Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

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Disàmare in volo: su “Tacere fra gli alberi” di Nanni Cagnone

 

acer_saccharum

Acer saccharum.

 

 

Tacere fra gli alberi di Nanni Cagnone (Torino, Coup d’idée, 2014) sembra possedere una struttura che, aperta dal titolo, viene chiusa con un icastico verso che è identico al titolo stesso, riaffermandolo: Sí, tacere fra gli alberi (pag. 61); questo fatto esplicita l’idea che Cagnone ha della poesia, la quale può manifestarsi proprio in dialogo con il silenzio o, meglio, con lo scegliere il silenzio quale argine fecondo per la parola poetica, quale suo inveramento e punto d’arrivo, ma non annullamento, come si potrebbe semplicisticamente ritenere, né come ingenuo e sterile guardare alla cosiddetta ineffabilità che genererebbe il silenzio: il silenzio esiste invece come necessario polo del dire e viene espresso con un verbo (tacere) che implica un’azione e una scelta. Proprio “Il silenzio, soggetto del dire” di Discorde (Lavis, La Finestra Editrice, 2015, pag. 25) viene definito “un dono” a pagina 39 dello stesso volume. O si potrebbe anche affermare che la lettura, inaugurata dal titolo, porta, col suo procedere, a quell’accettazione finale, adulta e consapevole, del tacere fra gli alberi, ma promettendo, comunque, una nuova tappa futura del discorso poetico. “Guardo la foresta miniaturizzata d’un capitello corinzio, che non cresce né diminuisce. Poi mi rivedo, irragionevolmente felice, tra gli alberi” (ibidem, pag. 34) è dato leggere in un testo collocabile tra il 1965 e il 1977, ritrovandovi così una continuità dell’idea che gli alberi costituiscano luogo accogliente e di alto magistero, ché Nanni Cagnone è persuaso del fatto che, dovendo la poesia essere “una distratta conseguenza” del vivere, essa non debba occupare, ossessiva, l’intero orizzonte intellettuale e psicologico di un essere umano, ma venir nutrita dall’esistere, non come un parassita che succhia e annulla la vita , bensì come un momento nel quale la bellezza dell’essere vivi viene confermata ed espressa.
L’andamento poematico del libro, che può essere letto sia come testo strutturato in strofe ognuna di differente durata, sia (anche tenendo conto del fatto che ogni strofe è numerata) come una raccolta di testi poetici relativamente brevi senza titolo, rafforza questa mia convinzione di lettore, per cui, come già due capolavori quali Il popolo delle cose e The book of giving back (Milano, Jaca Book, 1998), le risultanze della poesia di Cagnone sembrano essere dei poemi (insieme con quelle opere che sarebbe limitante chiamare traduzioni) capaci di affiorare dall’inesausta ricerca condotta dall’autore, alimentandola, proprio nei momenti di apparente silenzio poetico, delle sue letture e dei suoi studi che investono vari ambiti della conoscenza. Anche Tacere fra gli alberi è infatti il limpido risultato di un lavorio intellettuale instancabile e instancato.
Premetto che più di una volta attingerò, durante quest’attraversamento, da Discorde, non tanto per suffragare le mie fallaci affermazioni, quanto per suggerire la coerenza di un’opera come quella di Nanni Cagnone alla quale è connaturata la problematicità dei temi e delle questioni affrontate e che non può essere letta secondo facili, divulgate e rassicuranti categorie, ma verificando passo dopo passo che non si stia leggendo adeguandosi più o meno inconsciamente ad acritiche abitudini e a pregiudizi. E voglio qui riportare parole dure contro un certo modo di esercitare critica nei confronti della poesia perché le considero illuminanti e pretendo siano per me una sorta di vademecum che mi consenta di non tradire la mia scelta di attraversare un libro, non di giudicarlo o notomizzarlo e classificarlo e “normalizzarlo”: “I critici, superflue incarnazioni dell’infimo, non sanno ch’è triste ambizione dar legge a qualcosa. Non si tratta d’offrire spiegazioni, dettar giudizi, e tanto meno di normalizzare – se mai, d’andare a spasso in due, d’accompagnare” (pag. 206); e me lo ripeto, tra me e me: andare a spasso in due, accompagnare, cosa che è accaduta in questi ultimi felici mesi, da quando ho tra le mani Tacere fra gli alberi anche se, ad essere onesti, è stato il libro ad accompagnarmi, a chiamarmi a sé con la sua complessa bellezza, ma ora mi sono posto come gioioso compito quello di scriverne e quindi tocca a me “accompagnare”, atteggiamento che ho sempre voluto assumere negli interventi da me mai definiti critici (né hanno mai voluto esserlo), bensì proposte di lettore, attraversamenti dei testi, appunto, lenti e spesso innamorati attraversamenti. E quindi chi passi per Via Lepsius sappia che troverà sempre proposte di lettura, non giudizi critici, note suscettibili di ritocchi e variazioni nel tempo, perché è il testo stesso ad essere mobile e vivo e iridescente: “L’abbiamo dimenticato; un tempo, commentare significava aiutare l’opera del maestro. Nei commentatori odierni, inesauribili, una diversa ambizione: quell’opera è incompiuta o difettosa, perciò il commento finirà, sia pur malvolentieri, per superare il testo.
Paolo Manuzio ci direbbe: ‘di questi non dobbiamo tener conto alcuno, come d’abbaiatori’ ” (pagg. 191 e 192); e proprio nella speranza di non essere mero abbaiatore mi sottolineo a matita altri passaggi da Discorde:
La prima cosa che quasi ogni critico fa: porsi in un luogo elevato (quando mai si giudica dal basso?), donde scrutare l’intero, diacronico paesaggio.
(…)
I critici sono un accademico gregge, che compensa col mutuo soccorso ogni viltà individuale; una rissosa, ma sostanzialmente concorde tribù; una giuria permanente, intenta a fissare gerarchie, assegnare o revocare onori.
Se agissero in nome d’una passione conoscitiva, non sarebbero troppo fastidiosi. E qualora si limitassero a fissare l’organica mobilità del testo, avremmo soltanto quell’inconveniente che consiste nel tener fermo un oggetto per poterlo esaminare. Invece lo costringono, sottomettendolo a criteri estranei.
(…)
Forse, la tendenza ad addomesticare il testo cela la convinzione che l’arte sia abnorme anche per chi ne ha fatto una professione, quindi renda necessari dei provvedimenti restrittivi, anzitutto d’ordine tassonomico.
(…)
Secondo me, il lettore ideale è essenzialmente caotico.
Anziché dedicarsi ad applicare modelli egemonici, i critici potrebbero azzardare un Gedankenexperiment. Invece, fissano etichettano ogni cosa e guardano al testo come a un rivale, uno da smascherare, così ingrato da resistere a loro ipnotiche cure e restío a indossare l’uniforme che tanto gli donerebbe” (pagg. 306-309).
Bene: mi proverò a mettere in atto quest’esperimento del pensiero, felice di riconoscere un libro “abnorme”, vale a dire capace di uscire dalla noiosissima, diffusa norma attuale dello scrivere in versi spesso incoraggiata dalla maggior parte delle case editrici e impostasi presso una gran parte dei lettori che non si accorge del fatto che il loro gusto sia addomesticato e impersonale, masssificato e normalizzato.

 

aldus

 

Il testo incipitario ci conduce subito nell’atmosfera meditativa e crepuscolare del libro, dal momento che uno dei Leitmotive fondanti è la riflessione sulla vecchiaia:

1 Accidentalmente,
mentre geme
una cosa, si sfigura.
Senza cagione
che non sia
quello spasimo
stanco nei decenni.
Sminuire l’aurora,
aver in confidenza
il crepuscolo,
e quante voci accanto,
nel restío. Ecco,
uno di noi, tra cose
di lunga ombra (pag. 9).

La dimensione della solitudine feconda, la “confidenza con il crepuscolo”, la “lunga ombra” sono condizioni e immagini di una stagione dell’esistenza in cui più forte si fa la consapevolezza della morte e ci si confronta con i propri ricordi e con le proprie scelte di vita. Ammirevole è il rifulgere della lingua, il restituire l’italiano alla sua bellezza, la saldezza e l’armonia della dizione che sono da sempre tratti distintivi della poesia di Cagnone; egli guarda alla nostra poesia del Due e Trecento come esempio di vigore espressivo e di identità nazionale (non nazionalistica, si badi bene!)
E nella scansione del ritmo, segnata anche dalle pause brevissime tra le parole, si deve l’apparentemente desueto, ma necessario e convincente attacco del testo seguente (scandirei: ne | l’aperto | – ora – || nel | folto | – nel diramarsi || dellinestricabile – || ovunquebbeprincipio | unattodiluce ||||), proprio come se il divaricare la preposizione articolata nei suoi due componenti, rendendoli visibili oltre che udibili, provocasse la giusta sospensione e anche una letterale apertura del suono, per poi accentare in maniera forte l’avverbio “ora”, rinforzato, nel suo significato temporale, da un’espressione di luogo (nel folto) che qui indica sia uno stato in luogo che lo spostarsi della percezione dall’aperto verso il “diramarsi dell’inestricabile”, espressione ossimorica quest’ultima che converge verso l’ovunque abbia “principio un atto di luce”. In effetti la luce è presenza necessaria e benefica in tutta la poesia di Nanni Cagnone e, qui, la chiusa del testo possiede un’incisività che coincide perfetta con l’altissimo valore d’impegno etico e culturale profuso nell’arco di un’intiera vita:

3 Ne l’aperto, ora,
nel folto, nel diramarsi
dell’inestricabile,
ovunque ebbe principio
un atto di luce. È il tempo
in cui si ascolta e divora,
non si tace, è il vocabolario
dell’estate, la solidarietà
del mondo conosciuto.
So che nostalgia
vorrà le lucciole,
miniatura d’amicizia
delle stelle. Guarda
il pendío dietro di te,
per tramandare (pag. 10).

Si tratta della conquista ad un tempo come l’attuale della prospettiva di profondità e di patto tra le generazioni che sembrano essere venuti a mancare, per cui non casuale risulta la metafora nei versi quali quelli che riporto qui:

(…) Erano
semi dormienti, i desideri (pag. 11). La dimensione del desiderio, la tensione erotica nei confronti del mondo, quindi, percorre tutta un’opera impegnata a difendere e a riaffermare i valori della bellezza: “L’arresa devozione alla bellezza è forse il più intimo dei modi in cui possiamo indebitarci con il mondo” (Discorde, pag. 240 – queste parole appartengono, in realtà, all’Exordium dell’Agamennone/Agamemnon).

6 Se lusinghe d’infanzia
han diritto alla cerimonia
d’un ricordo, precedenza
d’un ricordo, precedenza
al muschio e all’ispido noi,
al pietrificato alfabeto
che i libri non accolsero.
Non bastò al séguito
esser adèspoti, sfuggire
per fessure, né di corpo
in corpo vagar la mente.
Stremato risveglio
voglia assopirsi ancora,
ché lontananza la quiete
in cui ebbrezza muore (pagg. 11 e 12).

