui / oltre, vivi / morti («Confine», diceva il cartello. / Cercai la dogana. Non c’era. / Non vidi, dietro il cancello, / ombra di terra straniera. / Giorgio Caproni, Falsa indicazione – riportando questi versi Scarabicchi significativamente apre il suo intervento a inizio dell’Intermissione dei cigni) e, poi, ecco un’altra concatenazione:

“Su esempio di Caproni anche Celan, nel Cinquantanove, trae partito dal silenzio, come provento di ciò che è perduto; quell’anno l’aveva visto senza averlo visto, avrebbe dovuto incontrarlo su una montagna, alla fine di una strada bella, ma lui non è venuto, non poté venire quella volta – la volta che fu l’unica. Niente dono di dio, nessun Teodoro” (pag. 48) e questa volta Angelo Vannini gioca con il nome del filosofo Adorno, Theodor appunto, che Paul Celan, sempre nell’anno 1959, non riuscì a incontrare e al cui “non incontro” il poeta dedica un breve racconto (Gespräch im Gebirg, Conversazione in montagna) che è, anche, una riflessione sull’essere Ebrei, anche questa, se ci si pensa, identità e appartenenza di frontiera, territorio d’intersezione tra più culture e tra molti dolori; e il ’59 è l’anno di pubblicazione di una delle raccolte più complesse e significative di Celan, Sprachgitter (Grata di linguaggio) – bisognerà attendere l’ottobre del ’63 per leggere un’altra raccolta celaniana (La rosa di nessuno), ma gli anni intercorsi sono quelli, per Celan terribili, dell’accusa di plagio rivoltagli dalla vedova di Yvan Goll e del primo ricovero in ospedale psichiatrico, altre vicende di frontiera per il poeta della Bucovina; da parte mia, leggendo questo passaggio dello studioso anconetano, ho rammentato e ho consultato una pubblicazione preziosa, Microliti, editi da Emanuela Zandonai Editore nel 2010, curati e tradotti da Dario Borso e ho ricopiato qui alcuni testi dell’anno 1959 (ricordo brevemente che i Microliti celaniani sono aforismi, brevi testi in prosa, abbozzi, appunti rimasti inediti e pubblicati in Germania nel 2005) perché vi ho trovato affinità assai significative con il testo di Vannini e vi ho riconosciuto interessanti suggestioni; eccoli:

[4] Il poeta: sempre in partibus infidelium (pag. 67).

[14] Non ci sono nel pensiero solo percorsi logicamente determinati; ci sono anche intuizioni. A tali intuizioni può appartenere per esempio questa: che, quando una poesia perviene a determinate formazioni sintattiche o fonetiche, viene spinta su piste che essa traccia fuori dal suo proprio ambito, ossia dall’attualità che codetermina la sua necessità. C’è, in altre parole, un tabù linguistico proprio alla poesia e soltanto a essa, che vale non soltanto per il suo lessico, ma anche per categorie come sintassi, ritmo o fonazione; dal non-detto esce qualcosa di comprensibile; la poesia conosce l’argumentum e silentio.
C’è dunque un’ellissi che non è lecito fraintendere come tropo o addirittura raffinamento stilistico. Il dio della poesia è incontestabilmente un deus absconditus (pag. 71).

[34] Non vorrei qui in alcun caso difendere le qualità oniriche della poesia; le poesie sono senz’altro il risultato di vigilie; e poi ci sono “ebbrezze sobrie” (pag. 79).

[36] Porosa, spugnosa: la poesia, lei sa delle erosioni cui si espone (ibidem).

[38] La poesia ha tempo e non ha tempo (ibidem).

[53] Chi impara realmente a vedere, si avvicina all’invisibile (pag. 85).

Come si può constatare, molti sono i contatti con il testo di Vannini e ricordo soltanto che Argumentum e silentio è anche una delle composizioni poetiche più importanti di Celan, è dedicata a Char (poeta della “folgore” che squarcia il buio e scarica la sua energia conoscitiva in parola poetica e poeta che riconosce molti “alleati sostanziali”, a partire da Eraclito e con i quali conduce un continuo dialogo attraversando la frontiera del tempo, le “crepe del tempo” come dice Adorno).

“Forse, la letteratura semplicemente accade, e questo suo accadere non è altro se non il perfetto stato di presenza di qualcosa che arriva in linguaggio angelico o demonico. Di questo qualcosa, quando scrivo, faccio la mia dimora, mi dono ad esso così come esso si dona a me in una prossimità spietata, irrevocabile. La letteratura è legata al dire, ma che cosa questo dire sia, quale tipo di discorso essa produca, è quanto più ci sfugge, poiché legato a un’oscura eccedenza, a un’ospitalità del silenzio coltivata profondamente, ogni volta, in ogni voce, e per vocazione.

La letteratura come voce di frontiera nasce come esperienza di confine e come confine d’esperienza in un luogo che non ha luogo se non come impercettibile frattura, come crepa senza inizio né fine del vivibile, inabitabilità profonda e unica dimora dove convergono e miracolosamente si toccano i due estremi del linguaggio, nella doppia ingiunzione di un’assoluta impossibilità di esprimere quel che mai potrà essere chetato e di una necessità incondizionata di dire ciò che soltanto può essere taciuto. Questa inabitabilità è la chance della letteratura, la sua tristezza. La sua gioia è la sua tristezza” (pagg. 49 e 50).

“Per cammino, par essais”, sempre andando per i luoghi più evocativi di Ancona, ecco profilarsi il cigno di Bokusui e poi Michel de Montaigne, maestro par excellence del camminare saggiando, e, di nuovo, il libro di Héléne Cisoux, la pagina 59 del libro stesso della scrittrice in cui Vannini intuisce la natura delle opere di Proust e di Dostoevskij e di Sofocle nel momento in cui l’autrice francese parla della double souffrance (ella prende in prestito l’espressione dalle parole del corifeo dell’Aiace sofocleo); l’io è “poroso” (come la poesia, direbbe Celan), accoglie in sé le molteplici possibilità, è in tal modo che si spiega la “doppia sofferenza” di Aiace, il quale soffre in preda alla follia e soffre una volta che, cessata la follia, ne prende coscienza e molto interessante è l’affermazione di Cisoux a proposito di Derrida, che “scrivendo i suoi États d’âme de la psychanalyse può ascoltare le grida di Aiace senza averlo letto, così come Proust, dopo aver intercettato Sofocle a propria insaputa, scrive nel quaderno numero 59 che bisogna «trouver le rythme de la double souffrance»” (pag. 53), dal momento che, sostiene Angelo Vannini appellandosi anche ad Adorno, la letteratura è sogno, ma sogno che reca in sé la coscienza dolorosa del risveglio, la “macchia” del doversi risvegliare ed ecco ancora l’idea di frontiera, notiamo, il ritornare del concetto di grido, espressione di dolore, ma anche movimento verso il nome e il nominare, quindi empito creatore, “dolorosissima gioia” secondo l’ossimoro che chiuderà il testo.

Ma desidero che questo testo continui a lievitare e a levitare, a essere quella “Letterathule” secondo l’ingegnosa invenzione di Vannini, zona di frontiera tra memoria e oblio, e, aggiungerei, tra giorno delle occupazioni mercantili e sera da dedicare alla mente secondo il bellissimo racconto di Niccolò Machiavelli nella lettera a Francesco Vettori: “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”.

E voglio concludere citando il testo di un poeta che sto leggendo intensamente in queste settimane, Domenico Brancale, il testo proviene dal libro del 2013, Incerti umani edito da Passigli e, come tutta l’opera di Brancale, vi si riconosce la capacità della parola poetica di esprimere (cito ancora da Vannini, pagina 56) “il proprio della letteratura (…) di trovare nome all’innominabile e prendere così partito per l’impossibile”:

tempia a tempia con l’argilla
cera a sole

lontano dalla portata delle mani
lontano dalla portata dell’aorta

in questo perenne
sangue aperto
incorporato
devi
restare

in quanto essere scritto

porta la tua erranza verso il terreno crepato

così in disparte
nelle promesse di un miraggio
in cui l’occhio ha rassegnato per sempre la vista

afferma il tuo frammento

……………………….di nostri incerti umani

 

 

Per un’amicizia

capra

Racconterò spesso della Terra d’Otranto da qui, da Via Lepsius, dove il Mediterraneo respira nella sua ampiezza spaziale e temporale. E dedico questo post al mio amico fraterno Pasquale Fracasso, artista riservatissimo e discreto e a sua moglie Silvia, alla loro splendida bambina Anna.