Tacere fra gli alberi è, intuiamo dalla lettura, anche una pacata meditazione su sé stesso, sulla propria storia personale (ma inserita sempre in quella della comunità umana) e sui propri sentimenti e pensieri attuali, una sorta di De senectute il cui estensore conserva una ferma e serena coscienza del trascorrere del tempo (già in What’s Hecuba to Him or He to Hecuba? il tempo era uno dei fuochi intorno ai quali ruotava il dire poetico); mi piace non poco un tale solco lungo il quale leggere questo libro e tra i molti motivi c’è anche la mia avversione nei confronti del giovanilismo così tanto sbandierato e addirittura preteso dal deludente panorama editoriale italiano: si impari a scrivere leggendo un autore come Nanni Cagnone, la cui scrittura e il cui atteggiamento esistenziale sono attraversati da un’energia, un’originalità di temi e di dettato, un empito creativo che latita nell’esercito dei “giovani” poeti italiani, ma non solo (con poche, doverose eccezioni, ovviamente). Sarcasticamente Cagnone scrive: “Merita la popolarità soltanto quella torbida poesia che esporta nel genere poetico, in modo commovente, vicende intime o sentimental-politiche” (Discorde, pag. 25). In radicale antitesi il poeta ligure pubblica da sempre opere che richiedono lettura attenta e paziente, che rifiutano sdegnose i facili effetti, che esigono cultura e sensibilità e lo fa pubblicando presso editori che non rincorrono il mercato, ma che si rivolgono ad un esiguo numero di lettori esigenti e seri. In Tacere fra gli alberi ecco una descrizione del suo stato esistenziale (leggiamo in sequenza i testi 7, 9 e 12):

7 La devozione
con cui coltivi il vuoto
è inerme come il sonno.
Di quanti versi hai bisogno
per non muovere un passo?
Prodiga tua malinconia
e sgretolata arguzia
del pensare, sillabe contuse
indolenziti accenti,
mentre dilegua una volpe
immiserisce il prato.
Non si passa senza pena
dal tuo mondo al suo –
più dell’amicizia
ha gravità la Storia (pag. 12);

9 Adagio e docile crepuscolo,
grembo che nasconde
un non causato assillo,
non vorresti somigliare
a tarda fioritura,
anziché a scarsa bufera?
(…) (pag. 13);

12 Riluttanza nel tenere
nel lasciare. Vorresti
un indulgente epilogo,
un cenno solamente,
che si contenti
di mormorare dubbi – sai,
sfiorare la tesa del cappello
mentre muovi altro tempo
per la via. Nessuna via,
è il secchio in fondo al pozzo
l’uscio chiuso della dispensa
la fermezza del mondo
dopo un temporale.
Sei tu, con dovizia di ferite
che somigliano ad altre.
Ridicolo il tuo nome,
se comune la fossa (pagg. 15 e 16).

La meditazione intorno alla propria morte s’intesse secondo toni delicati e fermi, richiamando anche la saggezza degli antichi, forte (e non è affatto un paradosso) dell’amore totale alla vita, della consapevolezza che soltanto un’esistenza ci è stata data in sorte.
E ancora la solitudine, feconda e totalmente intrisa d’amore per il mondo, consapevolmente contrapposta alla volgarità e alla non-libertà dell’essere massa, del farsi massa:

14 È venerdí, domani
non lavorano, s’adunano
in luoghi sconcertanti.
Non dire scuro
il colore del tuo violino,
tièniti in disparte (pag. 16)

e successivamente:

(…) Via, verso
la silenziosa proporzione
dei viottoli (pag. 17).

Devo alla sapiente e umanissima cultura del caro Giuseppe Zuccarino (il quale cita più volte Cagnone in quel gioiello che è Grafemi) il mio avvicinamento all’opera di Pascal Quignard e allo scrittore e musicista francese mi vien fatto di pensare dopo aver letto i versi di Nanni Cagnone, alla sua idea di una “comunità di solitari”, legati da amicizia e da stima reciproca e tesi alla cura del silenzio, dimensione di studio e di meditazione, di approfondimento e nutrimento esistenziale, di apertura al mondo e suo accoglimento; è in tale prospettiva che acquistano significato tappe non solo geografiche nella biografia di Cagnone, quali Venezia, Conturbia, Pavia e, attualmente, Bomarzo: luoghi di raccoglimento che favoriscono la concentrazione e il pensiero, anche, mi sia concesso di osservare, Venezia, una Venezia esattamente all’antitesi di quella svenduta, offesa, involgarita, snaturata cui siamo malauguratamente abituati.
E Cagnone, che mai ha tradito le proprie scelte, scrive:

19 Dovrai persuaderle,
spiegare ombra
e sostanza. Si vede subito
discordia d’andatura –
per la loro moralità
sei cosa inconveniente,
per il loro patriottismo
un apolide. Nel selvatico
tuo mondo, intransigente
anche la tenerezza (pag. 18).

Quella che si dispiega per apparenti paradossi (qui l’intransigenza della tenerezza) è, appunto, “discordia d’andatura” (quale magnifica espressione!) e affermazione di un proprio mondo “selvatico” (capace anche di punte polemiche affilatissime e che non guardano in faccia nessuno, espresse in modo talvolta durissimo, tal altra finemente beffarda), ma tale solo rispetto al modo di vivere e di pensare (o di non-saper-pensare, sarebbe più corretto dire) dei più, ché la selvatichezza coltiva bellezza e dirittura etica in un modo suo peculiare, si sottrae alla massificazione acritica; estraggo da Discorde: “Impulsivamente, ho sempre pensato che senza moralità (una moralità privata, che s’interni nella scrittura), non si dia arte. Efficacia retorica sí, arte no. È lecito immaginare che non sia estranea alla cultura una responsabilità d’ordine etico, a cui potrebbe aver dato avvío l’ignota ritualità che si dice abbia preceduto ogni μύθος.
Ma tortuosa la via che può condurre alla propria moralità. Unica certezza: non profanare” (pagg. 169, 170) e: “Piú che per gli artisti, ho in ammirazione gli artigiani, a cui si deve la maggior grandezza italiana. A me fecero primario insegnamento giardinieri fabbri ebanisti maestri vetrai ceramisti.
Insensato, distinguere oltremisura gli artisti dagli artigiani, anche se questi devono far escusazione per esser più utili di quelli” (pagg. 206 e 207) e leggo in Tacere fra gli alberi:

(…)

Alte stanze di studio,
popolate – Monk Holiday
Soutine, notturne
canzoni ubriache per le vie,
e un bari sax resiste
tutto il tempo, segue
ove sfidi il tuo silenzio
con olio e trementina
(…) (pag. 20)

Ecco: nell’artista e nell’artigiano, legati tra l’altro da medesima etimologia, nelle loro menti-mani prende forma l’ars, realizzazione del saper fare non in senso volgarmente economicistico, ma quale arricchimento esistenziale, quale costante cammino durante il quale sono la bellezza e l’attenzione per il mondo e per le sue crature i valori in cui riconoscersi, rivolgendo uno sguardo di fiero disprezzo agli pseudovalori conclamati e contrabbandati: danaro, successo massmediatico, potere…
In tale direzione sottentra anche una lucida distanza e un’altrettanto lucida consapevolezza:

(…)
Quel capogiro del mondo
non è piú tuo – speri
ciò che promise la polvere,
a somiglianza d’un libro
che serva solo
a rammendar pensieri (pag. 25).

 

angkor_wat

 

L’impegno politico ha significativamente accompagnato Nanni Cagnone, il confronto con la storia continua a riverberarsi anche nella scrittura:

31 Noi, verso un mondo
che non s’è attuato
(…)
Verso anziché contro –
è questo il consiglio
da noi sprecato (pag. 27);

(…)
la storia degli umani
fa temere.
Lo so, sono retrivo,
uno che non collabora,
ma nell’eventuarsi
del mondo, non
in quel che ne fate voi,
errabondo si versa
il mio interesse (pag. 28). Rileggiamo gli ultimi due versi: “Errabondo si versa / il mio interesse”, cosicché non solo la morte può essere definita “povera sanguisuga” (pag. 30), ma, riflettendo sul concetto di servitù e di servaggio, Cagnone può scrivere:

(…)
Del resto un servitore
che si rispetti
non si fa ingannare
dalle libertà,
trova sempre qualcosa
a cui obbedire (pag. 32). È in tal senso che l’errabondo interesse nei confronti del mondo è anche un atto di libertà, un andare controcorrente e pure, dal punto di vista culturale, perfettamente inserito entro il moto di ricerca intellettuale e artistica che si va attuando da parte delle più avvertite e propositive personalità di livello internazionale: la curiosità nei confronti della scienza e delle sue scoperte, il porsi all’incrocio tra le lingue e le culture, tra le arti e la filosofia, il rifiuto della distinzione tra i generi artistici e il superamento degli steccati tra i più diversi campi del sapere. Non so se egli sia tra i poeti di cui ha stima, ma questo interesse nei confronti “dell’eventuarsi del mondo” di cui parla Cagnone ricorda, alla mia passione di lettore, la poesia di Camillo Pennati, la scelta da parte di quest’ultimo di scrivere una poesia ardua e sapiente proprio intorno agli eventi della natura e, attraverso di essi, anche stigmatizzare la disumanizzazione che attuiamo nei confronti di noi stessi e l’offesa di cui siamo colpevoli verso il mondo.
Impietoso, il poeta ha scritto in una pagina di Discorde: “I ministri che vergognosamente si avvicendano a favore della pubblica istruzione, dovrebbero saperlo: se non si conoscono almeno un po’ greco e latino, si perde la profondità, la necessità della lingua italiana.
Accordano il lor favore all’inglese, quasi bastasse ad offrire ai giovani italiani giorni felici. Un lapsus da colonizzati, l’ignoranza di chi presume sian rivali le lingue morte e vive, e destinate a disputarsi il budget. Lasciatemi ingenuamente rievocare quel giorno del 1793 in cui déesse Raison prese provvisoria dimora in Notre Dame” (pag. 314). La mentalità dei servi, la colpa gravissima dell’ignoranza vengono stigmatizzati dal Cagnone sarcastico, il medesimo che talvolta si profila in pagine affilate e ironiche di Discorde e che scrive versi quali i seguenti:

38 Meglio consistere
in un gioco senza rivali,
inutile esultare abbattersi
aver pietà del futuro.
Invece, esser brutali
con i solenni idioti,
teneri con le sciocchine
in fregola, amorevoli
con lucertole scoiattoli
talpe porcospini,
attenti alle nuvole,
delicati con le ragnatele,
e specialmente indugiare
ove altri s’affrettano.
Chi mai non si rivolga
a un profumo di magnolia
nespolo mimosa,
merita di far carriera,
esser insonne, aver
una moglie adultera
ma poco sensuale.
Dirà dal letto di morte
ho fatto del mio meglio,
e lo supera il nulla
a cui non volle credere.
Piangere quei morti?
Si doveva farlo prima,
quand’erano contenti
non capivano, quando
ci disprezzavano (pagg. 32 e 33).

È l’orgoglio di chi si è sempre caparbiamente sottratto e opposto al dominio onnipervasivo della volgarità (“Custodi della luce rimasta, coloro che si esiliano” a pag. 206 di Discorde):

(…)
mentre loro
riducono in miseria
i filosofi antichi (pag. 34).

Ma poi sottentra il ricordo, marezzando questo libro che, polimorfo e sempre cangiante, offre ora un’immagine da dolce Stil novo, rimodulata in accordo con il tema della senilità:

(…)
Ci fosse posto per tutte,
entro una feluca,
potrei vederle ancora
sulle correnti estive
del Mediterraneo,
donne da lungi,
inconosciute,
pazientemente
verso avvenire.
S’arrendono,
gli ardori, non può
gratitudine
aiutarli (pagg. 36 e 37);

non dimentichiamo però che la struttura del libro che andiamo attraversando è un imbastire temi differenti, un incrociare tra di loro riflessioni e splendide aperture immaginative, un seguire una tramatura lungo alcuni testi consecutivi e poi mutarla, ma non per capriccio, bensì obbedendo alla convinzione che anche la scrittura appartenga ad un modus sentiendi et cogitandi totalmente aperto verso ogni stimolo che provenga dal mondo:

52 Ci son mostri ovunque,
anche tra la povera gente,
e questo confuse
la lotta di classe. Il giudizio
doveva essere individuale;
le categorie si addicono
a chi guarda da lontano
senza imparare quel volto,
nastro scivolato dai capelli,
vicinanza di sguardi,
inebriata sconcia fioritura (pag. 40)

Poi è, di nuovo, la delicatezza, l’inapparenza, l’impalpabilità di certi momenti di bellezza assoluta e subito perduta allo sguardo, la poesia che, armonioso respiro anch’esso lieve e impalpabile, se ne fa tramite; se dovessi cercare nel jazz contemporaneo, musica molto amata da Cagnone, degli esempi, farei il nome di Paul Bley in certe sue delicate, meditative variazioni di piano solo o di Jan Garbarek quando il sax intesse linee melodiche capaci di farci sentire il respiro sommesso del tempo che scorre dentro di noi:

59 Se il tempo accordato
allo sfilar d’una cometa
manca al guardare,
che ne sarà d’un sospiro
o lieve di palpebre
adagiarsi?
Cosa ti spinge via,
e vorresti rimanere
finché adulta
la polpa della pèsca?
Chi non ti vuole
nell’abbondanza
nel vivo, smarrito invece
in quel punto del sogno
in cui perdesti ritornare? (pagg. 43 e 44)

Vorrei far notare quel sintagma (finché adulta / la polpa della pèsca) che, nel suo nesso nominale in cui è sottinteso il verbo, è stilema ricorrente nella scrittura di Nanni Cagnone, dando attuazione all’idea di poesia che riconosciamo nel seguente estratto da Discorde: “In poesia, il senso appena avvenuto deve raggiungere la superficie, ossia dev’essere, più che inteso, percepito. E l’attività percettiva è più felice se non c’è nudità, ma sensualità di senso, se l’esplicito cede all’implicito e il pensiero ombrosamente s’avventura fino a raggiungere uno strato inevidente della superficie, un suo commosso nascondiglio” (pag. 191).
E poi: “Negli ultimi decenni, perduta specialmente la quiete – quel mettere in calma i giorni per indugiare insieme, tra cose placide, nell’incanto elementare del vivere” (pag. 206).
E non solo, ma anche: “Non si scrive intorno a qualcosa perché si pretenda di capire un altro meglio di quanto lui stesso sappia fare.
Si scrive per porre fine alle proprie sofferenze di lettori, di guardatori. Si scrive per vedere, unica risposta al guardare” (pag. 221).
Allo stesso modo un colore può richiamare l’attenzione (forse anche grazie alla sua bellezza sonora) e Tacere fra gli alberi mostra tutte le sue valenze sia sensoriali che sensuali, una sensibilità destissima nei confronti delle sollecitudini provenienti da luoghi, oggetti, animali, una permeabilità dei sensi nei confronti del mondo che permette un’esperienza estetica non accessoria, ma fondamentale per l’esistere:

61 Sveglio,
da l’altra parte
dell’ombra,
il crèmisi richiamo.
Poco importa
qual sia la cosa –
eminente ora
il suo colore (pagg. 44 e 45).

 

claudio_olivieri_rubeo_2008

Claudio Olivieri: “Rubeo” (2008).

 

Comunemente espulsa dalla sfera dei bisogni irrinunciabili, l’esperienza estetica riconquista a ragione il proprio status di momento qualificante e nobilitante della vita umana. E sempre in Discorde è dato di leggere due pagine, intitolate Il crèmisi, il vermiglio scritte nel 2005 e che possono essere utili a meglio comprendere i versi appena letti: dedicato ad Angelo Paolini e a Claudio Olivieri, il breve saggio prende spunto dall’incontro che Cagnone fa con il primo durante una passeggiata attraverso Bomarzo: “Andando – quasi un mondo impolverato – verso l’alta Bomarzo, rasento Angelo Paolini, novant’anni. È rivolto alla valle in cui prevale il Tevere, e perduto nella sua contemplazione. Ma c’è una gran nebbia, che cosa potrà vedere? Con la medesima passione dei giorni luminosi, lui guarda la nebbia, guarda il non-vedere.
Ma perché dire Angelo e Bomarzo proprio mentre mi accingo a percepire – testimoniata da Claudio Olivieri – l’assenza d’ogni concretezza? Noi veniamo da qui, un qui gremito di figure, e dobbiamo ancora imparare che non c’è niente, qui; o meglio, nient’altro che cose già date – l’immenso artefatto che contenta abitudini soltanto, e nel farlo prepara un vuoto.
Il mondo è inimitabile, non serve riprodurlo. Proficue rappresentazioni saranno quelle che dubitano del patto referenziale.
(…)
Esperto come sono in immagini ipnagogiche, e incline a tentare somiglianza – non al veduto, a quel che la retina traduce (io, oraqui, da sveglio), bensí a sconfinanti visioni – assisto a questo ‘conteso desire’, e talora mi sembra accompagnarlo, rabdomante che sostanzia luce e accoglie la grande iniziativa, la trepidazione infetta, del colore; il contrario di quel colorare che – in qualche modo aggiungendosi – servirebbe una figura. La forma del colore, invece, ὕβρις d’un colore che si basta, il cui dio non è mai la cosa ma l’eventualità sfrenata. Come si dice nel De Anima, l’attuarsi del colore non ha nome.
Olivieri non fa che obbedire. Abitatore d’una vicissitudine – augurato-allarmato d’allusioni, da barlumi -, guarda con la virtuosa coda dell’occhio: se gli sembra di riconoscere, si dispone ad accettare, senz’arrendevolezza alcuna, tra sfumature orgogli riluttanze cose incalcolabili. Ecco, figure di sé – ora si ergono – e una passività che porta a sfiorarle. L’incompleta propensione del colore a trasparire è, a sua volta, sfioramento. Qui non c’è un oggetto avverso a un soggetto: quel che infine si rivela è cosa interna – cosa per lui, disposta a conversare. La natura vicendevole dell’apparizione, di cui – poco importa – non c’è prova, è il suo sperato vanto.
La coerenza finale, e del tutto involontaria, di queste opere insegna che non si deve temere avventurarsi ove si sfilacci il verosimile e la convenzione consolatoria, la solidità delle abitudini, vengano meno.
(…)
Innanzi a noi, la resurrezione dell’ἀόρατον, la dimessa solennità del trasfigurare.
Qui non vedrete cose crèmisi o vermiglie. Ravviserete il crèmisi, il vermiglio” (op. cit., pagg. 136 e 137).
Quello che viene detto poco dopo se proseguiamo la lettura di Tacere fra gli alberi risulta essere un’etica di vita e di scrittura:

64 Hanno uno scopo,
sono fidanzati
con una lontananza,
ci son verbi per loro
– come raggiungere –
che non fanno per me.
Io penso all’incolmabile,
leggermente andare
per infinitudine d’erba
di nuvole – infinitudine:
smarrimento nel poco.
Perché far di qualcosa
un fine, una morente
mèta, se posso
nell’agio del tempo
divagare, sospesa foglia
finché libeccio non cade,
lui che spinge canzoni
e dell’esiguo qui
fa dismisura? (pagg. 46 e 47)

Il divagare (anche walseriano e sebaldiano mi vien fatto di pensare), la dismisura, l’assaporare quella parola bellissima (infinitudine) enunciata e delicatamente ripetuta, lasciata sospesa alla fine del verso, fatta riverberare nei due punti che introducono il verso seguente, magistrale, “smarrimento nel poco”: ecco, siamo in uno dei passaggi nodali e illuminanti del libro, abbiamo l’impressione che ci vengano generosamente fornite le chiavi per avere accesso alle ragioni dell’opera di una vita e, quasi concomitante, si legge una strofa poco oltre:

66 Se un cane gatto passero
muore con naturalezza,
senza commozione,
derubati da un dolore, noi.
Non sminuitelo,
o dovrò dirvi degni
di un’anima
tutt’altro che animale,
perciò della povertà
imparità dei mondi –
stoffe senza tenerezza
di graffi d’impronte,
alberi senza voce,
prati disadorni.
Approfondita così
la solitudine
che da millenni
colpisce l’uomo,
l’ignorante colui
che volle lontanarsi (pagg. 47 e 48).

Il linguaggio articolato in versi, scandito in armoniosa misura di accenti e di cesure è in tal modo luogo entro il quale accogliere e difendere ciò che viene sprecato o offeso, la contemplazione, antichissima pratica della mente, sa donare istanti di felicità: (…) prodigioso notturno (…) invaghisce isole ancora / il mare aperto (pag. 50) e in effetti bisogna essere invaghiti della bellezza del mondo e tali restare per tutta la vita se si vuol conquistare a se stessi (isole in effetti, monadi, ma che si cercano) la libertà del mare aperto.
Aveva scritto Cagnone in Il popolo delle cose:

Lunga vita a grilli-lucciole-falene,
a colui che in ferme lagune
nel vetro soffia qualcuno,
o muove l’argilla come fosse
amicizia. Un sasso lavorato
accanto a un sasso: non penso
alla pace ma alla giusta bufera
delle nascite – poi al morire,
a quella cosa ardente (op. cit., pag. 50).