Pasquale proviene da un antico paese del Capo di Leuca, Alessàno, che deve il suo nome all’imperatore bizantino Alessio Comneno, tra l’altro indirettamente presente in una delle poesie cosiddette “storiche” di Kavafis (Anna Comnena); l’anima di Alessano, così come quella di tanti paesi salentini, è greco-medievale, materiata di vicoli lastricati di pietre piatte, larghe e lucidissime, di case a corte e di balconi: i paesi generavano se stessi in forma di ventre materno, sia per proteggersi da eventuali assalti militari, sia, soprattutto se sorgevano sul mare o nei suoi pressi, dai venti e dalle intemperie, ivi compreso il caldo canicolare che, da giugno in poi, vi imperversa.

Posseggo più di un dono fattomi da Paquale: le pietre, ad esempio. La pietra è stata spesso argomento di conversazione per noi: siamo nati entrambi in famiglie contadine le cui case erano costruite di tenero tufo imbiancato a calce ed abbiamo passato le nostre estati in campagna – la campagna salentina trabocca di pietra bianca, è il risultato di una plurisecolare faticosissima opera di sbancamento manuale del terreno per poter conquistare conche di terra rossa entro cui impiantare olivi o vigne o su cui coltivare il tabacco, in questo affine alla Liguria, tra l’altro; con quelle pietre di riporto furono costruiti i muretti a secco e le pajàre, esse pure edifici di pietre assemblate a secco entro cui ricoverare gli attrezzi o se stessi in caso di maltempo, spesso abitazioni in cui dormire nelle lunghe, torride estati di lavoro. E proprio mentre scrivevo queste pagine con la memoria riandavo alla voce di Fiammetta Giugni che canta la pietra e i muri a secco della sua Valtellina, la civiltà di un paesaggio dove l’uomo, con umiltà, sapeva incontrare la Terra ed assecondarne le leggi.

Pasquale cerca le pietre, le lavora fino a raggiungerne l’anima luminosa, lavora a sottrarre – quando sceglie e comincia non può prevedere il risultato cui sarà giunto. Le pietre che mi ha donato ricordano le ossa levigatissime di animali preistorici e le curvature dello spazio-tempo; a rigirarle tra le mani si vede la luce lampeggiare sulla loro superficie che, lo ricordo, è rimasta celata per millenni. Ci sono pietre nere che provengono dal Capo di Leuca e sono antichissima lava condensata, ché là sotto giace un vulcano spento e ce ne sono di quelle raccolte nei campi della Lombardia e del Salento, quindi memori del lavoro contadino (questo mi fa ricordare che qualche tempo addietro Pasquale aveva montato sul pavimento dello scantinato nella casa dei genitori le lame da rottamare di vecchi aratri: anche in questo caso sembrava di contemplare la colonna vertebrale di un animale preistorico, ma, soprattutto, a me sembrava di avere innanzi l’immagine della colonna vertebrale piegata e sfruttata delle migliaia di contadini della nostra terra, invecchiati precocemente per la fatica del lavoro).

Le pietre del mio amico posseggono un’anima pitagorica, mi piace immaginare, perché sono così armoniose e sostanziate di una geometria morbida ed elegante che ama contemporaneamente il triangolo e la curva. Talvolta mi sembrano astronavi capaci di varcare proprio la curvatura dello spaziotempo, talatra citazioni essenziali della scultura cicladica. Ha ragione Michelangelo Zizzi quando afferma che una delle radici della cultura pugliese è pitagorico-mediterranea, ancora oggi, nell’era cosiddetta digitale. E una delle pietre di Pasquale è un sottilissimo velo che si avvolge, pur rimanendo dischiuso, attorno allo spazio, un’altra conserva onde come di luce-acqua rappresesi per sempre.

 pietra a pietre b

pietre c  pietra2

pietra3

Con una tecnica tutta sua che trasforma piccoli cartoncini in lastre reagenti alla luce, Pasquale ha ideato la serie Segnare l’invisibile. È come se le vernici azzurre, verdi, bianche, porpora, gialle lasciate colare sulla superficie cercassero di rendere visibili tracce del muoversi perpetuo della luce e del pulviscolo atmosferico. È una tecnica che alla mia mente richiama il tracciamento delle particelle sub-atomiche: se ne elaborano tracciati e campi d’azione, ma (Heisenberg docet) mai riusciamo ad individuare in modo certo e definitivo la particella stessa che sembra consistere piuttosto del suo moto e degli effetti del moto stesso (lucreziana intuizione della struttura del nostro universo e salutare: abolendo il principio dell’assolutezza dei fenomeni, intuendone il loro costante divenire si diventa forse più inclini a cercare e ad accettare le connessioni e la pluralità delle posizioni, delle prospettive).