Significativo l’autoritratto che segue:

73 Solo con cani randagi
ho somiglianza –
né sottomissioni
né pasti sicuri, però
su neglette vie
tenuto in rispetto
e da nomadi dimore
riguardante –
perplessità poi pena
per i guinzagli altrui,
per quello scomodo
scodinzolare.
Selvatichezza o servitú –
dilemma in cui dignità
può aver risalto,
o grave cedimento
lusingarci (pag. 51)

Ma vivere è non solo orgogliosa affermazione d’indipendenza e di libertà, è anche il piacere sottile e seducente del sonno, Leitmotiv anch’esso affiorante in più punti del libro (“Il valore conoscitivo della notte diventa ogni volta una spesa per il giorno”, Discorde, pag. 28):

76 Sonno, lusinghiero
raggiungimento
in cui sciame del giorno,
e d’ogni dovequando
visitazioni
che scompigliano,
però svelti spiragli
e di parole
che credevi esauste
viva pronuncia.
Adagiata solennità,
fremiti traslucidi
alle palpebre – addio,
si prende il largo (pagg. 52 e 53).

Se l’invocazione iniziale può richiamare alla memoria il sonetto famoso di Monsignor Della Casa, i due testi divergono poi radicalmente e la lirica di Cagnone s’afferma nella sua originalità perché, sopra ogni cosa, viene riconosciuta la fortissima connessione tra lo “sciame del giorno”, le “visitazioni / che scompigliano” e il sonno stesso, momento e luogo in cui la poesia è capace di farsi avvertire con vividezza: “di parole / che credevi esauste / viva pronuncia”, rivelando così il fatto che le parole s’annidano anche nel luogo privilegiato in cui si manifesta l’inconscio e si tratta delle parole della poesia che sono capaci di collegare tra di loro il dove del magma interiore e il qui della razionalità.
La psicoanalisi ha sottovalutato i sogni, riducendoli a documenti la cui totalità edifica una sommersa biblioteca personale.
Non sto dubitando del valore interpretativo della psicoanalisi (non voglio finire alla gogna): sto reclamando la parità e inseparatezza di sonno e veglia; sto dicendo che il racconto sintomatico degli ex dormienti non può sminuire il sogno, che anzitutto è un ‘fatto’, sia pur apocrifo, e in quanto tale ha la stessa dignità degli avvenimenti in veglia.
Benché la storia del sogno possa apparire ancor più controversa e lacunosa dell’historia rerum gestarum, ognuno di noi ha una tradizione onirica; l’esperienza di innumerevoli sogni ha prodotto una cultura notturna, fatta di luoghi animali cose persone a cui si fa ritorno con familiarità, di cui ci si ricorda, ignoti alla veglia ma patrimonio del sonno, che possono agire come antefatti o pregiudizi, e sono capaci d’evolversi. Se fossi alla ricerca di un’auctoritas, mi rivolgerei ai Wendat o agli Haudenosaunee, popoli che non distinguono, e vogliono seguire al risveglio i loro sogni (Discorde, pagg. 152 e 153); (ritorneremo sul tema leggendo il testo numero 86).
Intanto incuneo qui, in questo punto del mio attraversamento, altre parole di Nanni Cagnone: “Il lettore ignora l’intima intonazione e la particolare allusività che una certa parola ha per l’autore, il quale tentò d’evocare un pensiero sensibile ricorrendo a una trovata possibilità di tale parola. Perciò, chi non abbia empatica affinità con l’autore, dovrà affidarsi a un’interpretazione di tipo statistico. Dopo tutto, la poesia non è ἔξω λόγος, parola rivolta ad altri; non è conversazione, quindi il lettore non può essere un interlocutore. Si guardi dall’assentire, dal dissentire” (Discorde, pagg. 195 e 196), cosa non facile quest’ultima, tipico vizio di lettore, a ben pensarci, specialmente se la partecipazione emotiva prende la mano o se, come nel caso presente, il libro possiede un suo indiscutibile valore, altissimo, capace di suscitare ammirazione tout court; e, comunque sia, m’interessa molto quel richiamo all’intima intonazione e alla particolare allusività di una certa parola per l’autore, fatto che spesso trascuriamo durante la lettura e che estenderei eventualmente ai nomi e ai luoghi citati da un autore, mentre ineludibile viene ad essere la questione dell’empatia con l’autore, per cui è vero che il lettore è obbligato a spogliarsi di ogni preconcetto per riuscire ad immergersi nel testo che ha deciso di attraversare: è questo uno dei momenti in cui la lettura ha come diretta conseguenza la liberazione del lettore dai condizionamenti delle idées reçues, delle abitudini mentali, dei conformismi.

Il testo numero 77 richiama quello straordinario poema che è The book of giving back: Altare è uno dei luoghi privilegiati nella biografia e nella scrittura di Nanni Cagnone perché legato agli anni dell’adolescenza e della giovinezza dell’autore; ma ad Altare è presente anche un’antica tradizione d’arte vetraria cui Cagnone fa spesso riferimento nei suoi scritti, suggerendo, forse, che quest’arte così raffinata e difficile, aerea eppur faticosa nella sua realizzazione e d’aristocratica artigianalità, possiede molti elementi in comune con la scrittura; qui sono le ragazze altaresi a sollevare la “brezza amorosa” che significa anche nostalgia per “le cose mai più / con quel respiro”, ma, pure, rinnovarsi della presenza del Femminino che nella poesia di Nanni Cagnone è bellezza, desiderio, felicità, liberazione, eccesso, la vita stessa, energia che anima e dà senso all’esistere:

77 Brezza amorosa
nella brevità
delle sere adolescenti
nel loro batticuore –
le cose mai più
con quel respiro.
Passate oltre, ragazze
altaresi – segretamente
per nessuno,
il vostro riso (pag. 53).

Risolutivi appaiono in tal senso i versi seguenti:

(…)
Ti mando una cartolina
dall’abisso, per negare
tutto, non dirmi scarno,
celare smarrimento
in nostalgia,
in meraviglia l’offesa –
sí, sto sorridendo
ben oltre le grate (pag. 54): la “cartolina dall’abisso” che sembra realizzarsi nel significativo chiasmo “celare smarrimento / in nostalgia, / in meraviglia l’offesa” rivela, in realtà, l’atteggiamento umano e intellettuale che Cagnone ha sempre avuto; la sua scrittura sia poetica che narrativa che critica (e la sua attività traduttoria, non dimentichiamolo mai) è un puntiglioso, testardo, coraggioso e talvolta solitario opporsi alla violenza, alla volgarità, alla stupidità che sono capaci di manifestarsi in mille modi e nei luoghi anche più inattesi; è un modo d’essere e di scrivere “discorde” rispetto alle convinzioni dominanti, rispetto a quelle “grate” che imprigionano e ottundono l’intelligenza.

E infatti:

82 Unico mestiere,
lo sfiorare – accanto
per un tratto,
di passo di sfuggita,
ossia non umiliarsi
in ottenere e prendere,
non avvizzire.
Ariosità anche mia,
diletto senza scopo
brevità di leggende,
muovere a danza
mentre loro discutono,
amoreggiare ahimè
senza riflettere (pag. 56)

Levità che non è superficialità, sfiorare che è cura e rispetto, rifiuto di ottenere e prendere (attività violente e predatorie), preferenza accordata in pieno alla gratuità, forse una delle maggiori e meno praticate eresie contemporanee.

 

cagnone_angelo

Angelo Cagnone: “Le tavolozze di Andrea”, 2007.

 

Giungo così ad alcuni dei versi più belli che io abbia letto negli ultimi anni, di quelli capaci di risvegliare il piacere di ripeterseli tra sé e sé più volte per confermare l’amore incondizionato nei confronti della bellezza e del bel dire, con quelle disàmare che già comparivano nei primi versi di Penombra della lingua (Roma, La Camera verde, 2012), con il fulgore di rive veneziane e l’ammaliante distante vicinanza del Mare del Nord e di San Pietroburgo, di Praga e della civiltà Khmer, per concludere con il numinoso/luminoso appalesarsi del Mar Ligure, già più volte presenza finanche guaritrice nella scrittura di Cagnone:

83 Assolutezza vuol dire
ad occhi chiusi
fulgore del mattino
su rive veneziane,
disàmare in volo
a Pietroburgo,
il Mare del Nord
percosso da luce,
Praga viscere d’Europa
o rovine Khmer
morbosamente avvolte.
Poi lentamente al sole,
è il mare di Liguria (pagg. 56 e 57),

ché leggere Cagnone è riconciliarsi con il bello scrivere e il bello scrivere è in lui sempre una scelta prima di tutto etica (di un’etica, beninteso, non precostituita o istituzionalizzata, ma interna allo scrivere e al vivere, da entrambi, kantianamente, generata e necessitata), indi estetica, non un vezzo o un atteggiamento narcisistico: siamo in presenza di un autore che ha estrema cura della lingua, finanche (e a ragione!) nelle sue manifestazioni ortografiche e di punteggiatura, che ha coscienza di ogni aspetto e luogo di quella stessa lingua (non ultime le sue radici etimologiche) e che ama i luoghi quando essi significano esperienza della bellezza: “Rammentiamo cose ovvie: la punteggiatura, una delle vittime dell’odierna sciatteria – oltre a rivelare l’architettura del periodo – fornisce notazioni ritmiche e suggerisce intonazioni.
Le virgole producono minimi indugi; i due punti sono ostensivi; i punti e virgola preparano una ripresa, talvolta in tono minore; i tratti medi intarsiano, mentre quelli lunghi (dashes, Geviertestriche) agiscono come clausole, spesso variando l’intonazione, che a loro volta le parentesi indietreggiano” (Discorde, pag. 186); “Frequente debolezza o banalità sintattica della recente poesia. Oltre ai maldestri costrutti, una disastrosa dispositio (una trascuratezza nell’ordine sintagmatico, se preferite). Perché non indagarne le possibilità – nonostante le divergenze storiche – nella letteratura latina e negli autori italiani tra il Duecento e il Seicento, e riflettere sul lokalformales Prinzip di Gottfried Benn?
Quanto al ritmo, altra eminente vittima dell’insensibilità odierna, si potrebbe approfittare del jazz e di certa musica contemporanea, e scoprirne le risorse in Hopkins Burroughs Beckett Céline Queneau… Venga ad alcuno vaghezza d’imparare” (ibidem, pagg. 189 e 190).

86 Per mari e deserti
certezze e tumulti, nella
fraternità della notte
che tiene fermi
in talami e giacigli,
nel sonno che disarma
con la pazienza
del suo respiro.
Qui, tutti stranieri – cittadinanza
un sogno,
e altrettanto l’esilio (pag. 58).

Come a suo tempo anticipato, torniamo ora sul tema del sonno e del sogno; mi piace soffermarmi sulle peculiarità sintattiche del testo che consistono nella presenza di due soli verbi coniugati e, in più, appartenenti a due proposizioni subordinate (entrambe relative): i verbi delle proposizioni principali sono tutti sottintesi, confermando anche in questo caso la preferenza spesso accordata da Cagnone ai nessi nominali (“Qui, soltanto nomi ad accadere”, Discorde, pag. 26) che proprio tramite l’ellissi del verbo accentuano la propria pregnanza concettuale e ritmica, ritmica e concettuale (i due aspetti non sono mai disgiunti in questo modo di scrivere); se il verbo (cioè l’accadere e il fare) è il cardine su cui sono inchiavardate le lingue indoeuropee, Cagnone attua anche linguisticamente quell’atto proprio del sonno “che disarma” e, affidandosi al ritmo (no, espressione più bella ancora e più corretta) alla “pazienza” del suo respiro ci conduce, pellegrini e stranieri, nel sogno/esilio.
Forse estate e sonno sono fortemente legati tra di loro, forse entrambi sono sodali della meditante solitudine:

91 Benvenuti all’ombra,
nel sale dell’appartenenza,
nei sobborghi di Solitudine,
benvenuti ad ogni modo
nel colmo dell’estate,
nel tempo smisurato
dell’ascolto, felicità
del súbito o abbandono
del poi. Le cose, disse,
si stancano –
qui comincia la collina
non si sale (pag. 60)

Giunti alla strofa 92 mi viene in mente un altro passo da Discorde: “Anni fa, a Conturbia, Cascina Speranza. A un maestoso barbagianni piaceva posarsi sulla ringhiera del balcone. Talvolta, silenziosamente mi mettevo accanto a lui. Sembrava che la mia presenza non l’infastidisse. Dopo un po’, volava via senz’alcun rumore. Appuntamento alla notte seguente.
Non conosco modo migliore per riassumere il senso che – secondo me – desidera avere l’esistenza” (pag. 332).

92 Uomini
di cenno e sguardo,
poi impeto di vento
delle donne, nel tempo
del sinuoso avvicinarsi.
Questo, per me,
l’esordio-epilogo,
l’unico azzurro,
il pregio del ricamo (pag. 61).

Quello che ha davvero valore, quello in cui consistere e cercare salvezza sembra avere spesso la leggerezza di un ricamo, essere l’elegante intesa d’un incontro amoroso e, anche, la mitezza di sentimenti intesi a proteggere, ancora, ciò che inapparente e trascurato sa restituire, ad accorgersene, senso al vivere:

93 Lascia laggiú
che turbini l’ingiusto,
se tua scarsità
non può contrastare, ma
sparsamente proteggi
i miti sentimenti,
ricorda l’anniversario
d’una fioritura,
i giorni in cui per noi
ricominciò il secolo,
il chiaroscuro
insegnamento dei boschi,
di piccoli animali
il tramestío (pag. 61) .

Così termina The Book of Giving back:

Essere chiamati, essere chiamati.
Il passaggio del fagiano di notte,
nella neve. Avere sentito (op. cit., in Il popolo delle cose,  pag. 131), mentre di nuovo in Discorde leggiamo: “La poesia, vittima del risveglio dei sogni. Vittima éclatante. Questa mia involontaria lingua non ha raggiunto l’essenziale. Sta ancora cercando la sua povertà” (pag. 208). Onestamente non saprei dire se c’è qualcosa di francescano in questa giuntura tra lingua e piccoli esseri che, molto più degli umani, conoscono il valore del mondo e se ne fanno carico e tra ricerca della povertà (credo in senso non solo cristiano, ma anche islamico e induista, in quel radicale spogliarsi dei possessi materiali e quindi con disarmata semplicità vivere) e lingua poetica; propendo a pensare che, però, il richiamarsi da parte di Cagnone alla poesia italiana dei primi secoli, ad una lingua cioè non ancora svigorita e corrotta, né resa subalterna, sorella degli stessi sassi di cui sono materiati i borghi dell’Italia centrale, delle dolci asprezze appenniniche, insieme con la predilezione accordata agli artisti e agli artigiani che più di altri hanno raccolto ed esaltato la densa significanza dell’argilla, del vetro, della pietra.

 

valentini_nanni

Nanni Valentini: “Deriva” (1983-1984).

 

Avviandomi a concludere rimedito su di un altro pensiero di Cagnone: “Si sente dire: ‘è un’opera perfetta’. Questo, invero, è un ossimoro, e arreca disavventure, una delle quali è la devozione. L’opera perfetta non è altro che l’appagamento di un’istituzione, il successo d’una lunga evangelizzazione letteraria e della conseguente persuasività del canone. Richiede una condivisa idolatria.
Invece, è mia fisiologica convinzione che la presunta perfezione sia in certo modo simile a una malattia asintomatica. Se proprio si deve, si scriva. Difettosamente” (Discorde, pag. 166) e mi piace chiudere questo mio attraversamento lasciando risuonare un avverbio (difettosamente), così come un avverbio (accidentalmente) risuona in apertura del libro e non posso non pensare a Jacopo da Lentini, a quel suo magistrale attacco “maravigliosamente”: e da questa giostra degli avverbi in -mente trattengo l’idea che l’opera poetica sia sempre in fieri, che il difettare dell’opera significhi apertura e slancio per una nuova tappa nel processo creativo, mai conchiuso né concluso processo, materiato di sensualità, di ascetica cura della lingua e della cultura, anche di ire e di sdegnati rifiuti, così come di tenere amicizie e delicate attenzioni.

 

Tacere fra gli alberi di Nanni Cagnone

 

Mi sia consentito infine sottolineare ed elogiare anche l’oggetto che ho tra le mani, un libro che somiglia ad uno scrigno: l’idea e la realizzazione grafica è di Giulio Paolini (scusate se è poco…) e consiste in una prima di copertina dal bordo dorato con al centro un rettangolo bianco che, impercettibilmente scomponendosi e sovrapponendosi, suggerisce l’idea di fogli sovrapposti – tale prima di copertina è identica per tutti i libri della collana, fatti salvi, è ovvio, i nomi degli autori e i titoli delle opere; in quarta di copertina è riprodotta una mappa stellare specifica e rielaborata da Paolini per ogni singolo titolo, così da inverare il nome della collana (“La costellazione del Cigno”); all’interno le pagine sono numerate in color carminio, mentre i testi lo sono in grigio, particolari di tutto rilievo (come, a ben vedere, lo sono sempre i particolari ben curati e ai quali si vuol affidare il compito di suggerire, senza ostentazione, eleganza e senso del bello) e non si dimentichi che lo stesso Nanni Cagnone è stato protagonista di quell’irripetibile progetto che fu la Casa Editrice Coliseum e che sembra ora trovare una qualche continuità sia nell’attività di Coup d’idée che in quella dell’Editore La Finestra, non a caso, quest’ultimo, impegnato a proporre opere capitali di Nanni Cagnone in una davvero bella veste editoriale e, sempre non a caso, ancora nelle pagine di Discorde si ritrovano riferimenti ad Aldo Manuzio o a Sugiura Kohei, maestri indiscutibili d’arte tipografica.

 

summa_cosmographica_sugiura_kohei

Sugiura Kohei: Summa cosmographica.

 

 

summa_sugiura

 

 

 

Nota: le immagini che illustrano quest’articolo provengono dal web, tranne quelle relative ad Angelo Cagnone e a Nanni Valentini, riportate dal raffinatissimo sito di Nanni Cagnone www.nannicagnone.eu e la scheda editoriale del libro Tacere fra gli alberi riportata dal sito di Enrica Dorna all’interno del quale è possibile informarsi sull’attività della Casa Editrice Coup d’idée.

Sulla Dimora del tempo sospeso è possibile leggere molti testi di Nanni Cagnone, mentre sul sito di Biagio Cepollaro www.cepollaro.it si trova in formato e-book l’opera di Cagnone Armi senza insegne, comprendente vasti estratti da vari libri dell’autore ligure.

La Casa Editrice La Finestra sta ripubblicando libri fondamentali già editi da Nanni Cagnone con la leggendaria Editrice Coliseum e anche nuove opere dello stesso autore.

 

 

Per un omaggio a Camillo Pennati

Ripropongo qui un mio intervento (già pubblicato nel numero 26 dell’agosto 2012 di POETI E POESIA, Pagine editore in Roma) dedicato al libro di Camillo Pennati Paesaggi del silenzio con figura (Interlinea, Novara, 2012) ed intitolato “Natura e canto nella poesia di Camillo Pennati”.

Buona lettura a tutti gli ospiti di Via Lepsius.

Pennati

 

Poesia, musica e pittura ci vengono incontro tutte insieme già nel titolo dell’ultima raccolta di Camillo Pennati: la parola, intuiamo, ci farà traversare paesaggi in cui predominerà il silenzio e dovremo attendervi o sorprendervi l’epifania di una figura.

Sùbito, in limine al libro, leggiamo una citazione da Pope nella quale si richiama la necessità di accordare temi e suoni tra di loro. Segue una nota d’autore (così ritmata ed elegante nelle scelte e negli accostamenti lessicali da risultare vera e propria poesia in prosa); in essa Pennati dà ragione delle sue scelte stilistiche e tematiche. Andrebbe riportata tutta, invero, ma mi provo a delinearne i punti essenziali: il poeta canterà gli accadimenti della natura nel tempo vero e non immaginario, nel cosmo che ci ignora; la natura, dotata di magnifica bellezza, compie se stessa nel fervido silenzio, essa è e non ha bisogno di dirsi, non necessita di tradursi in linguaggio; è pervasa da energia creativa che dà vita a molte forme, tra cui il corpo, anch’esso oggetto del canto poetico. Si sarà notato come Pennati stesso dia sùbito eco ai tre elementi costitutivi del titolo della raccolta, addirittura chiarendolo.

Forti di queste indicazioni, iniziamo la lettura. Ascoltando le parole preliminari di Pennati non ho potuto fare a meno di pensare a due autori per i quali la natura è oggetto di poesia senza che però essi indulgano ad alcun tipo di spiritualismo o misticismo: Lucrezio e Leopardi. E già sùbito la lirica d’apertura intitolata MENTRE L’ACCADIMENTO AVVIENE ha il sapore di un proemio e di una seconda dichiarazione d’intenti: “La mia è poesia d’accadimenti” scrive il poeta nella nota d’apertura già citata e qui egli mette in scena (non a caso uso la metafora teatrale) l’accadere della primavera che cela alla vista un nido che era invece visibile tra i rami spogli nell’appena trascorsa stagione invernale e nella lirica è tutto un andirivieni di voli, un germogliare impercettibile ma continuo di foglie, per giungere ai versi conclusivi: “(…..) non ci si accorge / e ancora meno in noi di ciò che nel contempo accade / mentre l’accadimento avviene che si è già compiuto” (vv. 13-15). Siamo dunque davanti ad una poesia che vuol essere presenza vigile al mondo e all’esistere, coscienza dell’essere hic et nunc, scrittura che nel suo farsi è atto di consapevolezza della mente; i fenomeni naturali stessi accadendo si rendono presenti a se stessi, vengono alla luce e si autoaffermano.