Credo poi che il mare, l’eterno mare delle nostre eterne estati infantili e giovanili, irrompa in queste lastre di leggerissimo cartoncino, suggerendo di sé l’ondeggiare di acqua e di luce contro il fondale. Si potrebbe benissimo essere seduti in una barca e guardare la luce che attraversa l’acqua marina: segnare l’invisibile è il tentativo di vedere ciò che forma non ha né vuole avere, la cui paradossale forma (tutta mentale e visionaria) è proprio il suo non avere alcuna forma cristallizzata.

 segnare    segnare2

segnare1

Anche la luce è tema ricorrente per noi; la nostra, come quella di Carmine Abate, è “terra tra i due mari”, cosicché la luce ha un suo ciclo intensificato e riflesso dal doppio specchio dello Jonio e dell’Adriatico. Segnare l’invisibile è, ovviamente, un’utopia: il tentativo è quello di intuire l’invisibile, di supporlo – è probabile infatti che seguiamo tracce, simulacri spesso anche ingannevoli, fantasmi.

Scrivevo poco fa della pietra tenerissima di cui sono fatti i nostri paesi: è di pietra leccese questo vaso da lui lavorato al tornio cui il mio amico ha poi aggiunto una fascia di ceramica colorata con tecnica affine a quella del segnare l’invisibile. L’accostamento di materiali diversi (ha creato sculture di pietra e metallo da sospendere alla parete, ad esempio) è una sua peculiarità; ricordo di avergli visto in casa, anni fa, un ramo di flessibile nocciolo ch’egli aveva aperto per gran parte della sua lunghezza inserendovi una bottiglia di vetro; il ramo era stato richiuso con alcuni giri di corda. Mi era piaciuto quell’accostamento tra la forma naturale e flessuosa del ramo e la luce-aria contenuta dal vetro, materiale che accoglie in sé la naturalezza dei minerali che lo sostanziano e l’artificiosità del lavoro umano che li modellano; era come se la linfa che dalla terra sale nei rami si fosse fatta una bottiglia disposta ad accogliere e trasmettere messaggi. Non sarà un caso se amo smisuratamente gli alberi sui quali fioriscono pietre di Giuseppe Penone.

 vaso1 (1)

Altro nostro argomento di conversazione è la fotografia: grazie al mio amico ho scoperto Giacomelli e Ghirri, preziosissime fonti d’ispirazione per la mia scrittura. La foto di grande formato della capra sugli scogli di Leuca è uno dei doni che Pasquale mi ha fatto all’inizio della nostra amicizia; meravigliosa resta per me questa capra che curiosa guarda il fotografo, pur avendo innanzi a sé l’illimitatezza del mare di Leuca; sul retro c’è, scritto a mano, il titolo della foto: Tragìa, l’isola delle capre. All’origine del mio Taccuino di Terra d’Otranto c’è anche il mio amico con le sue creazioni e ci sono i nostri conversari attorno ai temi che il Taccuino stesso sviluppa.

Per esempio il legame tra la Terra d’Otranto e la Grecia: paesaggio, tradizioni, prestiti linguistici, il griko stesso. Proprio in una chiesa della Grecìa, luogo dove la nostra grecità e la nostra latinità si armonizzano da secoli senza confliggere, Pasquale ha scattato la foto di questo pannello in pietra intagliata:

 grecìa

La Grecia riverbera ancora, intensa, dal di là del Canale d’Otranto e dal pozzo del tempo fino a noi. Quale dono per il mio amico da qui, da Via Lepsius, ho voluto tradurre René Char e questa riflessione sulla Grecia resistente (il testo venne scritto durante la Seconda Guerra mondiale da un resistente quale omaggio ad un popolo resistente ed appartiene alla raccolta-capolavoro Fureur et mystère) ch’è anche meditazione sulla Grecia eterna e sottolineo che l’arte di Pasquale si nutre di letture suggestive, che sono spesso nostre letture comuni: sempre lui mi ha fatto conoscere i libri di Antonio Prete ed uno me l’ha regalato, quel bellissimo Prosodia della natura nel quale tanto posto c’è per la poesia inarrivabile di Char, e poi c’è Jabès ed ultimamente a lungo parlavamo, entrambi ammirati, di La vita dei dettagli di Antonella Anedda, densissimo libro vasto e ricco, dal quale raccogliere a piene mani.