Nella lirica seguente (COME TRACCIANDO LUMINOSE ROTTE e si noti la bellezza di moltissimi titoli presenti nella raccolta) appare la luna e mi sembra un atto di coraggio da parte del poeta, data la svalutazione e finanche il disprezzo di cui essa è stata fatta oggetto nella nostra poesia da Marinetti in poi – ma, ribadisco, scorgo anche qui un nesso diretto Pennati-Leopardi (quante lune nient’affatto melense né sdolcinate né arcadiche nella poesia del grande Recanatese!) e, sdipanando questo filo, mi vengono in mente la luna di Sandro Penna, quella rossa di Sinisgalli, la luna dei Borboni di Bodini, la luna sopra Buenos Aires di Borges. Sotto la luna c’è il volo notturno delle lucciole in questa lirica di Pennati, quasi a ribadire che egli “scrive dai bordi della natura osservata – dopo anni immersi in grandi città” (parole del poeta nella nota in limine già citata), vale a dire che il presente libro è anche, e programmaticamente, lontano dalle realtà urbane, facendosi voce d’una realtà periferica, ma essenziale; aggiungo: non si tratta affatto di un libro passatista o nostalgico o antimoderno – tutt’altro! Quanta coscienza storica (e anche civile) c’è in Pennati, ma mi riservo di tornare più tardi sull’argomento.

Caratteristica di molti testi in questo libro raccolti è da un lato la riduzione al minimo della punteggiatura, dall’altro il prevalere dell’endecasillabo ipermetro (spesso classicamente scandito dall’accento in sesta e in penultima sede), ipermetria che ricorda talvolta anche le scansioni ampie e disciplinatissime dell’esametro, per cui la lettura si muove per ampie campiture d’immagini e di fatti naturali rappresentati, il testo risulta densissimo e molto complesso, simile ad un unico ampio movimento musicale: ho riconosciuto un grande rispetto per il lettore e forse un amore nei suoi confronti in questa scelta espressiva. Mi spiego: Pennati compone testi elaborati e stratificati (il che non significa né artificiosi, né boriosamente “colti”), offre al suo lettore il risultato di un lavoro indefesso sulla lingua e sul ritmo, anch’esso dovuto ad un amore che intuisco profondissimo per la lingua italiana che si ritrova esaltata nella sua bellezza e nelle sue possibilità espressive ed estetiche – a tal proposito ho raccolto a campione alcuni termini (buiore, algore, marcimento, planamenti, innervatura, coinvolgenza, accadenza, insolcandolo, il braciare ardente del tramonto) perché il lettore abbia almeno una vaga idea della preziosità e della competenza lessicale in Pennati; è una sorta d’inimicizia in atto nei confronti della sciatteria e dell’approssimazione dominanti nell’attuale linguaggio poetico italiano; Pennati lascia poi sedimentare i suoi testi, fedele al precetto catulliano del multum invigilare lucernis e dell’ arida pumice expolitum; i testi qui raccolti vanno dal 2003 al 2010 ed alcuni sono anche precedenti– mi espongo al ridicolo se affermo che la sua è anche una presa di posizione etica? Pennati considera i lettori interlocutori degni di rispetto cui offrire il dono della poesia. E si tratta, non lo nascondo, di un dono difficile, perché la poesia di Pennati è ardua, ha bisogno di fedeltà anche da parte del lettore che aumenterà il proprio godimento del testo poetico tornando più volte a leggerlo, scoprendone sempre nuovi dettagli, affrontandolo anche come una sfida all’intelligenza, sfida che pretende un destinatario non anestetizzato e non superficiale, ma a sua volta esigente, sdegnoso di sentimentalismi e facili effetti.

Amalasunta su fondo blu, 1955

Osvaldo Licini: Amalasunta su fondo blu, 1955.

Avventuriamoci tra i versi di NOTTURNO: “Solo il lucore della luna / su un paesaggio lontano dal mare: / restare ammutoliti allo stupore / mentre la nostalgia riluccica / con il tremore immenso di sinuose / scaglie” (vv. 1-6); sottolinerei quella sorta di allitterazione della sillaba lu- (lucore, luna, riluccica) che è un’insistenza sul tema della luce, ma anche il ritornare del suono s– e dei nessi sc– e st– (solo, su, paesaggio, restare, stupore, nostalgia, immenso, sinuose, scaglie) che suggeriscono forse la connessione col silenzio e creano una forte suggestione musicale, ma non solo: il nesso consonantico st- lega insieme il restare, lo stupore e la nostalgia, il dolce scivolare del suono s- abbraccia l’immenso e le sinuose scaglie. Ecco: ho avanzato una proposta di lettura ritmica che il lettore può ripetere autonomamente in molti luoghi del libro, sia per prendere coscienza dello studio costante a livello sonoro e prosodico, sia dell’inscindibile connessione tra suono e concetto. “Sino alla baia che lambisce d’echi / dall’estremo curvarsi del mare / tra minuti interstizi di sabbia / le scintillanti scaglie sfrigolando / in arpeggiato arrovesciarsi / senza mai sosta ad ogni soffermarsi / d’ogni sguardo” (vv. 22-28): così termina la lirica, confermando l’esistenza di quell’affascinante complesso meccanismo musicale e verbale affidato a nessi consonantici ricorrenti, oltre che suggerendo un atteggiamento intellettuale e psicologico disposto allo stupore e all’ammirazione per il palesarsi e attuarsi dei fenomeni naturali.

“La natura si pensa intesa al suo silenzio / (…..) / ignora il suo manifestarsi qual portentoso evento / in me che osservandolo aggiunge allo stupore / l’enigma del comprenderne tra ciò che mi è / visibile allo sguardo e come la natura di là / da sé non si scorga ma avverta solo i suoi / volumi per quanta luce li circonda o sua / penombra” (vv, 1 e 8-14) scrive il poeta nella lirica LA NATURA SI PENSA, ribadendo la dicotomia tra la natura che non possiede un linguaggio verbale traverso cui esprimersi (non ne ha neanche bisogno) e l’uomo, dotato di sguardo che dunque permette all’intelletto la percezione degli accadimenti naturali e li rappresenta mediante il codice linguistico; la natura attua il ciclo stagionale grazie alle mutazioni della luce “(…..) con l’unica forza d’esistere / a sospingerla che non è cieca nel sostenerla / ma intende una pupilla che nella linfa informa / ogni sua previsione intrisa d’atomi e molecole / e sedimentazione organica” (vv. 19-23). Lo spirito democriteo e lucreziano informa questi versi ed essi esprimono bene la concezione che Pennati ha della natura: essa non è romanticamente “beseelt” (dotata di anima, come dicevano i Tedeschi), non è specchio dell’animo umano, bensì essa esiste in sé e per sé e l’uomo ne coglie la bellezza in quanto essa è κόσμος, “tutto ordinato”, ma, secondo Pennati, non finalisticamente ordinato: anche il nostro pianeta perirà, anche l’universo si distruggerà, trasformandosi.

ENTRO QUELLA MOLECOLARE OSMOSI E CELLULARE DELL’ESISTERE è il titolo di un altro testo della raccolta, esplicito, come s’intuisce, nel raffigurare il mondo e il nostro vivere in esso secondo una visione che fu già democritea, ma comprovata dalle conoscenze scientifiche a noi contemporanee. Non esiste escatologia in questo libro, ma vivificante immanenza, ché è quest’ultima a spingere all’amore per la natura e a quell’atto di omaggio nei suoi confronti che è qui la poesia. Altrove viene infatti detto “(…..) l’uomo si inventa / il sovrannaturale poi che svuotato di silenzio / ignora la natura in sé del senso percettibile” (TRA TUTTE LE GALASSIE, vv. 12-14).

“È fatto interamente d’aria e movimento / il timbro e il tono del silenzio” (DEL SILENZIO, vv. 1 e 2) esordisce questa lirica stupenda per originalità concettuale e per la tramatura di rime finali (mai meccaniche) e rime al mezzo, omoioteleuti ed assonanze, oltre che per le preziose scelte lessicali: abissamento, portanza, per citarne un paio. Il silenzio non è, banalmente, assenza di suono, ma, anzi, modulazione ricchissima e cangiante di suoni e di volumi sonori; esso è attuazione dello stesso paradosso per cui si vorrebbe dire il silenzio, lo si rappresenta tramite i suoni verbali e lo si percepisce solo se esiste il suono. Il silenzio, anche del titolo della silloge, è l’accadere del fenomeno naturale, il suo attuarsi, il suo addivenire ad esistenza senza enfasi né proclami. E il modernissimo Pennati vivifica così l’insegnamento dei Presocratici (l’intero libro celebra il movimento, il divenire, facendomi pensare ad un poeta che amo moltissimo, anche lui segnato da suggestioni soprattutto eraclitee: René Char, nella cui poesia la natura è a sua volta presenza decisiva, alveo del pensiero e del canto).

Il pensiero poetante (direbbe Antonio Prete) in Pennati si manifesta in riflessioni sull’atto di osservare e descrivere, come avviene in LA DISGOMBRATA MENTE: “(…..) Segui / quel lento scivolare infinitesimale che prima / il foglio e poi la mano destra con cui scrivi / è già adombrato d’un meno luminoso meno / irraggiato sovrapporvisi. Seguine e scoprilo / con l’aderenza dei tuoi sensi intesa. Tu non sei nulla / in quel sistema che ti ignora” (vv. 7- 13), affermazione quest’ultima che nega la centralità dell’uomo nel mondo; il ricorrere poi nel prosieguo della lirica di termini quali accadenza, apparenza, consistenza, esistenza, che si richiamano tra loro e non sempre in sede di clausola finale, fanno pensare alla medesima sillaba finale prediletta dalla Scuola Poetica Siciliana e dalla poesia del Trecento toscano, quasi si trattasse di un richiamo alle origini, perché quella di Pennati è anche una lingua stratificata e consapevole della propria storia, non esibita, ma interiorizzata, è insomma una lingua letteraria e colta senza essere tronfia o narcisistica. Di contro agli stanchi o agli esasperati sperimentalismi Pennati propone una lingua ben consapevole di essere un codice artificiale rispetto agli accadimenti della natura, ma anche ricchissima e prodigiosa nel suo dispiegarsi musicale e lessicale, risultato d’un’ininterrotta tradizione votata anche alla realizzazione dell’atto poetico quale momento estetico.

Leggendo poi SPAZIO E TEMPO (due concetti fondanti del nostro conoscere il mondo, due concetti reinterrogati e riconsiderati anche dalla teoria della relatività di Einstein e dalla fenomenologia) il mio pensiero è andato a Giuseppe Bonaviri, grande scrittore-poeta mai abbastanza letto malgrado la sua estrema originalità: “l’altura”, la “curvatura”, le “turbolenze temporali”, la “geologica emersione”, la “gravitante coesione”, la “vastità spaziale”, l’ “orbitante ruotare” della lirica di Pennati rammentano le occasioni e gli accadimenti delle opere di Bonaviri, pure lui sedotto dalle leggi fisiche e matematiche che reggono l’universo, così da farne il movente dei suoi romanzi e della sua poesia, rendendo anche il linguaggio scientifico generatore di poesia, ritrovando in parte quell’originaria coincidenza tra poesia e scienza che intuiamo nei frammenti giunti fino a noi dei poemi di Empedocle o di Parmenide. Ma è lo stesso Pennati ad aver dichiarato in passato che gli Eleati e Leibnitz e Bertrand Russell e Popper e Wittgenstein, tra gli altri, sono sue fonti d’ispirazione assieme alle recenti scoperte scientifiche. Non illegittimo mi sembra poi pensare a Sinisgalli, altro grande intellettuale ben edotto in ambito scientifico e determinato a contemperare (e in maniera non dilettantesca né improvvisata) le “due culture”, come si suol dire con infelice espressione.

Mario Giacomelli 1

Mario Giacomelli, Paesaggio

Seguendo la scia di questo discorso in SALPA UNA NUBE leggiamo: “Salpa una nube / nell’oceano azzurro e ne dirupa a scia / il suo pescaggio d’ombra // ora che adombra / scivolando il foglio su cui scrivo / senza lasciarne traccia // che non sia di tempo / e movimento e altra sostanziale sinopia” (vv. 1-8), ragion per cui è lo scrivere stesso ad essere accadimento e divenire, il foglio si svela doppio della nube in cielo e questa poesia delle nubi mi richiama alla memoria una raccolta di Mariella Bettarini, DELLE NUVOLE, (Gazebo, Firenze 1991) in cui la poetessa scrive nella premessa di aver composto il libro “spinta da ciò che spinge e muove da sempre il fare poetico: l’osservazione, la constatazione di ciò che esiste, la contemplazione, lo stupore, e poi la lunga dimenticanza e ancora l’osservazione, la meraviglia, il rapporto cangiante fra ciò che appare e ciò che – di quanto appare – non si conosce, ossia l’ignoto, l’inconoscibile e via via, circolarmente ma anche spiralicamente. Non dissimile, credo, nella sua origine, la passione dello scienziato, del biologo, del chimico, del botanico, dell’astronomo. (Perché, allora, tanta sussiegosa distanza, tutt’oggi, da parte di alcuni letterati, fra il proprio fare che essi credono esclusivo, sacrale, segnato dal dio o dal demone, nei confronti della apparentemente più fredda ed esatta e “terrena” scienza? errore di presunzione, di scarsa penetrazione nell’evidenza della unità del tutto. Nell’unità delle culture)”. Parole migliori per attraversare il libro di Pennati non si potrebbero trovare e ricorderei che il nostro autore, nella sua originalità già evidenziata agli esordi da un poeta come Sereni, era stato introdotto all’Einaudi proprio da Italo Calvino, lo scrittore italiano che tra i primi ha creduto nelle connessioni necessarie tra letteratura e scienza; altri autori che potrebbero venire in mente leggendo questo PAESAGGI sono, secondo me, il Montale degli OSSI DI SEPPIA e lo scabro paesaggio ligure, il Lorenzo Calogero che s’immerge nella contemplazione della natura della sua Calabria e il Lucio Piccolo anche lui straordinario mago del linguaggio che osserva il mare e le montagne di Capo d’Orlando, declinandoli secondo effetti cromatici talvolta vicini a quelli di Pennati; ma è forse in ambito anglosassone (tra l’altro Pennati ha vissuto a lungo in Inghilterra) che si rintracciano affinità ancor più convincenti: Ted Hughes poeta di indimenticabili figure di animali rappresentate nella loro oggettività di esistenti, senza implicazioni morali o religiose, senza ricadute allegoriche o simboliche – e, più di tutti, direi il Wallace Stevens di NOT IDEAS ABOUT THE THING BUT THE THING ITSELF (NON IDEE DELLA COSA MA LA COSA IN SÉ) e delle molte altre liriche che tematizzano il rapporto tra poesia e realtà, tra oggettività e sua rappresentazione artistica; non escluderei poi da questa riflessione sulle interconnessioni tra i poeti Yves Bonnefoy e Francis Ponge (quest’ultimo forse il riferimento più ovvio dall’area francofona).

Eravamo partiti da una lirica sulle nubi, esauriamo ora l’argomento con l’aiuto di un’elencazione: NUBI (terza lirica della prima sezione); SALPA UNA NUBE (tredicesima lirica sempre della prima sezione); NUBI (ottava lirica della terza sezione); NUBI DEI PIÙ SVARIATI GRIGI E ARDESIE (dodicesima della quarta); NUBI IN ALTURA (sedicesima sempre della quarta); intravvedo una sorta di simmetria e comunque di richiamo tra i componimenti da me enumerati, sono persuaso che la distribuzione dei testi all’interno della raccolta obbedisca ad un’architettura precisa e non resisto alla tentazione di leggere i PAESAGGI anche come un poema, non soltanto come una raccolta di testi poetici; amo pensare a questo libro come ad un universo traverso il quale si viaggia, approdando a luoghi nuovi e al tempo stesso in consonanza con gli altri luoghi già visitati, un cosmo in divenire incessante, per cui la poesia è anche una sfida a seguire e a restituire il fieri della realtà: interessante il caso dei due componimenti titolati entrambi NUBI e che hanno identico attacco: “Stive: quel loro frammentare intersecando / il dilagare di monotonie d’azzurro / in sovrapposto intridersi” per svilupparsi poi con lievi variazioni l’uno rispetto all’altro, trattandosi a volte di una diversa scansione metrica, altre volte d’un leggero spostamento del singolo vocabolo, altre ancora di una differenziazione più propriamente lessicale. Pochi decenni addietro Luigi Ghirri fotografò le nubi lungo l’arco di un intero anno e il risultato fu una collazione di 365 fotografie (una per ogni giorno dell’anno appunto) che risulta essere un immenso cielo in tantissime, a volte minime, variazioni: c’è un nesso con questi testi di Pennati? Forse sì, se si pensa che l’idea del poeta è quella di dar conto del variare, a volte anche impercettibile, dell’accadimento e che uno dei primi atti istintivi che si compiono guardando dalla finestra o uscendo di casa è proprio quello di alzare lo sguardo verso il cielo.

IN TUTTA LA SCANSIONE ILLIMITATA DELL’ISTANTE potrebbe soccorrerci in tal senso: “C’è un po’ di Francia qui tra gli svettanti pioppi / e quegli squarci azzurri da rimembrarne tra le nubi / (…..) / commoventi tele tra il figurarsi e l’astrazione / d’una visione innamorata adesso nell’assistervi / (…..) // Così che l’arte nella bellezza della sua astrazione / è per natura in quella sua tensione / che ignoriamo una contraddizione / nel raffigurarne le forme per modellatura / senza inchinarci silenziosamente a ciò che / in meraviglia di là da noi l’esiste / e la struttura. Immersi e stupefatti di contemplazione. / Godendone per avventura / il perdurarsi della sua immanenza” (vv. 1-2; 13-14 e 20-28). È una vera e propria analisi dell’atto estetico nel suo farsi e nelle sue ragioni.

I versi “(…..) di come noi nella biosfera / spore non siamo né polline né plankton né lichene / ma degli alieni che andiamo immaginando i soli / qui avviati a una demente invasività d’autoestinzione / dov’è terrore dovesse mai sorprenderci nel tempo / un solo istante di silenzio come precipitando / in un immane abisso a vorticare di sconvolgimento / e a vuoto e forsennatamente urlando” (DI COME NOI NEL COSMO, vv. 25-32) ribadiscono la distinzione tra natura ed umani, “alieni” addirittura entro una natura che vive ed esiste di per sé, senza finalismi, autosufficiente, la cui consapevolezza è leopardianamente ferma e lucida nella mente del poeta, non è un cupio dissolvi per intenderci, ma è capace di dare ulteriore valore al suo osservare gli accadimenti naturali, al suo intessere versi su versi, i quali assumono talvolta i toni della poesia filosofica di tradizione rinascimentale: “Il tuo silenzio schiuso al volto mi innamora / poi che a quelli in consonanza mi ingloba. // Intendo il tempo anche e la notte e l’aurora / e la luce che tutto svelando incastona” (TRA QUELLE RIAFFIORANTI CONNESSIONI DEL VISSUTO, vv. 1-4) e mi riferisco in particolare a clausole tipo “intendo”, appunto, oppure altrove “dico”, “vedo”, “sento” che servono a rimarcare la dimensione anche concettuale di questo poetare, il suo rivolgersi all’intelletto, il suo usare la parola per tessere trame di pensiero prima ancora che di sentimento, stabilendo una distinzione sempre presente e consapevole tra la voce poetante e il fenomeno osservato e descritto. Ma il componimento su cui ci stiamo soffermando è, soprattutto, lirica d’amore, declinata secondo la poetica di Pennati, ovviamente, per cui il corpo dell’amata e l’unione amorosa vengono rappresentati tramite il susseguirsi delle immagini, essendo anche il corpo elemento naturale e il silenzio dell’amore anch’esso accadimento, ossia, come ricorderete, riuscita dei fenomeni naturali all’esistere, loro presenza a se stessi: “Poi che il silenzio mai è la solitudine / a colmarne il senso in pienezza di suono / e così il suono in tanta plenitudine di senso” (vv. 35-37).

Da non dimenticare: merli, usignoli, lucertole abitano questo libro e a conferma del fatto che si tratta di una raccolta anche musicale sovvengono LUCERTOLA I e LUCERTOLA II in forma di variazione sul tema, là dove QUEL FULMINEO SOTTRARSI, di nuovo animato da una guizzante lucertola, conclude in una sorta di trittico la prima sezione del libro.

L'infinito

Mario Giacomelli (dalla serie fotografica “L’infinito”).

Seconda sezione intitolata FRASEGGI GRAVITANTI DEL SILENZIO; in essa è contenuto il testo DELL’IMMERSIONE NEL TEMPO: SONETTO che del sonetto classico conserva solo i 14 versi e forse la sentenziosità (shakespeariana?) degli ultimi due versi, mentre per il resto ne constatiamo l’ipermetria che ben rispecchia “(…..) del tempo / accadimenti impercettibili all’insensibile sguardo / che non ne scorge i nessi e il lento provenire / in mutamenti (…..) / Eppure è qui che siamo / immersi e anchilosati ne aborriamo il nuoto” (vv. 7-10 e 13-14) perché gli umani possiedono cognizione del tempo, benché se ne lascino attraversare senza neanche accorgersene, o vi nuotino dentro, salvo poi averne improvvisa ed amara coscienza quando il tempo concesso all’esistere già volge alla fine. Come si può notare Pennati affronta temi antichissimi con la coerenza ferrea del proprio stare nel mondo e del suo poetare.

Si alternano le stagioni e bellissime si susseguono le immagini che descrivono il paesaggio e il cielo nel loro mutare incessante “di transizione in transizione / dove accadendo è sempre in accadere / già accaduta del suo stesso avvenire” (DI QUA DALL’IRIDE, vv. 27-29).