Ma ecco come ho provato a traghettare l’altissimo testo di Char in italiano:

INNO A BASSA VOCE

 L’Ellade è la riva dispiegata d’un mare geniale da dove si slanciarono incontro all’aurora il soffio della conoscenza ed il magnetismo dell’intelligenza, insufflando eguale fertilità in poteri che parvero perpetui; più in là essa è un mappamondo di singolari montagne: una catena di vulcani sorride alla magia degli eroi, alla tenerezza serpentina delle dee, guida il volo nuziale dell’uomo, libero infine di riconoscersi e di morire uccello; è la risposta a tutto, anche all’usura della nascita, anche alle svolte del labirinto. Ma di questa terra massiccia fatta del diamante della luce e della neve, di questa terra che non imputridisce sotto i piedi del suo popolo vittorioso sulla morte eppure mortale per evidente purezza, una ragione straniera tenta di punire la perfezione, crede di occultarne il mormorio delle spighe.

O Grecia, specchio e corpo tre volte martire, immaginarti è ricostituirti. I tuoi guaritori appartengono al tuo popolo e la tua salute è nel tuo diritto. Il tuo sangue incalcolabile io lo chiamo il solo vivente per il quale la libertà ha smesso di essere malata, che mi rompe la bocca, lui dal silenzio ed io dal grido.

I PONTI DI PARIGI

Sto guardando Parigi, la città sul fiume, dall’ampio terrazzo dell’Institut du Monde Arabe. La facciata dell’edificio, bianco ricamo che ricorda le finestre di merletto di Sana’a e i manoscritti arabi medievali, s’innalza alle mie spalle in dialogo con la nave di pietra dorata ch’è Notre Dame – da questo luogo di Parigi si è infatti alle spalle dell’Église e si vede bene la Senna dividersi per abbracciare l’Île Saint Louis e l’ Île de la Cité.

Rifletto sul concetto e sull’immagine del ponte, mi dico che Parigi è la città dei ponti e mi soffermo a considerare se anche l’Institut du Monde Arabe non sia, per esempio, un ponte. Trovo il nome stesso bellissimo: Istituto del Mondo Arabo (confesso che mi piace molto di più ridirmelo in francese: Institut du Monde Arabe, perché ho l’impressione che la sillaba nasalizzata “on” dilati il suono, la cadenza finale “aràb” ne suggelli solennità e vastità) e m’affascina quel “monde arabe” che suggerisce un intero cosmo, variegato, vastissimo, ancora in gran parte sconosciuto a noi Europei, un sistema stellare dentro cui navigare e pianeti sui quali discendere in esplorazione. E nel cuore di Parigi l’Institut dialoga con l’ Église – la cultura araboislamica con l’Occidente.

Malgrado questa premessa mi torna alla mente una poesia di Cristina Alziati in cui viene ricordata la ratonnade (la mattanza dei topi) da parte della polizia contro i manifestanti algerini: “Ne riconosco i volti, furono assassinati / buttati morti o vivi nella Senna, / li chiamavano ratti, è ottobre, sono d’argento” (Adesso, vv. 16-18 in Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano, 2011) – eccoli i ponti di Parigi: costruiti per unire, offesi dagli stivali chiodati dei nazisti, di nuovo liberi, poi macchiati col sangue sparso da una nazione che pure nella mia mente ancora significa libertà e civiltà. Ma nuove ratonnades vengono perpetrate nell’indifferenza generale o nell’indignazione di facciata nelle acque meridionali del Mediterraneo.

Mi sarebbe piaciuto vagare per Parigi in compagnia di Leonardo Sciascia e farmi mostrare da lui i luoghi di Voltaire e di Diderot; ci saremmo seduti ad un caffé ed egli, fumando l’ennesima Benson, avrebbe citato a memoria passi di Montaigne: devo allo scrittore siciliano quest’idealizzazione della Francia illuminista e rivoluzionaria che resiste in me malgrado la consapevolezza che anche quella Nazione ha vissuto ore buie e vergognose, si tratti del regime collaborazionista di Vichy o della guerra d’Algeria; ed amo una foto di Ferdinando Scianna che ritrae Sciascia alle Tuileries davanti alla statua di Voltaire.

Adesso sto guardando il Petit Pont che dal sagrato di Notre Dame conduce al Quartiere Latino: immagino Roland Barthes avviarsi verso il Collège de France ricapitolando nella mente i passaggi della lezione prossima ventura (l’haiku, per esempio, le sue fantasmagoriche proprietà – e Roland Barthes lentamente scavalca i ponti di Parigi, i ponti tra semiotica e letteratura, tra filologia e strutturalismo, a piedi, sempre a piedi come già il maestro Basho che, lentamente, attraversa i medesimi ponti che Hokusai avrebbe poi dipinto).

Walter Benjamin avrà preferito, mi piace immaginare, il Pont Neuf per raggiungere la Bibliothèque Nationale, col vantaggio di dover costeggiare il Louvre e considerarne gli schermati finestroni dietro i quali il pensiero flâneur vaga, divaga, girovaga. “Bonjour, monsieur Baudelaire, comment ça va?” e anche il libro è un ponte: tra me che lo leggo e te che l’hai scritto – talvolta il libro sa annullare la distanza temporale. Anche i passages sono ponti tra boulevard e boulevard, tra chi guarda e la merce nelle vetrine, tra il tempo del passeggiare e il tempo della città, tra il tempo dell’ozio e quello del lavoro.

Il Pont Saint Michel per Italo Calvino quando s’avviava verso Saint Sulpice e il Luxembourg (lo accompagnava talvolta Georges Perec): la luce e il silenzio di Saint Sulpice hanno la leggerezza del divagante pensiero, lo gnomone che attraversa il pavimento segno tangibile dell’architettura dei moti planetari e stellari, le canne dell’organo anch’esse geometria della bellezza. E ai Giardini del Lussemburgo la vasca dentro la quale i bambini spingono e guidano con il telecomando velieri in miniatura: da riva a riva. Calvino è l’inventore di un suo peculiare Marco Polo: anche Venezia è ovviamente città di ponti: quello dell’Accademia, risonante legno, elastico, dello stesso legno dei pali catramati su cui poggia l’intera città è il mio preferito. Lo percorro lentamente (sempre vanno attraversati lentamente i ponti), entro in Accademia, si dirige la mente verso una delle prime sale, si ferma davanti ad una piccola tavola, s’inoltra dentro La tempesta di Giorgione, segue la riva del fiume, scavalca il semplice ponte di legno che immette nella città in lontananza: potrebbe appartenere di diritto al novero delle Città Invisibili oppure ideali: l’Alessandria dove l’Ellenismo intesseva una cultura universale: Jena dove la poesia e il pensiero sembrarono sul punto di trasformare il mondo: Timbuctù, la città sulla via carovaniera, la città che ha stanze ricolme di manoscritti e custodi che lottano con la sabbia e la dimenticanza o contro i predoni e i contrabbandieri affinché quei manoscritti (bellissimi) vengano preservati.

E ancora altri ponti non parigini: Ponte Sant’Angelo – Ponte degli Angeli (gli ἅγγελοι , gli inviati, i messi) gli scolpiti in anni che ci stanno alle spalle e tutti i Romani e non Romani che sono passati da lì (Anna Magnani frettolosa in un giorno di pioggia? e i miei genitori in luna di miele? e Amelia Rosselli appena giunta da Londra? e tutti i gabbiani che risalgono il Tevere, si sparpagliano sul biondo fiume, lanciano gridi tra le ali degli Arcangeli). Sul Ponte il Bernini osserva i madonnari comporre immagini della Vergine con sabbie finissime e colorate: accade ora e accade perché lo scrivo e perché ho bisogno di scriverlo impadronendomi del pensiero berniniano mentre studia l’estasi di Santa Teresa e di Ludovica Albertoni, mentre mangia – non respira: mangia – la luce singolare di Roma, l’ocra dei palazzi, l’andanza sospesa sul fiume: da una riva: all’altra – è quella sospensione l’estasi, camminare senza camminare, come soltanto il pensiero sa fare – pensare è l’estasi, poi farne dialogo, poi le due rive congiungere. Ponte tra le due rive. Per questo bombardano e distruggono il ponte bellissimo di Mostar: offendono il simbolo visibile del dialogo e dello scambio.

Ma il ponte sul Bosforo, eroico di slancio, unisce Europa ed Asia nel difficile convivere delle genti islamiche e di quelle europee, la cupola di Santa Sofia sembra un astro che sorge dal cuore vivissimo della città, plenilunio in pieno giorno, promessa di riconciliazione. A Leonardo venne commissionato il progetto di un ponte sul Corno d’Oro ch’egli concepì ardito ed altissimo perché scavalcasse con un’unica campata quel braccio di mare; troppo ardito per l’epoca, forse.