QUI DOVE L’ARIA NE PROFILA IL MOVIMENTO è altra lirica d’amore che rinnova il sospetto che, pur in modo nient’affatto dichiarato né evidente, le origini della lirica italiana possano costituire un richiamo significativo; non c’è la donna angelicata, non c’è alcuna prospettiva teologico-mistica, ovviamente, ma tutto comincia anche qui con lo sguardo proseguendo in “(…..) ogni più intensa / congiunzione tra desiderio ed attrazione / in quel commosso e seducente accadimento qui / dove l’aria ne profila il movimento ancora / rapinosamente penetrante del respiro” (vv. 11-15). Come in Dante o in Cavalcanti, poi, anche nella lirica amorosa di Pennati l’aspetto intellettuale del rapporto amoroso è decisivo, l’atteggiamento speculativo essenziale. Ribadisco che si tratta, penso, di un modo nuovo ed originale di modulare il tema amoroso all’inizio di questo nuovo secolo, in un tempo cioè in cui tutto, in poesia, parrebbe essere già stato detto; uno dei molti motivi per leggere ed amare questa raccolta è proprio la sua capacità di essere originale pur nel solco di una solida tradizione e di un consolidato mestiere che recupera in maniera innovativa l’inusitata ricchezza lessicale dell’italiano, impiegandola per intessere una tramatura poetico-immaginifica che non è per nulla mimesi della natura, ma invece un dire che equivale ad un creare tramite il linguaggio nel mentre si porta alla coscienza l’accadimento.

E l’amore è Leitmotiv di questa sezione del libro, da LONG ISLAND alla successiva SULLE SINUOSE COSTE DELLA CARNE, ove il corpo amato è anche paesaggio e che è costituita da un unico ardito e compiuto movimento dal primo all’ultimo verso, in una sospensione del respiro che ridice l’amore e la passione: “La pelle ambrata contornante il corpo / è come brace che riaccende amore / a suscitarne l’addentrato senso e insieme / quel reciproco tremore” (vv.1-4). Ma poi, inaspettata e violenta, irrompe la tecnologia umana: LA MERAVIGLIA DEL TRAGITTO è in realtà un percorso traverso un paesaggio avvelenato e violato dall’uomo ed automezzi, autostrade offendono “paesaggi / d’antica natura preesistente smangiati / ai margini della magia” (vv. 4-6); peggiori ancora sono gli “ultrasonici aviogetti che solcano rotte di cielo / in vivisezioni di guerra” (vv. 8,9) mentre sui fiumi cadono o non cadono piogge la cui frequenza è determinata dall’inquinamento umano; unica speranza la linfa che, malgrado tutto (ma non è certo che ci riuscirà) vivifica e vivificherà il pianeta agonizzante a causa dell’uomo. È a questo che mi riferivo quando ho scritto che la poesia di Pennati evidenzia anche una coscienza civile; senza proclami reboanti, con l’umiltà della parola squisita e sapiente, leggiamo una condanna recisa di uno dei crimini più gravi che la nostra civiltà va perpetuando ormai da moltissimi decenni ai danni della terra e di sé stessa. Viene così alla mente lo Zanzotto agguerrito nel denunciare e nello stigmantizzare le offese al paesaggio italiano.

A questo punto della lettura incontriamo il verso “e il chiù di giorno e di notte l’assiolo” (L’IRIDATO PAESAGGIO, v. 5) che spinge a chiedersi quanto Pascoli sia ancora presente nella poesia italiana. Intendo il Pascoli che, forzando la lingua nelle sue intrinseche sonorità, la sottrae a codici ormai invecchiati e languenti e il Pascoli che canta la natura nel suo manifestarsi, non certo quello del lacrimevole autobiografismo. Procedendo nella lettura mi convinco sempre più, infatti, che il poeta abbia disseminato nella raccolta rimandi più o meno velati a poeti studiati e forse amati.

“Ed è natura: / nulla di elucubrante tra escatologie / e torturanti guerre // tra dilaganti corruzioni / e l’ingordigia di ricchezze svenando / tutte le vene del globo // e in demenza contaminando / le correnti dell’aria” (ED È NATURA, vv. 25-32). Trascrivo questi versi anche quale exemplum per evidenziare la ricorrenza del participio presente, del gerundio e degli aggettivi dimostrativi quale naturale portato di questa poesia e di questa poetica dell’accadimento, così come lo è l’uso dell’indicativo presente.

La verità è che ci si dovrebbe soffermare su ogni lirica per apprezzare insieme la tessitura verbale sapientissima; SI ESISTE QUI, ad esempio, è tutta giocata sui richiami dei sostantivi in -ento, quali “concepimento, evento, intento, assentimento, nutrimento, aderimento” distribuiti anche stavolta non in rima, ma sia alla fine che all’interno dei versi, per cui si produce una melodia fatta di richiami, echi, memoria del suono che torna a prodursi in sede diversa dalla precedente e poi, intuìto l’andamento della lirica, attesa del ripetersi del medesimo suono, quasi una sua anticipazione psicologica nella mente del lettore.

A Silvia

Mario Giacomelli (dalla serie fotografica “A Silvia”).

Entriamo ora in un gruppo di liriche raccolte nella sezione BOGLIASCO LINES 2 (BOGLIASCO LINES 2000 è il titolo della seconda sezione di MODULATO SILENZIO, Joker Edizioni, Novi Ligure, 2007, il penultimo libro del poeta) e tutta dedicata al mare.

Contestualmente alla lettura di PALA D’ALTARE A BOGLIASCO colgo l’occasione per sottolineare quanto il blu, assieme al verde, predomini nella tavolozza cromatica dell’intero libro; la lirica su cui ora brevemente mi soffermo tematizza proprio il blu, quello stesso “sotteso blu” e “sotteso azzurro” che anche come lemma ritornerà in liriche successive alla presente e saranno muscari, fiordalisi, più avanti (in NUBI DEI PIÙ SVARIATI GRIGI E ARDESIE) l’intera tavolozza dei toni di blu a imporlo alla coscienza di chi legge dopo che esso si era affacciato ripetutamente nelle liriche precedenti: “In un radioso azzurro nel circondante buiore / di gromme o in quel blu a sfondo risaltante / tanto d’un tratto di cielo quanto d’un meno / incrostato braccio di mare fors’anche procelloso / (…..) / E più mi ha preso e di stupore impressionato / quest’incantato episodio come d’azzurro squarcio / d’una maliosità riverberante / (…..) / mentre l’azzurro e i nembi in fulgido contrasto / eccolo il vero portento di lassù a incombere / dall’immanenza di un cielo cosmicamente spassionato” (vv. 1-4, 16-18, 21-23); nei versi che non ho citato viene descritto l’episodio raffigurato sulla pala (il miracoloso salvataggio per intervento divino di una barca dal naufragio) e sottolinerei che il presente è l’unico caso, in tutto il libro, in cui oggetto della poesia non sia un paesaggio o un accadimento della natura, ma per dir così un manufatto umano. Seppure non in senso assoluto, questo componimento si trova vicinissimo al centro fisico ed aritmetico del libro (56 testi lo precedono, 39 lo seguono) e si conclude con versi epliciti che negano l’intervento divino nella salvezza della barca, ma sottolineano la decisività dell’istinto di sopravvivenza dei marinai unito alla loro intelligenza nel saper cogliere l’attimo giusto per porsi in salvo dal perire.

VENTO DI LIBECCIO è un vero e proprio pezzo di bravura nell’impiegare lingua e ritmo per mimare il moto ondoso sottoposto a raffiche di libeccio, mentre SEASCAPE celebra la bellezza ed il fascino del grigio sia del cielo che del mare, aggiungendo stupendi tocchi pittorici alla raccolta. Nota: il titolo inglese non è un unicum nel libro, anzi sono presenti anche tre liriche scritte in inglese; pure in questi casi il verso tende ad essere ampio, ritmo e temi potrebbero essere avvicinati alla concettosità di talune liriche elisabettiane o a quelle dei poeti cosiddetti metafisici, ma direi che si esplica qui anche un’affezione alla lingua nel cui universo sonoro e culturale Pennati ha vissuto per molti anni, senza trascurare il forte interesse che il Nostro ha per la ricerca di sonorità e musicalità nel verso e nel testo, per cui la perfetta padronanza della lingua inglese gli offre l’opportunità di modulare con altri suoni i temi a lui più cari, concludendo addirittura col latino (“donec auferatur luna”) il componimento CRESCENT MOON AND THE WORLD BELOW a conferma di una ricerca costante a livello fonico. In AVANTI QUEI NOTTURNI DI USIGNOLI l’italiano viceversa transita nell’inglese dell’ultima strofa quando si parla degli usignoli dell’isola di Manhattan, quasi per un’intima necessità ambientale e per riaffermare quanto questo libro sia un cammino traverso il linguaggio, indefessamente votato alla tramatura delle più ardite architetture verbali.

Ed eccoci all’ultima sezione, SCIE DEL SILENZIO. Vorrei focalizzare l’attenzione su GENOVA: “Fu il suo angiporto e il suo ospedale a espormi / da solitario principiante al brusio di un penare / brulicante tra quelli allora vivi nelle divise / dei liberatori e i tanti a campare di espedienti. / Quei giorni in cui assistevo la degenza di mia madre” (vv. 26-30) rarissimi versi di carattere autobiografico, discreti, ma anche capaci di dire quanto legata alla storia sia questa poesia che non cerca la natura quale fuga o anestetico; grazie alla sua meditazione intorno alla natura essa è anzi ben dentro la contemporaneità.

Quod erat demonstrandumDI LÀ D’OGNI DEMENTE SCEMPIO ha le movenze d’un’invettiva contro gli “evoluti primati” che soli sanno escogitare guerre e devastazioni, assieme all’avvelenamento della “cotica terrestre” (eloquente sintagma tutto pennatiano) e GLOBO è un vero manifesto ecologista espresso in termini molto forti e recisi.

Ritorna il senso del mutare continuo e dello scorrere in almeno due testi: “Ciascuno nell’avvolgente percepire il proprio esistere / per immersione e per trasalimento” (PER IMMERSIONE E PER TRASALIMENTO vv. 22,23) e “come a sentirsi immersi nell’accadimento. / Come a sentirsi infusi dell’avvenimento” (SOTTESO BLU, vv. 40 e 41, titolo che è già di un’importante silloge pennatiana e non a caso: l’aggettivo “sotteso” è una ricorrenza nel lessico del poeta: la poesia è anche esplorazione di una realtà non sempre immediatamente percepita o percepibile).

E infine la fragile, isolata corolla di pervinca si mostra allo sguardo dell’autore intristito dal peso d’una “pressante angoscia” (lo scempio del pianeta, la tracotanza dei potenti, l’infelicità di milioni di esseri umani). Stiamo sfogliando le ultime pagine della silloge ed affascina pensare che quel fiore blu (il blu, di nuovo!) possa essere senhal della poesia fragilissima e sperduta dentro la violenza del presente, ma capace di “trasportare in seduzione a trasalire”. In tali termini anti-sentimentali si esprime il poeta che continua a scrivere “di mari ansanti tra le coste del globo e nuvolosità cangianti mentre dall’alto si appalesano, senza per ciò volerlo, ad un terrestre sguardo, dell’accadere del cosmo che ci ignora, lo so di loro e in commozione quanto per mio stupore ne esprimo per versi intrisi come di stesure astratte e modulanti musicalità, le stesse visuali contemplando” (dalla nota d’autore in esergo a PAESAGGI già citata).