Santiago Calatrava, altro costruttore di ponti (e di stazioni ferroviarie), non a caso è uno Spagnolo che avrà quarti di sangue arabo e quarti di sangue ebraico nelle vene. Lo immagino seduto davanti al computer a manovrare il programma CAD per i suoi progetti, ma è la mente il ponte più vero e il ponte è unico slancio, come quello sul Guadalquivir a Siviglia o come quello di Venezia – forse il ponte è utopia, scavalcare la separazione, erigere le campate del varcare, dell’andare-al-di-là. L’immagine e la simbolicità del ponte è così determinante che sulle sue spallette vengono esposte le teste degli uccisi secondo la suggestione che ricavo da Franco Fortini nel Canto degli ultimi partigiani in Foglio di via (Einaudi, Torino, 1946): “Sulla spalletta del ponte / le teste degli impiccati / nell’acqua della fonte / la bava degli impiccati”.

Praga, Ponte di Carlo: porto con me Una notte con Amleto di Vladimir Holan e mi sforzo di non fare caso alla rumorosa folla di turisti che guardano ma non vedono, automi che camminano ma non avvertono il ponte sotto di sé. Per quanti anni non riuscì il poeta alla luce di Praga, rinchiuso nel volontario esilio della sua casa sull’isola di Kampa – solo le sue parole uscirono dalla casa che aveva le finestre sigillate, si fecero ponte con i lettori che in ogni luogo del mondo le attendevano e le leggevano.

E di nuovo indietro, verso Parigi dove Paul Celan cercò la morte per acqua gettandosi nella Senna dal Pont Mirabeau, lo stesso cantato da Apollinaire. Vivere con la propria lingua-madre (che è anche la lingua degli assassini dei propri genitori) dentro un’altra lingua, scegliere Parigi e la Francia quale terra e quale lingua accoglienti ed ospitanti (ogni volta che leggo una lirica in traduzione o mi provo a tradurre da una lingua straniera penso alla bella espressione spesso usata da Antonio Prete: “tradurre significa offrire ospitalità nella propria lingua”). Edmond Jabès, commosso amico di Celan, in esilio lui stesso dal Cairo a Parigi, scrive nel Libro dell’ospitalità (Raffaello Cortina Editore, 1991) che “l’ospitalità è crocevia di cammini” e in una nota a Celan (pubblicata in Poesie per i giorni di pioggia e di sole, Manni editore, Lecce, 2002) ricorda il poeta che gli legge le proprie liriche in una lingua (il tedesco) che Jabès non conosce, ma percepisce profondamente il portato poetico ed umano di quei testi, li legge in traduzione mentre la voce di Celan li declama ed ancora dopo la morte di Celan lo soccorrono il ricordo chiarissimo della voce dell’amico e con essa la traduzione, permettendogli continuità d’incessante memoria.

La traduzione come ponte, dunque: Vittorio Sereni traduce René Char: “Due rive ci vogliono per la verità: per la nostra andata, per il nostro ritorno. Strade che bevano le loro nebbie. Che serbino intatte le nostre risate felici. Che, interrotte, ancora salvaguardino i nostri minori a nuoto in acque gelide” (Pontieri in Due rive ci vogliono, Donzelli, Roma, 2010); “la poesia è tra tutte le acque chiare quella che meno s’attarda al riflesso dei suoi ponti. // Poesia, la vita futura dentro l’uomo riqualificato” (da En trente-trois morceaux, Gallimard, Parigi, 1983) ed in effetti i ponti sono per dir così il riflesso dell’acqua, vengono riflessi in essa, ma ne sono a loro volta riflesso perché segnalano e scavalcano il corso d’acqua, nel caso di Char segnano un punto nel corso della parola poetica che deve essere poi immediatamente superato, in un continuo cercare e saggiare ed esplorare. È il partito preso delle cose, il distaccarsi dell’io da se stesso, il vedersi e il sapersi cosa tra le cose.

Sto guardando Parigi, la città sul fiume, dall’ampio terrazzo dell’Institut du Monde Arabe. La Senna s’accende nel sole meridiano, scivola sotto i suoi ponti.

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L’Institut du Monde arabe a Parigi